Black and Italian: La pelle che ci separa di Kym Ragusa

Greta Luciani

Kym Ragusa nasce nel 1966, a New York, città che più di tutte negli Stati Uniti ha rappresentato il mito dell’America multiculturale, il luogo dove le composite identità migranti che costituiscono il tessuto sociale statunitense potevano mescolarsi e convivere in armonia nel leggendario melting pot. Eppure, è proprio la storia personale di Kym Ragusa a mettere in dubbio e frantumare la verosimilità di questo mito. Figlia di madre afroamericana e di padre italiano/americano, Ragusa racconta nel memoir La pelle che ci separa (The Skin Between Us in originale, 2006, ndr.) la sua esperienza identitaria transculturale e il percorso da lei compiuto per tentare di conciliare i suoi contrasti interiori, che da questa sono generati. 

 

1. Anatomia di una discordia: la storia degli americani italiani

2. Kym Ragusa: afro-italo-americana

3. La pelle che ci separa

4. Fonti

1. Anatomia di una discordia: la storia degli americani italiani

L'emigrazione italiana di massa verso gli Stati Uniti ebbe inizio a partire dagli ultimi due decenni dell’Ottocento, appena pochi anni dopo sia della fine della Guerra Civile statunitense che del Risorgimento italiano. Durò in maniera massiccia per circa quarant’anni, fin quando, alla metà degli anni Venti del Novecento, il governo statunitense diede una forte stretta all’immigrazione in entrata dall’Italia. Gli italiani che intrapresero il viaggio erano per lo più provenienti dal Mezzogiorno, poveri e privi di mezzi. In pochi si consideravano italiani e ancor meno ne parlavano la lingua. La loro dimensione identitaria rispetto alle origini era legata piuttosto alla provenienza regionale: parlavano dialetti locali ed erano fedeli ai propri paesani

Una volta giunti a Ellis Island, le proprie mani, il proprio sudore e la propria tenacia erano l’unico capitale a disposizione per inseguire il sogno di dignità e prosperità che li aveva nutriti durante la dura traversata transatlantica. Non potevano sapere che, in realtà, quel sogno non era a comoda portata di mano.

Nella mente degli statunitensi bianchi, gli immigrati italiani erano sinonimo di violenza, inciviltà e criminalità: una percezione legata al retaggio culturale relativo al divario economico e infrastrutturale tra Nord e Sud all’indomani dell’Unità e alle argomentazioni positiviste che ne conseguirono. 

Tale percezione era ancor più rilevante negli Stati Uniti, dove l’essere bianchi era un costrutto sociale e di classe, prima ancora che una caratteristica fisica. Infatti, gli italiani si trovarono catapultati in una nazione che aveva alle spalle una storia di colonialismo e schiavitù, sulla base della quale si era sviluppata una società in cui gerarchie razziali molto marcate definivano privilegi materiali e diritti asimmetrici

Gli italiani non furono esenti da tale esercizio di disuguaglianza e, di conseguenza, vennero etichettati dal governo statunitense come “dark white” (bianchi scuri, ndr.). 

Alla razzializzazione seguirono le stesse dinamiche oppressive che avevano riguardato in precedenza come vittime principali gli afroamericani. Tra queste gli epiteti razzisti, come “guinea”, uno degli insulti più diffusi nei confronti degli italiani: in passato, era stato usato per bollare come inferiori gli schiavi africani e i loro discendenti. Ancora: per decenni gli americani italiani furono vittime di linciaggi, tra cui quello del 14 maggio 1981 a New Orleans, uno dei più noti e sanguinosi nella storia degli Stati Uniti. Vi morirono ben 11 italiani, accusati di essere legati alla malavita organizzata e di essersi macchiati dell’omicidio del capo della polizia di New Orleans, David C. Hennessy. A questo evento, per di più, è legata la cristallizzazione di una delle stigmatizzazioni più limitanti per la comunità italiano/americana: l’associazione al mondo della criminalità, con gli americani italiani etichettati sistematicamente come mafiosi, un marchio che continua a impattare l’immagine degli americani italiani, anche per via della successiva fortuna hollywoodiana dei gangster movies.

