Carlo Varotti - Senza madre né padre

L’eccezionalità solitaria dell’eroe

 

Il senso del percorso

 

Proponiamo un percorso di letture che prende le mosse da un personaggio celeberrimo della Gerusalemme liberata, Clorinda. Le antologie scolastiche in commercio propongono sempre l’episodio del suo duello contro Tancredi e le ottave bellissime e struggenti che raccontano la morte (e il battesimo in punto di morte) della sfortunata eroina pagana. Proponiamo qui alcune ottave meno frequentate dalla tradizione scolastica: quelle che raccontano le avventurose vicende della nascita e dell’infanzia della sfortunata eroina.

Tasso ricava tali vicende direttamente da un romanzo greco del IV-V d. C. (Le Etiopiche di Eliodoro) che ebbe molta fortuna nel Cinque e Seicento. La proposta di lettura che qui si delinea è estranea allo spirito erudito che spesso anima le indagini delle fonti letterarie di un testo. Operazione, beninteso, più che legittima nel contesto della ricerca scientifico-accademica, ma che in ambito scolastico può avere senso solo a condizione che risulti funzionale a disegni e logiche didattico/formative: che serva cioè ad attivare curiosità, procedimenti di lavoro e metodi (stante il fatto che tra le finalità dell’insegnamento liceale non è contemplata la formazione di piccoli ricercatori di materie letterarie…).

Il confronto con le Etiopiche ci mette a contatto con un testo altamente fruibile e molto interessante sul piano delle dinamiche dell’intreccio. Non a caso attrasse i teorici della narrazione della prima età moderna (e Tasso fu, come noto, ‘narratologo’ molto attento e consapevole), perché coniugava il meccanismo seriale delle peripezie della coppia dei giovani amanti con soluzioni di struttura narrativa non banali. Due fattori – serialità e intreccio - che sono chiavi interpretative utili a riflettere sulle forme della narratività seriale moderna e contemporanea, dal romanzo popolare alla serie televisiva.

Il presente percorso di letture, ha inoltre l’ambizione di offrire un’apertura metodologica verso altre discipline, riprendendo l’interpretazione del mito della nascita dell’eroe elaborato (in un intreccio tra antropologia, etnologia e psicanalisi) dalla scuola di Freud.

Sul piano didattico-formativo, si propongono letture che vogliono essere un esercizio di decrittazione e di interpretazione dei testi, che abitui lo studente alla ricerca di componenti narrative, culturali e simboliche di natura archetipica: avviandolo all’individuazione di componenti elementari, che funzionano come comuni denominatori narrativi che si pongono all’incrocio di testi non solo narrativi, ma anche mitici, religiosi e storiografici.

 

Testi e contenuti

 

Testo di partenza: Tasso, Gerusalemme liberata (XII, 21-41): Nascita e infanzia di Clorinda Link_1

Eliodoro, Le Etiopiche (dal libro V) - La nascita di Cariclea  Link_2

La leggenda della nascita di Sargon Link_3

Esodo, La nascita di Mosé Link_4

Livio, Leggende sulla nascita di Romolo Link_5

Otto Rank/S. Freud, Il mito della nascita dell’eroe Link_6

Machiavelli: Principe 6  Link_7

Vita di Castruccio Castracani Link_8

 

Brano 1 – L’infanzia leggendaria di Clorinda

 

Clorinda, l’eroina pagana amata dal cristiano Tancredi, è una delle figure più riuscite della Gerusalemme liberata.  Tasso racconta in più punti le sue imprese, dove dà prova di coraggio e generosità; finchè, poco dopo la metà del poema (nel canto XII, di cui è assoluta protagonista), si consuma la sua tragedia e la sua definitiva uscita di scena (verrà ricordata solo nel canto successivo, quando Tancredi, addentrandosi in un bosco che il mago ‘pagano’ Ismeno ha stregato, fuggirà sentendo la voce della donna amata che gli rimprovera di averla uccisa).

Scesa la notte, Clorinda decide di compiere una sortita per incendiare le torri d’assedio che i Crociati stanno costruendo (XII, ottave 1-7). Non indossa le sue solite armi, ma un’armatura brunita, per meglio nascondersi nelle tenebre. Ed è una scelta fatale: Tancredi, non riconoscendola, l’assalirà colpendola di una ferita letale (ottava 64). La morte di Clorinda è una delle scene più straordinarie della nostra letteratura, in un intreccio sensuale di amore e morte, in cui è proprio la bellezza struggente del corpo morente a rappresentare la natura intimamente inappagabile della passione: Tancredi può avere vicino e toccare quel corpo a lungo desiderato nel momento stesso in cui lo perde per sempre (ottave 66 e seguenti).

Proponiamo la lettura di un passo meno noto del canto (ottave 21-41), che precede la sortita dell’eroina.

Clorinda si è appena tolta la solita armatura, splendente di acciaio e argento, per indossarne una di color nero. L’avvicina allora l’eunuco Arsete, che aveva allevato Clorinda da quando era in fasce; quasi presago della morte imminente della donna la prega di rinunciare alla pericolosa impresa. Poiché Clorinda non desiste dalla sua intenzione, Arsete decide di svelarle il segreto della sua origine e del suo passato. Questo è il racconto del vecchio servitore (ottave 21-41).

