Pillole

Pillole di Memoriali a cura di Edward Loss e Laura Righi

Giotto, La Carità, 1306 ca., Cappella degli Scrovegni, Padova.

Dolce, una vita per i poveri

 

Il 26 aprile del 1300 gli ufficiali del Memoriali registrano il testamento di Dolce, una donna originaria di Firenze che ormai da tempo vive a Bologna. Nel documento viene identificata come hospitatrix pauperum, colei che ospita i poveri, dando loro assistenza: la sua doveva essere un’attività a tempo pieno e nota a tutti, visto che il notaio la identifica semplicemente con questo appellativo.

E infatti nel suo testamento Dolce stabilisce che i suoi beni devono essere destinati ai poveri e dedicati all’ospitalità dei bisognosi anche dopo la sua morte. Nemmeno i suoi eredi legittimi potranno rivendere le case di sua proprietà. La testatrice stabilisce molto chiaramente le condizioni: se le sorelle si trasferiranno a Bologna, potranno andare a vivere nella sua casa che si trova nella parrocchia di San Tommaso del Mercato (nella zona dell’attuale via Marsala), a patto che questa rimanga a uso dei poveri che vi sono ospitati. Se le sorelle dovessero dar loro fastidio, dovranno abbandonare la casa. 

P.P. e J. Dalle Masegne, Arca sepolcrale di Giovanni da Legnano (part.), ca. 1383, Bologna, Museo Civico Medievale

Cari libri


L'Università di Bologna richiamava in città da ogni parte d’Europa numerosi studenti, che in città dovevano procurarsi tutto il materiale necessario alla permanenza e allo studio, soprattutto i libri. Il 20 dicembre 1303, Benedetto acquista una copia del Digesto con l’apparato di Accursio, un testo essenziale per gli studenti di diritto civile, al prezzo di 150 lire di bolognini.

Come dimostra questo acquisto, essere studenti a Bologna era dunque piuttosto costoso: con la stessa cifra, Benedetto si sarebbe potuto comprare una casa in pieno centro città.

Beata Vergine del Soccorso, 1450-1460 ca., Chiesa di Santo Spirito, Firenze.

Figli ingrati

 

Il 2 maggio 1343, Ricia, residente nella parrocchia di San Lorenzo di Porta Stiera – nella zona delle attuali via Lame e via San Felice – detta il suo testamento.

Ricia vanta un patrimonio di tutto rispetto, i cui principali beneficiari sono alcuni enti religiosi locali e i suoi parenti più stretti. Tuttavia, non a tutti i figli Ricia riserva lo stesso trattamento: a uno, Alberto, la madre lascia solo 5 lire di bolognini e aggiunge, per mano del notaio, che Alberto non deve lamentarsi e deve accontentarsi,  perché l’ha sempre trattata male, offendendola verbalmente e ingiuriando sia lei, sia la famiglia.

Più fortunati, o forse più meritevoli, furono gli altri figli di Ricia, che, mantenuto l’affetto della madre, ereditarono case e lasciti in denaro decisamente più sostanziosi. 

Miniatura del XIII sec. che raffigura l’assedio di Gerusalemme, in Guillaume de Tyr, Historia, BNF ms FR 352 fol. 62.

I bolognesi che fecero l'impresa

 

Sulle crociate sono state scritte cronache, storie e racconti epici di cavalieri e re che partivano per esotiche missioni e conquiste. Ma a partire furono in molti e da ogni città.

Nel 1265, ad esempio, tre bolognesi Filippo, Giovanni e Giacomo sono in partenza per Mantova, per raggiungere un gruppo di crociati chiamati all’impresa da Urbano IV.

Come immaginare la scena di una partenza per la crociata? I nostri crociati bolognesi non sembrano essere in vena di festeggiamenti: li troviamo infatti tutti dal notaio, per la registrazione del proprio testamento. In caso di decesso durante la spedizione vogliono essere certi di aver lasciato la dote alla figlia in età da matrimonio, l’eredità al figlio o alla figlia che la moglie ancora ha in grembo, corredi e capi di abbigliamento alla moglie e una porzione di eredità ai figli ormai già indipendenti.

D’altronde, chi non farebbe testamento, immaginando di ritrovarsi in una situazione come quella qui raffigurata? 

Scena dal film Parenti Serpenti di Mario Monicelli (1992).

Parenti serpenti

 

Oltre a una solida formazione nell’arte della scrittura, nei protocolli notarili e nei concetti del diritto, alcuni notai addetti ai memoriali erano uomini di grande cultura letteraria e di elevato gusto poetico.

Nelle ore di minore attività presso il loro banco, questi riempivano copertine e gli spazi vuoti dei loro registri di terzine, quartine e poesie, di loro produzione o di celebri autori a loro contemporanei.

Un bell'esempio è quello offerto dal notaio Antonio Guidone da Argile del 1282, che con la sua ornata calligrafia dotò il suo registro di poemi d’amore, ma anche di satira e di vituperio, soprattutto quando si rivolgeva alla cognata:  

Oi bona gente, oditi et entenditi

la vita che fa questa mia cognata.

la vita ch’ela fa vui l’oridite

e, se ve place, vòilave contare.

A lato se ne ten sette gallete

pur del meglor per poter ben çoncare,

 e tutora diche che mor de séte

ensich’ a lato non se .l po' acostare:

né vin né aqua non la po' saçiare,

s’ella non pon la boch’ala stagnata” .

Per Deo, vicine mie, or non credite

 a quel che dice questa falsa rea.

L’altrier ch’eo la trovai fra le pariti,

et eo la salutai en cortexia.

‘Assai’ li dixi ‘donna, che faciti?’,

e ella mi respose villania.

Ma saço ben l’opera che facia:

no .l ve direi, ch’eo ne seria blasmata”.

“Oi soça puta, chi te conoscesse

e sapesse, com’ eo so, lo to affare!

(…)