Chiara Veccia
Lolita di Vladimir Nabokov, pubblicato nel 1955, è uno dei romanzi più controversi e affascinanti del Novecento. Attraverso la figura di Humbert Humbert e la sua ossessione per la giovanissima Dolores Haze, l’autore indaga i confini tra desiderio, colpa e manipolazione, trasformando la devianza in linguaggio poetico. Le due trasposizioni cinematografiche - Lolita di Stanley Kubrick (1962) e Lolita di Adrian Lyne (1997) - riflettono epoche e sensibilità opposte: la censura istituzionale degli anni Sessanta e la sorveglianza mediatica degli anni Novanta. Il confronto tra i due film rivela differenze profonde di tono, regia e interpretazione, mostrando come ogni versione riscriva il mito di Lolita secondo i propri limiti morali e culturali.
1. Nabokov e la sua Lolita: due film, un capolavoro conteso
2. Censura e contesto: come i vincoli hanno riscritto Lolita
3. Due Humbert, due Lolita: la psicologia dei personaggi tra Kubrick e Lyne
4. Mostrare o Nascondere? Dal romanzo all’immagine
5. Kubrick e Lyne tra critica ed eredità
6. Fonti
1. Nabokov e la sua Lolita: due film, un capolavoro conteso
Quando Lolita apparve per la prima volta nel 1955, non fu accolto come un capolavoro, ma come un’opera “scandalosa”, rifiutata da molti editori e rapidamente trasformata in un oggetto di culto. Nabokov stesso descriveva il romanzo come la rappresentazione di una serie di tensioni fondamentali: tra follia e ragione, tra infanzia e mondo adulto, tra Europa e America, tra impulso e costrizione sociale. Ciò che ancora oggi inquieta è che questa vicenda, apparentemente morbosa, con un uomo adulto ossessionato da una preadolescente, si rivela, nelle parole dell’autore, una tragedia di passione, rovina e dedizione assoluta.
La storia segue Humbert Humbert, un professore europeo segnato da un trauma adolescenziale che lo lascia emotivamente bloccato ai suoi quattordici anni. Quando prende in affitto una stanza a Ramsdale (New England) presso la casa di Charlotte Haze, donna ingenua e bisognosa d’affetto, Humbert scopre la presenza della figlia dodicenne Dolores, che ribattezza “Lolita”. Da quel momento ogni sua scelta è guidata da un desiderio distorto: manipola Charlotte per ottenere la custodia della bambina e, una volta rimasto solo con lei, instaura una relazione segreta fondata su controllo, dipendenza e ricatti emotivi.
Lolita, cresciuta con una madre ostile e infatuata di un altro uomo adulto - il brillante e ambiguo commediografo Clare Quilty - non ha strumenti per difendersi, se non lo stesso fragile potere che sa esercitare su Humbert. La loro relazione diventa così un circolo vizioso di manipolazioni reciproche, dal quale entrambi faticano a liberarsi fino al tragico epilogo.
Il romanzo di Nabokov ha generato interpretazioni contrastanti: alcuni critici lo leggono come la storia di un uomo che abusa di una bambina; altri come una “condanna senza ambiguità della pedofilia”; altri ancora sottolineano l’instabilità mentale di Humbert, che rende il lettore vulnerabile alle sue manipolazioni. Questa pluralità di letture testimonia la complessità dell’opera e la sua capacità di sfuggire a definizioni univoche.
I due registi che hanno deciso di tradurre la storia di Nabokov in pellicola si sono dovuti quindi confrontare con l’eredità ingombrante del testo, e le due versioni cinematografiche che ne sono state tratte rappresentano due momenti storici e due sensibilità artistiche profondamente diverse.
Stanley Kubrick, nel 1962, fu il primo a portare Lolita sullo schermo. Lavorò con Nabokov, che gli preparò una sceneggiatura monumentale di circa quattrocento pagine, nel tentativo di trasferire la complessità del romanzo in immagini. Tuttavia, le pressioni della censura spinsero Kubrick a trasformare la storia in una satira dell’America puritana e voyeuristica. Gran parte del materiale dell’autore venne tagliato o condensato, e, pur stimando Kubrick, Nabokov non riconobbe mai pienamente il proprio romanzo nella pellicola.
