Susanna Luppi
È nota ai più per aver vestito il movimento punk britannico di fine anni ‘70 e per aver solcato le passerelle dell’alta moda con uno stile stravagante e provocatorio, ma è molto di più. Vivienne Westwood, innanzitutto, è una donna che ha tramutato la sua creatività nell’espressione di un’epoca, sfidando l’establishment e dando corpo e voce alla necessità di ribellione.
Questo senza scadere nell’anticonformismo fine a se stesso: infatti, Vivienne Westwood è sempre stata sensibile alle problematiche ambientali e alle ingiustizie politiche, optando per collaborazioni con Greenpeace e suggerendo ai consumatori di comprare meno.
I diritti LGBTQ+, il vegetarianesimo, la libertà di Julian Assange e l’opposizione ai governi di G.W. Bush e Tony Blair: Vivienne Westwood si è fatta madrina di un immaginario culturale collettivo, dove la moda diventa etica e si fa tutt’uno con l’essere umano e il mondo che abita.
Vivienne Isabel Swire fa capolino su questa terra l’8 aprile del 1941 a Tintwistle, un piccolo villaggio del Derbyshire (Inghilterra). Trasferitasi a Londra con la famiglia nel 1958, studia oreficeria e moda alla Harrow School of Art – percorso che non porterà a termine. Intraprende, invece, la carriera di insegnante, anche se continua a creare gioielli vendendoli sulle bancarelle di Portobello Road.
Con l’incontro del primo marito Derek Westwood, la prima delle diverse vite di Vivienne inizia a dipanarsi: dopo essersi sposata, con un abito nuziae cucitosi da sola, ha un figlio, Benjamin, e sembra assecondare un futuro già scritto dalle convenzioni sociali tra un impiego stabile e le sicurezze di una vita in famiglia. Ma tutto questo non è il destino di Vivienne Westwood.
Pochi anni dopo, entra in scena Malcolm Mclaren, produttore musicale piuttosto astuto e interessato al panorama della subcultura giovanile londinese. Così Vivienne Westwood rimescola le carte del fato: lascia lavoro e consorte – ma ne tiene il cognome – e inizia la sua nuova vita con Mclaren. La nuova coppia dà alla luce un figlio, Joseph, e nel 1971 apre il Let it Rock, un piccolo negozio di abbigliamento stravagante al 430 di King Street a Londra.
Qui, Vivienne Westwood trova finalmente la sua voce e, tra un abito e l’altro, dà il via a un processo dissacrante in cui tradizioni e simboli britannici sono rielaborati in modo provocatorio e sardonico: salta dal retaggio motociclista allo stile teddy boy, in una parabola che impenna verso latex, borchie e accessori tipici del gusto feticista. In pochi anni il negozio ha diverse evoluzioni, cambiando il nome prima in Too fast to live too young to die poi nel celeberrimo Sex. Con lo slogan “Rubberwear for the office” (abbigliamento in latex per l’ufficio, ndt.) questo luogo inizia ad attirare un sottobosco di giovani della controcultura underground, semplici curiosi e gruppi musicali.
È proprio al Sex che saranno concepiti i Sex Pistols, una delle band che ha incarnato e simbolizzato il movimento punk di fine anni ‘70: i suoi membri, Johnny Lydon, Paul Cook, Steve Jones, Glen Matlock e successivamente Sid Vicious, si possono dire assemblati da Mclaren e vestiti da Westwood.
A Vivienne piace sfidare l’establishment e usa le sue creazioni per comunicare idee, spesso ricorrendo alla grafica per affrontare temi di ingiustizia politica e sociale. La scioccante "Anarchy Shirt" del 1977, disegnata da Westwood & McLaren, presenta una svastica sovrapposta a un'immagine capovolta di Cristo crocifisso e alla regina Elisabetta II su un francobollo britannico, con la parola "DESTROY" (distruggi) impressa sopra l'immagine. Piuttosto che inneggiare al turpiloquio, la stilista vuole denunciare la corruzione e la dittatura. Più in generale, è una sfida alla generazione più anziana, traducibile in: "Non accettiamo i vostri valori o i vostri tabù: siete tutti fascisti".
In un paio di anni la bolla Sex Pistols si dilata a diametro massimo ed esplode, lasciando i suoi stilemi al trepidante pasto mass-mediatico. Una volta cannibalizzato, lo stile ideato da Westwood diventa mainstream ed è presentato come “Punk Rock”- Questa ondata di disillusione porta un nuovo nome al negozio, che da Sex si trasforma in World End, iconicamente rappresentato da un orologio che funziona al contrario.
In ogni caso, la via della moda per Vivienne Westwood è appena iniziata.
