Simona Siri, giornalista classe 1969, è collaboratrice fissa di Vanity Fair e La Stampa; può inoltre vantare pubblicazioni presso The Washington Post e Vulture.
Oltre a quello per la scrittura, coltiva da sempre un altro grande amore: quello per gli USA e, in particolare, per la città di New York. Un amore ispirato da serie come Sex and The City e di film come Harry ti presento Sally di Nora Ephron e Manhattan di Woody Allen. Oggi Siri vive davvero nella città in cui se desideri svagarti puoi fare una passeggiata a Central Park (Siri lo fa in compagnia del suo Jack Russell, Ugo) o se hai voglia di un muffin puoi ordinarlo da Magnolia Bakery (i cui dolci a Siri non piacciono proprio). A New York abita con il marito americano Dan Gerstein, analista politico con un passato da speechwriter e communication strategist del senatore Joe Lieberman.
I due sono genitori di Ella Mae, bambina di origini afroamericane adottata quando aveva solo pochi giorni e che porta il nome della cantante Ella Fitzgerald e di Mae Jamison, prima donna afroamericana ad andare nello spazio. La loro vita, come quella di ogni coppia, è costellata da accordi e disaccordi (come quella sul burro di arachidi, grande passione di lui e fonte di repulsione per lei).
Quanto di discordante nei loro punti di vista è da addebitare alle diverse culture di origine? Siri e Gerstein hanno provato a rispondere a questa domanda con un libro, Mai Stati così Uniti, pubblicato nel 2020, che affronta macrotemi relativi alla società e politica statunitense passando dall’assicurazione sanitaria alla legge sul possesso delle armi, fino all’approccio al mondo del dating. Ogni capitolo è dedicato a un argomento, si apre con la voce di outsider di Siri e termina con quella local di Gerstein. Cinque anni dopo Mai Stati così Uniti Siri ci racconta come sia oggi la sua vita con un marito americano e cosa significhi avere Donald Trump come presidente (bis), ma soprattutto: saranno poi così tanto diversi da noi, questi americani?
D: Come nasce il suo amore per gli Stati Uniti e per New York?
R: Grazie ai film, alla letteratura. Anche alle serie tv. Ho conosciuto gli Stati Uniti da bambina, guardando Happy Days o La famiglia Bradford. Poi ho sognato New York con i film di Woody Allen e Nora Ephron o serie come Sex and the City. A circa vent’anni mi sono trasferita a Boston per un dottorato al MIT. Lì ho sperimentato la vita universitaria americana, vivevo con i miei coinquilini, un po’ in stile Friends. E mi sono innamorata. Mi sono innamorata degli Stati Uniti e della libertà che mi davano, dove libertà era l’idea che se non tutto, molto fosse possibile. C’era questa incredibile fiducia nel futuro e nelle capacità dell’individuo di sviluppare le sue potenzialità.
D: Come le è venuta l’idea di scrivere un libro sugli Stati Uniti, soprattutto con un formato così originale?
R: L’idea del formato è stata dell’editore. Vivendo qui l’idea di raccontare l’America e la New York che vedevo ogni giorno è sorta in maniera spontanea. Volevo farlo a modo mio, però: essendo sposata a un americano, mi trovavo in una posizione diversa rispetto a tante donne italiane che vivono a New York, trasferitesi per lavoro ma sposate a italiani. Potevo raccontare dettagli della società americana che non si colgono se si sta con un partner italiano: io e Dan abbiamo gli stessi valori ma sviluppati in maniera differente, e questa differenza deriva dalle nostre diverse culture di origine.
D: Per la sua esperienza, qual è la differenza più vistosa tra italiani e americani?
R: Il rispettivo atteggiamento verso la vita. Gli americani sono molto più individualisti: il loro non è egoismo, ma culto dell’indipendenza, dell’autonomia della persona. Per loro è fondamentale sapersela cavare da soli. Questa mentalità ha esiti concreti nella società: basta vedere le leggi in materia di armi o lo scarso potere dei sindacati. L’esempio più evidente di questa mentalità sono le assicurazioni sanitarie. Per noi italiani, questo sistema costituisce una fragilità, mentre per gli americani una possibilità di scelta che coincide con la forma più profonda di libertà.
D: Se dovesse riscrivere il suo libro oggi, cosa aggiungerebbe? O toglierebbe?
R: Ho finito di scrivere il libro nel 2020. All’epoca si era nel pieno di Black Lives Matter e tutte le grandi aziende avevano posizioni molto favorevoli alle minoranze, dai neri alla comunità LGBTQIA+. Con la rielezione di Trump si sono tutte schierate con le idee ultraconservatrici del presidente, abdicando alle loro stesse posizioni precedenti, che si sono dimostrate di facciata. Rappresentano un capitalismo interessato solo ai soldi nella maniera più esplicita e che accarezza le spalle al potere politico: Musk ne è un esempio. Se dovessi riscrivere il libro oggi parlerei sicuramente delle grandi aziende e di quanto siano cambiate le loro posizioni e la loro comunicazione in cinque anni.
D: A proposito di Presidenza: oltre a essere una donna italiana negli States, cosa significa essere mamma di una bambina afroamericana nell’America di Trump?
R: Le preoccupazioni ci sono. Mi chiedo come sarà il futuro di Ella, in un paese in cui Steve Miller, collaboratore del Presidente Trump, ha simpatie per il suprematismo bianco. Mi inquieta che stia ritornando l’idea degli Stati Uniti come paese solo per persone bianche. D’altra parte, penso alla teoria del pendolo che cita sempre Dan, quella secondo la quale gli Stati Uniti vivono di estremi e si spera che prima o poi il pendolo si stabilizzi al centro. Nel 2020 vigeva una cultura più favorevole alle minoranze: vogliamo chiamarla woke? Il ritorno di Trump e la proposizione del movimento MAGA hanno segnato un’oscillazione in senso opposto. Forse stavolta la situazione si capovolgerà nuovamente. L’elezione di Mamdani può rappresentare un segnale, un afflato socialista. Per quello che può essere il socialismo negli States.