Intervista a Silvia Muletti

Conosciamo Silvia Muletti, alumna dell’Università di Bologna impegnata nel settore dell’educazione e della cooperazione internazionale.

Chi sei e di cosa ti occupi?

Sono Silvia Muletti, attualmente sono formatrice e tutor in una scuola di formazione professionale e mi muovo tra Varese e Milano. Nella scuola secondaria in cui lavoro, mi occupo dell’attività di tutoraggio di classi nel settore meccanico. Sono stata accompagnatrice in programmi di mobilità internazionale e organizzo visiting nelle sedi scolastiche della fondazione per cui lavoro e in scuole della rete europea di alumnae e alumni.

Collaboro inoltre alla creazione di connessioni e collaborazioni tra contesti educativi diversi a livello internazionale. Mi sono occupata di formazione, giornalismo, project management e coordination a livello regionale (soprattutto in Piemonte), locale (a Torino e alcune valli piemontesi) ed europeo, vivendo diversi anni all’estero (Turchia, Cipro, Spagna, Brasile).

I temi di cui principalmente mi occupo sono: sostenibilità ambientale, imprenditoria sociale, leadership femminile, gender equity e inclusione.

Che percorso hai fatto all’Università di Bologna?

La laurea che ho conseguito all’Università di Bologna è la triennale in Sviluppo e Cooperazione internazionale per la Pace (2012), all’epoca un’interfacoltà tra Giurisprudenza, Statistica, Sociologia e con capofila Scienze Politiche.

Questi anni di formazione sono stati per me fondamentali per comprendere meglio il mondo, soprattutto il Vicino Oriente e il Sud America, aree geopolitiche che in seguito sono diventate luoghi di lavoro e ricerca.

Le esercitazioni come discussant, i metodi di ricerca e le persone con cui sono ancora in contatto hanno formato la mia capacità di osservazione della realtà. Anche la costellazione di seminari a cui ho partecipato — come quello in politica e bioetica — e il tirocinio di ricerca presso un centro di studi specialistici sul Maghreb hanno contribuito a costruire il mio approccio interdisciplinare, nel quale continuo a coltivare il senso di possibilità di cambiamento.

Le competenze acquisite, anche attraverso esami molto nozionistici come Statistica, Economia Politica, Micro e Macroeconomia e Diritto Pubblico, sono ancora oggi strumenti fondamentali nel mio lavoro. Mi aiutano nella scrittura di progetti e collaborazioni orientati alla trasformazione dei contesti, permettendomi di riconoscere elementi sociologici, fragilità e significati dello sviluppo. Sono aspetti che affondano le radici nei dibattiti e negli spunti di riflessione emersi durante gli anni universitari.

C’è un progetto, una sfida o un traguardo del tuo lavoro di cui sei particolarmente orgogliosa?

La mia sfida è stata quella di applicare le conoscenze e la professionalità del settore della cooperazione internazionale al settore dell’educazione italiana, lavorando nel contesto scolastico e della classe.

L’occasione è nata dall’osservazione delle conseguenze delle misure contenitive del periodo pandemico 2020-2021. In quel contesto ho potuto osservare e fare ricerca, per interesse personale, sulle dinamiche sociali, relazionali e occupazionali, così come sui livelli di presenza, abbandono e rendimento scolastico successivi alla chiusura delle scuole.

A questi bisogni, più o meno recenti, ho cercato di dare una risposta coerente con le mie sensibilità e competenze. Ho lavorato in un contesto strettamente locale, come previsto dai due anni di Fellowship a scuola, cercando però di mantenere una visione d’insieme. Questo mi ha permesso di conoscere in profondità il settore scolastico italiano e, allo stesso tempo, di confrontare ricerche-azione sviluppate in contesti diversi, regioni differenti e vari gradi scolastici.

Il respiro internazionale della fellowship, come la possibilità di partecipare a summer school in altri Paesi europei e svolgere brevi internship nei programmi “Teach for” nel mondo — ha rappresentato per me l’elemento ideale per coniugare i miei interessi.

Guardando al sistema educativo, quali sono secondo te le principali sfide?

Sono appena rientrata da Bruxelles per il primo Policy Lab Europe di Teach for All, dove insieme a 20 partecipanti provenienti da altri Paesi europei ci siamo confrontati su idee, urgenze e necessità di nuove politiche transnazionali in ambito educativo.

Tra le sfide emerse, una delle principali riguarda il benessere del personale scolastico e la possibilità di introdurre modalità di lavoro più flessibili. Riporto questo esempio per dare un’idea concreta dei bisogni delle scuole osservati da vicino.

Più in generale, nei contesti in cui lavoro vedo due grandi snodi: la funzione della scuola come preparazione al mondo del lavoro, in un contesto sempre più caratterizzato dall’ipertecnologizzazione delle professioni, e la funzione della scuola nella formazione della persona.

Mi domando spesso quale possa essere il ruolo dell’educazione e del lifelong learning nella diffusione di un approccio di peace education. Mi riferisco a un’educazione alla pace che non sia soltanto un tema affrontato in alcune materie, ma una metodologia trasversale.

Strettamente collegata a questo c’è anche la richiesta urgente che la scuola diventi un luogo in cui imparare a relazionarsi, gestire le incertezze, sviluppare autonomia e autoregolazione, oltre a comprendere il mondo in cui viviamo.

Credo che questa sia la sfida più complessa: in un contesto di crisi dei livelli di apprendimento, in cui la scuola può avere un ruolo importante nello sviluppo di competenze e consapevolezza, sensibilità, pensiero critico e capacità decisionale collettiva vengono spesso considerate “soft skills” difficili da allenare e organizzare nel calendario scolastico, ma oggi più che mai fondamentali.