 

Link_1_Clorinda

 

Nel momento in cui la vicenda dell’eroina musulmana sta per toccare, con la morte per mano dell’uomo che la ama, il momento di massima tensione narrativa, viene svelato (al lettore, ma anche al personaggio stesso) il mistero della sua nascita e di un’infanzia che si colora di tratti leggendari. Siamo di fronte a un meccanismo narrativo antichissimo, quello dell’agnizione, quando si viene a conoscere la vera identità di un personaggio, o si apprendono dati che ne mutano la fisionomia e il destino. L’agnizione è sempre prodotta da un imprevisto o da qualcosa di improvviso: la scoperta di un monile o di una lettera; l’apparizione di un nuovo personaggio che sa ciò che gli altri non sanno; oppure, come in questo caso, la confessione da parte di un personaggio di un segreto a lungo celato.

La rivelazione della verà identità di Clorinda fatta dal suo tutore Arsete, è carica di significato nel contesto di un’opera come la Gerusalemme liberata, animata da un intento edificante e da un evidente spirito di crociata, cattolico e antimusulmano (né va dimenticato che il poema è scritto negli anni di Lepanto), L’eroina è, in realtà, figlia di cristiani (appartenenti alla Chiesa ortodossa copta di Etiopia), e perciò in qualche modo predestinata a riabbracciare la fede cristiana (anche se ciò avverrà, come sappiamo, in punto di morte).

Ma ciò che più ci interessa è ora rilevare come Tasso si serva di elementi che attingono sia alla tradizione narrativa, che a suggestioni che richiamano aspetti ancestrali della figura dell’eroe, e che vanno perciò considerati su di un piano antropologico. Schematizziamo alcuni punti:

 

a) Tasso gioca sull’effetto-sorpresa dell’agnizione, che colpisce il lettore con qualcosa di imprevisto che rovescia le prospettive narrative del personaggio. La vicenda di Clorinda è direttamente ispirata a un romanzo greco della tarda antichità (Le Etiopiche di Eliodoro – vissuto nel III o IV secolo d. C.), che godette nel Cinquecento e nel Seicento di straordinaria fortuna, come modello di narrazione vivacissima, densa di colpi di scena, di agnizioni, di identificazioni ingannevoli, di attese deluse ecc. La vicenda di Clorinda acquista così una valenza che, pur rimanendo su un piano di sublime eroicità epica (Clorinda è figlia di re…), la illumina di bagliori romanzeschi: a partire dall’evento misterioso per cui la visione dell’affresco che rappresenta San Giorgio che uccide il drago causa il colore candido della pelle della nascitura Clorinda. Siamo dunque di fronte a un evento miracoloso ed eccezionale: Ma è un’eccezionalità tutta giocata, appunto, sul piano romanzesco: funzionale alla messa in moto di eventi e meccanismi imprevedibili e avventurosi.

Nell’utilizzo dell’episodio tratto da Eliodoro (vd. Brano 2 – Nascita e infanzia di Cariclea), che ispira direttamente la storia della nascita e dell’infanzia di Clorinda, bene si esprime l’equilibrio tra epica e romanzo caratteristico di Tasso; il costante tentativo del poeta di far coesistere la dimensione eroica e monolitica del racconto epico, con il gusto per la varietà, l’evento imprevedibile o curioso che è proprio della narrazione romanzesca.

 

b) La vicenda di Clorinda ha i caratteri dell’eccezionalità. Siamo di fronte a un’eroina dal passato misterioso (da dove viene? di chi è figlia?), che si rivela però avere anche tratti eccezionali. Ne individuiamo almeno tre:

1. Sulla nascita della bambina grava un mistero che attinge al miracoloso. Padre e madre sono di colore, ma la bambina nasce inspiegabilmente bianca. Il colore della pelle ha lo stigma della straordinarietà, che illumina l’eroe di una luce ambigua: è una figura la cui eccezionalità si accompagna a un destino di incertezza, al rischio tangibile della morte (la madre è costretta ad abbandonare la figlia, affidandola alle cure del servitore Arsete).

2. Clorinda è abbandonata alla nascita. È un elemento archetipico e ancestrale, a connotare l’eroe, quello di essere abbandonato alla nascita dai genitori, o perché il bambino è frutto di un’infrazione o di un tradimento, vero (è il caso dei gemelli Romolo e Remo, figli di una Vestale, votata alla verginità), o presunto (come l’incolpevole madre di Clorinda); o perché il bambino appare al mondo in un momento di tragedia collettiva (Mosè esposto per essere salvato dalla strage dei bambini ebrei maschi decretata dal Faraone): o perché grava su di lui un presagio nefasto (è il caso di Edipo, abbandonato perché, secondo un oracolo avrebbe, una volta adulto, ucciso il padre; o il caso di Ciro il Grande, il fondatore dell’impero persiano, che secondo il racconto di Erodoto [Storie, I, 108 e ss.], fu fatto esporre alle fiere selvagge dal nonno, il re dei Medi Astiage, che aveva sognato che il bambino, una volta divenuto adulto, lo avrebbe spodestato).

