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Stefano Tonietto - Due parodie

IL TORVO

Virtuosismo metrico: in gara con Poe

 

  Mentre in preda ai miei pensieri (era solo l’altro ieri)

passeggiavo nell’androne d’un immenso megastore

  e tra scarpe e biancheria mi chiedevo: «Dove sia

il reparto libreria, a che piano, a quale floor?»,

mi si palesò un cartello che diceva: «Sesto floor,

  libri & dischi, please explore».

 

  Per lenire il mio dolore così presi l’ascensore

che scandiva passo passo sul quadrante: «…two, three, four…»,

  finché all’ultima stazione si fermò con discrezione

ed aprì quel suo portone sull’ambito sesto floor,

sesto piano d’un enorme, d’un immenso megastore:

  non plus ultra, stop, no more.

 

  «Poca gente: è naturale, qui si affollano a Natale,

per i libri in altri tempi non si nota troppo amor.

  Solo ai DVD c’è gente che controlla attentamente

ogni titolo recente dello splatter, dell’hardcore,

e ricordo quando ancora a frugare nell’hardcore

  ci venivo con Lenore».

 

  M’allontano tra i bancali, tra i fittissimi scaffali:

son romanzi? No, son saggi, ecco un titolo di Al Gore.

  I romanzi sono in fondo, tutt’ intorno un girotondo;

mi divertirei un mondo se ci fossi con Lenore.

Ah, cercare tra i romanzi mano a mano con Lenore!

  Altri tempi, ay, que dolor!

 

  Ella amava e sempre amò tutto d’Edgar Allan Poe,

per il qual provava un vero, un fremente vivo ardor;

  l’altri autori americani li diceva tutti cani,

come quello dei Mohicani, l’aborrito Fenimore;

ripeteva: «Neanche morta vorrei legger Fenimore,

  I wish I was dead before!».

 

  «Oh commessa tu cortese del reparto in lingua inglese,

hai qualcosa d’Edgar Allan da comprare per Lenore?

  Un’inedita stesura d’un racconto di paura,

un’ennesima brossura di quel sommo arcano autor,

ch’era un tempo il prediletto, tra migliaia il solo autor

  della dolce mia Lenore?».

 

  E mi apparve, bieco e torvo, tutto nero come un corvo,

un commesso vecchio e storto, tipo arcigno professor,

  a spiare le mie mosse quasi come nulla fosse

con pupille orrende rosse che incutevano terror,

e davanti a lui fui preso da inspiegabile terror,

  fino a dire: «Oh Dio Signor!».

 

  Ma facendomi coraggio diedi voce: «Cerco un saggio,

uno studio, un’edizione, una nota di color,

  una stampa dei Grotteschi, dei bellissimi Arabeschi,

dei racconti polizieschi con quell’investigator.

Edgar Allan Poe, le dico; ce l’avete, per favor?».

  Disse il torvo: «Fenimore».

 

  «Caro lei, sarò in difetto se ad insister mi permetto,

ma lo faccio nel rispetto della dolce mia Lenore.

  Lei mi dice che tra tanti libri colti, appassionanti,

ricchi, belli, interessanti, d’ogni lingua e d’ogni autor,

non avete un solo tomo ch’abbia Poe per proprio autor?»

  Disse il torvo: «Fenimore».

 

  «Non scherziamo più, suvvia, glielo chiedo in cortesia:

lei davvero sosterrebbe con parola sua d’onor

  in un sito punto org che i delitti di Rue Morgue,

che il discendere nel gorgo hanno minimo valor?

Chi li batte, me lo dica, in materia di valor?

  Disse il torvo: «Fenimore».

 

  «Ma in sostanza chi tra loro si corona più d’alloro?

Chi narrò di Natty Bumppo, forestale cacciator,

  e cantò le guerre indiane nelle selve americane

o l’architettor d’arcane cupe storie di terror?

Dica, dica: il primo posto chi si merita tra lor?».

  Disse il torvo: «Fenimore».

 

  Ah, che incubo funesto! Dormo ancora o sono desto?

Che mi tocca di sentire nell’immenso megastore?