Adrian Lyne, nel 1997, affrontò il testo in un contesto diverso ma non meno complesso. Durante le riprese entrò in vigore una nuova legge federale che limitava la rappresentazione di minori in scene allusive, imponendo ulteriori vincoli. Nonostante ciò, Lyne cercò di restituire la psicologia del romanzo, la manipolazione, l’ambiguità morale, la distorsione percettiva di Humbert. A sostenere apertamente il film fu Dmitri Nabokov, figlio di Vladimir, che non aveva mai accettato la versione di Kubrick. Le sue parole furono emblematiche:
«La nuova Lolita è stata concepita con sensibilità ed è stata magnificamente prodotta… raggiunge una dimensione cinematografica poetica più vicina al romanzo di quanto la lontana approssimazione di Kubrick abbia fatto… L’ultima Lolita è splendida.»
Il confronto tra le due trasposizioni, dunque, non riguarda soltanto scelte stilistiche o narrative, ma il modo in cui ciascun regista ha interpretato — o tradito — l’essenza del romanzo.
2. Censura e contesto: come i vincoli hanno riscritto Lolita
Nel 1962 Stanley Kubrick si trovò a operare all’interno di un sistema hollywoodiano rigidamente controllato dalla Production Code Administration, l’organo di autocensura che vietava qualsiasi rappresentazione di “perversione sessuale”. Portare sullo schermo la storia di un uomo adulto e di una dodicenne significava sfidare un tabù assoluto, e il progetto apparve fin da subito quasi impossibile.
Kubrick e il produttore James B. Harris rassicurarono la Legion of Decency che il film non avrebbe mostrato alcuna relazione sessuale, e Kubrick promise di attenuare ogni riferimento alla pedofilia trasformando il romanzo in una commedia nera più che in un dramma psicologico. La scena della seduzione fu resa castissima, con la ragazza avvolta in una pesante camicia da notte e Humbert in pigiama; persino l’omicidio di Quilty venne attenuato, e il termine “nymphet” fu eliminato dalla sceneggiatura.
Il clima culturale del 1962 non lasciava alternative: una rappresentazione più fedele al romanzo avrebbe compromesso la distribuzione, la reputazione del regista e persino quella del libro. Il progetto fu rifiutato da vari studi; la Warner Bros impose vincoli troppo rigidi; Kubrick dovette rivolgersi alla Associated Artists e girare in Inghilterra per accedere ai fondi dell’Eady Plan e aggirare parte delle restrizioni.
Il contesto in cui Adrian Lyne realizzò la sua Lolita nel 1997 era diverso, ma non meno complesso. Negli anni Novanta la sensibilità sociale e mediatica verso il tema della pedofilia era altissima, e nel 1996 entrò in vigore il Child Pornography Prevention Act, che vietava qualsiasi rappresentazione di atti sessualmente allusivi con minori. Questo impose limiti severissimi: nessuna scena allusiva poteva essere girata con l’attrice reale; ogni sequenza potenzialmente problematica doveva essere interpretata da una controfigura adulta; ogni decisione doveva essere supervisionata da un avvocato.
Il film di Lyne fu rifiutato da quasi tutti i distributori americani perché considerato troppo costoso, troppo rischioso e destinato a non ottenere alcuna nomination agli Oscar. Nessuno si aspettava che potesse diventare un’opera d’arte, e molti temevano che la rappresentazione del rapporto tra un uomo adulto e una ragazzina potesse generare uno scandalo persino maggiore di quello provocato dal film di Kubrick. Nonostante ciò, la Samuel Goldwyn Company decise di produrlo nel 1998 e di distribuirlo in un numero limitato di sale, assumendosi un rischio che altri non avevano voluto correre.
Le visioni iniziali dei due registi riflettono perfettamente il clima culturale delle rispettive epoche. Kubrick intendeva realizzare un film che non parlasse di sesso, ma della lotta di un emarginato contro l’ordine sociale, in continuità con i temi dei suoi lavori precedenti. Lyne, invece, voleva restituire la complessità emotiva del romanzo.
3. Due Humbert, due Lolita: la psicologia dei personaggi tra Kubrick e Lyne
Un’altra differenza sostanziale tra le due Lolita riguarda la costruzione e la rappresentazione dei personaggi del romanzo di Nabokov.
Nel film di Kubrick, Humbert perde completamente il ruolo di narratore che possiede nel romanzo. Non controlla più la storia, non guida lo sguardo dello spettatore e non muove la telecamera immaginaria che Nabokov aveva concepito come estensione della sua mente. Kubrick rifiuta l’idea del narratore-regista e, con essa, la possibilità di tradurre in immagini gli elementi linguistici del romanzo: la rabbia che ribolle nelle vene di Humbert, i temporali che riflettono il suo stato emotivo, la sua progressiva discesa nella follia.
