Vivian Maier: ritratto di una donna enigmatica e di una incredibile fotografa

Chiara Amato

Tata di mestiere, fotografa per vocazione. Vivian Maier lavora per quarant'anni, prima a New York e poi a Chicago, come bambinaia in alcune famiglie benestanti, e al contempo fotografa con curiosità e passione il mondo che la circonda. Dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, documenta accuratamente gli aspetti e i soggetti più disparati della quotidianità urbana, realizzando un'immensa collezione di immagini: oltre centocinquantamila rullini fotografici che sceglie però, per la maggior parte, di non sviluppare e di non mostrare a nessuno. 

 

1. Gli anni trascorsi tra la Francia e gli Stati Uniti

2. La fotografia come osservazione della società

3. La fotografia come impronta dell'esistenza

4. Il ruolo di John Maloof e un dilemma etico

5. Un altro punto di vista su Vivian Maier: la biografia di Ann Marks

6. Fonti

 

1. Gli anni trascorsi tra la Francia e gli Stati Uniti

Vivian Maier nasce il 1° febbraio 1926 a New York. La madre è Marie Jaussaud, originaria della Francia, mentre il padre, Charles Maier, è austriaco. Dopo la separazione dei genitori, viene affidata alla madre, che con la figlia si trasferisce presso l'abitazione di un'amica, la fotografa professionista Jeanne Bertrand. Negli anni Trenta le due donne e la bambina si recano in Francia, dove Vivian Maier resterà fino all'età di dodici anni. La sua adolescenza sarà segnata dall'abbandono della madre. 

Gli anni della convivenza con Jeanne Bertrand rappresentano il primo contatto di Vivian Maier con la fotografia: Bertrand è un'importante ritrattista, celebrata sulle pagine del Boston Globe come un'artista di grande talento. Maier inizia a fotografare per la prima volta intorno ai vent'anni mentre si trova nelle Alpi francesi del Sud, con una macchina fotografica amatoriale, economica e dotata di un un solo tempo di posa. In questo periodo le sue fotografie non sono scatti spontanei, bensì immagini studiate di paesaggi e ritratti, frutto delle lezioni impartite molto probabilmente da Bertrand.

L'infanzia e la giovinezza sono caratterizzate dagli spostamenti tra la Francia e gli Stati Uniti, eventi che contribuiscono a formarne il carattere e lo sguardo sulla realtà circostante. Nei primi anni Cinquanta Vivian Maier torna a New York per restarci. A Southampton riceve il primo incarico come tata, diventando the nanny in ogni famiglia in cui entra. Nel 1956 si trasferisce definitivamente a Chicago, dove viene assunta dalla famiglia Gensburg.

Nel tempo libero Vivian Maier si dedica ai viaggi: tra le mete che raggiunge ci sono il Canada nel 1951 e nel 1955, il Sud America nel 1957, l'Europa, il Medio Oriente e l'Asia nel 1959, la Florida nel 1960 e i Caraibi nel 1965. È uno spirito libero, una persona profondamente curiosa e interessata a tutto ciò che la circonda. Per questo ha sempre con sé una macchina fotografica, anche nei momenti in cui passeggia per le strade di New York e di Chicago. 

2. La fotografia come osservazione della società 

Vivian Maier non si separa mai dalla sua biottica Rolleiflex. Il suo sguardo osserva ed esplora il tessuto urbano delle grandi città americane, ne racconta le storie e i protagonisti e, attraverso il suo obiettivo, ne mostra le contraddizioni, ponendo l'attenzione su immagini e scene che sfuggono ai passanti e restano inosservate. Vivian Maier si sofferma sulle persone che gli altri non vedono. Riesce a cogliere un dettaglio, un istante, un gesto. Sa catturare un'espressione del viso, un linguaggio del corpo. La sua fotografia rispecchia la sua personalità, quella di una donna acuta e curiosa.

