Franco Tomasi - Il senso di una mancanza

 

Credo sia necessario partire da una prima, se volete assai ovvia, domanda: in questa situazione di emergenza, come si sarebbe svolto l’anno universitario (ma anche scolastico) senza la didattica a distanza? La risposta è, come dicevo, scontata: tutto sarebbe rimasto fermo, a studentesse e studenti avremmo probabilmente proposto, quando fosse stato possibile, delle soluzioni come i cosiddetti programmi per non frequentanti, ma sarebbe venuta meno la possibilità di svolgere il nostro e il loro lavoro, e assai verosimilmente sarebbero slittati i tempi dei percorsi di studio di tutti. Insomma, un vero pasticcio. Quindi, tutte le tecnologie che stiamo utilizzando, al di là degli aspetti specifici, si sono rivelate un’ottima alternativa per affrontare questa situazione, un efficace surrogato dei corsi in presenza. Un surrogato, nulla di più. Mia nonna mi raccontava che negli anni più difficili della sua gioventù, quando c’era la guerra, il caffè era un lusso per pochi: allora si beveva il ‘surrogato’ che, quando andava bene, era fatto di cicoria, orzo ma, talvolta, la polverina magica veniva ‘tagliata’ con ingredienti meno nobili e decisamente improbabili (pare anche la saggina della scopa…). In mancanza di meglio, ci si arrangiava con quello che c’era, e alle volte, mi diceva sempre mia nonna, il surrogato sembrava persino buono.

Veniamo a quanto sta accadendo. Il 9 marzo nel mio Ateneo, come in molti altri d’Italia, avremmo dovuto iniziare le lezioni del secondo semestre; qualche giorno prima dell’avvio dei corsi una comunicazione del nostro Rettore ci ha avvisato che l’inizio delle lezioni sarebbe stato posticipato di una settimana. Nel corso della settimana successiva, mentre tutto attorno a noi stava pericolosamente peggiorando, abbiamo saputo che non sarebbe stato possibile avviare i corsi in presenza, ma che tutto si sarebbe svolto, sino a data da precisare, a distanza, facendo ricorso alle varie piattaforme già esistenti. Se vi racconto questi fatti noti, che sono esperienza condivisa, è solo per ricordare che, di fatto, in pochi giorni buona parte di noi non solo ha dovuto fare un corso di aggiornamento assai rapido per utilizzare gli strumenti digitali, ma ci siamo trovati, senza nemmeno il tempo di guardarci attorno, in una dimensione del tutto nuova, rispetto alla quale non avevano nessuna esperienza.

L’avvio quindi rapidissimo del tutto (io ho due corsi, uno per il triennio, con circa 200 studenti, uno per la magistrale, con circa 50 partecipanti) ha fatto prevalere il senso di ansia che avvolge sempre una prima prova, per cui diventa più importante ‘farcela’, superare l’ostacolo e dimostrarsi all’altezza di una situazione inedita. E così, almeno per me (ma mi sembra di capire anche per molti altri), è andata: sono riuscito a tenere le primissime lezioni, fatte ‘in diretta’ e videoregistrate senza troppe difficoltà: tempi e modi forse ancora da perfezionare, esitazioni e incertezze tecniche varie, ma, alla fin fine, tutto è riuscito. Ho invitato studentesse e studenti a scrivermi via mail domande e impressioni, perché nelle prime occasioni avevo deciso di non aprire a spazi di dialogo telematico, per il timore di non riuscire a gestire ordinatamente il tutto. E le prime reazioni non sono state del tutto negative, anzi, qualcuno, forse perché protetto dalla distanza, mi ha fatto quelle domande apparentemente ‘ingenue’ che cerco di suscitare a lezione, ma che spesso non emergono, probabilmente per l’imbarazzo che provoca il fatto di alzare la mano davanti a un nutrito numero di studenti per chiedere di ripetere un passaggio non perfettamente compreso.

