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Ermanno Cavazzoni - Note e appunti sul rinomato scrittore Learco Pignagnoli e sui convegni che son stati fatti

"In una prolusione del 3 aprile 2004 Ermanno Cavazzoni, dopo aver salutato i signori e le signore lì convenute, ha affermato che il nome di Learco Pignagnoli sempre più spesso lo si sente citare a sproposito dai millantatori che vivono a sbafo; o da certi critici che mangiano, bevono, ingrassano, e pretendono di rappresentare la critica, mentr’invece semmai rappresentano il lardo, le salsicce, i salsicciotti e il salame".

 

1. Il convegno del 3 aprile 2004, tenutosi a Reggio Emilia, è stato caratterizzato da una certa fretta. Il sindaco aveva minacciato di spegnere tutte le luci se il convegno andava oltre le 19 e 30, cosa che si è puntualmente verificata, in quanto che i convegnisti e i loro sodali si abbandonarono a lunghi sfoghi lamentosi e senza costrutto, anche a canti non pertinenti, e spesso a relazioni lente ed esasperanti, tanto che il moderatore (nella persona di Alberto Manfredini detto El Gaucho) dovette togliere per 6 volte la parola ai più snervanti intervenuti. Nonostante ciò, alle 19 e 30 in punto fu tolta la luce, e alcuni dipendenti comunali furono lanciati tra il pubblico, picchiando a destra e a sinistra con dei tubi flosci di gomma. Quando si riaccese la luce, dopo mezzo minuto, il pubblico non aveva più voglia di convegno e di Pignagnoli, mentre il sindaco fu visto andar via tronfio e impettito, come un gallo cedrone, qualcuno disse, come un’anatra, qualcun altro corresse.

2. A questo proposito, Alberto Manfredini (El Gaucho) ha sostenuto che i poeti a volte producono rumore e fastidio, e in particolare era rumoroso il poeta N. Balestrini (cosa per altro non vera, perché si sa che il poeta N. Balestrini è silenzioso e discreto). Ma Alberto Manfredini ha sostenuto che il poeta N. Balestrini girava per strada con un macchinone giù di carburazione, e che teneva sempre su di giri perché non si spegnesse, col motore imballato al massimo, e arrivava in Comune strombazzando e facendo un fumo più che mai cancerogeno e nero; e lo si vedeva passare, diceva Alberto Manfredini detto El Gaucho, anche in zona pedonale, giù per via Toschi di Reggio Emilia, e per via Scaletta, dove si radunano i poeti suoi figli o comunque suoi derivati, tutti automuniti anche loro, questo affermava Alberto Manfredini detto El Gaucho, che li vedeva andar contromano per i sensi unici, passare col rosso, sgasare senza cognizione di causa, e senza aver pagato la tassa di circolazione (e senza che la giunta mettesse un freno a ciò, a tale disordine spirituale e fiscale).

3. Alberto Manfredini, a questo proposito, sostenne che il poeta N. Balestrini gira abitualmente senza marmitta, e tutti quelli del gruppo cosiddetto sessantatrè, gli corrono dietro senza marmitta anche loro, e in più senza freni (cosa però che non è risultata vera, per quanto attiene ai freni).

4. In una prolusione del 3 aprile 2004 Ermanno Cavazzoni, dopo aver salutato i signori e le signore lì convenute, ha affermato che il nome di Learco Pignagnoli sempre più spesso lo si sente citare a sproposito dai millantatori che vivono a sbafo; o da certi critici che mangiano, bevono, ingrassano, e pretendono di rappresentare la critica, mentr’invece semmai rappresentano il lardo, le salsicce, i salsicciotti e il salame; a Reggio Emilia, in occasione di un loro festival, c’è chi li ha visti mangiare lo strutto; “ne voglio ancora”, dicevano, in municipio, spesati in tutto. Non si sa come l’amministrazione possa consentire. E inoltre ammettere i rutti, sì signori, i rutti, non mi sono sbagliato, (ma chi è che parla?), sono io che ho parlato, (io chi?), io. E comunque tutto questo al professor Cavazzoni non interessa, se non vado errato.

5. C’è chi dice che Learco Pignagnoli fosse un lavativo, un sedentario; che puzzasse un po’ di cavallo. Chissà! Altri dicono che avesse invece la mania di lavarsi, anche i denti, cinque, sei volte al giorno; e stuzzicarsi le orecchie, per averle sgombre e irreprensibili ad ogni eventuale verifica, ad esempio di un critico, che volesse studiargli un orecchio, e criticarglielo. I critici delle volte, quando vogliono fare i sofistici, diceva Stippelkrause, guardano dentro le orecchie (Das probleme von grosse mutter); e non si guardano le loro. Ad esempio c’è un critico noto di Roma, alto e grosso, che però è meglio lasciare perdere, se no mi ossessiona con le sue lettere, chè me ne ha già scritte di minacciose. Come si chiama? Marameo, non lo dico, se no salta fuori anche suo figlio, che è già avviato sulla via della critica. Ma tu, scusa, che parli in prima persona, chi sei? Io?io sono la nota che è in corso. Sì però non si può usare lo spazio arbitrariamente, per questioni personali e private. Chi l’ha detto? E’ l’uso. Va beh, tiriamo avanti.