  Cupo, torvo, in faccia truce, dove vuole mi conduce

qual falena in troppa luce questo cupo iettator.

«Ecco gli Euro, che mi vende, o sinistro iettator?».

  Disse il torvo: «Fenimore».

 

  Sono vinto, volto in rotta… mi costò una bella botta.

Faccio i conti mentre scendo dall’odioso sesto floor.

  Solennissima disdetta, m’ho giocata la paghetta!

Cosa ho qui nella sacchetta come dono per Lenore?

Che scrittore a te sgradito sto recandoti, Lenore?

  Alzo il tomo: «Fenimore».

 

 (19.2.2019)

 

 

SONETTO SPURIO SICULO-TOSCANO

 

  Escluso sia dall’antologia di Gianfranco Contini, Poeti del Duecento, Ricciardi, Milano-Napoli 1960 che dall’edizione di Bruno Panvini (Le rime della scuola siciliana, Olschki, Firenze 1962), il presente sonetto non ha trovato posto neppure nell’esaustiva edizione critica mondadoriana I poeti della scuola siciliana, promossa dal Centro di studi filologici e linguistici siciliani e apparsa nella collana I Meridiani in tre volumi nel 2008.

  I motivi dell’esclusione appaiono di squisita quanto convincente natura metrico-linguistica e saranno da noi discussi in un articolo di prossima uscita sui «Quaderni federiciani e manfrediani svevo-normanni» editi dall’Università Rumena di Medicina di Enna.

  Ci accontentiamo, in questa occasione, di fornire al grosso pubblico il testo del componimento, assieme all’apparato critico e ad un minimo di note esegetiche.

 

Testimoni

V Codice Vaticano    La, Lb, ecc. Codice Laurenziano, con le varie mani che vi si succedono.

 

 

              Lo ’rnidorincho dà la poppa e latta

a’ nati suoi po’ ’sciti son da l’ova;

becco ha d’arna e co’ piè nuota e sciacquatta,

pure tutto peluso s’arritrova.

 

  L’amor ch’agg’eo di non diversa fatta,                        5

madonna mea, per voi mi pone a prova,

che par duo sane in una cosa matta,

simile ad animal d’ispezie nova.

 

  Lo dindio intra in tencion cum lo paone

e·ffa soa coda, ma si ve’ ben brutto                      10

s’ai suo’ bargiglia fa riguardamento. 

 

  De tal natura anch’eo poeta sone,

che, ’ntavolando ben rozzo leutto,

con l’uno e·ll’altro Guido in van cimento.

 

 

Apparato critico

1 ’rnitorinquo Lf    2 uova   V    3 annètra Lg   sciagguetta Lz  s’acquatta Heinsberg   4  peluzzo La    arritruova Lb  5 L’amor ch’i’ho V    6  pruova Lb    7 in d’unaccosa V   8 nuova Lg     9 Lo pitto V    11 bargilgi  Ly   13 intavolando vo V    14 in van V.

 