La fotografia di Vivian Maier vede una fase dedicata al bianco e nero e una successiva incentrata sui colori. Durante la fine degli anni Cinquanta l'uso del colore viene visto con diffidenza e rallenta i processi. Invece Maier dimostra nelle sue opere professionalità e sperimentazione. Da autodidatta (se escludiamo i primi insegnamenti ricevuti da Bertrand) realizza immagini armoniose ed equilibrate caratterizzate da composizioni visivamente interessanti. Il modo in cui usa la luce naturale, costruisce insolite prospettive e sfrutta i contrasti con le ombre la allontana dal titolo di fotografa amatoriale, conferendole un attestato di straordinario e prolifico talento. Il nome di Vivian Maier non può limitarsi a essere iscritto nell'ambito della street photography perché la sua produzione va oltre questa categoria.

Per le immagini a colori acquista una Leica e varie Reflex, scegliendo il formato in trentacinque millimetri. I suoi scatti attirano l'attenzione di critici, colleghi  e ammiratori del settore. Joel Meyerowitz, fotografo statunitense di fama mondiale, considera Vivian Maier una delle prime poetesse della fotografia a colori e definisce i suoi scatti gemme memorabili di un'America piena di dettagli da cogliere. Brevi eventi e situazioni della vita quotidiana di strada diventano una rivelazione per il suo occhio sensibile. Il suo lavoro artistico è espressivo, originale, libero e viene accompagnato dalla caratteristica della casualità apparente, presente già nella produzione in bianco e nero.

In un momento storico di fervido cambiamento culturale, la figura di Vivian Maier è imponente ma discreta e attratta dai particolari e dalle imperfezioni. Il suo sguardo sulla società degli anni Cinquanta e Sessanta è straordinariamente moderno. Maier fotografa questa grande trasformazione del Paese, in cui la crescita economica e industriale si fonde a forti tensioni sociali.  Così le sue immagini mostrano il benessere della classe alto-borghese e le difficoltà dei più poveri, testimoniando con sensibilità e immediatezza le disuguaglianze e differenze sociali. 

3. La fotografia come impronta dell'esistenza

Vivian Maier è riservata e solitaria ma allo stesso tempo eccentrica e inquieta. Osserva la società con discrezione, come un'ombra che si muove silenziosa tra le strade delle città americane. Non a caso tra i suoi scatti ricorre proprio l'immagine della sua ombra ritratta in vari contesti. Questo è un dato che collega la sua produzione artistica al rapporto con l'identità: l'ombra che fotografa sembra il riflesso della solitudine con cui si dedica alla sua smisurata passione per la fotografia. 

Il tema dell'identità ricorre anche nei suoi noti autoritratti. Molto spesso Maier è il soggetto delle sue fotografie e sceglie un modo autentico e non convenzionale per ritrarre l'immagine di se stessa: oltre al riflesso della sua ombra, gli autoritratti la vedono comparire in uno o più specchi o nella vetrina di un negozio. I continui giochi di ombre e di riflessi rivelano la presenza-assenza di Maier che ben si identifica in questo dualismo. Tale scelta artistica indica la ricerca e la definizione della propria identità. Esprimersi attraverso l'autoritratto richiama inoltre una questione più profonda che vari storici e studiosi nel campo dell'arte e della fotografia hanno scelto di affrontare: il silenzio che Vivian Maier ha mantenuto per tutta la sua vita decidendo di non condividere la sua passione con nessuno, di non mostrare mai le sue fotografie e di non sviluppare la maggior parte dei suoi negativi.

I suoi innumerevoli autoritratti mostrano un altro aspetto della sua complessa personalità: Maier si ritrae sempre nell'atto stesso del fotografare, come se a ciò affidasse la sua rappresentazione più vera. Unica fotografa di se stessa, ogni volta Maier registra nel tempo un'immagine di sé mai uguale a quella precedente, lasciando una prova che testimonia la sua esistenza e il suo passaggio nel contesto sociale e urbano che le fa da sfondo. 

Fotografare è dunque lo strumento con cui trova il proprio posto nel mondo, un processo di costruzione della propria identità che non necessita della forma finale (la stampa della fotografia, ndr.) per essere completo: la sua ricerca interiore è svincolata dall'approvazione esterna.