Tutto questo si accompagnava a pratiche di segregazione di vario genere, come il rifiuto di condividere mezzi pubblici o episodi di esclusione di bambini italiano/americani da alcune scuole. Come se non bastasse, i media erano costellati da immagini caricaturali e intrise di razzismo sugli americani italiani, accompagnate da un largo uso di ulteriori epiteti razzisti come “dago” o “wop” (intraducibili, ndr.). 

Gli americani italiani reagirono a questa ondata di anti-italianismo sviluppando quella che è stata definita una “coscienza bianca”: costretti a intraprendere la via dell’assimilazione per sfuggire alla discriminazione etnica e accedere ai privilegi della casta. 

Una scelta che si lega anche al ruolo dell’Italia fascista nella Seconda guerra mondiale. Il giorno dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini agli Stati Uniti, nel dicembre del 1941, il governo americano annunciò a tutti gli immigrati italiani che non erano ancora ufficialmente cittadini americani l’obbligo di registrarsi come “enemy alien” (nemici stranieri, ndr.). Chi si rifiutò venne rinchiuso in campi di reclusione, presenti soprattutto in California. 

Nelle Little Italies di tutta la nazione si diffusero cartelli che recitavano “Non parlate la lingua del nemico. Parlate americano”. Di fronte ad attacchi di questo tipo, a nulla valse l’eredità che aveva visto gli immigrati italiani giocare un ruolo fondamentale nel movimento anarchico statunitense fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, né si sottolineò che alcuni antifascisti italiano/americani avessero marciato a fianco degli afroamericani per protestare contro l’invasione dell’Etiopia. 

Le stesse comunità italiano/americane scelsero di non politicizzare la propria etnicità e, in cambio del silenzio sulle proprie origini e sulla discriminazione subita, vennero progressivamente accolti dalla cultura dominante. In effetti, nonostante le discriminazioni subite, per il governo statunitense gli italiani non erano soggetti legalmente segregati: avevano accesso alla cittadinanza, diritto di voto e di possedere terre, potevano avere matrimoni liberi con cittadini di origini differenti. Bianchi scuri, ma pur sempre bianchi. O, secondo la definizione dello studioso italiano/americano Fred Gardaphé, “bianchi al guinzaglio” (Gardaphé, 2004:125).

Ciò che continuava ad assimilarli a livello socio-economico agli afroamericani era piuttosto la condizione abitativa. La povertà li spingeva a vivere in ghetti abitati da altri gruppi etnici svantaggiati, di cui la fetta più grande era rappresentata dai neri americani. Va ricordato, ad esempio, che una grossa parte della zona orientale del quartiere newyorkese di Harlem era abitata da numerose famiglie italiane/americane, tanto da meritarsi la denominazione di Italian Harlem

Tale vicinanza socio-geografica generò negli americani italiani la necessità di distinguersi. Raggiunta l’emancipazione economica, gli americani italiani si resero protagonisti di un massiccio spostamento verso le periferie, il cosiddetto white flight (fuga bianca, ndr.). Abbandonando man mano i ghetti cittadini e spostandosi in zone periferiche suburbane – ad esempio, il New Jersey – potevano smettere di essere associati agli afroamericani e completare la loro traiettoria di passing: in virtù del colore più chiaro della pelle, fingere di non avere un passato razzializzato e vivere come bianchi a tutti gli effetti.

Inoltre, nella loro narrazione di sé, gli americani italiani prendevano le distanze dagli afroamericani sottolineando come gli immigrati italiani avevano lavorato sodo e senza ricorrere a sussidi statali per guadagnarsi da vivere in America, al contrario delle persone di colore, che meritavano di essere afflitti da problemi socioeconomici per via di limiti nei loro temperamenti.

Nel corso dei decenni, questo posizionamento da parte degli americani italiani generò aspri attriti fra le due comunità, che rimanevano loro malgrado a stretto contatto in molte aree urbane. La tensione fra i due gruppi sfociò in episodi di violenza e omicidi, a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta. I più noti hanno avuto luogo nella città di New York: parliamo del pestaggio di Howard Beach, Queens, del 1986 e dei fatti di Bensonhurst, Brooklyn, del 1989 – eventi che hanno ispirato anche il film Do The Right Thing (1989) del regista afroamericano Spike Lee.