Il risultato è un Humbert più “british”, più egocentrico ed egoista, interpretato da James Mason con un tono spesso ironico, quasi patetico, che lo rende goffo e a tratti vittimista. La componente comica del romanzo (che in Nabokov convive con la mostruosità del personaggio) viene trasformata in gag fisiche lunghe e insistite. In questo processo scompare tutto ciò che rende Humbert un autentico predatore: l’ossessione per le ninfette, i ricoveri psichiatrici, la brama morbosa, la deriva paranoica. Humbert diventa quasi un uomo sfortunato, più ridicolo che inquietante, e lo spettatore finisce per provare una compassione che nel romanzo sarebbe impensabile.
Nel film di Lyne, al contrario, Humbert torna a essere un personaggio tragico, tormentato, lacerato dal senso di colpa e dalla consapevolezza della propria ossessione. Jeremy Irons offre una delle interpretazioni più complesse della sua carriera: il suo volto registra malinconia, desiderio, dolore e autodistruzione, mentre la voce fuori campo restituisce la poesia e il tormento del ricordo retrospettivo. Irons non strizza mai l’occhio allo spettatore, non prende le distanze dal personaggio, non suggerisce di “sapere meglio” di Humbert. Vive nella sua stessa distorsione, con tutte le verità scomode che comporta.
La differenza tra le due Lolita è altrettanto radicale. Sue Lyon, quindicenne all’epoca delle riprese, appare già come una giovane donna: posata, di bellezza classica, priva dell’essenza infantile che Nabokov attribuisce alla sua ninfetta dodicenne. Kubrick la scelse perché doveva sembrare una dodicenne all’inizio e una sedicenne alla fine, ma la sua presenza scenica - più adulta, più misteriosa - elimina il fattore di perversione centrale al romanzo. Se Lolita appare come un’adolescente e non come una bambina, la storia perde la sua natura disturbante e diventa quella di un uomo che si innamora di una ragazza più giovane: un tema già visto, molto meno scandaloso. La Lolita di Kubrick è autonoma, provocante, indifferente. La sua relazione con Humbert sembra quasi un’avventura amorosa on the road. Questo contribuisce alla normalizzazione del “lolitismo”, trasformando Lolita in un’icona pop anni Sessanta più che in un personaggio tragico.
Dominique Swain, nella versione del 1997, restituisce invece la complessità del personaggio di Nabokov. La sua Lolita è viziata, capricciosa, a volte bambina e a volte provocante, capace di oscillare tra innocente giocosità e consapevolezza adulta senza mai cadere nella caricatura. La sua prima apparizione, stesa nel giardino sotto il getto dell’irrigazione, con l’abito reso trasparente dall’acqua, rivela subito la sua ambiguità e il suo potere.
Swain mostra superficialità da teenager, crudeltà involontaria, gioia di vivere e un sex appeal che non è glamour, ma inquietante proprio perché inserito in un contesto di vulnerabilità. È una Lolita più fedele al romanzo, più fragile e più pericolosa, una vittima che però possiede margini di azione e che non può essere ridotta a un’icona pop.
Charlotte Haze subisce un destino simile. Shelley Winters, nel film di Kubrick, è esagerata, maniacale, teatrale, ma più vicina alla Charlotte del romanzo rispetto alla versione di Melanie Griffith nel 1997, che risulta meno incisiva e meno tragica. Anche qui la differenza principale riguarda il tono: la Charlotte di Kubrick è una figura grottesca, mentre quella di Lyne è più malinconica, meno esuberante, più credibile come madre ostile e frustrata.
Infine, il ruolo di Clare Quilty. Nel film del 1962, Quilty è onnipresente, quasi un coprotagonista che ruba la scena e altera la percezione dello spettatore, un doppio comico e distorto di Humbert. Nel film del 1997, invece, è più subdolo, calcolatore, meno presente ma più inquietante, una figura che agisce nell’ombra e che rappresenta la distorsione morale del mondo adulto. In entrambi i casi, Quilty è lo specchio deformante di Humbert, ma mentre Kubrick lo usa per alleggerire il tono, Lyne lo usa per intensificarlo.