3. Il destino avventuroso ed eccezionale che connota la figura dell’eroe, si nutre di modelli narrativi ancestrali, sottoposti all’indagine dell’antropologia o allo studio della psicologia storica (che ha indagato i grandi archetipi narrativi e simbolici delle origini). Nel caso di Clorinda l’elemento magico/misterioso che troviamo in riti e leggende ancestrali dell’eroe è quello del bambino nutrito da un animale, la tigre che porge alla piccola Clorinda le sue mammelle. Tutti ricordano la lupa che nutre i piccoli Romolo e Remo: ma la lupa non è che uno dei tanti animali dei più antichi patrimoni leggendari che salvarono dalla morte l’eroe infante.

 

Testo 2 – Eliodoro, Le Etiopiche – L’origine di Cariclea

 

La storia della nascita e dell’avventurosa e misteriosa infanzia di Clorinda è stata direttamente ispirata a Tasso dalle Etiopiche di Eliodoro, l’ultimo in ordine di tempo (risale al IV/V secolo d. C.)  dei romanzi greci d’amore e avventura sentimentale dell’antichità. Ne possediamo in tutto cinque: Le avventure di Cherea e Calliroe di Caritone (il più antico, probabilmente del IV-III a. C.);  Anzia ed Abrocome di Senofonte Efesio (II secolo d. C.); Leucippe e Clitofonte di Achille Tazio (II secolo d. C.); Le avventure pastorali di Dafni e Cloe di Longo Sofista (III d. C.); e, appunto le Le Etiopiche di Eliodoro. Genere letterario nato dunque molto tardi, in piena età ellenistica, il romanzo greco era una forma minore e popolare di letteratura. Basata su plot narrativi elementari: due giovani si amano, ma una serie di peripezie (rapimenti da parte di briganti; naufragi; assalti di pirati ecc.) li tengono a lungo lontani, finché non riusciranno a ricongiungersi in matrimonio. Siamo di fronte al primo esempio occidentale di narrazione seriale accessibile anche per un pubblico di modesta cultura, attratto da meccanismi narrativi vivaci ma ben riconoscibili: piccole variazioni inserite su uno schema dato.  

Un discorso a parte merita però il romanzo di Eliodoro, che presenta le tipiche tematiche del romanzo sentimentale greco (colpi di scena; rapimenti; passioni e tradimenti: gli ingredienti insomma del Romance, il racconto avventuroso, estraneo alla precisa ambientazione storico-sociale che caratterizza invece il romanzo di impianto realistico, il Novel), ma inseriti in una struttura narrativa molto sofisticata, tanto che l’opera di Eliodoro fu ritenuta un importante modello narrativo per la cultura europea del tardo Cinquecento e del Seicento, soprattutto nell’ambito delle riflessioni sul rapporto tra epica e romanzo (e, tra gli altri, ispirò Cervantes, uno dei padri del romanzo moderno). Si spiega così il forte interesse di Tasso per Eliodoro, che inseriva le avventure dei suoi personaggi all’interno di una struttura simmetrica e unitaria (cosa che molto piaceva a Tasso, ossessionato dal problema dell’unità di azione del testo, pur conservando quella varietà delle avventure che il pubblico voleva). Le Etiopiche erano per Tasso un modello anche perché il romanzo di Eliodoro univa il gusto per il romanzesco con elementi di carattere eroico e sublime e con una non banale attenzione per i contenuti filosofici del testo.

 

[Per chi volesse approfondire l’argomento,  vd. W. Stephens, Tasso’s Heliodorus and the World of Romance, in The Search for the Ancient Novel, a cura di J. Tatum, Baltimora, John Hopkins U. P. 1994, pp. 67-87. Più ingenerale, per l’intreccio tra epica e romanzo, tra eroismo ed erotismo, che caratterizza la narrazione della Gerusalemme liberata (segnaliamo, tra i tanti testi possibili, S. Zatti, L’ombra del Tasso. Epica e romanzo nel Cinquecento, Milano, Bruno Mondadori, 1996)]

 

E’ il caso della vicenda della nascita della protagonista femminile delle Etiopiche, Cariclea: una vicenda che genera nel lettore lo stupore dell’inaspettato, ma che si inserisce su uno sfondo di nobili sentimenti, che esprimono una concezione eroica e aristocratica (estranea cioè alla quotidianità ‘borghese’) della vita.

Riportiamo l’episodio delle Etiopiche di Eliodoro che ha direttamente ispirato il racconto della nascita e dell’infanzia di Clorinda.

 

Link 2_Eliodoro: la nascita di Cariclea

 

Che l’episodio della nascita di Cariclea sia l’ipotesto (cioè il testo ispiratore) della vicenda di Clorinda, è dunque evidente. La figlia dei reali di Etiopia che nasce con la carnagione bianca perché la madre (nel momento del concepimento, o durante la gestazione) rimane fortemente colpita dalla vista di una fanciulla dalla pelle candida, raffigurata in un affresco.