6. Daniele Benati possiede gli originali, ed è il più competente. Tranne quando deve comprare una macchina, perché allora diventa nervoso e incompetente; ripete questa idea: che lo imbroglieranno, di sicuro, e allora non riesce più a rilassarsi, a togliersi questo tetro pensiero. Sembra calmo all’esterno; però è di dentro che è in movimento (per via della macchina); dice che quando uno compra una macchina ha l’inferno nel cuore, per giorni, sente dentro dei cani che abbaiano, sente il rivenditore che ripete quelle sue frasi melliflue.

7. Alberto Manfredini detto El Gaucho, è noto come persona onesta, equilibrata, e viene invitato ai convegni per calmare i convegnisti, se ci sono per caso teste calde, o scalmanati; se ci sono dei pirla, come spesso ai convegni ci sono, che vogliono ad esempio fare rumori, fare critiche decostruttive. Allora Alberto Manfredini li guarda in silenzio, per dieci minuti, gelando la sala. E’ la sua specialità; per questo è richiesto. E a tutti i convegni su Learco Pignagnoli ha coordinato, perché lì convengono gli scansafatiche.

8. Ugo Cornia ha sempre sostenuto che sarebbe interessante conoscere gli studi filosofici compiuti da Pignagnoli, soprattutto in relazione al pensiero del novecento. Per questo motivo ha visitato nel 2003 la biblioteca personale del Pignagnoli, in possesso di una cugina. L’indagine non ha portato a grandi risultati. Ad esempio vi si trova L’essere e il nulla, edizione Il Saggiatore, ma è ancora incartato nel suo cellofan. Anche le Ricerche logiche di Husserl, dice Ugo Cornia, sono ancora avvolte nel loro cellofan; sembra che i due libri, dopo essere stati acquistati, non siano stati mai neanche sfiorati. Stessa cosa per i volumi di Wittgenstein e di Nietsche. “A questo punto mi ero convinto -ha dichiarato Ugo Cornia- che tra Pignagnoli e la filosofia del ‘900 non ci fosse mai stato nessun incontro, nè personale, nè di pensiero. Ho telefonato quindi a Tiberio Lelli, che in passato ha frequentato Pignagnoli, per comunicargli i risultati della mia indagine; ma Lelli mi ha detto che riguardo a Pignagnoli non bisogna mai fidarsi delle apparenze, Pignagnoli ha sempre amato dissimulare. Lelli sa per certo che qualche anno fa Pignagnoli acquistò da un suo amico, gestore di un Conad, una di quelle macchine che servono a sigillare i salumi e le olive in modo che non prendano gli odori del frigo. Secondo Lelli, Pignagnoli era capace di studiare a memoria un libro di Sartre o di Whitehead, poi li risigillava come se fossero nuovi. E, mentre discutevano, capitava spesso che Lelli dicesse a Pignagnoli: quello che hai detto mi sembra l’abbia già detto Pascal; ma Pignagnoli rispondeva che era un caso fortuito, che si trattava di pensieri che stanno nell’aria intorno alle nostre teste da trecentocinquanta anni, e gli mostrava una copia di Pascal perfettamente sigillata nel cellofan. Però, una volta che stavano discutendo di mimica facciale e Pignagnoli (che faceva finta di essere malato) aveva mandato Lelli in cucina a prendere due bicchieri di whisky, Lelli aveva visto di fianco al frigo questo strano macchinario, l’aveva aperto, e ci aveva trovato dentro l’espressione delle emozioni di Darwin, sigillato nel cellofan”. Da ciò si deduce che a Pignagnoli piaceva molto sparare frasi di Sartre o di Darwin come fossero pensate sue originali, e poi esibire il testo ancora incellofanato, come a dimostrazione che quel libro non l’aveva ancora aperto. Ugo Cornia sostiene che Pignagnoli sarebbe un autore tipicamente colto che amava fingere di essere naif.

