Turismo lento e turismo outdoor sono termini che abbiamo visto più volte sulle pagine delle riviste di settore, in TV nei programmi specializzati sui viaggi e anche sui quotidiani. I due termini sono solo parzialmente sovrapponibili.
Il turismo lento nasce in risposta alla frenesia dei ritmi di lavoro (in risposta al “logorio della vita moderna” volendo citare una nota pubblicità degli anni ’70) e identifica nel rallentamento dei ritmi di visita delle destinazioni lo strumento migliore per favorire la possibilità di godere appieno di una delle ragioni per le quali viaggiamo: l’incontro con l’altro e con l’autenticità delle sue espressioni culturali.
È una definizione che nasce in continuità con i concetti di slow food e cittàslow, entrambe movimenti ed organizzazioni fondati in Italia con l’obiettivo di contrastare la velocità come sinonimo di bassa qualità.
Il turismo slow porta con sé anche il tema della sostenibilità (in primis ambientale, ma poi anche sociale quando fa riferimento al prediligere produzioni locali) e di conseguenza della mobilità dolce, a piedi, a cavallo o in bicicletta.
Proprio questo è l’elemento di collegamento fra le due forme di turismo.
Il turismo outdoor, di cui si sono celebrati gli stati generali a fine novembre 2024 a Venezia per iniziativa del CAI nazionale e del Ministero del Turismo, identifica prevalentemente le forme di turismo all’aria aperta quali l’escursionismo a piedi, il cicloturismo, il turismo equestre, ma anche tutte le forme di turismo attivo, sportivo e di avventura che si praticano all’aria aperta (arrampicata, rafting, scialpinismo, ecc.).
Anche quello del turismo outdoor è un mercato in rapida crescita e che ha visto in anni recenti un crescente interesse sia alla scala nazionale, con ingenti investimenti pubblici per lo sviluppo di una rete di infrastrutture viarie dedicate, che a quella internazionale, con la costruzione di connettori internazionali della sentieristica per l’escursionismo a piedi e in bicicletta.