4. Mostrare o nascondere? Dal romanzo all’immagine
La distanza tra le due pellicole diventa evidente quando si analizza il modo in cui ciascun regista decide di mostrare, suggerire o nascondere gli elementi più delicati del romanzo. Nabokov aveva immaginato un adattamento in cui Humbert fosse non solo narratore, ma anche regista immaginario della storia: l’unico a sapere ciò che sta per accadere, l’unico a muovere la telecamera.
Kubrick rifiutò questa impostazione preferendo un approccio più distaccato, controllato e ironico. Il risultato è un film che suggerisce più che mostrare, in parte per scelta poetica e in parte per necessità censoria. La sua Lolita diventa così una dark comedy che ridicolizza e svuota le fantasie pedofile di Humbert attraverso il grottesco, la caricatura e toni farseschi. Mancano gli elementi chiave della storia: il passato di Humbert con Annabelle; i viaggi in auto attraverso gli Stati Uniti; la distinzione tra “Dolores” e “Lolita”; che nel film diventa il nome con cui tutti la chiamano. Persino le scene in macchina, centrali nel romanzo, vengono appiattite: Kubrick elimina il paesaggio circostante e riprende solo i mezzi busti dei protagonisti, cancellando la cultura pop americana che Nabokov aveva descritto con precisione quasi antropologica. Questa scelta, oltre a tradire la sceneggiatura originale, sembra finalizzata a rendere più accettabile la perversione di Humbert, evitando di mostrare la dimensione reale e quotidiana del loro viaggio.
La struttura narrativa viene alterata fin dall’inizio: il film si apre in medias res con l’omicidio di Quilty, annientando la suspense e trasformando Quilty in un coprotagonista onnipresente, con un ruolo molto più ampio rispetto al romanzo. Kubrick stesso dichiarò di averlo fatto perché, una volta consumato il rapporto tra Humbert e Lolita, la domanda “e ora cosa succede?” avrebbe perso forza, e serviva un nuovo mistero per sostenere il film. La sua Lolita diventa così un’opera di transizione, a metà tra il naturalismo dei suoi film precedenti e il surrealismo dei successivi, con momenti in cui realtà e fantasia si mescolano.
La critica dell’epoca sottolineò la superficialità con cui veniva trattata la parte drammatica della storia, la scarsa costruzione dei personaggi e la prolissità di alcune sequenze che appesantiscono il ritmo.
Il film di Lyne, al contrario, utilizza il linguaggio cinematografico per restituire il disagio, la sensualità e la colpa che permeano il romanzo. Pur dovendo rispettare le severe limitazioni del Child Pornography Prevention Act, Lyne riesce a suggerire la tensione erotica senza mai mostrarla, attraverso dissolvenze, metafore visive e un uso sapiente della fotografia. La scena del rapporto sessuale tra Humbert e Lolita si dissolve lentamente in un incubo fatto di voci distorte e volti deformati: una rappresentazione visiva della colpevolezza di Humbert che riprende l’idea originaria di Nabokov, trasformando il linguaggio in immagini e la psiche in atmosfera.
Lyne non evita la sensualità, ma la usa per far contorcere lo spettatore sulla sedia, restituendo la complessità emotiva del romanzo. La sua regia è fluida, meticolosa, strutturata, con una fotografia che alterna la bellezza sbiadita di Cannes alla chiarezza tagliente delle piccole città americane, fino alle ombre blu notte delle scene più drammatiche. La musica di Ennio Morricone amplifica la prospettiva lirica di Humbert, trasformando il film in un lungo flashback che rivela progressivamente l’origine della sua ossessione.
Il tono drammatico, lontano dalla satira kubrickiana, permette a Lyne di esplorare le pulsioni più remote dell’uomo, senza indulgere nell’esplicito ma senza nemmeno nascondere ciò che il romanzo mette al centro: la manipolazione, la dipendenza, la rovina emotiva. Anche Lyne inizia in medias res, con Humbert che vaga in auto con le mani insanguinate, ma a differenza di Kubrick non rivela subito il delitto: lascia lo spettatore in attesa, costruendo una tensione che si scioglie solo alla fine, quando la scena iniziale viene ripresa e completata.
Il risultato è un film che, pur criticato da alcuni per ipersessualizzazione, è in realtà più fedele al tono, all’umorismo obliquo e al pathos straziante del romanzo. La critica ha riconosciuto a Lyne la capacità di restituire la profondità delle passioni, l’inquietudine dei personaggi e l’agonizzante percorso emotivo di Humbert, elementi che nel film del 1962 risultano attenuati o completamente assenti.