In entrambi i casi, la reazione di pancia di molti membri della comunità italiano/americana fu giustificare la violenza, spostando la colpa sulle vittime afroamericane, colpevoli di aver cercato di creare disordini in quartieri a maggioranza bianchi – sviando così lo stigma della criminalità verso l’altro razzializzato per eccellenza negli Stati Uniti.

A seguito dei fatti di Bensonhurst, un nutrito gruppo di intellettuali italiano/americani hanno deciso di interrompere questa tendenza. Sempre più voci si sono sollevate nello sforzo di riportare a galla ciò che fino a quel momento era stato taciuto, scegliendo di affrontare criticamente il passato, nel tentativo di far emergere una nuova, più onesta e stratificata narrazione dell’identità italiano/americana. In questo modo, si è cercato di combattere l’idea che tutti gli americani italiani fossero razzisti e, insieme, di spingere la comunità italiano/americana a riflettere sul proprio passato e sulle ingerenze di classe che gli hanno dato forma. 

Più di recente, negli anni Venti del Duemila, la rilettura e conseguente attacco alla figura di Cristoforo Colombo si è rivelato un nuovo tema caldo: da un lato, gli attivisti per i diritti delle minoranze che, sulla scia del movimento Black Lives Matters, hanno individuato in Colombo un emblema della mentalità colonialista bianca; dall’altro lato, la comunità italiano/americana, che storicamente ha fatto di Colombo un simbolo della genesi della presenza italiana in terra americana. Quando numerose statue raffiguranti Colombo sono state rimosse, molti americani italiani hanno dato voce alla propria indignazione, additando la mossa come anti-italianismo.

Tuttavia, nella comunità italiano/americana alcuni studiosi hanno cercato di segnalare come l’associazione tra Colombo e la migrazione italiano/americana fosse di base erronea, e che sarebbe stato meglio rivendicare la preservazione dell’eredità italiano/americana in altre vesti. Occorreva, insomma, distanziarsi dal mito e concentrarsi su altri, reali simboli della complessa storia migratoria italiano/americana.

 

2. Kym Ragusa: afro-italo-americana

La pelle che ci separa (2006) di Kym Ragusa si posiziona all’interno di questa complessa eredità, offrendo alle due comunità la narrazione in prima persona dell’esperienza di un’identità in bilico fra due mondi in conflitto. 

Scrittrice, saggista e documentarista, per tutta la sua produzione Kym Ragusa si è resa protagonista di una riflessione attenta, che le ha fornito strumenti per una rielaborazione artistica della sua esperienza personale. La sua carriera inizia nella cinematografia; gira, infatti, alcuni cortometraggi e due brevi documentari a tinte autobiografiche: Passing (1996) e Fuori/Outside (1997). La pelle che ci separa può essere considerata una sintesi dei temi esplorati in queste pellicole.

Per quanto riguarda la produzione di critica letteraria, alcuni suoi saggi sono apparsi in riviste letterarie e in antologie critiche di scritture femminili italiano/americane.

Nel 2025, insegna nel dipartimento di Women’s and Gender Studies del Massachusetts Institute of Technology, occupandosi di temi che spaziano dalla scrittura di saggi agli studi comparativi, passando per il rapporto tra gender studies e mito, tematiche ambientali, intersezionalità e rappresentazioni di disabilità.

Nel suo memoir, La pelle che separa, Ragusa fa emergere la sua ambivalenza rispetto a entrambe le comunità di origine: troppo nera per gli americani italiani, troppo bianca per gli afroamericani. Nel corso della vita ha lottato con continuità con la sensazione di non appartenere davvero a nessuno dei due mondi. 

In La pelle che ci separa Ragusa fa frequente riferimento a elementi identitari di entrambi i gruppi, grazie ai quali tratteggia la sua divisione interiore e le conseguenze meno evidenti delle dinamiche razziste, ma anche il suo personale tentativo di trovare una continuità che potesse aiutarla a orientarsi nell’etereogeneità. In particolare, in un’intervista al sito La Nota del Traduttore, Ragusa ha parlato del suo rapporto con la lingua italiana e con il cibo.