Sfiorito il minimo senso di euforia per aver superato la prima prova, sono subentrati altri sentimenti e considerazioni, quando quell’esordio si è venuto trasformando in consuetudine, in una pratica da svolgere giorno per giorno, probabilmente, come pare di capire, per tutto il secondo semestre. Ho iniziato allora ad aggiungere materiali nelle piattaforme, ho pensato di rendere più chiaro possibile il percorso che vorrei svolgere, ho aperto uno spazio di discussione, una ‘chat’, per rendere quanto più possibile dialogiche le lezioni.  Ma ho anche cominciato ad avvertire, con crescente intensità, il senso di una mancanza, una assenza che ha progressivamente mutato la prima euforia in disforia. Se buona parte dei materiali che avrei utilizzato in presenza sono riuscito a metterla a disposizione, che cosa, mi sono chiesto (e mi chiedo), manca? Semplice e, ancora una volta, banale la risposta: gli studenti, i loro corpi e il mio, gli sguardi e le espressioni, la mia voce, insomma l’aula fisica. E, forse, qualcosa di più.

La ‘classe’ è una comunità: che sia tradizionale, capovolta o ‘flippata’, ‘smartizzata’, come dicono quelli che se ne intendono, è pur sempre un gruppo di persone che condivide uno spazio, nel quale i ruoli sono stabiliti e che, nei casi più felici, è unita da un percorso di formazione, il famoso ‘programma’. La didattica a distanza crea, è vero, una comunità, una classe, ma toglie alcuni degli elementi di forza della lezione in presenza, che sono così irrimediabilmente perduti. La smaterializzazione, l’assenza dei corpi genera un effetto di plastificazione, di realtà simulata e, quello che mi sembra il vero pericolo, di standardizzazione: la lezione rischia di non essere più una occasione di incontro, legata a un tempo e un luogo stabiliti, determinata dalla singola situazione, ma un evento ripetibile all’infinito con le stesse, identiche modalità. È la stessa differenza che passa, per dirlo alla buona, tra andare a vedere uno spettacolo a teatro e vederne la registrazione video seduti sul divano di casa nostra. La registrazione è un eccellente modo per tenere traccia, per conservare, ma non è mai comparabile alla partecipazione diretta e fisica dello spettacolo. 

Per questa ragione ho deciso, ma non so se sia una soluzione veramente efficace per gli studenti, di tenere sempre le lezioni in diretta, registrandole solo in caso di stretta necessità (la coincidenza con altri impegni accademici). Resta qualcosa delle lezioni in presenza, così mi illudo, resta, almeno per me, la necessaria e insostituibile tensione che genera l’idea di parlare a qualcuno che, spero, possa essere interessato da quanto dico. Ma continua a mancare, ed è una perdita irrimediabile, il senso di scambio e di condivisione.

Allora, per concludere, con buona pace delle retoriche del ‘miglioramento della didattica’, e delle teorie pedagogiche che le sostengono, quasi sempre rivolte a un invito a un uso ampio e smaliziato delle tecnologie, dobbiamo ammettere che la didattica a distanza non è, in alcun modo, sostitutiva, e, soprattutto, non comporta necessariamente un reale miglioramento. Forse, in una prospettiva vagamente inquietante, potrebbe portare a un miglioramento economico dei bilanci dei nostri atenei, perché una volta costruito un bel pacchetto di video lezioni, perfezionate e rese impeccabili nella loro confezione, con una vera postproduzione, si potrebbe cominciare a pensare di fare a meno di un bel po’ di docenti. O forse, per essere più costruttivi, se pensata in modo complementare alle forme della didattica in presenza, potrebbe offrire strumenti di supporto utili, ma che non costituiscono una vera sostituzione, né un miglioramento.

Non si tratta, credo, di giocare agli apocalittici o agli integrati; lo spazio e l’invito degli amici di Griselda è benvenuto per analizzare vantaggi e svantaggi a partire dall’esperienza ancora in corso che stiamo facendo. Però, per favore, riconosciamo che il ‘surrogato’ non è caffè, non ne ha il sapore e l’aroma, gli assomiglia, magari può anche far bene a chi abusa di caffeina, ma è una cosa diversa, come mi ricordava sempre mia nonna, che del surrogato non aveva davvero nessun rimpianto.

 

30 marzo 2020

 

Franco Tomasi

Università di Padova