Joseph Kosuth oggi: riflessioni sull’arte, il linguaggio e il ruolo dello spettatore

Chiara Veccia

Joseph Kosuth è una delle figure centrali dell’arte concettuale, il movimento che negli anni ‘60 ha rivoluzionato il modo di intendere l’opera d’arte, spostando l’attenzione dall’oggetto alla sua definizione, dal manufatto alla riflessione teorica. Nato il 31 Gennaio del 1945 a Toledo (Ohio), l’artista americano ha messo in discussione sin dall’inizio il ruolo tradizionale di pittura e scultura, considerate da lui cariche di convenzioni, aspettative e significati preesistenti.

foto primo piano di Joseph Kosuth con cappello e occhiali, bianco e nero. Chiara Veccia per Redazione CanadaUsa

La sua ricerca, radicale e innovativa, ha aperto la strada a una nuova idea di arte, in cui ciò che conta non è tanto la forma quanto il processo mentale che la genera.

Formatosi tra la Toledo Museum School of Design, il Cleveland Arts Institute e la School of Visual Arts di New York, nel 1967 fonda la Lannis Gallery — poi Museum of Normal Art — uno dei primi spazi dedicati specificamente all’arte concettuale. Parallelamente alla pratica artistica, Kosuth sviluppa un’intensa attività teorica: è tra i curatori della Art & Language Press e autore di testi fondamentali come Art after Philosophy (1969), considerato un punto di svolta nella riflessione moderna sull’arte.

 

Opere come One and Three Chairs (1965) — una sedia, la sua fotografia e la sua definizione linguistica — hanno reso evidente come per Kosuth, l’arte sia prima di tutto un dispositivo per interrogare la costruzione del significato. In questo senso, il linguaggio non è solo un mezzo: è materia, soggetto e metodo. Il suo lavoro indaga la relazione tra parola e oggetto, tra testo e contesto, tra ciò che vediamo e ciò che definiamo. Ed è proprio nella tensione tra segno e interpretazione che si gioca la sua ricerca, continuamente aggiornata attraverso installazioni site-specific, interventi teorici e riflessioni sul ruolo dell’artista nella cultura contemporanea.

One and three Chairs, opera di Joseph Kosuth consistente in una sedia, nella sua fotografia e nella sua rappresentazione testuale. Chiara Veccia per Redazione CanadaUsa.

Le sue opere — presentate nelle principali rassegne internazionali, dalla Documenta alla Biennale di Venezia — analizzano i meccanismi con cui produciamo e interpretiamo significati. Parole, definizioni, citazioni, traduzioni e persino cancellazioni diventano strumenti per mostrare la complessità dei codici culturali. Il suo lavoro, influenzato da filosofia, antropologia e psicanalisi, invita lo spettatore a partecipare attivamente alla generazione del senso, mettendo continuamente in crisi l’idea che l’arte sia un oggetto fisso o autosufficiente.

 

Nell’intervista che segue, Kosuth torna su questi temi con la lucidità che contraddistingue tutta la sua pratica. Pur mantenendo il tono sobrio e talvolta ironico che lo caratterizza, l’artista evidenzia come l’arte concettuale abbia ancora un ruolo essenziale: non tanto come stile, quanto come metodo critico. In un’epoca dominata da immagini e algoritmi, Kosuth ribadisce che il significato nasce quando  opera e spettatore si incontrano.

 

Questa conversazione offre quindi non solo uno sguardo sul suo lavoro, ma anche una riflessione più ampia sul senso di fare arte oggi. Un dialogo breve — come lui stesso osserva — ma tutt’altro che “stupido”: un invito a tornare all’idea, al pensiero, al linguaggio come strumenti per comprendere il mondo.

opera di Joseph Kosuth che consiste in scritte al led di colore giallo oro collegate tra loro su un muro a formare una sorta di albero. Chiara Veccia per Redazione CanadaUsa

D: Negli anni ’60 hai contribuito a ridefinire la nozione stessa di ciò che un’opera d’arte potesse essere. Ripensandoci, come descriveresti l’impulso iniziale che ti ha spinto a sostituire l’oggetto artistico con l’idea?

 

R: Oh beh, volevo fare arte, ma non volevo realizzare dipinti o sculture.

 

D: Perché?

 

R: Perché ogni dipinto portava con sé un enorme bagaglio di significati preesistenti. E la scultura, in sostanza, intratteneva un rapporto secondario e subordinato con la pittura. E poi, a causa dei pregiudizi insiti nelle tradizioni occidentali della pittura e della scultura… Insomma, per essere un artista sentivo fosse necessario mettere in discussione la natura stessa dell’arte. Se facevi pittura o scultura, avevi già implicitamente dichiarato cosa pensavi che l’arte fosse.