Racconta che da bambina non le è stato insegnato l’italiano, ma che lo sentiva parlare nella casa dei nonni paterni. Una testimonianza che riflette un punto fermo nell’esperienza delle seconde e terze generazioni di americani italiani, i quali venivano spinti a parlare solo inglese per favorire il processo di assimilazione. Ragusa racconta poi che, da adulta, ha tentato di imparare meglio la sua lingua d’origine, anche attraverso numerosi viaggi in Italia. Eppure, descrive una forte difficoltà nell’apprendere l’italiano, nonostante abbia avuto modo di studiare anche il francese e il tedesco, aggiungendo che: “imparare entrambe queste lingue è stato più facile che imparare l’italiano”. Riconduce questa difficoltà al trauma della perdita identitaria subita dalla famiglia, aggiungendo però che le parole in italiano e in dialetto siciliano ascoltate durante l’infanzia rimangono scolpite nella sua memoria.

Il legame con il cibo, invece, ha origine simile nella cultura italiano/americana e in quella afroamericana. A dispetto di tradizioni diverse, individua similitudini nella bassa estrazione sociale, nell’ambito della quale la povertà ha generato una tradizione di cucina umile. Quest’ultima accomuna i contadini e gli schiavi: con poco a disposizione, entrambi cercavano di racimolare ciò che potevano e “con quello nutrivano e davano sostentamento a intere generazioni”. Aggiunge, inoltre, che la cucina e la convivialità sono state uno dei pochissimi elementi a unire le due parti della sua famiglia, al di là di differenze e diffidenze. In particolare, in La pelle che ci separa descrive le sue nonne festeggiare il loro ultimo Giorno del Ringraziamento insieme. Una festa dal bagaglio storico e politico significativo negli Stati Uniti, di cui Ragusa conosce le criticità, ma che utilizza per tratteggiare l’immagine di due popoli che si incontrano per condividere il cibo, rispettandosi vicendevolmente.

 

3. La pelle che ci separa

Kym Ragusa apre La pelle che ci separa proprio con una fotografia che ritrae le due nonne durante il pranzo del Ringraziamento, nel 1996. Gilda – italiano/americana – e Miriam – afroamericana – sono figure chiave all’interno di La pelle che ci separa. Più di chiunque altro, incarnano le due anime che l’autrice tenta senza sosta di conciliare. Entrambe sono, più della madre stessa, figure materne che la crescono e la educano, secondo le rispettive culture e i contrapposti valori.

Ragusa utilizza il ricordo delle nonne per dare il là a una riflessione che ha come oggetto la sua stessa pelle: una pelle che incarna una differenza, ma che nella foto sembra poco più di un dettaglio. In fin dei conti, il colore è quasi lo stesso. Ma quel quasi è elemento chiave. Sebbene Kym riconosca delle somiglianze nascoste, che spinge per far venire a galla, in definitiva queste rimangono inconciliabili

La foto non è allora il ritratto di due donne unite da un legame di affetto o rispetto, né tantomeno la rappresentazione di un idillio raggiunto. I rapporti fra le due famiglie erano burrascosi e quel momento di convivialità costituiva un’eccezione, una delle pochissime occasioni in cui Gilda e Miriam erano riuscite a comunicare, in armonia. Tra le due donne, fatalmente morte pochi giorni dopo lo scatto, non ci sarà mai un vero e proprio rapporto basato sulla comprensione reciproca, a testimonianza di tensioni razziali destinate a durare ancora a lungo, anche dentro e fuori la famiglia protagonista di La pelle che ci separa.

La storia di La pelle che ci separa non è quella di una concordia raggiunta, ma un'auto-narrazione che ripercorre il rapporto che il soggetto Kym Ragusa ha con la totalità della sua eredità culturale, nel tentativo di rintracciare un accordo tra due frammenti di sé e produrre un equilibrio personale attraverso la pagina scritta.