1 Lo ’rnidorincho: ‘Il mammifero dei Monotremi’. La variante di Lf appare connotata da ipercorrettismo.  latta: ‘allatta’, come è caratteristica dell’animale, il quale tuttavia depone ova.  2 a’ nati suoi: ‘ai suoi piccoli’, la costruzione al dativo è quella del verbo dare (la poppa), mentre ovviamente (al)lattare sarebbe transitivo. po’ ’sciti son: ‘dopo che sono usciti’. Debenedetti suppone qui una banalizzazione centro-settentrionale e propone un mediomeridionale trasuti e’ son, ‘usciti che siano’. ova: la normalizzazione toscana uova in rima con arritruova, pruova e nuova pare da scartare a questa altezza cronologica.  3 becco ha d’arna: ‘ha becco d’anitra’, forse per influsso dei poemi franco-veneti, in quanto ànitra sarebbe la corretta forma siciliana.  sciacquatta: ‘sciaguatta’, pesticcia nell’acqua con le zampe palmate. Tale duplicità morfologico-fisiologica rinvia alla scheda del Bestiario moralizzato di Gubbio, dove il grifone, anch’esso mezzo mammifero e mezzo uccello, è allegoria della duplice natura di Cristo, umana e divina. La lezione s’acquatta dello Heinsberg (1962) appare con evidenza facilior.   4 pure… s’arritrova: ‘eppure si ritrova ad essere tutto peloso’. Si noti il sicilianismo peluso, non in rima e dunque non obbligato.     5 ch’agg’eo: ‘che io ho, che io provo’. Aggio è forma meridionale del verbo avere. fatta: ‘fattura, specie’.    6 madonna mea: labile indizio per poter concludere, come fa il Platania, che la donna amata dal poeta fosse una Nuzza Cangemi da Castrojuvanni, poi monaca a Palermo col nome di Giustificata. per voi: da collegarsi ad aggio.   7 che par duo… matta: ‘che sembra due nature normali (cose sane) in una natura anomala (matta). Già Sigieri di Brabante sosteneva che se due animali ciascuno per sé sono naturali, l’incrocio ossia la mescolanza di essi è contro natura (De omine, XI). L’amore del poeta per Madonna è dunque una cosa ibrida, come l’ornitorinco, e quindi negativa, fonte di tormento. Pare si alluda allegoricamente al desiderio spirituale (la natura di uccello) e a quello carnale (il mammifero).   8 d’ispezie nova: ‘di specie nuova’.    9  dindio: ‘tacchino’, con evidente derivazione dalla lingua d’oïl (dinde), forse per la mediazione dei cantàri epico-cavallereschi arturiani. Va scartata la forma pitto (o pito) in quanto subordinata a influenze altoadriatiche.  intra in tencion: ‘gareggia’.    paone: ‘pavone’. Entrambi gli uccelli sfoggiano infatti una vistosa coda di penne caudali erette, benché il pavone sia tradizionalmente il vincitore in tal tenzone.    10 e·ffa soa coda: ‘e fa (erge) la sua coda. si ve’: ‘si vede.    11 s’ai suo’… riguardamento: ‘se guarda con attenzione ai propri bargigli. L’autocritica del tacchino (il cui capo adorno di bargigli paonazzi è invero poco attraente) ricorda quella del pavone stesso, che nei bestiari smorza l’orgoglio per la bella coda allorché si guarda i brutti piedi (l’immagine è in un sonetto attribuito con dubbio a Giacomo da Lentini, Lo badalisco a lo specchio lucente, numerato 1D.2 nella citata edizione mondadoriana). Il neutro plurale bargiglia appare vezzo del copista toscano del codice Vaticano.    12 De tal natura… sone: ‘Anch’io, poeta, sono di tal natura’. Come la seconda quartina spiegava l’allegoria della prima, così ora la terzina finale interpreta la precedente.  La forma sone per il presente indicativo di prima persona singolare del verbo essere cela forse un guasto irrimediabile nella tradizione manoscritta.    13 che, ’ntavolando ben rozzo leutto: ‘io che, componendo musica per il mio ben rozzo liuto’. Il termine intavolatura (fr. tablature; sp. entabladura; ted. Tabulatur; ing. tablature) inizia a comparire già prima dell’undicesimo secolo, il che ci permette di datare agevolmente il nostro sonetto all’ultimo millennio d.C. La lezione arcaica leùtto è stata tacciata di ipercorrettismo dallo Schweine.    14  con l’uno e l’altro Guido in van cimento: ‘invano gareggio (cimento) con i due Guidi’, Guinizzelli e Cavalcanti, presi qui come paradigmatici modelli di poesia cortese. L’uso attivo del verbo cimentarsi ha destato disagio anche nell’amanuense del Vaticano, che ha tentato di normalizzare la sintassi inserendo un predicato reggente al v. 13: che intavolando vo ben rozzo liuto / con l’uno e·ll’altro Guido in van cimento: ‘(io) che vado intavolando un ben rozzo liuto in vana gara con i due Guidi’. Tale lezione va rifiutata anche in considerazione della perdita della necessaria rima in -utto. Proprio quest’uso anomalo del verbo cimentarsi appare la più luminosa prova del fatto che il sonetto non può essere stato scritto nel XIII secolo, e va quindi rubricato come senz’altro spurio.

(21.12.2016)

 

Pubblicati il 28 giugno 2019