Monte Rinaldo

Il sito archeologico de "La Cuma" si trova nel territorio del comune di Monte Rinaldo, in provincia di Fermo, nelle Marche, su un'altura della media valle dell'Aso ancora oggi dominata dal borgo medievale. In antico l'area si collocava in posizione di confine tra l'ager firmanus, il territorio di Fermo, e quello della città federata di Asculum, l'odierna Ascoli Piceno. Il santuario sorgeva inoltre lungo la via Salaria Gallica — una cui diramazione attraversava direttamente l'area sacra — a metà strada tra la città picena di Asculum e la colonia latina di Firmum. In una valle priva di centri urbani, rappresentava di fatto l'unico monumento pubblico del distretto e il principale polo di aggregazione per i coloni romani che abitavano il territorio. Oggi l'area archeologica e il Museo Civico, allestito nel borgo presso Palazzo Fossi, ne raccontano la storia ai visitatori.

Breve storia del sito archeologico

Il santuario ellenistico-romano de "La Cuma" conobbe la sua fase monumentale principale a partire dalla metà del II secolo a.C. e rappresenta uno dei migliori esempi di architettura sacra tardo-ellenistica dell'area medio-adriatica: un caso emblematico di come territori con una limitata tradizione urbana prima dell'arrivo dei Romani potessero dotarsi di grandi strutture di culto. Prima della sua monumentalizzazione, il luogo era probabilmente un'area di culto all'aperto (lucus), sorta nel quadro della colonizzazione latina della vicina Firmum (264 a.C.) o, al più tardi, della colonizzazione viritana promossa dalla Lex Flaminia (232 a.C.); l'area risultava comunque già frequentata dopo la conquista romana del III secolo a.C.

Il complesso si articola in tre edifici principali disposti su una terrazza ricavata sul pendio collinare, con al centro un tempio dedicato a Giove. Del tempio, di tipo italico e dalla pianta non del tutto ricostruibile, restano soprattutto le fondazioni: era rialzato su un podio rivestito di lastre di arenaria, presentava quattro colonne sulla fronte e una cella affiancata da due vani laterali, ed era decorato con terrecotte architettoniche dipinte e con un ciclo di statue in terracotta sul frontone, riferito a un episodio mitologico legato a Giove. Alle spalle del tempio si conserva un monumentale portico colonnato, lungo oltre 62 metri, con colonne in arenaria di ordine dorico sulla fronte e ionico-italico all'interno: chiuso da un muro in grossi blocchi squadrati, aveva la doppia funzione di contenimento del pendio e di fondale scenografico, in linea con le architetture ellenistiche che in quegli anni si diffondevano in tutto il Mediterraneo. A ovest del tempio sorge infine un piccolo sacello, l'"Edificio C", legato a un culto minore.

Accanto a Giove — venerato forse nell'epiclesi Fulgor, riconoscibile dall'iconografia dei fulmini nella decorazione architettonica — il santuario ospitava il culto di Ercole, identificabile da ritratti fittili con la caratteristica leonté e da una dedica graffita su un vaso, e probabilmente anche quelli di Apollo e di Vesta, indiziati da alcune incisioni votive. Tra i reperti più significativi figurano ex voto fittili e ceramiche votive bollate o iscritte, in buona parte prodotte sul posto.

Le ricerche hanno permesso di ricostruire le diverse fasi del complesso. L'impianto originario (intorno al 175-150 a.C.) comprendeva il tempio e il portico settentrionale con muro di fondo in opera quadrata. Nella seconda metà del secolo (circa 150-90 a.C.), probabilmente dopo un cedimento dovuto a un sisma o ad altra calamità naturale, il santuario fu ricostruito con l'aggiunta del braccio orientale del portico con tabernae e del sacello a ovest del tempio; l'area venne stabilizzata con una colmata ricca di ceramiche e votivi della fase precedente, su cui furono impostate le nuove fondazioni. Dopo le Guerre Sociali un ulteriore evento traumatico danneggiò gravemente le strutture, che furono abbandonate nonostante alcuni tentativi di restauro. In età augustea l'area fu occupata da edifici rurali, verosimilmente legati all'assegnazione di terre ai veterani dopo la battaglia di Filippi (42 a.C.): è a questa fase che risale il reimpiego di alcune antefisse con la Potnia theròn nel prospetto del nuovo edificio. Prima della municipalizzazione di età triumvirale-augustea, il sito sembra dunque aver accentrato funzioni legate all'economia e al governo della Valdaso.

Dopo secoli di abbandono, nel 1957 iniziarono fortuitamente i primi rinvenimenti delle colonne crollate del portico maggiore, cui seguirono le prime campagne di scavo e, negli anni '60, la ricostruzione delle colonne e di molti muri. La storia degli scavi proseguì in modo discontinuo fino al 2016, quando prese avvio l'attuale progetto di ricerca.