Quello che invece manca nella narrazione di Eliodoro è il corredo di eventi miracolosi che accompagnano l’infanzia della bambina, che sono invece una componente fondamentale, come abbiamo visto, dell’infanzia di Clorinda (l’allattamento da parte di una fiera selvaggia; la miracolosa salvezza dalle acque, che depongono dolcemente la cesta che contiene la bambina sul greto del fiume). Sono, questi ultimi, particolari aggiunti da Tasso. Essi tuttavia non sono un prodotto originale della pur fervida fantasia del poeta, ma nascono da un gioco combinatorio che reimpiega particolari narrativi desunti dal patrimonio religioso e leggendario, della cultura classica e della cultura biblica (Romolo e Remo; Mosé; Edipo - che abbiamo ricordato sopra). In altri termini, la protagonista del romanzo di Eliodoro, da semplice eroina di romanzo, diventa con Clorinda una figura che si veste di tratti eroico-leggendari, che la accomunano ai grandi fondatori di stati, ai grandi eroi creatori di civiltà e nazioni.

 

Testi 3-5 – L’eroe ‘esposto’ al nascere.

 

C’è un tratto comune che caratterizza il racconto dei mitici fondatori di imperi, nazioni o religioni: l’avere avuto una nascita, e/o una prima infanzia, contrassegnata da un destino di morte, che solo circostanze eccezionali o miracolose hanno scongiurato.

È un tratto che accomuna leggende di fondazione che appartengono a popoli lontani geograficamente, o affermatisi in epoche molto diverse.

Confrontiamo alcune figure di grandi eroi/fondatori, recuperandone le vicende in alcuni dei testi più antichi dell’umanità.

 

Testo 3 – La leggenda della nascita di Sargon

 

Partiamo da uno dei testi più antichi di cui si abbia notizia, appartenente alla cultura sumerica, e pervenutici grazie a una serie di tavole di argilla cotta, scritte in caratteri cuneiformi, rinvenute a metà Ottocento nei resti del palazzo del re assiro Assurbanipal, a Ninive.

Le tavole, scritte in neoassiro, risalgono all’VIII secolo c. C:, e contengono la trascrizione/rielaborazione di un’antichissima legenda relativa alla nascita e alle imprese si Sargon di Akkad, vissuto tra il XXIV e il XXIII secolo a. C., fondatore del primo impero accadico, esteso in tutta la Mesopotamia.

Riproduciamo il testo nella traduzione di Paolo Gentili, che si è basato sul testo ricostruito (mettendo assieme tre diverse tavole assire) da Brian Lewis (The Sargon Legend, Cambridge, America School of oriental Research, 1980).

 

Link_3_La nascita di Sargon

 

Il testo autocelebrativo (il grande conquistatore/imperatore parla in prima persona) contiene la rassegna delle grandi imprese compiute da Sargon: ma la fondazione di un impero (sono ricordate grandi azioni generiche, montagne superate e terre conquistate; ma sono anche richiamati gli esatti toponimi delle conquiste: Tilmun; Der; Kazallu ecc.) non è che l’inizio di una creazione politica che si vuole gloriosa e lunga (il testo si conclude con l’auspicio che i successori seguano le orme del fondatore, compiendo le sue stesse imprese).

Ma ciò che ci interessa in questo testo remoto è la presenza di elementi che connotano la nascita e i primi anni di vista dell’eroe-fondatore. Tratti che ritroveremo in altre leggende di fondazione, che suggeriscono l’esistenza di un fondo mitico archetipico, un nucleo ancestrale di tradizioni e schemi narrativi che, come vedremo, hanno sollecitato la curiosità di studiosi di diverse discipline (oltre agli studiosi, intendiamo, di letteratura e di miti antichi).

Segnaliamo alcuni di questi tratti, che abbiamo riscontrato nella leggenda della nascita e infanzia di Clorinda, e che ritroveremo in alcune leggende di fondazione celeberrime (quella di Mosè e quella di Romolo e Remo). Vediamo alcuni tratti:

1 Sargon è figlio di una alta sacerdotessa, ma questa ascendenza di nobiltà e grandezza ha anche i tratti dell’illegittimità (Sargon non conosce l’identità del padre). È questo un elemento comune con la leggenda della fondazione di Roma, con Romolo e Remo figli di una sacerdotessa vestale, e perciò stesso illegittimi (essendo le vestali votate alla verginità). La figura di Clorinda in Tasso in parte realizza questi tratti: la madre è nobilissima, una regina. Non è figlia illegittima, ma tale sarebbe ritenuta dal padre e dalla comunità, in quanto bianca in un popolo di neri; dunque vittima del medesimo stigma che la condanna all’abbandono.

2. Sargon viene messo in una cesta di vimini bitumata e affidato al fiume – Tratto che ritroveremo nelle leggende di fondazione di Mosè, narrata nell’Esodo, e nel racconto dell’abbandono di Romolo e Remo in Tito Livio. Parliamo di leggenda di fondazione non solo per Romolo e Remo, ma anche per Mosè il fondatore della ‘nazione’ ebraica: il profeta che trasforma un gruppo di famiglie (i semplici legami privati della consanguineità e del clan) in un popolo, che si riconosce in riti e tradizioni comuni (la Pasqua, la più importante e ‘identitaria’ delle festività ebraiche, celebra appunto le vicende mosaiche della fuga dall’Egitto).