Per questo, nel prologo, Ragusa sposta poi la narrazione su se stessa, mentre si trova su un traghetto che attraversa lo stretto di Messina: metaforicamente posizionata sulla soglia fra due mondi – l’Italia e l’Africa, ovvero le direttrici su cui viaggiano i rami del suo albero genealogico. In effetti, in La pelle che ci separa, Kym Ragusa dedica lo stesso spazio alle storie del lato italiano/americano e di quello afroamericano della famiglia, al contrario di altri memoir di soggetti americani birazziali, che sono soliti concentrarsi su uno solo di questi.

Da queste premesse, inizia il racconto a ritroso della sua vita. La pelle che ci separa ripercorre il percorso identitario di Kym Ragusa, necessario per comprendere la sua esperienza transculturale e poter poi tornare a guardare la sua pelle con occhi diversi.

I primi capitoli, ambientati durante i primi anni di vita di Kym, si svolgono negli anni Settanta ad Harlem. In quel periodo, Kym viveva con la nonna Miriam, mentre sua madre si era trasferita a Milano per inseguire una carriera da modella. Tra Miriam e la figlia il rapporto non era mai stato idilliaco, né la donna aveva mai approvato della relazione di lei con il padre di Kym, definito white trash (letteralmente ‘spazzatura bianca’, insulto comune rivolto verso i bianchi di bassa estrazione sociale, ndr.).

Ragusa ripercorre la storia personale della nonna Miriam, originaria di Los Angeles e con un passato di violenze sessuali e abusi alle spalle, eventi traumatici che dirottarono la traiettoria di una giovane e brillante donna. C’è spazio anche per il racconto della vita della bisnonna Mae, flapper dell’Età del Jazz dalla pelle scurissima, che durante il Rinascimento di Harlem viaggia per il paese e sposa cinque uomini. Dai racconti di questo periodo nasce in Miriam il mito di Harlem come Black Mecca, motivo per cui abbandona l’uomo con cui aveva avuto un matrimonio riparatore e porta la figlia – madre di Kym – con sé a New York. Durante l’infanzia di Kym, Miriam è un’attivista per i diritti degli afroamericani e la loro casa è luogo di incontri e feste, che Ragusa descrive con dovizia di dettagli. Il ritratto di Miriam in La pelle che ci separa è quello di una donna che ha creduto a lungo nei suoi sogni e ideali

Nei capitoli successivi il racconto si concentra sulla famiglia italiano/americana. Kym entra per la prima volta in contatto con la nonna Gilda, il nonno, le zie e le cugine paterne dopo che suo padre decide di riconoscerla e portarla a vivere con sé. È in questo momento della sua vita che Kym assume il cognome del padre, che la segnala come appartenente alla comunità italiana. Nonostante l’emblematicità del gesto e l’importanza del recupero simbolico della sua eredità italiano/americana, il rapporto tra Kym e suo padre rimarrà sempre distante, anche per via dei problemi di tossicodipendenza e di AIDS dell’uomo, reduce del Vietnam.

I “capitoli italiano/americani” di La pelle che ci separa sono ambientati tra Italian Harlem, il Bronx e il New Jersey. Il cambiamento continuo di scenario è testimone della messa in atto di white flight da parte della famiglia Ragusa, in un tentativo di scalata sociale che si dimostrerà fallimentare

La figura della nonna Gilda appare in estrema antitesi con quella di Miriam: assoggettata alle dinamiche familiari, interrompe anzitempo gli studi per sposarsi e passa la sua vita confinata tra le mura di casa. Una fotografia dura e cinica di una condizione comune a molte donne italiano/americane della sua generazione, la cui schiettezza è forse anche legata al rifiuto che la nonna Gilda ha sempre esercitato nei confronti della nipote Kym, per via di pregiudizi razziali. Proprio i pregiudizi sono per Ragusa la causa principale del contrasto fra americani italiani e afroamericani: se nonna Gilda prova vergogna mortale per la frequentazione fra il figlio e una ragazza afroamericana, apostrofata con un pesante insulto razziale, nonna Miriam non è da meno e descrive gli americani italiani come mafiosi e razzisti.