9. Ero Platanìa nel suo saggio L.Pignagnoli nel mondo della cultura (ed. Il Camaleonte 2004) si diffonde esaurientemente sul contesto culturale che ha formato e influenzato il Pignagnoli. “[…] è difficile parlare di Learco Pignagnoli –scrive Ero Platanìa- senza nominare Alberto Moravia, che, tra parentesi, frequentavo assieme a Jean Paul Sartre (alla fine degli anni ’60), il quale mi spiegava come Albert Camus fosse vicino al Paul Nizan di Aden Arabie. Allora attorno ad Alberto Moravia gravitavano figure quali Thomas Mann e sua moglie Katia, Saul Bellow, Jean Luc Godard e Curzio Malaparte, col quale ho discusso personalmente della Pelle, in presenza di Elio Vittorini ed Eugenio Montale. Elsa Morante mi ha poi detto che al premio Strega, insieme a Pier Paolo Pasolini e Guido Piovene, parlando con Leonardo Sciascia e Attilio Bertolucci di Renato Guttuso, è emerso che Giuseppe Berto nella recensione a Dino Buzzati del ’64 dove lo paragonava a Carlo Cassola, alludeva in realtà a Raffaele La Capria e ai suoi rapporti con Palmiro Togliatti lettore di Gramsci, già espressi d’altronde da Salvatore Quasimodo in un’intervista a Leo Longanesi dove Alfredo Oriani compare assieme a Tommaso Landolfi e Alberto Lattuada associato a Beppe Fenoglio nell’idea di letteratura, ripresa d’altronde da Gianfranco Contini e in parte da Giorgio Bassani, più precisamente il Bassani dei Finzi Contini, che sta tra il Vitaliano Brancati prima maniera e l’Emilio Cecchi dell’epoca fiorentina, non distanti da un Giorgio De Chirico o un Alberto Savinio ripensati in chiave palazzeschiana. E d’altronde era l’epoca dei Saba, dei sanguineti, delle Sanvitale, dei Saroyan, delle Nathalie Serraute, degli Schifano; di Bernard Shaw, Ardengo Soffici, Mario Soldati, Solzenicyn, Susan Sontag, Italo Svevo, Giuseppe Ungaretti, Paolo Volponi, Vittorio Zampa. Ecco, in questo contesto, e solo in questo contesto Learco Pignagnoli può essere avvicinato (come dicevo) ad un Moravia, al Calvino della trilogia, ad un Penna, e, perché nasconderlo? ad un Tommasi di Lampedusa nella sua componente verghiana […]” (p.224-25).

10. Secondo il parere di Ivan Levrini, espresso al I Convegno Internazionale (30 settembre 2003), si pone con urgenza una domanda a proposito di Pignagnoli, il quale, sempre secondo il Levrini, avrebbe trascorso lunghi anni in Svizzera, nella città di Solothurn. “Ogni volta che ci arrivava si meravigliava, le auto che danno la precedenza ai pedoni, i passanti che usano i cestini per le cartacce, i treni in orario, niente file alla posta, i cani al guinzaglio e i padroni pronti con la paletta. Pignagnoli andava a visitare la sede della Rolex a Biel, e rimaneva stupito, andava a visitare il museo dell’orologeria a Le Loce e rimaneva stupito, andava a visitare la sede della Nestlé a Vevey e rimaneva stupito…”. A questo punto serpeggiò tra il pubblico l’urgenza di sapere la domanda, e più di un ascoltatore si levò in piedi a gridare:”e la domanda?”, perché Ivan Levrini sembrava essersela dimenticata, e il moderatore Alberto Manfredini (El Gaucho) anche lui sussurrava al microfono:”Sì, ma la domanda?”. Al che Ivan Levrini riprendendo il discorso disse che allora “nasce e germoglia sempre più urgente una domanda, mi sembra, che dipende probabilmente dal fatto –disse Ivan Levrini- che nelle sue opere Pignagnoli voglia rappresentare il disordine irriducibile che starebbe dietro ogni forma di esistenza …”, “Sì, ma la domanda?”, ripetè il moderatore, e il pubblico rumoreggiò, sobillato dal tecnico fonico (Bruno Stori) che amava fomentar le discordie; c’era in sala un vociare impaziente, qualche scalmanato in piedi sulla poltrona, una convegnista, tale Marzia Maduri, che dirigeva il coro. Fu a questo punto che il tecnico fonico (Bruno Stori) pungolò da dietro Ivan Levrini, che disse:”Sì, cioè, praticamente la domanda è: l’uomo è libero?”. Ci fu silenzio, e anche i riottosi tacquero, anche Marzia Maduri, e si passò oltre.

11. Alessandro Trasciatti è un giovanotto che vive a Pistoia e ha girato l’Italia in cerca di notizie su Pignagnoli. Il suo metodo empirico l’ha portato ad intervistare molta gente, con risultati che tuttavia lasciano perplessi, anche se molto interessanti sotto il profilo sociologico. Ha intervistato ad esempio tale don Policarpo, di anni 81, un prete di Padova che diceva di essere stato in seminario con Pignagnoli e che Pignagnoli si voleva far prete, cosa che ha sorpreso tutti.“Che tipo era Pignagnoli?” “ Non lo so, non l’ho mai conosciuto”. “Ma non era in seminario con lei?” “Boh? E chi se lo ricorda?” “Ma lei c’è stato in seminario?” “No”. “E come ha fatto a diventare prete?” “Boh? E chi se lo ricorda?” “Ma lei è prete, vero?” “No”. “E allora cos’è?” “Boh, mi dica lei”. “Lei è un prete”. “Va bene”. “L’ha fatto il seminario?” “Sì”. “Ha conosciuto Pignagnoli?” “Sì”. “Che tipo era?” “Un porco”. “Perché?” “Si masturbava in chiesa”. “E non è stato punito?” “Certo”. “In che modo?” “Gli hanno legato le mani”. “E lui?” “E lui allora bestemmiava”. “Che genere di bestemmie?” “Bestemmie con animali, soprattutto cani”. “Quanto tempo è durata la punizione?” “Sei mesi, poi è stato slegato”. “Cosa è successo a quel punto?” “Ha ricominciato a masturbarsi”. “Quante volte al giorno?” “Centinaia”. “Ne è sicuro?” “No”. “Non lo ha visto masturbarsi di persona?” “No”. “Cosa ha visto allora?” “Niente”. “Scusi, ma non era in seminario con Pignagnoli?” “Pignagnoli? Chi era?” “Ma lei non è don Policarpo?” “No”. “Come si chiama?” “Eustachio”. “Sicuro di non chiamarsi Policarpo?” “No, no. Eustachio”. “Perché si chiama Eustachio e non Policarpo?” “E’ stata una decisione difficile”. “Difficile in che senso?” “In tutti i sensi”. “I suoi genitori non volevano?” “No, non volevano”. “Cosa volevano?” “Non gliel’ho mai chiesto”. “Però adesso è soddisfatto di chiamarsi Eustachio”. “Molto”. “Lei è una persona davvero in gamba”. “Grazie”. “E’ stato un piacere parlare con lei, la saluto. Arrivederci”. “Arrivederci”.

