Traduzione italiana, a cura di Sive Natura, dell'intervista a Pierre-François Moreau realizzata dal BAAS a proposito della nuova avventura editoriale dei Nouveaux cahiers Spinoza
In occasione della nascita dei Nouveaux cahiers Spinoza, il cui primo numero sarà prossimamente pubblicato dalle edizioni Classiques Garnier, facciamo un passo indietro con Pierre-François Moreau sulla storia dei primi Cahiers Spinoza, che questo progetto editoriale si propone di continuare. Il legame dei Cahiers, vecchi e nuovi, con l’Association des Amis de Spinoza (AAS) rende ben evidente perché il Bulletin de l’AAS voglia tornare sulle circostanze, gli attori e l’obiettivo di questo lavoro collettivo, la cui importanza negli studi spinozisti è indubbia. I suddetti Cahiers, pubblicati dalle edizioni Réplique fra il 1977 e il 1991, consistono di 6 numeri e mettevano insieme articoli redatti da ricercatori da tutto il mondo, fra i più grandi specialisti di Spinoza. Pierre-François Moreau, che ha giocato un ruolo di primo piano tanto nella loro pubblicazione quanto nella creazione dell’AAS, risponde alle nostre domande.
Traduzione dal francese di Alessandro Bressi
BAAS: Potresti raccontarci in che circostanze sono nati i Cahiers Spinoza?
Pierre-François Moreau: nel 1975 avevo pubblicato il mio primo libro su Spinoza nella collana Écrivains de toujours. L’anno successivo, ho ricevuto una lettera da Albert Igoin, che lo aveva letto e ci aveva messo un po’ di tempo a trovare il mio indirizzo. Aveva fondato una casa editrice, Replique, dove pubblicava soltanto una rivista, Psychanalyse à l’Université, insieme a Jean Laplanche e Pierre Fédida. Voleva incontrarmi perché era stato colpito da una nozione che impiegavo al tempo, quella di “spazio teorico”. Durante il nostro primo incontro mi dice di voler fare qualcosa in occasione del terzo centenario della morte di Spinoza, che cadeva nel 1977; pensava a una rivista, ma non conosceva autori che avrebbero potuto lavorarvi. Aveva appena letto Martial Gueroult e ne era rimasto affascinato. Io gli ho suggerito di leggere anche Matheron e ci siamo detti che quest’ultimo doveva assolutamente far parte del comitato di redazione, sia in virtù della sua produzione sia per rappresentare simbolicamente lo spirito di Gueroult, che era da poco scomparso. Questi due nomi rappresentavano una scelta, una presa di posizione nell’universo intellettuale delle letture francesi di Spinoza. Infatti, tutta una parte del XIX secolo si era ostinata a denunciare lo spinozismo come una forma di “panteismo”, mentre un’altra, al fianco di Taine e di qualche altro, a incasellarlo nelle differenti varianti del positivismo; all’inizio del XX secolo, invece, Léon Brunschvicg ne aveva fatto un discepolo di Descartes – del suo Descartes – e questa era l’immagine che, in sostanza, si era consolidata. Dopo, praticamente nient’altro: il XX secolo, fino agli anni ’60, era stato terribilmente arido in materia di studi spinozisti. C’erano state alcune eccezioni, certo: il libro di Delbos (Spinoza et le problème moral, 1893) che era stato il primo e, per molto tempo, l’ultimo a parlare della politica di Spinoza; quello di Pierre Lachièze-Rey (Les origines cartésienes du dieu de Spinoza, 1932), «il primo ad affermare che tra “natura naturans” e “natura naturata” non c’è divaricazione, ma che costituiscono una sola ed unica natura»[1]; la traduzione di Charles Appuhn, forse limitata ma seria; le ricerche di Madeleine Francès sul milieu di Spinoza (ma che non arrivavano a trattare Spinoza stesso). È poco. Il resto consisteva, da un lato, nella visione riduttiva di uno Spinoza cartesiano dissidente, il cui Trattato sull’emendazione dell’intelletto era un buon supporto per i corsi sul Metodo (e un testo ritenuto comodo per gli orali d’esame perché non troppo lungo); dall’altro, fuori dall’Università, ciò che rimaneva aveva la forma o di una visione nostalgica di uno Spinoza perseguitato solitario, o quella dell’uso di qualche citazione isolata che suonava bene (deus sive natura, amor intellectualis Dei, l’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte) o di qualche gruppo di parole (idea adeguata, terzo genere di conoscenza); questi “coriandoli” di spinozismo finivano a decorare discorsi e saggi che parlavano di tutt’altro e in cui non ci si preoccupava di ciò che essi significassero realmente. Non c’era nessun vero libro, a stento c’era qualche tesi: nessuno, allora, sembrava prendere sul serio lo spinozismo in quanto sistema. All’improvviso, fra la metà degli anni ’60 e la metà dei ’70, arrivano sulla scena, finalmente, delle opere innovative, attente ai testi, che si curavano del senso specifico delle problematiche: quelli di Sylvain Zac, di Gilles Deleuze e, come ho appena ricordato, di Gueroult e Matheron. Era un cambiamento radicale. È in questa linea che volevamo iscrivere la rivista che intendevamo creare; e allo stesso tempo volevamo anche esplorare, grazie a questo fondamento sistematico, le interconnessioni del pensiero spinoziano con altre correnti di pensiero che aprivano una breccia nella tradizione universitaria: il marxismo, la psicanalisi, l’epistemologia storica, la storia delle scienze. Ma non si trattava di “modernizzare” a forza un pensiero classico, era piuttosto questione di incrociare spazi teorici che, per alcune dimensioni, presentavano delle affinità. E anche di considerare, storicamente, i contesti e ciò che si cominciava a chiamare storia della ricezione. Tutto un programma…
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[1] Matheron, A. Scritti su Spinoza. A cura di F. Del Lucchese. Milano, Mimesis, 2009