3. Il bambino è salvato dal fiume stesso (che nel racconto di Sargon assume connotati animali, di essere vivente: «mi trasportò sulla sua groppa»). Il particolare ricorda di nuovo sia Mosè (salvato dalle acque del Nilo, e dolcemente depositato sulla riva melmosa del fiume), che la leggenda di Romolo e Remo, affidati in una cesta al Tevere, e deposti dal fiume sulla riva nei pressi del ‘fico ruminale’, il fico selvatico che, trapiantato su Palatino, sarà per secoli oggetto di culto. Si ricorderà che il motivo del fiume che non tocca, o addirittura protegge, il bambino, ricorre nel racconto di Clorinda (ottava 35, vv. 5-8), quando Arsete, ormai vinto dalla forza del gorgo del fiume, abbandona la presa sulla bambina, che viene però salvata dal fiume stesso («Ti lascio allor, ma t'alza e ti seconda / l'acqua, e secondo a l'acqua il vento spira,/ e t'espon salva in su la molle arena;  /  stanco, anelando, io poi vi giungo a pena»).

4. L’eroe, esposto o abbandonato al nascere, perdendo il proprio status sociale, viene allevato da persone di umile condizione. Un tratto che ritroveremo anche nella leggenda della fondazione di Roma, con Romolo e Remo, cresciuti dal pastore Faustolo, che li aveva trovati.

 

Testo 4 – Esodo: la nascita di Mosè

 

Riportiamo i primi due capitoli dell’Esodo (secondo la traduzione approvata dalla C.E.I. – Conferenza Episcopale Italiana - del 2008).

 

 Link_4_ Esodo_Mosè

 

Abbiamo già segnalato in più occasioni i tratti narrativi che caratterizzano i primi passi dell’eroe nel mondo all’insegna dell’eccezionalità e del pericolo.

Sul capo di Mosè pende un destino di morte (pur trattandosi di un destino non individuale, ma condiviso con tutti i bambini maschi ebrei nati in quel periodo in Egitto). Anche Mosè viene esposto; affidato al fiume all’interno di un cesta resa impermeabile dal bitume.

Anche in questo caso il fiume (simbolo antichissimo di vita: nel duplice valore simbolico dell’acqua e dello scorrere) svolge un ruolo essenziale nella sopravvivenza dell’eroe, che infatti è “tratto dalle acque” (che il nome stesso di ‘Mosè’ significhi ‘tratto’ o ‘salvato’ dalle acque è per altro una diffusa etimologia, attestata anche dallo storico Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche, II, 9, 6).

Connotato fondamentale dell’eroe è che la sua condizione di privilegiato venga tuttavia in qualche modo annullata, e l’eroe dovrà attraversare prove e pericoli per affermare se stesso. È quanto succede anche a Mosè, che viene accolto nella famiglia reale, dalla figlia stessa del Faraone; ma che perde ogni diritto e privilegio di classe quando, uccidendo un egiziano che percuoteva un ebreo, viene condannato a morte dal Faraone e costretto a fuggire come un fuorilegge.

 

Testo 5 – La leggenda di Romolo

 

L’ultimo tra i grandi eroi fondatori di cui vediamo la leggenda della nascita e dell’infanzia è Romolo; nel notissimo racconto che ne fa lo storico latino Tito Livio, che riprese e riorganizzò narrativamente alcune delle leggende tradizionali sull’origine del fondatore di Roma.

Riportiamo un passo tratto dai capp. 3 e 5 del I libro della Storia di Roma.

Livio ha appena indicato la successione dei re di Alba Longa, la città fondata dal figlio di Enea, fino al regno del re Aventino, che morendo lascia il regno al figlio Proca.

 

Link_5_Romolo

 

Non occorre insistere molto sui particolari narrativi legati alla leggenda della nascita di Romolo, che ripropongono i particolari già evidenziati nei testi (sia leggendari o religiosi che letterari, incontrati fin qui): l’origine nobile ma illegittima; la decisione di farlo morire per non mettere in pericolo il potere del re; l’abbandono del fanciullo nelle acque all’interno di una cesta incatramata; l’incolumità del’eroe non ucciso dall’acqua; l’allattamento miracoloso da parte di un animale; l’adozione e la crescita dell’eroe presso una famiglia di umile condizione.

Notiamo solo che Livio, nel riassumere in poche pagine le tante leggende che circolavano su Romolo, attua un’evidente operazione di razionalizzazione del mito:

- Livio osserva che la discendenza da Marte può essere un un’invenzione della colpevole Vestale, che contava in questo modo di diminuire il disonore che le deriva dalla maternità illecita.

- Lo storico ipotizza come plausibile che ad allattare i due gemelli non sia stata una lupa, ma una prostituta (che il termine venisse impiegato nella Roma arcaica per designare la prostituta sembra confermato dal termine ‘lupanare’ [lat. lupanaris], che appunto indica il postribolo).

La razionalizzazione del mito operata da Livio sarà ben presente a Machiavelli (si vedano i testi 7 e 8 di questo percorso), che infatti ad essa allude nell’incipit della Vita di Castruccio Castracani (vd. Testo 8), che conosceva molto bene la storia di Livio (analizzato e interpretato a fondo nei Discorsi): a indicare la consapevolezza che Machiavelli aveva del nesso tra racconto leggendario, narrazione letteraria e interpretazione del mito come espressione in forma di racconto di valori, ideali e saperi.
 