12. Paolo Nori al convegno del 9 febbraio 2004 (e in quello del 20 settembre 2003 e del 3 aprile 2004) ha cantato con molta precisione la canzone che piaceva a Learco Pignagnoli, la quale dice: A chi / sorriderò se non a te. / A chi / se tu, tu non sei più qui. / Ormai e' finita, / e' finita, tra di noi. / Ma forse un po' della mia vita / e' rimasta negli occhi tuoi. / A chi / io parlerò, se non a te. / A chi / racconterò tutti i sogni miei. / Lo sai m' hai fatto male / lasciandomi solo così, / ma non importa, io ti aspetterò. / A chi / io parlerò se non a te. / A chi / racconterò tutti i sogni miei. / Lo sai m' hai fatto male / lasciandomi solo così, / ma non importa, io ti aspetterò. Non essendo abituale il canto ai convegni, l’intervento impavido di Paolo Nori è stato accolto dal pubblico con soddisfazione, anche se il moderatore Alberto Manfredini detto El Gaucho, divorato dalla fretta e dall’ansia di moderare, avrebbe a suo dire voluto evitare la ripetizione integrale del ritornello: a chi / io parlerò se non a te. Nello stesso convegno tuttavia, mosso da rigore scientifico documentario e non intimidito da Paolo Nori, il valente studioso di storia russa e italiana Marco Raffaini, ha sostenuto che Pignagnoli prediligeva in realtà un’altra canzone, che ha cantato come qui di seguito è stata trascritta (dalla registrazione): I tuoi corti capelli come sono cambiati / no, non mi dire chi li ha accarezzati. / Fossi un pittore brucerei il tuo ritratto / ma sono solo un amante distratto. / Io non posso cantare e non voglio / mi lasciasti solo con il mio orgoglio. / La mia anima è un labirinto / dove ho spento il fuoco con le mani / ma come vuoi che io ti dica rimani / se ti sfioro eppure siamo lontani. / Più ci penso e più mi viene voglia di lei / anche se nella mia mente più bella tu sei. / La mia sete cresce finché l’acqua non c’è / ed ora che ci sei / io più ci penso più mi viene voglia di lei. / Le mie forze di uomo sono poche, perdono / io mi avvicino e riscopro il tuo seno / e il tuo profumo come un dolce veleno / sfida il ricordo di pure emozioni. / Lei aveva una paura dolce, / il tuo sguardo ti taglia come una falce / io di te subisco la presenza, / ma di lei non posso fare senza. / Sono qui ed il tuo amor consumo, / come lei non amerà nessuno. / Più ci penso e più mi viene voglia di lei / anche se nella mia mente più bella tu sei. / La mia sete cresce finché l’acqua non c’è / ed ora che ci sei / io più ci penso più mi viene voglia di lei. Il moderatore (El Gaucho) che aveva invano cercato di interrompere l’esposizione del documento, a suo dire troppo particolareggiato se pur interessante, ha invitato i relatori a trattenersi da allora in avanti dal canto, che normalmente non è in uso ai convegni, ma è in uso invece tra i convegnisti ubriachi che affollano le bettole e le osterie a fine convegno (e le pizzerie). Questo non è sempre vero, ha poi commentato Marco Raffaini, ci sono convegnisti che non cantano mai, e che dopo i convegni si ritirano in albergo depressi con la voglia di tacere per sempre; lì accendono la televisione e guardano fino a notte inoltrata le trasmissioni più indecenti e imbecilli; che è una forma degradata del suicidio classico.