Mentre Mclaren continua la sua attività di produttore musicale, Vivienne Westwood si concentra sull’alta moda e inizia a intessere veri e propri cortocircuiti culturali. Nel 1981 va in passerella con la collezione Pirates, una rivisitazione dell’immaginario “corsari e predoni”. L’ispirazione ora scavalca la moda di strada per atterrare sul tessuto culturale della storia dell’arte. La ricerca di Westwood rilegge il Settecento e il Barocco per poi attraversare tutte le epoche: Vivienne è la prima stilista contemporanea a riproporre e rivisitare il corsetto, il faux-cul, la crinolina ed elementi di sartoria ormai chiusi nel baule di un altro tempo.
Ancora una volta, la stilista traduce in immagine la sensibilità intorno a lei, contribuendo a definire il New Romantic. Questo è lo stile adottato da musicisti come Adama and the Ants, Bow Wow Wow e Spandau Ballet – che, ispirati dalla collezione Pirate, recuperano camicie larghe, velluti neo-dandy e fronzoli.
Nel 1982 debutta alla settimana della moda a Parigi, oltre a proporre la collezione Savage, dal look tribale, e Nostalgia of Mud con cui si avvicina a culture lontane dalla consuetudine occidentale.
Via via allontanandosi da Mclaren, Westwood porta avanti la sua ascesa nell’olimpo della moda, ricevendo la nomina di docente di arti applicate a Vienna e vincendo il British Fashion Award come Designer of the Year nel 1991 e nel 1992 - che sarà il primo di una lunga successione di altri riconoscimenti. Alternando fashion design e insegnamento, Vivienne Westwood conosce Andreas Kronthaler, studente del suo corso di moda e costume a Berlino. Da partner creativo a marito è un attimo: Kronthaler, 20 anni più giovane, si sposa con Westwood nel 1992 e, come satelliti sulla stessa orbita, iniziano a lavorare insieme in perfetta armonia. Collezioni trasgressive come Anglomania (1993-1994) e Café Society (1994) ammiccano e si prendono gioco della tradizione, riuscendo a sfondare le barriere di genere e di gusto, con l’invenzione del mini kilt nel primo caso, e della lingerie portata sopra gli abiti nel secondo.
Ormai Vivienne fluttua tra le stelle dell’alta moda, più borghesi che mai, ma non perde il vizio: infatti, nel 1992 al cospetto di regina Elisabetta che la insignisce del titolo di Order of the British Empire, la couturier si presenta in abito lungo ma senza biancheria intima. Sfidando i fotografi e segnando la storia, Vivienne Westwood si esibisce in una ruota esagerata che mette a nudo le sue grazie mentre guarda dritta all’obiettivo con un sorriso brioso. Se il sense of humor è inglese, cos’è la moda se non un modo divertente per esprimersi? La regina del resto si è divertita molto.
In ogni caso, gli sberleffi di Vivienne Westwood non si fermano alle provocazioni sociali e al gusto quasi ludico nello scomporre e reinventare uno stile.
Il fortunato sodalizio con Kronthaler induce Vivienne a lasciargli progressivamente le redini del suo brand, per concentrarsi sull'attivismo ambientale e sociale.
Con il nuovo millennio, Vivienne Westwood inizia la sua fase di ibridazione tra moda e attivismo. La consapevolezza è tutto: la moda troppo spesso dà vita prodotti deperibili che, attraverso la loro creazione, distribuzione e infine lo smaltimento, possono avere un impatto estremamente negativo sul nostro pianeta, la sua fauna e le persone. Con questa cognizione, la stilista decide di farsi emblema della necessità di cambiamento, a suon di campagne ambientaliste e denunce al consumismo.
Una tra queste vede Westwood unirsi al gruppo britannico per i diritti civili National Council for Civil Liberties con cui nel 2005 lancia le t-shirt con la frase “I’M NOT A TERRORIST, please don’t arrest me”. L’intenzione è di contrastare lo strascico islamofobo diffusosi in Europa e Stati Uniti in seguito alla caduta delle Torri Gemelle l’11 settembre 2001.
Oltre a stampe su magliette, la stilista dichiara pubblicamente la sua posizione: “Per me la moda è una scusa per parlare di politica. Essere una stilista mi dà una voce, il che è molto importante.” dichiara in un’intervista durante l’Outstanding Achievement in Fashion Design ai British Fashion Awards nel 2007. E lo si può vedere alla cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi di Londra nel 2012, quando Westwood inaugura Climate Revolution, il suo movimento per sensibilizzare sul cambiamento climatico. Così, la paladina del punk mobilita enti di beneficenza, ONG e singoli individui per agire contro i leader politici e le grandi aziende che ostentano disinteresse verso questi temi. A questo si aggiunge “Resistenza attiva alla propaganda”, un vero e proprio manifesto che si basa sulla cultura come stimolo per salvare il pianeta per le generazioni future. Inoltre, ha progettato un set di carte da gioco che raffigurano una strategia economica per salvare il mondo sotto la guida della cultura.
