Ravenna

Le ricerche dell'Università di Bologna e il progetto MAPS

A Ravenna l'archeologia deve fare i conti con una condizione singolare: città a continuità di vita, conserva nel tessuto urbano contemporaneo i celebri monumenti tardoantichi e altomedievali iscritti nella lista UNESCO, le cui fasi così ricche hanno finito per mettere in ombra il periodo antico, molto più difficile da percepire. La Ravenna romana, infatti, giace sepolta sotto una spessa coltre di depositi e sprofonda sempre più in basso per effetto della subsidenza e della risalita della falda: è, insieme, una città "visibile e invisibile". Nata e sviluppatasi come città d'acqua su dossi sabbiosi e isole in corrispondenza dell'estuario di più corsi fluviali, presso un braccio meridionale del delta del Po, tanto da essere descritta da Vitruvio e Strabone come una sorta di prefigurazione di Venezia, la città conserva tracce delle mura repubblicane (fine III secolo a.C.), della Fossa Augusta e della via Popilia, e conobbe una fase di rinnovamento in età augustea, prima di divenire capitale d'Occidente nel 402 d.C. Proprio la difficoltà di leggere questa dimensione più profonda è il punto di partenza delle ricerche dell'Università di Bologna.

Il lavoro nasce da un'iniziativa del Centro Studi per l'Archeologia dell'Adriatico (ARCADRIA), con sede a Ravenna: il progetto "Ravenna Sotto i Piedi", avviato nel 2020 con la schedatura dei resti della città romana noti dalla bibliografia, confluiti in una mappa digitale consultabile sul web che consente di percorrere la città soffermandosi nei luoghi dove sopravvivono brani del tessuto urbano antico, oggi sepolti a qualche metro di profondità. Da questa esperienza divulgativa è poi nata la declinazione ravennate del progetto MAPS (Methods and processes for the Analysis of Pluristratified Sites), un PRIN finanziato dal PNRR – Next Generation EU (2023-2025) di cui Enrico Giorgi è responsabile dell'unità locale dell'Università di Bologna. Il progetto, condotto dal Dipartimento di Storia Culture Civiltà e dal Dipartimento di Beni Culturali di Ravenna nell'ambito di una convenzione con la Soprintendenza e il Comune di Ravenna, ha l'obiettivo di studiare il paesaggio urbano di età romana e di restituirlo alla cittadinanza, integrando l'analisi archeologica con quella dei cambiamenti ambientali.

Le attività si sono articolate su più fronti. Sul piano della documentazione, i ricercatori hanno condotto lo spoglio e la digitalizzazione del materiale d'archivio conservato presso la Soprintendenza, confluito in un database utile alla tutela e destinato a essere reso accessibile alla comunità tramite una piattaforma web. La ricerca sul campo si è concentrata su due contesti-campione collocati ai margini della città antica e legati alle antiche aree umide: l'area di Santa Croce, a nord, dove sono in corso studi paleoambientali e geoarcheologici sulle carote di sondaggio (con analisi geochimiche, micropaleontologiche e archeobotaniche) e dove si è svolto un laboratorio di scavo microstratigrafico presso il Centro Operativo della Soprintendenza (2025); e l'area di viale Galilei, nella periferia meridionale, dove lo studio della documentazione e dei reperti di un vecchio scavo del 1995, una sequenza di piani stradali databili tra il I e il VI secolo d.C., con oltre sessanta casse di materiali riordinate e schedate (2025), ha permesso di rileggere l'evoluzione di un lembo del paesaggio extraurbano. A questi si affiancano indagini geofisiche non invasive, in continuità con la lunga tradizione dell'Ateneo nello studio del paesaggio antico di Ravenna e di Classe. Sul versante dell'archeologia pubblica, infine, il progetto ha promosso trekking urbani con i cittadini lungo i percorsi elaborati da MAPS (2024-2025) e la presentazione pubblica dei risultati al Museo Nazionale di Ravenna (febbraio 2026), nell'intento di restituire ai ravennati la dimensione "verticale" e nascosta della loro città.