Testo 6 - Otto Rank/ Sigmund Freud, La leggenda della nascita dell’eroe

 

Il fatto che popoli molto lontani nel tempo e nello spazio possedessero un patrimonio di leggende con molti tratti comuni (si pensi motivi leggendari come il diluvio universale o altri racconti che la tradizione biblica condivide con leggende di popoli non legati da alcun contatto apparente con il Medio-oriente mediterraneo e la cultura ebraica), attrasse gli studiosi di etnologia e di antropologia, le discipline (nate nel XIX secolo) che studiano le caratteristiche dei popoli, allo scopo di interpretarne in maniera organica e coerente riti, credenze, e norme morali e comportamentali.

In particolare, l’esistenza di tratti comuni riguardo la nascita e l’infanzia di eroi/fondatori (che abbiamo verificato nei testi precedenti) portò nel corso dell’Ottocento all’elaborazione di varie teorie. Noi abbiamo ricordato sopra agli esempi di Sargon, Mosè, Edipo e Romolo, ma l’elenco può essere allargato: dalla nascita dell’eroe Karna (nel poema indiano Mahabharata, frutto di una quasi millenaria elaborazione, databile dal IV secolo a. C. al IV secolo d, C.), che ha molti tratti in comune con la leggenda di Sargon; il greco Eracle; gli eroi antico-germanici Sigfrido e Lohengrin. Alcuni studiosi del XIX secolo parlarono di una “Comunità primitiva”, un ancestrale gruppo umano che elaborò un nucleo originario di leggende che diramarono nelle molteplici tribù e comunità della specie. Altri pensarono ad antichissimi fenomeni migratori.

Una strada interpretativa del tutto nuova seguì la scuola psicanalitica fondata e fiorita attorno a Freud. Fu uno dei suoi allievi, Otto Rank (1884-1939), che pubblicò nel 1909 (nella collana «Scritti di Psicologia applicata», fondata e diretta da Freud nel 1907) uno studio straordinariamente penetrante, che tentava di spiegare il fenomeno di tali archetipi narrativo-leggendari comuni adottando le teorie del fondatore della psicanalisi.

Il libro di Rank veniva pubblicato in un momento di grandissima vitalità culturale della scuola psicanalitica viennese, che si stava aprendo ad altri campi disciplinari (come l’arte e la letteratura, lo studio delle religioni e della mitologia). Lo stesso Freud nel 1913 pubblicherà un testo capitale come Totem e tabù, in cui adotterà le acquisizioni della psicanalisi per spiegare fenomeni studiati dall’antropologia (come il tabù dell’incesto o le forme religiose primitive del Totemismo e dell’animismo).

 

L’analisi di Otto Rank parte dal presupposto che i sogni e i miti abbiano un tratto psichico comune. Egli riprende le teorie di una delle prime, e tra le più celebri, delle opere di Freud (L’interpretazione dei sogni, 1899), richiamando in particolare il nesso famoso, stabilito da Freud, tra la leggenda di Edipo (che uccide il re di Tebe Laio e ne sposa la moglie Giocasta, senza sapere che i due sono i suoi veri genitori) e il sogno, che molti fanno, di uccidere il padre e di avere rapporti sessuali con la madre. Un dato che rivela, scrive Rank, «l’intima parentela che si rivela tra sogno e mito» e che mostrerebbe come «legittima l’interpretazione del mito come ‘sogno collettivo’ del popolo».[1] Ambedue sarebbero cioè l’espressione di forze pulsionali inconscie, che non possono assurgere a consapevolezza (avrebbero esiti devastanti per la coscienza dell’Io), ma che si esprimono così in forma indiretta: sul piano dell’individuo attraverso il sogno, sul piano della dimensione collettiva attraverso miti e leggende in cui il gruppo trasferisce, rendendole accettabili, paure e pulsioni comuni.

Proponiamo la lettura di un brano in cui Rank attribuisce l’origine del mito dell’eroe abbandonato dalla famiglia. Nella sua analisi Rank utilizza un ampio stralcio di un’opera di Freud del 1908, Il romanzo familiare dei nevrotici (per questo abbiamo indicato come autori del brano sia Rank che Freud), in cui si parte dal presupposto che l’analisi delle fantasie degli psiconevrotici consenta di indagare i meccanismi attraverso i quali agiscono gli impulsi infantili. Sono infatti i nevrotici che, secondo Freud, conservano anche da adulti meccanismi tipici della vita psichica infantile, cosicchè le loro fantasie risultano simili alle esagerate riproduzioni delle fantasie infantili. Ma se sogni e fantasie dell’individuo corrispondono per forme e funzioni ai miti dei popoli, allora indagando le fantasie infantili dei nevrotici è possibile risalire alle fantasie collettive che hanno prodotto gli antichi miti.