In un'intervista a Federico Emmi, Anne Morin, curatrice, storica dell'arte specializzata in fotografia e massima esperta dell'opera di Vivian Maier, ha dichiarato

 

”La professione di Vivian Maier, quella di tata, le ha probabilmente permesso di guardare il mondo come fanno i bambini, cioè di scoprirlo continuamente. Essere una tata le ha probabilmente anche permesso di avere tempo libero, di essere libera lei stessa, dato che ha potuto inventare un linguaggio fotografico senza alcuna costrizione. Essere una tata le ha anche permesso di sviluppare una capacità immaginativa, una capacità di vedere e una capacità di interpretare. Vivian Maier non aveva ambizioni professionali e credo che per lei la fotografia fosse un territorio di libertà, come descritto da Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé. Per Vivian Maier la fotografia è una stanza tutta sua”. 

4. Il ruolo di John Maloof e un dilemma di carattere etico  

La sicurezza acquisita da Vivian Maier con il mestiere di tata inizia a venire meno quando, negli anni Settanta, deve concludere la sua attività presso la famiglia con cui ha vissuto più a lungo, i Gensburg di Chicago, perché i figli di cui si prende cura sono diventati adulti. Pur continuando a lavorare come bambinaia per altre famiglie, con il passare del tempo attraversa gravi ristrettezze economiche. La passione per la fotografia viene messa da parte insieme alla mole di rullini non sviluppati. 

Tra la fine del 1990 e l’inizio del 2000, Vivian Maier affronta dapprima la condizione di senzatetto, per poi trasferirsi in un piccolo monolocale le cui spese vengono pagate da una delle famiglie per cui ha lavorato. In quegli anni prende in affitto anche un magazzino dove raccoglie vari oggetti tra cui il suo materiale fotografico. 

Dopo una caduta nel centro di Chicago la sua salute inizia a peggiorare e viene ricoverata. Muore poco dopo, il 21 aprile 2009.

Qualche anno prima, nel 2007, il suo materiale fotografico viene scoperto da John Maloof, un agente immobiliare di Chicago appassionato di collezionismo. Maloof si imbatte nell'archivio di Maier mentre sta lavorando a un libro sulla storia degli abitanti di Portage Park, una comunità del nord-est della sua città. Per puro caso, scopre oltre centocinquantamila negativi, migliaia di pellicole non sviluppate, più di tremila stampe, filmati in Super 8 e 15 millimetri, registrazioni su audiocassette, appunti, ritagli di giornali e altri documenti di vario genere, il tutto contenuto in una scatola. Messo all'asta a causa di mancati pagamenti, questo materiale viene acquistato per 380 dollari da Maloof, convinto di aver trovato qualcosa di interessante per il libro che sta realizzando. 

Il collezionista è particolarmente interessato al recupero delle immagini e alla ricostruzione, almeno parziale, degli elementi di questa vicenda unica e straordinaria. Maloof è anche il regista, insieme a Charlie Siskel, del film documentario Finding Vivian Maier, candidato agli Oscar nel 2015. 

Conoscendo la riservatezza di Maier, viene spontaneo chiedersi come avrebbe reagito alla condivisione delle sue immagini e alla popolarità crescente del suo nome. È legittimo discutere le implicazioni etiche derivanti dalla pubblicazione del suo materiale: Maier non ha mostrato i suoi lavori a nessuno né ha scritto qualcosa in riferimento a una eventuale e futura diffusione della sua intera documentazione fotografica. Anzi, custodiva segretamente l'intero materiale nella sua camera e ne vietava l'ingresso. Dal documentario Finding Vivian Maier emerge che era ossessionata dalla propria privacy tanto da cambiare ogni volta nome e nazionalità dinanzi agli sconosciuti. Ha condotto la sua vita in totale riservatezza e vissuto al riparo da qualsiasi ansia di apparire, mettendo insieme un'ampia raccolta di immagini come testimonianza della sua stessa esistenza: da un lato, abbiamo gli autoritratti come simbolo della complessità di un animo insondabile; da un altro lato, viene documentato un eccezionale spaccato socio-culturale della società americana.