13. Per quanto riguarda la teologia, Ugo Cornia afferma (e bisogna credergli) che l’argomento ha sempre lasciato Pignagnoli perplesso. “Quello che lo rendeva più perplesso – dice Ugo Cornia – era la modalità della riproduzione della specie umana. La frase che Pignagnoli diceva più spesso era che «è strano dover infilare un pezzo del tuo corpo dentro un’altra persona, che non è neanche tua mamma o un tuo parente». Poi, diceva Pignagnoli, «è anche ridicolo che dopo che hai messo in un’altra persona un pezzo del tuo corpo, invece di star fermo, devi anche iniziare a muoverti in su e in giù». E tutto questo gli sembrava inspiegabile e, data per assodata la giusta ripugnanza di Dio per i corpi, gli sembrava la prova fondamentale che Dio non esiste, o che se Dio esiste noi viviamo in una creazione fatta da qualcun altro. L’altra cosa che Pignagnoli diceva spesso era che «è strano che Dio, con tutta la sua ripugnanza per i corpi, non potesse inventare una fecondazione a distanza, senza l’uso dei corpi, per esempio per effetto di sguardi intensi». Anche se in quel caso, secondo Pignagnoli, il problema dell’incertezza della paternità si sarebbe moltiplicato, anche senza una diretta responsabilità della donna, «perché -diceva Pignagnoli- metti che fai un viaggio in treno con tua moglie, e quello con gli occhiali scuri che è seduto di fronte a tua moglie (e che sembra che stia dormendo) in realtà non sta dormendo ma guarda ossessivamente tua moglie; quando scendete dal treno tu di colpo ti ritrovi tua moglie che è incinta, anche se non è direttamente responsabile della sua gravidanza». E tutto questo poi, secondo Pignagnoli, era la prova che una creazione perfetta, pensata in tutti i suoi particolari anche minimi, era impossibile anche per Dio, perché quello che aggiusti da una parte ti scappa dall’altra”.

14. Per essere precisi, sulla figura e l’opera di Learco Pignagnoli si sono tenuti tre convegni. Durante il convegno del 9 febbraio 2004 (al teatro Storchi di Modena, ore 21) era presente come tecnico videofonico Bruno Stori (attore di professione, ma qui assunto per la sua millantata competenza in apparecchiature elettriche ed elettroniche), il quale non si limitò a manovrare i microfoni (peraltro in modo inefficace, perché in tutto il tempo del convegno non riuscì per imperizia e scarsa forza a svitare o smuovere una, dico una sola asta di microfono), non si limitò a indicare le immagini col raggio laser (che tra l’altro finì in un occhio a un convegnista, ricoverato in seguito in ospedale), a provvedere ai cavi d’alimentazione elettrica (coi quali si ingarbugliò ripetutamente e coi quali piuttosto lottò, a detta di qualcuno, come Laocoonte coi serpenti marini, soccombendo alla fine, davanti agli occhi del pubblico incredulo, come Laocoonte davanti al consesso dei cittadini troiani), non si limitò a spaventare i ragni che pendevano dal soffitto sulla testa dei convenuti (in particolare sulla testa del moderatore), non si limitò a correre inutilmente da un capo all’altro del palco, ma bevve per tutto il tempo litri e litri di acqua destinata ai convegnisti (coglieva ogni pretesto per versarsi da bere e poi bere, 15 litri sembra abbia bevuto, lasciando a becco asciutto i convegnisti, che a un certo punto protestarono col moderatore, trovando non giusto che a bere fosse solo chi non doveva parlare, cioè Bruno Stori. Ma a quel punto l’acqua era finita e il convegno terminò malamente tra colpi di tosse e raschiamenti di gola, mentre Bruno Stori satollo fu visto gettare aeroplanini e perfino mortaretti da un palco, assieme ai suoi sodali Marco Mengoli e Marco Picello). Aggiungiamo che questo fenomeno dei ragni durante il convegno allo Storchi di Modena, impressionò molte persone; li si vedeva scendere in controluce attaccati al loro filo, come se, disse qualcuno (Eduardo Sammartino), fossero interessati al convegno; qualcun altro (Michelina Borsari) disse che erano interessati al moderatore, Alberto Manfredini, perché scendevano ogni volta che il moderatore parlava. La questione è rimasta insoluta, e fa parte dei misteri del Pignagnoli.

15. Al primo convegno (Fondazione San Carlo di Modena, 20 settembre 2003) il convegnista Marco Picello fu visto per tutto il tempo al tavolo dei relatori che masticava panini, patate fritte, salumi, tenuti nascosti sulle ginocchia e in parte in una sacca ai suoi piedi. Fu visto anche mangiare degli gnocchi da un piatto di plastica con una forchettina di plastica, circa a metà del convegno, e offrirli al moderatore che non accettò. Durante le pause Marco Picello si puliva le unghie e si stuzzicava i denti. E quando il convegno volgeva al termine fu visto mangiare formaggi assortiti e marmellata di fichi (questo a detta del suo vicino di sedia Paolo Albani, che rifiutò sempre senza tentennamenti le offerte di cibo, sia antipasti che insalate o dolci, trovandosi tuttavia alla fine pieno di macchie unte, spruzzi di maionese e sottaceti, sui pantaloni e sulla giacca sul lato sinistro, cioè dalla parte di Marco Picello, che alla fine, in conclusione del convegno, bevve un caffè corretto alla grappa e un bicchierino di grappa, sempre nascostamente, chinandosi per bere sotto il livello del tavolo). Questo del mangiare ai convegni, non solo dopo, ma già durante (approfittando della gentilezza ospitale dei promotori) è un’abitudine ormai invalsa nelle società opulente, e non solo una caratteristica di Marco Picello.

