Intervista a Silvestro Turtoro

Conosciamo Silvestro Turtoro, laureato in Biotecnologie Farmaceutiche presso l’Università di Bologna e co-fondatore della startup Exoprobes. Silvestro ci racconta del suo ambizioso progetto e del percorso che l’ha portato a fare impresa in ambito scientifico.

Hai conseguito una prima laurea all’Università di Benevento e poi hai continuato gli studi presso l’Alma Mater: all’epoca quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto a trasferirti a Bologna?

Quando studiavo a Benevento ho fatto un periodo all’estero, a Coimbra, in Portogallo, grazie al programma Erasmus. È stata un’esperienza molto importante, perché mi ha permesso di aprirmi a nuove realtà e mi ha fatto capire che cosa volevo diventare: un biotecnologo farmaceutico. Così, quando sono tornato in Italia, ho cominciato a guardarmi intorno, cercando l’Università più adatta al percorso che volevo intraprendere. Da questo punto di vista Bologna mi è sembrata perfetta, e devo dire che la mia è stata anche una scelta di vita. Amo questa città e le sue bellezze, e non a caso ho deciso di rimanerci anche dopo aver ultimato gli studi.

 

La tua formazione non si è però conclusa con il conseguimento della laurea magistrale in Biotecnologie Farmaceutiche, ma è proseguita grazie alla partecipazione a diversi programmi d’imprenditorialità, sia in Italia che all’estero. Quanto hanno inciso queste esperienze sulle tue scelte professionali?

Mi hanno sicuramente formato. Nel 2017, mentre stavo svolgendo un tirocinio post laurea presso un’azienda del territorio che si occupava dello sviluppo di reagenti per diagnostica, sono entrato a far parte di un programma per startupper presso la Fondazione Golinelli. Lì ho cominciato a pensare concretamente al progetto che avevo in mente. Caso ha voluto che proprio in quel periodo incontrassi Angela Volpe, manager con la quale ho cercato subito di definire meglio la mia idea. Poi sono arrivati i primi finanziatori e la possibilità di fare un percorso a Londra, nel 2019, all’interno di un acceleratore di startup. Ecco, quest’ultima è stata senza dubbio un’esperienza decisiva, perché è stato in quel periodo londinese che ho personalmente acquisito quelle competenze specifiche per poter non solo fondare ma anche gestire un’impresa.

 

Nel 2020, in piena pandemia, sei stato appunto tra i fondatori della startup innovativa Exoprobes, di cui attualmente sei il CEO. Come nasce questo progetto?

Nasce dalle plurime esperienze di cui parlavo poc’anzi. Quando ero a Coimbra ho avuto l’opportunità di fare un tirocinio presso la Michael J. Fox Foundation, relazionandomi per la prima volta con il Parkinson. All’epoca facevo ricerca in un laboratorio che si occupava di testare una molecola per la terapia contro tale malattia neurodegenerativa. Quell’esperienza mi ha spinto ad interrogarmi sulla possibilità di diagnosticare il Parkinson attraverso test validati scientificamente, cosa ad oggi impossibile. Così, alla fine 2019, dopo aver concluso il periodo a Londra, sono tornato in Italia con l’obiettivo di creare una nuova impresa. Decisivi, per trasformare il mio sogno in realtà, sono stati gli incontri con i miei soci Guido Frigeri, inventore di una biostampante tridimensionale, Oreste D’Ambrosio, chimico e startupper, e Alessandro Bortolani, che si occupa di business development. Nonostante il Covid-19, a giugno abbiamo finalmente fondato la startup Exoprobes: la concretizzazione dei miei sforzi e di quelli delle persone che hanno collaborato con me.

 

Di che cosa si occupa, nello specifico, la tua startup?

Stiamo lavorando per sviluppare una piattaforma di diagnosi precoce per patologie neurodegenerative come, ad esempio, il Parkinson. Rispetto ad altri progetti simili, la nostra prerogativa è quella di utilizzare nuovi biomarcatori che fino a qualche tempo fa venivano ritenuti spazzatura: esonomi e nanovescicole rilasciate dalle cellule che possono contenere informazioni preziose dal punto di vista biologico. Il sogno è quello di elaborare un kit di diagnosi per evidenziare nei pazienti patologie che ad oggi, come dicevo, non sono diagnosticabili a livello scientifico. Naturalmente solo andando avanti nella ricerca e nella sperimentazione potremmo capire se effettivamente il nostro progetto sarà efficace, però i primi test che abbiamo effettuato sono stati incoraggianti.

 

Pur essendo nata da poco più di un anno, Exoprobes  ha ricevuto già numerosi riconoscimenti. Proprio alla luce anche dell’interesse della comunità scientifica nei confronti della startup, quali sono i vostri prossimi obiettivi?

L’interesse che molte realtà ci hanno dimostrato ci ha aiutato ad andare avanti anche in un momento di grande difficoltà come quello che stiamo vivendo. Ad esempio, avevamo vinto un bando dell’Ambasciata italiana in Israele ma poi, causa Pandemia, è stato tutto bloccato. Inoltre, diversi fondi di investimenti stranieri si sono detti disponibili a finanziare il nostro progetto. Dati questi stimoli, avevamo redatto una dettaglia roadmap con tutti gli step necessari per crescere. Inevitabile che il Covid-19 abbia scompaginato i nostri piani e ci abbia costretti a ripartire con altri obiettivi. Per le nostre sperimentazioni abbiamo bisogno ovviamente di laboratori e le chiusure non ci hanno aiutato. Rimanere fermi per una startup innovativa è difficile, perché si rallentano le attività di sviluppo tecnologico prefissate. Per fortuna ora stiamo finalmente rivedendo la luce alla fine del tunnel.

 

La tua carriera professionale è stata contraddistinta dal connubio tra ricerca, innovazione e imprenditorialità. Qual è stata la lezione più importante che ti senti di aver appreso, fino ad oggi?

Personalmente mi sento più un imprenditore. Riguardo invece alla lezione più importante, credo che sia la consapevolezza della necessità di costruire un team fatto non solo di persone competenti ma anche leali. Colleghi e collaboratori che hanno a cuore il progetto e con i quali hai la possibilità di instaurare un rapporto umano, oltre che lavorativo. Penso che il segreto – almeno dal mio punto di vista – sia questo.

 

Di solito, quando si parla di imprenditorialità, si evidenzia l’importanza del networking. Da questo punto di vista, una Community come quella degli Alumni dell’Alma Mater che cosa può offrire a studenti ed ex studenti?

Fare network è di vitale importanza, non solo in ambito imprenditoriale ma anche nella vita di tutti i giorni. Confrontarsi con gli altri significa imparare ad osservare le cose in maniera diversa e soprattutto crescere. Io credo fermamente nel fatto che sia necessario imparare sul campo e, per farlo, bisogna avere il coraggio di sperimentare ed essere affiancati da persone dalle quali poter apprendere. Da un punto di vista lavorativo è fondamentale crearsi dei contatti e mantenerli perché ti possono permettere di cogliere molte opportunità. Noi per esempio siamo stati chiamati recentemente a far parte del Consiglio di Confindustria Emilia-Romagna, un’opportunità rara per una startup innovativa, e abbiamo collaborato a un progetto dedicato al confronto tra giovani imprenditori e imprenditori più esperti. Il consiglio che posso dare, quindi, è quello di non sottovalutare il networking e, anzi, coltivarlo, perché dà i suoi frutti.

 

Intervista effettuata il 3/9/2021 - Associazione Almae Matris Alumni