La città romana di Falerio Picenus sorgeva in corrispondenza dell'attuale frazione di Piane di Falerone, in provincia di Fermo, all'interno della Regio V Picenum, su un terrazzo alluvionale alla sinistra del medio corso del fiume Tenna. La sua posizione era strategica per la viabilità antica: Falerio si trovava al punto d'intersezione tra la strada di fondovalle, che, lungo la valle del Tenna, univa la costa adriatica alla fascia pedemontana e ai Monti Sibillini e costituiva anche il principale asse della centuriazione, e la via Salaria Gallica, l'arteria interna che da Asculum (Ascoli Piceno) raggiungeva Urbs Salvia (Urbisaglia) collegando la via Salaria alla via Flaminia. Il ruolo centrale della città nella rete viaria è confermato dal rinvenimento, nel circondario, di sei pietre miliari databili tra il 305 e il 365 d.C. Oggi i resti sono tutelati e valorizzati nel Parco Archeologico di Falerio Picenus, che conserva il teatro, l'anfiteatro (allineato al teatro, sul lato opposto della città), due cisterne romane di cui una monumentale, il podio del tempio e diversi monumenti sepolcrali.
Il sito si trova nel cuore del territorio piceno, a poca distanza da centri come Belmonte Piceno, Grottazzolina, Montegiorgio e Fermo: per la fase preromana Falerio resta poco documentata e solo alcuni rinvenimenti sporadici lasciano ipotizzare una frequentazione protostorica, forse legata alla popolazione dei "Papuni" menzionata in alcune epigrafi del territorio. La prima notizia certa risale al 90 a.C., quando, ai piedi del Mons Falarinus, il colle dell'odierna Falerone, i Romani guidati da Gneo Pompeo Strabone subirono un'inattesa sconfitta da parte dei Piceni nel quadro della guerra sociale.
Dopo quell'episodio sorse a Falerio un centro di una certa importanza già in età triumvirale (intorno al 49 a.C.), di cui sappiamo però poco perché fu presto sopravanzato dal grande sviluppo monumentale promosso da Augusto. Fu Ottaviano Augusto a insediare qui i veterani della battaglia di Azio (31 a.C.) e a fare di Falerio una colonia: i veterani andavano ricompensati con terre e con strutture che permettessero loro di vivere come a Roma. La città si dotò così di strade basolate, di un elegante teatro, di un tempio di cui ancora emerge il podio fra le case del paese, di due imponenti cisterne (una un tempo rivestita di marmi e statue), di un anfiteatro e anche di un settore pubblico monumentale, forse il foro, con edificio porticato, edificio absidato e un'ampia piazza. La ricchezza della città è testimoniata anche dagli imponenti monumenti sepolcrali lungo la strada verso Servigliano.
Il teatro è oggi l'emergenza più rilevante e, insieme, quella di più difficile lettura, perché scavata tra Sette e Ottocento con finalità soprattutto collezionistiche e poi profondamente modificata da restauri e integrazioni che ne hanno consentito l'uso fino ai giorni nostri per spettacoli e manifestazioni. Datato in età augustea su base epigrafica (tra le iscrizioni, una dedica a Gaio Cesare collocabile tra il 5 a.C. e l'1 d.C.) è il più piccolo dei teatri finora noti nella Regio V: l'orchestra misura 18,60 m, la cavea, aperta verso sud-est, è lunga 49,20 m, per un'altezza complessiva stimata intorno ai 9,40 m. Si tratta di un edificio "autoportante", con i primi due ordini di gradinate sostenuti da un terrapieno (aggestus) contenuto da muri radiali, mentre la summa cavea, oggi scomparsa, poggiava su un ambulacro perimetrale su pilastri in laterizio con semicolonne rivestite di marmo: una soluzione architettonica che, in un Piceno dove la maggior parte dei teatri si appoggiava ai pendii naturali, costituisce una rara eccezione. Alla prima fase augustea seguirono interventi successivi, tra cui un abbellimento di età claudia (43 d.C.) probabilmente legato agli ingressi, e ritocchi sotto Commodo e Valeriano, mentre il completamento dell'apparato decorativo è collocabile nella seconda metà del II secolo d.C. La capienza, a lungo stimata in 1.600 spettatori, è oggi ridimensionata a circa 1.100 posti.