16 Sembrerà strano, ma Learco Pignagnoli era appassionato mineralogista. Lo dice e lo dimostra Paolo Albani in un paper a ciò dedicato (Pignagnoli mineralogista). “L’approccio ai minerali del Pignagnoli –scrive Paolo Albani- è di tipo generativista. Enunciata in breve, la sua tesi è che i minerali crescono e rinascono alla maniera delle piante, e questo in virtù del fatto che, nei minerali, agiscono dei semi, degli spermatozoi muniti di una piccola proboscide, chiamati fottoni basici, cui è affidata, in natura, la funzione riproduttiva. La testa del fottone basico è formata quasi per intero da un nucleo portatore dell’informazione genetica dei minerali (oggi si direbbe il dna). È lì, secondo Pignagnoli, che sono racchiuse le loro proprietà meccaniche (durezza, sfaldabilità, fratturazione) e ottiche (colore, lucentezza, indice di rifrazione), insieme a quelle elettriche e magnetiche”. Dice Paolo Albani che la teoria del Pignagnoli sulla fecondità minerale, è già presente in Crosset de la Heaumerie (Les Secrets les plus cachés de la philosophie des Anciens, 1722): innanzi tutti si spargono nelle miniere esaurite frammenti e limature di ferro; cioè si procede a una semina del ferro. “Conclusa la semina, si attendono circa quindici anni e alla fine di questo tempo si può estrarre una grande quantità di ferro. Non c’è dubbio che la moltiplicazione tanto abbondante di ferro derivi dal fermento seminale del ferro grattugiato che, una volta sotto terra, si mescola, specie dopo le piogge, ai residui ferrosi della miniera stessa. In questo modo l’essenza seminale del ferro tritato agisce più o meno come le altre semenze (si veda anche Johann-Heinrich Pott, Des éléments, Paris 1782) ”. Pignagnoli, secondo Paolo Albani, ha effettuato vari esperimenti per controllare la teoria della fecondità minerale. “In particolare, nel 1954, ha seminato della polvere ferrosa in sette metri quadrati circostanti una miniera di ferro abbandonata (isola d’Elba). Dopo tredici anni e sette mesi, cioè nell’estate del 1968, ha verificato, con l’aiuto di una escavatrice e di alcuni volontari (fra cui un suo cugino), e alla presenza del professor Ulrico Frangini dell’Università di Pisa, che la quantità di ferro contenuta nello spazio prescelto si era più che raddoppiata rispetto all’anno iniziale. Pignagnoli (sulla rivista Il Minerale, n.12/13, 1971, pp. 34-56) fa notare che, intervenendo in modo prematuro sul terreno posto a semina, si rischia di trovare del ferro non ancora completato, abortito, e perciò scadente”. Paolo Albani parla anche di una teoria del Pignagnoli riguardante le malattie dei minerali, come ad esempio la ruggine, tipica infermità cui è soggetto il ferro. “Poiché è facile constatare che i minerali si trovano senza ruggine nelle viscere della terra, la causa di tale patologia, osserva il Pignagnoli, va ricercata nell’azione di un virus (rufovirus) che attacca e distrugge le loro difese magnetiche. Inoltre sulla sessualità dei minerali, Pignagnoli afferma che, mentre resta difficile distinguere l’oro maschio dall’oro femmina, è indubbio che i solfuri possiedono attributi maschili (sporgenze, rigonfi, punte), al contrario dei nitrati, in cui sono dominanti le caratteristiche femminili (cavità, fessure)”.