Riproduciamo un passo tratto dal terzo e ultimo capitolo del saggio. Rank ha appena rilevato che «negli psiconevrotici gli impulsi infantili mantengono la loro intensità», ma che solo grazie al metodo psicanalitico (che cerca di fare emergere le manifestazioni dell’inconscio) è possibile arrivare a individuare tali impulsi…

 

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Testi 7-8 L’eroe leggendario di Machiavelli

 

A uno straordinario lettore del mondo antico e delle sue testimonianze storiche, come Machiavelli, non poteva sfuggire il carattere archetipico di una tipologia dell’eroe che associava la sua nascita, o la sua prima infanzia, ad aventi fuori norma e miracolosi, che assegnavano all’individuo lo stigma dell’eccezionalità.

Ovviamente Machiavelli non aveva a disposizione gli strumenti dell’analisi antropologica, che analizza i contenuti di riti, leggende e credenze, alla ricerca di tratti comuni alle diverse civiltà; ma c’è qualcosa che sembra anticipare la sensibilità del filosofo settecentesco Gianbattista Vico, che attribuiva agli antichi una forma particolare di intelligenza della realtà, che non si esprimeva attraverso l’analisi razionale, scientifica e filosofica, delle cose, ma affidava al racconto mitico l’espressione di particolari ‘verità’ (si trattasse dell’origine del mondo; o delle norme morali, o delle regole su cui fondare la convivenza della comunità ecc.).

Si pensi al Machiavelli che, nel capitolo 18° del Principe, parlando della violenza come componente ineliminabile della politica, cita la figura del Centauro Chirone che educò il giovane Achille. Un vero e proprio emblema (una figura che rappresenta visivamente un concetto), che gli antichi usavano per esprimere ‘copertamente’ (cioè non in maniera diretta, ma per via di metafora) una convinzione:

 

Per tanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo. Questa parte è suta [stata] insegnata a’ principi copertamente dalli antichi scrittori; li quali scrivono come Achille, e molti altri di quelli principi antichi, furono dati a nutrire a [furono fatti educare da] Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi. Il che non vuol dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura; e l’una sanza l’altra non è durabile.

 

C’è nello spirito del Principe una celebrazione dell’eroico, dell’eccezionalità dell’individuo capace di plasmare creativamente la realtà, che trova espressione soprattutto nell’incipit del cap. 6°.

È una delle pagine più alte del trattato. Machiavelli sta dicendo al principe che il suo comportamento non può fondarsi su modelli mediocri; egli potrà invece realizzare grandi progetti solo se saprà guardare a modelli eccelsi: non per realizzare opere di eguale grandezza, ma per organizzare il suo agire sulla base di aspirazioni altissime. È, quello di Machiavelli, un discorso sull’ambizione umana alla grandezza caro alla sensibilità umanistica, che affermava la necessità di ‘dialogare’ con i grandi del passato per uscire dalla miseria della banalità e del quotidiano, che deprime ogni grande aspirazione dell’individuo. Machiavelli (grande creatore di metafore e di immagini potentemente concrete) lo esprime con l’immagine dell’arciere, che quando deve colpire un bersaglio lontano alza la mira, non perché il suo bersaglio sia in alto, ma perché, sfruttando la traiettoria a parabola, può scagliare più lontano la sua freccia. I ‘bersagli’ ai quali il principe deve guardare, scegliendoli come modelli, sono le figure altissime dei grandi fondatori di imperi, stati o di religioni: Romolo fondatore di Roma; Ciro fondatore dell’impero persiano; Mosè legislatore e guida spirituale e politica degli Ebrei; Teseo, che riunì gli Ateniesi dispersi in una città.

Leggiamo l’incipit del cap. 6°:

 

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Abbiamo già incontrato tre dei personaggi che Machiavelli cita in questo capitolo; e ne abbiano parlato a proposito di alcuni dei tratti ‘straordinari’ che segnarono la loro nascita.

Sia Romolo, che Ciro, che Mosè furono esposti al momento della nascita: destinati cioè a perire, o perché frutto di un amore illecito (Romolo e Remo figli di una sacerdotessa vestale); o perché accompagnati da presagi distruttivi (Ciro, che avrebbe preso il potere rovesciando la dinastia regnante); o perché appartenenti a un popolo condannato dai detentori del potere (Mosè, che doveva morire come tutti i figli maschi degli Ebrei schiavi in Egitto).

Quello che preme qui osservare è come Machiavelli raccolga questi elementi, appartenenti al passato ancestrale e alle leggende di fondazione di grandi popoli del mondo antico (Romani; Persiani ed Ebrei) e ne colga alcuni elementi archetipici, individuati come particolari inerenti alla narrazione del mito.

L’eccezionalità di quegli eroi fondatori diventa così un vero e proprio motore narrativo in una delle opere più misteriose e inafferrabili di Machiavelli, La vita di Castruccio Castracani.

 

L’opera - Nell’estate del 1520 (quando si trovava a Lucca con un incarico amministrativo di piccola importanza) Machiavelli decise di comporre una breve operetta sulla vita di Castruccio Castracani (1281-1328), che era stato signore di Lucca tra il 1316 e il 1328. Ghibellino, il Castracani era stato acerrimo nemico dei Fiorentini, ai quali aveva inflitto due memorabili sconfitte nelle battaglie di Montecatini (1315) e Altopascio (1325). La stesura dell’operetta è probabilmente legata alla necessità di dare prova delle proprie capacità di scrittore di storia, in vista dell’incarico ufficiale da parte del Comune e della famiglia Medici (gli sarà assegnato pochi mesi dopo) di scrivere una storia di Firenze (sono le Istorie fiorentine, l’ultima opera di Machiavelli, che verrà terminata nel 1525).