 

D: A tal proposito, in opere come One and Three Chairs, il linguaggio non è soltanto uno strumento, ma un soggetto. Quando hai capito che il linguaggio stesso poteva diventare materiale artistico? C’è stato un momento preciso?

 

R: Penso che quando ho iniziato a utilizzare il linguaggio, mi sia reso conto che quello era, in effetti… ed era un fatto negativo perché il linguaggio è diventato una sorta di nuova pittura che sostituiva i vecchi problemi con problemi nuovi.

 

D: Nel tuo processo creativo, quale ruolo gioca la riflessione teorica rispetto all’intuizione visiva ed emotiva?

 

R: Credo che queste separazioni siano false.

 

D: E quindi, che altro pensi, se ritieni che tali separazioni siano false?

 

R: Be’, soltanto che cerco di evitare la falsità quando posso.

 

D: In che modo, secondo te, lo spettatore completa le tue opere attraverso l’interpretazione?

 

R: In ultima analisi l’arte riguarda la proiezione di significato, quindi è nel momento della ricezione che tutto accade.

 

D: E in una società dominata da immagini e algoritmi, il linguaggio conserva ancora questo stesso potere di generare significato?

 

R: Sì, ma lo comprendiamo in maniera più sofisticata di quanto avessimo inizialmente presunto.

 

D: Molte delle tue installazioni esplorano la relazione tra testo e spazio. Il lavoro nasce solitamente dal contesto o dal concetto, dallo spazio o dal testo?

 

R: Se si sa come il significato viene prodotto, ci si accorge che questa separazione è molto difficile da tracciare.

 

D: Ma anche se la separazione tra contesto e testo non esiste realmente, quanto è importante il luogo per te?

 

R: Il contesto fornisce una grande quantità di significato, quindi è qualcosa che non si può quantificare, ma è comunque molto importante.

 

D: L’arte concettuale degli anni ’60 e ’70 è nata in un momento culturale e politico molto specifico. Ritieni che oggi esista ancora una necessità concettuale nell’arte contemporanea?

 

R: Più che mai.

 

D: Perché?

 

R: Perché l’eredità del formalismo ha in qualche modo eclissato il precedente e più convenzionale processo di produzione di contesto e significato.

 

D:  A tal proposito, come vedi la ricezione delle tue opere da parte delle generazioni più giovani, abituate a linguaggi visivi più immediati e digitali?

 

R: Non ho alcun problema al riguardo. Voglio dire, ci penso come penso a tutto, ma non credo che sia un problema.

 

D: L’arte può ancora essere uno spazio di pensiero critico, o rischia di ridursi a semplice intrattenimento culturale?

 

R: C’è sempre il rischio che accada qualsiasi cosa, dalla più buona alla più brutta.

 

D: Ok, le ultime domande. C’è una tua opera che ritieni sia stata fraintesa o interpretata in modo scorretto nel tempo?

 

R: Credo di sì, ma solo occasionalmente. Penso che ciò accada soprattutto con le opere più presenti nel discorso pubblico. Ad esempio One and Three Chairs. A volte opere come questa sono state fraintese proprio a causa del loro successo: più se ne parla e se ne discute, più è facile che vengano interpretate erroneamente.

 

D: Qual è una domanda che vorresti che ti venisse posta, ma che nessuno ti fa mai?

 

R: Sono certo che ce n’è una, ma avrei bisogno di molto più tempo per rispondere. (Ride).

 

D: E se l’arte è, ancora una volta, una definizione di sé attraverso il linguaggio, chi è Joseph Kosuth oggi?

 

R: Non posso rispondere. Non accetto la domanda. (ride di nuovo).

 

D: D’accordo. Ho terminato le mie domande. Se c’è qualcos’altro che vuoi aggiungere… E grazie per il tuo tempo.

 

R: No, è stato breve e relativamente indolore, ma non stupido, fortunatamente. Grazie.



 

 

Bibliografia e sitografia

 

Encyclopaedia Britannica. “Joseph Kosuth.” Encyclopaedia Britannica. Da  britannica.com (Ultima consultazione 08/12/25) 

Sean Kelly Gallery. “Joseph Kosuth.” Sean Kelly Gallery. Da skny.com (Ultima consultazione 08/12/25) 

The Art Story Foundation. “Joseph Kosuth Artist Overview and Analysis.” The Art Story. Da theartstory.org (Ultima consultazione 08/12/25) 

Isabella Stewart Gardner Museum. “Joseph Kosuth.” Isabella Stewart Gardner Museum. Da gardnermuseum.org  (Ultima consultazione 08/12/25) 

 

Foto 1 da theguardian.com (ultima consultazione 08/12/25)

Foto 2 da wikiart.org (ultima consultazione 08/12/25)

Foto 3 da theguardian.com (ultima consultazione 08/12/25)