La pelle che ci separa cammina in costante ma precario equilibrio sulla tensione di Kym Ragusa fra il desiderio di recuperare la sua eredità italiano/americana, i suoi sentimenti contrastanti verso il razzismo della comunità italiana americana nei confronti di quella afroamericana e la sensazione di non appartenere davvero neanche a quest’ultima. 

Nell’epilogo ci troviamo di nuovo in Sicilia, con un ritorno al presente in cui la narrazione era iniziata. Alla luce del resoconto fatto, Ragusa ricorre all’immagine del mito di Persefone, molto popolare nei memoir femminili italiano/americani, proprio perché rappresenta la Dea che fa spola fra due mondi opposti e inconciliabili. Ragusa in La pelle che ci separa fa riferimento al mito come raccontato da Ovidio in Le metamorfosi: in questa versione, Persefone non viene costretta a muoversi fra i due mondi, ma sceglie per sé di farlo, cibandosi in segreto dei chicchi di melograno. Questa capacità di decidere del proprio destino è ciò che attrae Ragusa, come rivela nell’epilogo. Per questo, nell’epilogo sceglie di ri-narrare il mito, introducendolo con un proverbio siciliano, che recita “Cu bona reda voli fari, di figghia fimmina avi a cumincinari”, un’allusione all’idea secondo la quale una buona discendenza può avere origine solo da una donna. Si tratta di un richiamo alla genealogia personale di Ragusa: attraverso la sua figura, riesce a mescolare la storia delle sue famiglie e ad abbattere la distanza fra i due mondi, la cui eredità comune diventa “la perdita, la ricerca, la storia” che Ragusa, scrivendo La pelle che ci separa, si è presa la briga di ricostruire.

L’operazione di autoetnografia messa in atto in La pelle che ci separa è un sofisticato processo di riconciliazione con il proprio bagaglio identitario, nell’ambito del quale il tema della scrittura come strumento di analisi si rivela un’occasione di crescita personale

Il finale in cui Ragusa riesce a scendere a patti con la sua identità bi-razziale e a trascendere i suoi contrasti interni attraverso il mito di Persefone è una svolta che si configura come unicamente individuale e letteraria. Tuttavia, lascia spunti di riflessione più ampi, chiamando a raccolta l’intera comunità afroamericana e quella italiano/americana. La necessità di dialogo fra le parti viene sollecitata, utilizzando il corpo, la pelle di Ragusa come simbolo di un’unione ancora lontana, ma possibile.


4. Fonti

Di Maio, Cristina, The loss, the search, the story”: paradigma iniziatico e meditazione sull’identità afro-italoamericana in The Skin Between Us (2006), in Il Bildungsroman negli Stati Uniti: una storia problematica, Ácoma, 2022.

Gardaphé, Fred. “We Weren't Always White: Race and Ethnicity in Italian/American Literature”, in Leaving Little Italy, SUNY Press, 2004.

Guglielmo, Jennifer, Salerno, Salvatore, eds., Are Italians White? How Race Is Made in America, Routledge, 2003.

Romeo, Caterina, “Una capacità quasi acrobatica”, in La pelle che ci separa, Nutrimenti, 2008.

Scorza, Annamaria, “Kym Ragusa. Una pelle per riconoscersi”, in Altreitalie, 54, 2017.

Tomasulo, Victoria, Persephone’s Descent: Place, Race and Diasporic Self-Fashioning in The Skin Between Us, in Disentangling the American Patchwork Heritage, Jamit!, 2021. 

Agrosì, Dori, Intervista a Kym Ragusa, su La Nota del Traduttore (data ultima consultazione: 02/01/2026)

Gardaphé, Fred, Beyond Columbus: An Italian American Wake-Up Call, su i-Italy (data ultima consultazione: 02/01/2026)

Romeo, Caterina, La pelle che ci separa, su La Nota del Traduttore (data ultima consultazione: 02/01/2026)

Kym Ragusa, su MIT (data ultima consultazione: 02/01/2026)

 

Foto

Foto 1 da Italian Sons and Daughters of America

Foto 2 da La Voce di New York

Foto 3 da The Bowery Boys

Foto 4 da Italian American Writers Association

Foto 5 da Amazon

Foto 6 da Third World Newsreel