 

Con la Vita di Castruccio Castracani però ci troviamo solo apparentemente di fronte a un’opera storiografica. Machiavelli costruisce un testo apertamente ispirato al modello delle ‘biografie esemplari’ di Plutarco (l’autore, da lui amatissimo, delle Vite parallele), che raccontano le vite dei grandi eroi in uno stile vivace, non disdegnando l’aneddotica e la raccolta dei ‘detti memorabili’, le frasi famose del biografato, che lo scrittore riporta a testimonianza dell’intelligenze e dell’acutezza del personaggio.

Ma Machiavelli non si limita a confezionare una biografia narrativamente vivace; compie infatti un’operazione di aperta falsificazione dei fatti storici (che pure poteva trovare senza difficoltà in molte cronache, a partire dalla famosa Cronica di Firenze di Giovanni Villani), alla ricerca non solo di efficaci effetti (ad esempio fa morire Castruccio per una malattia fulminante contratta poche ore dopo una vittoria decisiva), ma che anche gli consentirono di trasformare la figura di Castruccio in una sorta di principe ideale, perfetta incarnazione dell’uomo politico, sagace, energico e spregiudicato indicato pochi anni prima come modello nel Principe. Su questo sfondo, Machiavelli fa propri alcuni degli aspetti archetipici del racconto leggendario della nascita dell’eroe, proiettando così il suo personaggio (un principe abile e spregiudicato, ma tutto sommato una figura minore della storia) in una sfera mitica; ma lo fa attraverso un meccanismo che potremmo definire subliminale, che mentre finge la forma canonica della storiografia, induce il lettore ad accostare il personaggio ai grandi eroi fondatori/creatori, suggerendo tra lui e loro un comune destino.

L’operetta comincia con un’interessante operazione di falsificazione. Figlio legittimo di una delle più cospicue famiglie ghibelline di Lucca, Castruccio figura, nel racconto machiavelliano, un trovatello. Nel racconto che apre la fantasiosa biografia Machiavelli introduce infatti alcuni particolari comuni alle leggende dei grandi fondatori di stati (si ricordi che nel cap. 6 del Principe – vd. testo n. 7 – aveva esplicitamente citato Romolo e Mosè, oltre a Ciro e Teseo).

La figura di Castruccio Castracani viene così proiettata su un ideale sfondo eroico, che lo apparenta con i grandi eroi leggendari che lasciarono una traccia profonda nella storia.

Riproduciamo l’incipit dell’operetta.

 

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Che il Castruccio trasferisca sul piano narrativo l’esemplarità di comportamento politico sottesa al Principe è bene indicato dalla dedica che apre l’operetta, dove Machiavelli riprende alcuni dei temi più significativi del suo trattato, a cominciare dalla riflessione sul rapporto tra virtù e fortuna, posto quasi in chiusura del Principe (cap. 25°). Un tema che poneva una quesitone filosofica dirimente: in quale misura l’uomo, contando sulle proprie forze (coraggio, intelligenza, energia: le doti che complessivamente Machiavelli denomina virtù)  può realizzare i propri progetti, senza essere travolto dalle circostanze esterne (la fortuna)?

L’archetipo narrativo della nascita dell’eroe, che incontra difficoltà e prove terribili prima di poter affermare se stesso e la propria volontà – che Machiavelli aveva ben presente, desumendoli dai grandi storici della classicità (Livio e Plutarco soprattutto), e dalla Bibbia - viene razionalizzato: il racconto della nascita dell’eroe vuole dimostrare lo strapotere della fortuna, cioè la consapevolezza delle difficoltà insormontabili che caratterizza ogni grande azione umana.

Il ricorso agli archetipi narrativi leggendari della nascita dell’eroe, compiuta da Machiavelli, si inserisce all’interno di un testo che, come si è detto, formalmente appare un testo storiografico. Ma all’interno di esso la narrazione della nascita dell’eroe acquista i caratteri di un puro racconto letterario. La narrazione del ritrovamento del bambino abbandonato dentro una cesta (particolare ricorrente: da Mosè, a Romolo, e ripreso dal Tasso nell’episodio di Clorinda) sembra davvero l’incipit di una novella («Occorse che andando una mattina poco poi levata di Sole madonna Dianora […] a spasso per la vigna…»). Al racconto di intrattenimento rimanda poi la tecnica di rallentamento e di dilatazione dei gesti e delle azioni, con cui Machiavelli narra il momento preciso del ritrovamento del bambino («sentì frascheggiare […] rivolti verso quella parte gli occhi, sentì come piangere. Onde che, tiratasi verso quello romore, scoperse le mani e il viso d’uno bambino…»).

 

18 ottobre 2021

 

 


[1] O. Rank, Il mito della nascita dell’eroe, Milano, Sugarco, 1978, p. 24.