17. Gino Ruozzi, studioso di aforismi, (cantante dei Fagiani) ha studiato anche Learco Pignagnoli ed è giunto alla conclusione che queste Opere Complete non sono complete, perché, dice Gino Ruozzi, “esiste anche un romanzo autobiografico (dattiloscritto) intitolato Giacomo, di 11 pagine; oltre a tre poesie abbastanza lunghe, delle quali una su Marcel Proust, una sulla tirchieria di certa gente, e l’altra sulla gente che si offende perché hanno paura che gli prendiamo in giro i loro figli. Ce n’è poi una quarta, inedita, forse nemmeno finita, intitolata Giacomo, che parla del succitato romanzo autobiografico, aggiungendo però alcuni elementi che gettano luce su chi è questo Giacomo. Di inedito ci sono anche 9 quaderni di un Diario, che però sembra molto ripetitivo, nel quale si insiste a raccontare sempre la stessa cosa, cioè che Pignagnoli è stufo. Esempio: «4 luglio, sono stufo. 5 luglio, sono stufo», e così via. «14 dicembre, sono stufo»”. Gino Ruozzi definisce quelle di Pignagnoli “moralità narrative”, e lo colloca nella tradizione aforistica accanto a Leonardo da Vinci, Leon Battista Alberti, Thomas Bernhard e Peter Altenberg (Wie ich es sehe, 1896). In Pignagnoli ci sarebbe un “io” alternativo a quello del mondo, in dissapore coi luoghi comuni letterari; come pure nel suo romanzo Giacomo inedito, e nella citata poesia inedita che si intitola Giacomo, “dove il suo spirito non è molto differente da quello del ‘malpensante’ leopardiano, quando ad apertura dei Pensieri affermava che «il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi». In Giacomo, similmente Pignagnoli afferma che il mondo «è una lega di birbanti contro gli uomini dabbene e di vili contro i generosi». L’affinità dei due sistemi di pensiero è evidente; non c’è bisogno di dimostrarlo. Anche se sotto sotto c’è un po’ di veleno; però difficile dire dove risiede, il veleno” (G.Ruozzi, Learco Pignagnoli moralista delle possibilità). I personaggi di Pignagnoli sono normali, e nello stesso tempo portano al limite della velocità il pensiero caparbio, come ad esempio in Giacomo, da cui Gino Ruozzi per concludere cita due versi. «Era come il modo che ti guarda il cane, / così implorante e allo stesso tempo fiero». Diabolici questi dodecasillabi. Non vi sembra?

18. E’ sempre interessante conoscere l’opinione dei suoi famigliari su uno scrittore o un filosofo. Alessandro trasciatti ha trovato il fratello di Pignagnoli al bancone di un bar, mentre beveva una birra, e ha constatato che anche solo a guardarlo si intuiva che era il fratello; e lo ha intervistato con un registratore nascosto. “Lei è il fratello di Learco Pignagnoli, vero?” “Learco chi?” “Learco Pignagnoli”. “Mai sentito. Chi è?” “Non faccia il furbo con me. Lei è suo fratello”. “E tu un rompicoglioni”. “Badi a come parla, Pignagnoli”. “Non mi chiamo Pignagnoli”. “Ah no? E come si chiama?” “Sono cazzi miei”. “Non conosce espressioni più eleganti?” “No”. “Lei è un buzzurro, sa?” “Oeh! Ti spacco la faccia, vai a fare un giro!” “Suo fratello non mi avrebbe trattato così”. “Oeh! Basta! Ma chi è ’sto Pignagnoli?” “Uno scrittore”. “Uno scrittore?” “Anche filosofo”. “Ma chi se ne frega!” “Scusi allora. Arrivederci”. “Vabbè, ciao”. Alessandro Trasciatti sostiene che la faccenda di essere fratello non gli garbava, voleva rimanere in incognito. D’altronde i fratelli a volte sono agli antipodi; se uno è ingegnere, l’altro ad esempio fa lo sfasciacarrozze; se uno è medico, l’altro è sempre malato; se uno è elettricista, l’altro è senza luce; eccetera. se uno è verde, l’altro è rosso. In che senso? Dicevo tanto per dire. Sì però non è chiaro; come fa uno ad essere verde?

19. Al convegno che si tenne allo Storchi di Modena ci furono purtroppo molte defezioni, in parte dovute a malattia certificata (“D’altronde, -disse il moderatore- se uno non può venire, cosa possiamo fare? mandare i carabinieri? Se uno dice che sta male: Sono qui agonizzante…, cosa diciamo? Non venire! diciamo, sta a letto, riguàrdati”.), e in parte dovute all’acqua minerale gasata che molti convegnisti bevvero smodatamente, come il professor Platanìa, che già aveva cominciato a bere in apertura di convegno, gonfiandosi via via; come il professor Delio Cima e il professor Sicomori, anche loro costretti a ritirarsi e stendersi perché pieni di gas. L’acqua minerale ai convegni non dovrebbe essere distribuita liberamente, perché un relatore in attesa di parlare continua a bere un po’ per ingordigia e un po’ per calmarsi, finché, chi non è abituato allo sviluppo intestinale dei gas, cede di schianto e corre in bagno dove sta chiuso (nei casi benigni) senza più cognizione, o (nei casi peggiori) deve essere portato via in barella. Interi convegni sono stati distrutti da questa piaga; e se anche i convegnisti ne son consapevoli, l’acqua minerale gasata esercita un’attrazione nevrotica che non si può spiegare con la semplice sete. Ci deve essere un nesso tra la realtà del convegno e l’anidride carbonica che occorrerebbe studiare.