Nel 2013 Vivienne Westwood si unisce a Greenpeace nel suo intento di salvare l’Artico: questa volta crea una t-shirt in cotone biologico non sbiancato con grafica e scritta "Save the Arctic” e la fa indossare a 60 top celebrities come Kate Moss, Ozzy Osbourne e Hugh Grant. Tutti questi personaggi di spicco posano per il fotografo Andy Gotts e le loro foto sono esposte nella stazione metro di Waterford, Londra, per diversi giorni. I proventi ricavati dalla vendita delle magliette sono tutti per Greenpeace.
E, ancora, durante il Natale 2014 Westwood protesta in prima linea contro le politiche di fracking e compie un atto pubblico regalando al primo ministro David Cameron un pacco contenente amianto.
Oltre a donazioni al partito inglese dei Verdi, la stilista esprime il suo dissenso ai governi di G. W. Bush e Tony Blair, mentre sostiene l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito, dichiarando "Odio l'Inghilterra. Mi piace la Scozia perché penso che gli scozzesi siano meglio di noi, sono più democratici”.
L’indignazione di Vivienne Westwood si palesa anche nei confronti del trattamento subito da Julian Assange: in difesa della libertà di stampa, nel 2020 la stilista si rinchiude in una grande gabbia per uccelli davanti alla corte londinese di Old Bailey, creando un’analogia tra la sua morte e la morte della libertà di stampa se Assange fosse estradato negli USA.
Nella sua parabola di fashion designer, Westwood si avvicina anche ad altre culture, collaborando con laboratori tessili africani per mettere in luce realtà alternative alla moda occidentale. Dall’alto della sua esperienza, il suo monito contro il sistema capitalista risuona forte e chiaro: “compra meno, scegli bene, fallo durare” perché è tempo di avere un comportamento più consapevole e sostenibile nei confronti della moda che, per estensione, equivale all’ambiente. Un chiaro esempio è la campagna SWITCH to Green (attiva dal 2017) che incoraggia i protagonisti del settore moda a passare a fornitori di energia rinnovabile.
L’elenco delle campagne di Vivienne Westwood è ancora lungo, ma è meticolosamente riportato sul suo sito web www.vivienneweswood.com in cui sono palesati anche tracciabilità, filiera di approvvigionamenti e sostenibilità dell’azienda.
Insomma, Vivienne Westwood tra un abito e l’altro ha sempre scelto di esprimersi in modo forte, con una poetica stravagante e di esagerazioni. Ha usato la moda per provocare, irritare e mettere sgradevolmente in luce tutte le contraddizioni del nostro sistema. Se in passato Vivienne esprimeva il dissenso verso l’establishment attraverso il punk, in seguito fa lo stesso tramite l’etica dell’ambientalismo e la difesa dei diritti umani, dimostrandosi un’artista visionaria, con il baricentro abbassato sulla realtà.
Oltre che un’icona femminile, si può definire come ponte tra cultura, musica e film: veste star come Marion Cotillard, Pink, Elle Fanning e Pharrell Williams e partecipa ai set di serie cult come Sex and the City.
Purtroppo, Vivienne scompare nel 2022 all’età di 81 anni, lasciando il mondo sprovvisto di una importante combattente.
Ma come usa dire, “Punk is not dead” e di sicuro neanche l’immaginario fiammeggiante di Vivienne Westwood.
Vivienne Westwood: la stilista dell’ethical fashion è ancora punk? su esquire.com (ultima consultazione: 10/03/26)
Vivienne Westwood: compie 80 anni la signora del punk su d.repubblica.it (ultima consultazione: 10/03/26)
Storia di Vivienne Westwood, che ha inventato la moda punk su ilpost.it (ultima consultazione: 10/03/26)
Vivienne Westwood + Greenpeace - Mood Management su moodmanagement.it (ultima consultazione: 10/03/26)
Greenpeace – Save the Arctic su viviennewestwood.com (ultima consultazione: 10/03/26)
Westwood World su viviennewestwood.com (ultima consultazione: 10/03/26)
The Story so Far su vivienneweswood.com (ultima consultazione: 10/03/26)
Vivienne Westwood Corsets 1987 to Present Days su narcissistmagazine.com (ultima consultazione: 10/03/26)
Remembering Vivienne Westwood: ‘The rebel who was never without a cause’ su theguardian.com (ultima consultazione: 10/03/26)
Dame Vivienne Westwood: fashion designer dies aged 81 su theguardian.com (ultima consultazione: 10/03/26)
Foto 1 su unadonnaalgiorno.it
Foto 2 su firenzetoday.it
Foto 3 su magazinehorse.com
Foto 4 su vanityfair.it
Foto 5 su goodtroublemag.com
Foto 6 su ilfattoquotidiano.it
Foto 7 su ermesverona.it