5. Un altro punto di vista su Vivian Maier: la biografia di Ann Marks

C'è un capitolo che riscrive e apre nuove considerazioni in questa storia. Si tratta di quanto raccolto nel libro Vita di Vivian Maier. La storia sconosciuta di una donna libera (2022) da Ann Marks, una ex manager di importanti aziende newyorkesi appassionata di ricerche genealogiche. 

In questa biografia illustrata (con oltre quattrocento immagini scattate da Maier), frutto di accurati studi sulla sua figura, Ann Marks raccoglie testimonianze e documenti inediti esplorando l'intera storia personale e familiare di Vivian Maier. Ne esce fuori il racconto complesso di una donna sola ma libera e tenace che ha affrontato molteplici avversità pur di coltivare il suo profondo interesse per la fotografia e perfezionare il suo incredibile talento. 

In particolare, spicca il tema della follia nella vita e nella famiglia di Vivian Maier. Marks accende così i riflettori sul contesto disfunzionale da cui proveniva la donna e che la portò a vivere in solitudine, senza punti di riferimento. Probabilmente ciò fu la causa del suo carattere inquieto, una condizione che riuscì ad accettare trovando un'alternativa nel mestiere di tata. Questo lavoro non solo le garantì una certa indipendenza, almeno fino a un momento della sua vita, ma le diede anche sicurezza nelle sue capacità. Ann Marks rintraccia questa fiducia in se stessa nell'abitudine, propria di Vivian Maier, di scattare immagini una sola volta, anche di fronte a momenti irripetibili. La macchina fotografica diventa lo strumento di connessione con il mondo, pur mantenendo una distanza da esso.

Dalla biografia di Marks emerge un altro aspetto interessante: Vivian Maier voleva diventare una fotografa professionista e per questo motivo studiò e affinò le sue tecniche su manuali e testi. Non si parla più delle sue immagini come di scatti amatoriali e casuali, bensì come frutto di accurate prove e sperimentazioni e, a volte, di appostamenti.

Secondo Ann Marks, la scelta di non sviluppare larga parte dei suoi negativi è da riferire alla volontà di nascondere la sua infanzia e il suo passato familiare, in cui emerge come unica figura protettiva la nonna materna Eugenie Jaussaud. Alla sua morte, Maier comprò la prima macchina fotografica. Nel frattempo accumulò di tutto: giornali, scontrini, oggetti vari. Un bisogno compulsivo che celava le sue fragilità e mancanze. 

 

6. Fonti

Vivian Maier: la fotografa invisibile che ha scritto la storia senza saperlo, su giorgiocosulich.it (data di ultima consultazione 20/01/2026)

Con gli occhi di Vivian Maier, su treccaniesperienze.it (data di ultima consultazione 20/01/2026)

Vivian Maier. Una fotografa ritrovata, su museodiromaintrastevere.it (data di ultima consultazione 20/01/2026) 

L'autoritratto come ricerca dell'identità. Vivian Maier. Shadows and Mirrors. Intervista a Anne Morin, su discorsifotograficimagazine.it (data di ultima consultazione 20/01/2026)

Nel mistero di Vivian Maier, su doppiozero.com (data di ultima consultazione 20/01/2026)

Vivian Maier, una donna libera, su doppiozero.com (data di ultima consultazione 20/01/2026)

About Vivian Maier, su vivianmaier.com (data di ultima consultazione 20/01/2026)

 

Foto 1 da living.it (data di ultima consultazione 20/01/2026) 

Foto 2 da huffingtonpostcultura.it (data di ultima consultazione 20/01/2026)

Foto 3 da howardgreenberg.com (data di ultima consultazione 20/01/2026) 

Foto 4 da ilpost.it (data di ultima consultazione 20/01/2026)

Foto 5 da culturabiografieonline.it (data di ultima consultazione 20/01/2026)