La memoria dell’antica Suasa non è mai svanita del tutto, preservata dalla costante visibilità delle sue tracce monumentali che emergevano dal suolo agricolo. Dopo i primi accenni eruditi di età umanistica, come quelli del Cluverio, fu lo storico corinaldese Vincenzo Maria Cimarelli a fornire, nel 1642, la prima descrizione sistematica della città antica. Nelle sue Istorie dello Stato d'Urbino, Cimarelli documentò i resti ancora affioranti e i primi interventi di scavo occasionali, ricollegando l'identità del territorio alle sue radici classiche attraverso il racconto di un "superbissimo Anfiteatro" e di mirabili torri.
Proprio al Cimarelli si deve la preziosa notizia della costruzione della dimora di Ottaviano Volpelli nel cuore dell'area urbana romana. Illustre giureconsulto presso la corte dei della Rovere sotto i duchi Guidobaldo II e Francesco Maria II, Volpelli scelse il terrazzo di fondovalle per edificare la propria residenza, legando per sempre il suo nome a questa porzione di territorio oggi nota come Pian Volpello. L'edificio, conosciuto con il nome rurale di "Tappatino", rappresenta la prova tangibile di questa continuità storica. Il casolare si configura come un vero e proprio "archivio verticale" dove le murature esterne denotano uno stretto legame con la città antica grazie all'uso sistematico di laterizi, conci marmorei e basoli in arenaria di reimpiego. La firma del giurista, l'epigrafe «OCTAVIANVS VVLPELLVS» posta sull'architrave di una porta, sancisce ufficialmente la volontà di legare la dimora al suo nome.
Dopo la stagione seicentesca, l'interesse per il sito rimase latente fino alla seconda metà dell'Ottocento, quando ripresero le indagini con i saggi promossi dai Principi Ruspoli nel 1878 e le fondamentali osservazioni di Edoardo Brizio nel 1894 durante i lavori per l'acquedotto di Corinaldo.
Nella prima metà del XX secolo, la tutela del sito passò attraverso la passione e l'instancabile attività di Gello Giorgi, un appassionato locale che, a partire dagli anni Cinquanta, dedicò la propria vita alla salvaguardia della memoria di Suasa. In un'epoca in cui la ricerca accademica era ancora assente, Giorgi si impegnò a raccogliere, catalogare e sottrarre alla dispersione una vastissima mole di materiali che i contadini della zona rinvenivano quotidianamente durante i lavori agricoli nel fondovalle.
Sebbene la sua operazione sia stata talvolta metodologicamente non corretta e frammentaria, l'attività di Giorgi rappresentò un momento di svolta fondamentale: la sua capacità di sensibilizzare la comunità locale e di creare una prima collezione sistematica portò alla nascita dell'attuale Museo Archeologico di San Lorenzo in Campo. La sua opera di "archeologia spontanea" ebbe il merito di dimostrare l'eccezionale potenziale del sottosuolo suasano, spingendo la Soprintendenza Archeologica delle Marche, negli anni Sessanta, a intraprendere i primi interventi istituzionali volti al recupero e al consolidamento dell'Anfiteatro.