Come molti teatri antichi, anche quello di Falerio doveva avere un forte legame con la sfera sacra: alcuni studiosi hanno ipotizzato la presenza di un tempietto nella parte sommitale della cavea, ipotesi resa plausibile anche dal rinvenimento, nel 1921, di terrecotte architettoniche e di offerte votive di età repubblicana che suggeriscono l'esistenza di un'area di culto precedente all'edificio teatrale. Dal teatro provengono inoltre statue di pregio rinvenute nei vomitorianell'Ottocento, tra cui una Cerere/Demetra, una Venere e un Giove, oltre a una testa di Augusto e a due telamoni che reggevano maschere tragiche, oggi in parte disperse tra musei italiani e stranieri, compresi il Louvre e i Musei Vaticani.
Fiorita nei secoli della pax Romana, Falerio Picenus conobbe l'abbandono tra la tarda antichità e il primo Medioevo: in un'epoca di insicurezza, segnata dalle invasioni e dalla guerra greco-gotica, la popolazione cercò rifugio in posizioni più difendibili, dando origine all'abitato arroccato di Falerone. Restano testimonianze anche dell'età longobarda, come la cosiddetta stele di Volveto, una lastra sepolcrale romana reimpiegata la cui epigrafe, datata al 770 d.C., menziona il re Desiderio e contiene la più antica attestazione nota del Ducato di Fermo.
Nel 1595 la scoperta di una tavola bronzea, il "rescritto" con cui l'imperatore Domiziano (82 d.C.) tentava di dirimere la disputa tra Falerienses e Fermani su alcuni terreni rimasti non assegnati, accese l'interesse papale sul sito: la tavola fu donata al cardinale Pietro Aldobrandini, che promosse i primi sterri. Le prime indagini documentate risalgono al 1777, sotto Pio VI, quando il teatro fu esplorato nello stesso periodo in cui vennero promosse le ricerche in altri siti marchigiani come Cupra Maritima, Helvia Ricina e Urbs Salvia, alla ricerca di pezzi pregevoli per il Museo Pio Clementino, oggi parte dei Musei Vaticani. Nel 1836 i fratelli Gaetano e Raffaele De Minicis, originari di Falerone, ripresero gli scavi con intenti più scientifici, riportando alla luce l'intera struttura del teatro e lasciando un prezioso diario di scavo. Determinante per la conoscenza della città fu poi, dagli anni Cinquanta del Novecento, l'opera dello studioso locale Pompilio Bonvicini, ispettore onorario della Soprintendenza. Dopo importanti lavori di sintesi e studi di dettaglio sul teatro, le ricerche sistematiche sono riprese nel 2021.
Il progetto di studio e valorizzazione di Falerio Picenus è nato nel 2020 e si è formalizzato attraverso una convenzione tra la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Ascoli Piceno, Fermo e Macerata, il Comune di Falerone e il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell'Università di Bologna, sotto la direzione di Enrico Giorgi, Federica Grilli e Paolo Storchi. L'obiettivo è duplice: migliorare la conoscenza complessiva della città, finora studiato soprattutto per singoli monumenti, e rendere comprensibili al pubblico i suoi edifici, integrando analisi archeologica, epigrafia, fonti scritte e tecnologie di documentazione avanzata. L'approccio combina lo studio dei monumenti e degli spazi intermedi con l'analisi di immagini satellitari, aeree e da drone, le indagini geofisiche e, infine, lo scavo stratigrafico.
