Capire gli Stati Uniti attraverso la Letteratura americana: intervista a Marta Ciccolari Micaldi, “La McMusa”

Pushpanjali Dallari

Nel 2008 scoppia la crisi dei mutui subprime, Barack Obama diventa il primo Presidente afroamericano nella storia degli Stati Uniti d’America e David Forster Wallace pone fine alla sua vita. Sempre quello stesso anno Marta Ciccolari Micaldi, autrice e guida letteraria specializzata in American Studies e critica letteraria, consegue a Torino la laurea magistrale in Culture moderne comparate. 

 

Che gli Stati Uniti siano o no nel suo destino è un sospetto che affiora fin dalla lettura del suo nome, che ricorda la sigla di uno dei brand americani più iconici del pianeta, e che ha ispirato il nome del suo progetto di divulgazione e giornalismo indipendente a tema USA, nonché il suo username di Instagram, McMusa


Destino o no, gli Stati Uniti sono oggi parte integrante della vita di Marta, che organizza tour a tema letterario negli Usa (i Book Riders), cura due newsletter (Sogni americani e 50 Stati), un podcast (Pop Corn) e tiene corsi di Letteratura americana. Il fine (e il fil rouge) di queste attività è una divulgazione degli Stati Uniti capace di varcare le soglie dell’accademia, senza paura di esplorare il lato pop della società americana, dando risalto a storie e voci spesso trascurate, dai latinos agli afroamericani, passando per le comunità indigene. Ha anche scritto un libro, Sparire qui, edito nel 2023 da Rizzoli, in cui racconta il suo rapporto con gli Stati Uniti attraverso le lenti del viaggio, rievocando luoghi visitati durante i suoi viaggi, e della letteratura americana, strumento indispensabile non solo per capire il paese, ma anche i suoi abitanti, soprattutto quelli non WASP. L'abbiamo incontrata in un bar di Torino per cercare di capire di più sugli Stati Uniti, sulla loro letteratura e se sia ancora possibile amare un paese che si sta avviando in misura sempre maggiore verso una politica autocratica, accarezzando ideologie di estrema destra nonché di suprematismo bianco, e in cui avvengono episodi come quelli di Minneapolis.

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D: Oggi se guardiamo agli Usa proviamo un senso di straniamento, come se ci trovassimo davanti a un oggetto non ben identificato. Cosa noi italiani fatichiamo a comprendere degli Stati Uniti?

 

 R: Quanto lo spazio sia fondamentale e come agisca sulle persone, influenzandone anche la gestione dei rapporti umani, per esempio. Molte persone vivono in luoghi isolati. Offre una spiegazione sociale anche al loro approccio alle armi, ad esempio. Nei Book Riders gli italiani rimanevano sorpresi da quanto poco gli americani camminassero: in spazi così vasti, l’auto diventa fondamentale. 

 

D: Anche Simona Siri ne aveva parlato: effettivamente è una questione che noi italiani non consideriamo quando pensiamo agli Stati Uniti. Visto che abbiamo parlato dei Book Riders, le chiedo di consigliarci un luogo da visitare e un libro da leggere

 

R: Il Kentucky. Racconta e contiene tante cose di quello che gli Stati Uniti sono: la gentrificazione, le zone rurali e le comunità molto unite. 

 

D: Ed è lo stato del Kentucky Derby!

 

R: E del bourbon (ride, nda). Ha inoltre una vita culturale, anche dal punto di vista letterario, più viva di quello che si possa pensare. Per quanto riguarda il libro, consiglio Anche noi l’America di Cristina Henríquez. In primo luogo, perché è scritto benissimo. In secondo luogo perché presenta tre punti di vista diversi, raccontando la storia di una famiglia latina immigrata in Delaware e le sue difficoltà di integrazione.  

 

D: Come la letteratura può aiutarci a capire gli Stati Uniti? 

 

R: In Italia (e in Europa) abbiamo sempre avuto una visione bidimensionale, piatta, degli Stati Uniti. Fino a circa quindici anni anni fa, la narrazione era dicotomica, manicheista: gli USA erano il Male o il Bene assoluto. Eventi come l’11 settembre ci hanno colto alla sprovvista, ma non solo: non li abbiamo saputi comprendere correttamente nemmeno negli anni successivi. Basti pensare alla questione del dislivello economico, per cui certe aree degli Stati Uniti hanno una qualità di vita inferiore a quella di luoghi da noi definiti Terzo Mondo. Insistiamo a considerare gli Stati Uniti come una nazione europea quando non lo sono. La letteratura invece è un veicolo di profondità, riesce a far coesistere realtà che appartengono a piani differenti, voci discordanti e dissonanti, micro e macromondi in contraddizione tra loro. Rappresenta uno strumento che racconta le storie delle persone. Personalmente, non potrei mai capire gli Stati Uniti solo attraverso il giornalismo: la letteratura è anche un fondamentale mezzo di conoscenza.

 

D: La letteratura, essendo un aggregatore di contraddizioni, può aiutare a colmare questa faglia interna agli USA, avvicinare le persone, spingerle a confrontarsi al di fuori delle eco chamber dei social network? 

 

R: No.

 

D: Quindi lei la pensa come Patrizia Cavalli: “le mie poesie non salveranno il mondo”. Potrei essere d’accordo con voi due …

 

R: (ride, nda). No, seriamente: la maglia della censura, anche sui libri per bambini, è troppo serrata. Libri che trattano tematiche definite “woke”, che danno spazio a rappresentazioni LGBTQ+ e persone POC sono osteggiati dal governo MAGA. Questo impedisce alla letteratura di instaurare un discorso collettivo.  

 

D: Torniamo alla prima domanda che le ho posto. Tra l’ennesima guerra in Medio Oriente, le politiche di deportazione degli immigrati, la sistematica violazione dei principi democratici da parte del Presidente Trump, oggi amare gli Stati Uniti è complesso, quasi impossibile. Lo chiedo a lei, che sull’affetto per questo paese ha costruito non solo la propria carriera, ma oserei dire il proprio percorso di vita: come possiamo conciliare questo amore con quello che gli Stati Uniti sono diventati?

 

R: Innanzitutto per amare gli Stati Uniti bisogna conoscerli. L’amore funziona abbracciando e contenendo diverse contraddizioni, è stratificato: caratteristica che condivide con la letteratura. E non è incondizionato. Da parte mia, quello che mi motiva e mi illumina nel corso dei miei viaggi sono le persone che incontro, non solo gli italiani che viaggiano con me ma anche gli americani che mi capita di conoscere. Le persone sono il vero valore aggiunto degli Stati Uniti. 

 

 

 Fonti

 

Foto1 da https://www.stefaniaciocca.it/2020/01/07/intervista-alla-mcmusa/ (data ultima consultazione 7/03/26 ore 16:59)