5. Kubrick e Lyne tra critica ed eredità
La ricezione critica delle due versioni di Lolita è stata complessa, stratificata e spesso sorprendente, soprattutto se si considera la natura controversa del romanzo e la difficoltà intrinseca nel tradurlo in immagini.
Il film di Stanley Kubrick del 1962, pur affrontando un tema allora indicibile, uscì con un forte incasso iniziale e ricevette reazioni più positive del previsto. Il pubblico, tuttavia, rimase spiazzato: si aspettava un’opera salace, provocatoria, scandalosa, e trovò invece una commedia nera fredda, ironica, arguta, a tratti assurda e tragica, ma priva di quell’erotismo che molti immaginavano. L’interesse svanì rapidamente, e il film non divenne il blockbuster che Kubrick sperava, pur garantendogli la visibilità internazionale che desiderava. Nabokov reagì con cautela, in modo gentile ma non entusiasta, riconoscendo il talento del regista ma non ritrovando pienamente il suo romanzo nella trasposizione. Nonostante la popolarità, il film fu vietato in Irlanda e in diverse basi militari statunitensi in Germania, segno che la sua ironia non bastò a neutralizzare del tutto il tabù che affrontava.
Una delle critiche più profonde e decisive riguarda però una scelta stilistica e produttiva che ha conseguenze enormi sul significato dell’opera: Kubrick girò gran parte del film in Inghilterra, sradicando la storia dal suo contesto geografico americano. Questo non è un dettaglio marginale, ma un intervento che altera uno dei livelli metaforici fondamentali del romanzo. Lolita è anche (e per molti studiosi soprattutto) la storia di come la Vecchia Europa travia, corrompe e seduce la Nuova America: Humbert, europeo colto, decadente, nevrotico, rappresenta un continente antico che porta con sé un bagaglio di ossessioni, traumi e raffinatezze malate; Lolita, invece, incarna la giovane America, ingenua, pop, consumistica, immersa nella cultura dei motel, dei drive-in, dei fumetti, dei jukebox, dei parchi giochi e delle highways. Il viaggio in auto attraverso gli Stati Uniti non è solo un espediente narrativo, ma il simbolo di come la Vecchia Europa invade la Nuova America, la plasma, la contamina, la distrugge. Eliminare il road trip, i paesaggi americani, ignorare la cultura pop degli anni ’50, significa togliere al romanzo uno dei suoi pilastri interpretativi. Kubrick, riducendo gli Stati Uniti a un’astrazione, priva la storia di un livello essenziale, trasformando Lolita in un dramma psicologico isolato, slegato dal suo contesto culturale. Per chi ha letto il libro, questa assenza pesa enormemente: non è solo una questione di fedeltà, ma di senso. Senza l’America, Lolita perde una parte della sua anima.
Il film di Lyne, al contrario, affronta la pedofilia in modo più diretto, senza giochi di ironia o distanziamento. Le reazioni della critica non tardarono ad arrivare e, contro ogni aspettativa, furono più positive del previsto. Molti riconobbero che Lyne aveva realizzato un’opera sofisticata, matura, complessa, avvincente e profondamente tragica, capace di far riflettere e di restituire la profondità emotiva del romanzo. Il film non lascia spazio a dubbi: l’unico mostro della vicenda è Humbert. Eppure, come osserva lo stesso Lyne, il pubblico prova un’ambivalenza disturbante: vorrebbe odiare Humbert, ma non ci riesce del tutto; ride con lui, a volte simpatizza con lui, e poi si sente in colpa per averlo fatto. Jeremy Irons descrive Humbert come un uomo congelato emotivamente a quattordici anni, incapace di relazionarsi con donne adulte, e la sua interpretazione restituisce questa fragilità con una sincerità devastante. Lolita, interpretata da Dominique Swain, è più complessa, più vulnerabile, più reale, lontana dall’icona pop di Kubrick. La critica ha lodato soprattutto la capacità di Lyne di prendere rischi che, secondo molti, hanno pagato.
Arrivando al giudizio complessivo, i due film rappresentano due modi opposti di adattare un romanzo forse inadattabile: Kubrick realizza un classico, un’opera intelligente, ironica, controllata, che ha segnato la storia del cinema e che rimane un punto di riferimento per la sua audacia formale. Lyne, invece, è stato a lungo sottovalutato, ma oggi viene rivalutato come il regista che più si è avvicinato allo spirito del romanzo, restituendone la complessità emotiva, la manipolazione psicologica e il dolore.
6. Fonti
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