La ripresa delle ricerche, nel 2021, prende le mosse da una scoperta: l'individuazione, da parte di Paolo Storchi, di marcate anomalie (crop marks) nelle immagini satellitari e aeree dell'area a nord-ovest del teatro, indizio di un intero settore pubblico sepolto, fino ad allora sconosciuto. A partire da questi dati gli archeologi dell'Università di Bologna, sotto la supervisione della Soprintendenza, hanno condotto indagini non invasive con drone, georadar e magnetometro, che hanno restituito la configurazione dell'intero quartiere. Nel 2023 si è svolta, su concessione del Ministero della Cultura, la prima campagna di scavo, articolata in due saggi: uno ha rivelato una struttura absidata identificabile con un tempio romano, con piani pavimentali in pregiate lastre di marmo che rivestivano anche le pareti; l'altro ha messo in luce strutture murarie con più fasi di vita prospicienti una strada romana basolata in eccellente stato di conservazione. Questi dati, insieme al riconoscimento di marciapiedi e di una possibile strada porticata all'incrocio con un altro asse (forse il decumano), collocano l'indagine nell'area del foro.
Un filone centrale del progetto è la documentazione tridimensionale del teatro. Nel marzo 2022 l'Università di Bologna ne ha realizzato il rilievo con laser scanner (Leica P30), ottenendo una nuvola di punti con precisione sub-centimetrica che è diventata la base di riferimento per la ricostruzione. Su questa base è stata elaborata una ricostruzione virtuale dell'aspetto originario dell'edificio, affidata per la parte di modellazione allo Studio 111. Il modello non è concepito solo come "vetrina" dell'aspetto antico, ma come un vero strumento di ricerca: ha permesso, ad esempio, di verificare se i singoli elementi architettonici rinvenuti potessero trovare collocazione coerente nell'edificio e di mettere alla prova ipotesi precedenti. È inoltre pensato per la fruizione pubblica direttamente in sito, inquadrando un QR code con lo smartphone, in un'ottica di "democratizzazione" del patrimonio: gli abitanti di Falerone possono così vedere ricomposto ciò che nei secoli è stato in gran parte disperso.
Allo studio del teatro si lega anche un intervento condotto nel 2022 in occasione della progettazione, da parte della Soprintendenza, di un nuovo impianto illuminotecnico: la necessità di definire preventivamente il sistema antico di raccolta e smaltimento delle acque dell'edificio, mai documentato in modo organico, se non nel rilievo ottocentesco dei De Minicis, ha dato origine a una mirata indagine sul sistema di deflusso idrico. Attraverso prospezioni georadar (a cura di Giuseppe Guarino) e una campagna di sei saggi stratigrafici (condotti da Paul Blockley per la società Ra.Ga), è stato possibile accertare posizione, tracciato e tecniche costruttive di tre linee di canalizzazione sotterranee, sostanzialmente coincidenti con quanto rilevato nel 1836: due condotti simmetrici provenienti dall'area settentrionale (il settore del probabile foro), un canale originato nell'orchestra e una piccola canaletta che raccoglieva le acque dell'edificio scenico. Le condotte, realizzate in mattoni, tegole e blocchi di pietra, trovano un significativo confronto nel sistema di deflusso del teatro di Aquileia. Alle indagini geofisiche hanno preso parte anche studenti del corso di laurea magistrale in Archeologia dell'Università di Bologna.
Le campagne hanno coinvolto ricercatori, dottorandi e studenti dell'Ateneo, insieme a studenti residenti nel territorio, e si avvalgono del supporto del Comune di Falerone. Oltre alla ricerca sul campo, il progetto guarda alla valorizzazione: la ricostruzione 3D del teatro fruibile dai visitatori, un rinnovato percorso didattico con nuovi pannelli e il riallestimento della collezione archeologica cittadina, il cui museo era stato chiuso a seguito del sisma del 2016. I risultati vengono condivisi pubblicamente con la cittadinanza, come nella presentazione del settembre 2023. Il lavoro è realizzato su concessione del Ministero della Cultura e con il sostegno della Regione Marche e del Comune di Falerone.