Le attività dell'Università di Bologna

Le ricerche a Monte Rinaldo si inseriscono in una lunga tradizione bolognese di archeologia dei paesaggi adriatici, che risale a Nereo Alfieri, fondatore della cattedra di Topografia Antica, e che oggi fa capo anche al Centro Studi per l'Archeologia dell'Adriatico, con sede presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà (DiSCi) a Ravenna. Dopo la scoperta della fine degli anni '50, l'Università di Bologna, d'intesa con la Soprintendenza ABAP delle Marche e il Comune di Monte Rinaldo, e in collaborazione con la British School at Rome, ha ripreso le indagini sul sito nel 2016. Il lavoro è partito dalla raccolta e dalla revisione della documentazione d'archivio e dei materiali delle ricerche passate, è proseguito con un nuovo rilievo architettonico realizzato tramite indagini non invasive (rilievi topografici e geofisici), che hanno permesso di quantificare il deposito sepolto e di pianificare le campagne di scavo. Il progetto è diretto dal prof. Enrico Giorgi, con la direzione scientifica condivisa con Paola Mazzieri della Soprintendenza e il coordinamento delle attività sul campo affidato a Francesco Belfiori, Paola Cossentino e Francesco Pizzimenti, con laboratori dedicati alla topografia, ai materiali, alla geofisica (curata dalla British School at Rome) e al restauro.

L'approccio è marcatamente multidisciplinare e integra tecniche di remote e proximal sensing, indagini geognostiche e scavo stratigrafico, con un crescente ricorso a metodi di archeologia preventiva volti a ridurre il consumo del deposito stratigrafico e una forte integrazione con lo studio paleo-ambientale e archeo-zoologico. Le campagne di scavo, condotte tra il 2017 e il 2023, si sono concentrate dapprima nell'area del tempio e successivamente nel settore a monte del santuario, dove è stato individuato un nuovo edificio del II secolo a.C., forse destinato a delimitare l'area sacra; ulteriori sondaggi aperti all'esterno dell'area archeologica hanno permesso di riconoscere strutture costruite a ridosso del santuario dopo la sua distruzione. Tra i ritrovamenti più rilevanti vi sono numerosi vasi impiegati nelle pratiche di culto, alcuni dei quali recano incise dediche alle divinità venerate, in primo luogo Giove. Le attività di scavo sul campo si sono concluse con la campagna del 2023 e il progetto è oggi concentrato sullo studio e sull'edizione finale dei risultati.

Parallelamente, sono state condotte ricognizioni intensive nel territorio circostante per inserire il santuario nel più ampio contesto insediativo della Valdaso repubblicana: l'assenza di abitati immediatamente adiacenti ha fatto ipotizzare la presenza di pertinenze terriere di proprietà del santuario, riservate alle sue esigenze o a un uso comunitario, ipotesi che le analisi archeo-zoologiche e paleo-ambientali in corso contribuiranno a verificare.

Una parte rilevante del lavoro riguarda la valorizzazione e l'archeologia pubblica. Nel novembre 2021, presso Palazzo Fossi, è stata inaugurata l'esposizione "Il santuario di Monte Rinaldo: archeologia del sacro", che presenta i reperti più significativi per comprendere la storia del complesso; alcuni di essi erano stati precedentemente esposti nella mostra del Ministero della Cultura "Tota Italia. Alle origini di una nazione" (Roma, Scuderie del Quirinale, 2021). Durante gli scavi gli archeologi vivono all'interno della comunità di Monte Rinaldo e condividono i risultati con cittadini e visitatori attraverso giornate di "scavi aperti", visite guidate, presentazioni pubbliche, seminari e conferenze, oltre a concerti e a una rassegna teatrale estiva organizzati con gli enti locali e di tutela: tra gli eventi si ricorda il concerto di Dardust "Lost in Space" del 2 giugno 2020, trasmesso in diretta streaming e rilanciato anche dal Parco Archeologico di Pompei. L'area archeologica accoglie ogni anno circa un migliaio di visitatori e diverse decine di classi scolastiche.

Il progetto è sostenuto dal programma Alma Scavi dell'Università di Bologna e dai Comuni interessati, e gli scavi si svolgono su concessione del Ministero della Cultura, nel quadro dell'accordo di collaborazione con la British School at Rome. Tra il 2021 e il 2023, infine, l'Università di Bologna ha fornito supporto tecnico-scientifico al Comune di Monte Rinaldo — in materia di archeologia preventiva e d'emergenza, rilievo e documentazione — anche nell'ambito dei lavori di recupero degli edifici lesionati dal sisma del 2016, finanziati con i fondi destinati ai Comuni marchigiani del "cratere del sisma".

Area archeologica "La Cuma"