20. Al convegno del 9 febbraio 2004 (Teatro Storchi) il moderatore invece che moderare, ebbe parole un po’ forti e un po’ fuori luogo all’indirizzo degli ecologisti, che peraltro non si erano visti né sentiti, né avevano circolato nei pressi. A suo dire gli ecologisti stanno in macchina pigiati, sei o sette su un’utilitaria, tutti giù bassi, chinati, con quei loro faccini pettegoli, non gli va mai bene niente – diceva il moderatore- girano per la campagna, stanno a sindacare sui fatti degli altri, sono capaci di mettersi con la macchina vicino a un campo e aspettare che il contadino sbagli, ad esempio concimi quando non deve concimare, allora escono dalla macchina e strillano, con quei loro vocini, e se passa in quel momento un’altra macchina, anche quelli escono e si mettono a strillare. Due macchine ne contengoni quindici, e a volte ce n’è un sedicesimo nel bagagliaio, il più furente. Fanno questo perché sono scapoli – diceva il moderatore – e non hanno una moglie su cui sfogarsi. Tutto ciò non aveva attinenza alcuna con Learco Pignagnoli (che fu sempre tiepido in fatto di ecologismi; diceva che casomai si dovrebbe protestare contro i vulcani, che sono un danno alla salute).

21. Learco Pignagnoli ebbe dei figli? Non si sa. Non si sa neppure se ebbe mai un rapporto sessuale, che è la condizione. Forse un rapporto sessuale dicono che forse l’ebbe da giovane, in data però che non si sa, né si sa l’ora, non si sa niente. Qualcuno dice un pomeriggio verso le tre; Pignagnoli passeggiava e gli si avvicinò una signorina, contrattarono un po’, la signorina aveva una camera, e qui si svolse il rapporto sessuale, da cui è escluso che nacquero figli, anche perché il rapporto non fu molto efficace, fu debole, sembra abbia detto Pignagnoli.

22. Si può parlare di Pignagnoli linguista? si è chiesto Andrea Lucatelli di fronte ai libri, ai pochi libri che Pignagnoli aveva in casa. “Sfogliando il suo Dizionario Enciclopedico –dice Lucatelli- accanto a molte voci compariva l’annotazione da controllare, scritta in rosso da Pignagnoli sui margini. Ad esempio: Duse Eleonora attrice, da controllare. Minestra: vivanda che si mangia sul principio del pasto, da controllare. Martello: strumento atto a martellare, da controllare. Mincio: fiume, da controllare. Cesare, Caio Giulio, condottiero romano, da controllare, di nobile famiglia, da controllare, ucciso nel 44 a.C., da controllare, da un gruppo di congiurati, da controllare. Da controllare, da controllare, da controllare, per pagine e pagine”. Che cosa vuol controllare Pignagnoli? si chiede Lucatelli. La sua ipotesi è che Pignagnoli considerasse il dizionario uno strumento infernale, che porta alla certezza dittatoriale e alla povertà quella che è l’incertezza e la ricchezza del mondo. La stessa annotazione si trova anche vicino ad un verso di Giovanni Pascoli: “/nei campi c’è un breve gre gre di ranelle/”, da controllare; poi, scritto in piccolo: “gre gre, verso della rana, dicono; ma sarebbe come dire: Giulio Cesare, verso dell’uomo”. E ancora, accanto a due altri versi del Pascoli: “/e le galline cantavano, Un cocco! / ecco ecco un cocco un cocco per te!/”, da controllare. Quindi una lunga annotazione autografa: “dunque cocco, o meglio co co (verso della gallina) significa uovo? Io penso che il senso (per Pascoli e per la gallina) sia molto più forte; c’è un elemento di felicità nel co co, come dire: evviva evviva, c’è l’uovo; e un elemento di dolore, dovendo l’uovo transitare per lo sfintere anale della gallina la quale di conseguenza grida co co, come dire: ahi ahi, ma che male. A ciò va aggiunta una sensibilità che varia nelle galline da regione a regione e aggiunge al significato componenti supplementari; ad esempio in Giappone la gallina fa kòkekòke (e il maiale bu bu), cioè hanno un dialetto e una mentalità diverse. L’oca ad esempio in Italia fa qua qua, ma in Algeria fa bat’bat’, in Spagna cuacua, in Grecia pa pa, in Ungheria hàp hàp, in Giappone gaa gaa, in Romania mac mac, in Russia kriak kriak, in Turchia vak vak. Il gallo in moldavo fa kukkurìko, in inglese cockadoodledo, in francese cocoricò, in urdu fa kluklùkru (e il pulcino ciuciùciu), in swahili il gallo nyakùku, in giapponese kokèkokoh, in tunisino cucucòk, in bangla kukkurùku, in indiano kukudoon kunh, in rumeno cotcodac, in filippino titilaok, in russo kukarèku. Io perciò suppongo che il kòkekòke della gallina in giapponese vorrà dire sì: evviva ahi, c’è un uovo ma che male; ma anche qualcosa d’altro, forse riferito allo zen e all’arte di fare le uova. Dunque riassumendo, il verso di Pascoli potrebbe significare: e le galline cantavano evviva evviva ahi ahi! evviva evviva ahi ahi c’è l’uovo ma che male per te. Ma se Pascoli avesse scritto: “/e le galline cantavano, Un kòkekòke! /ecco ecco un kòkekòke un kòkekòke per te!/”, forse avrebbe significato: ecco ecco una via alla perfetta saggezza una via alla perfetta saggezza per te! (o anche: e le galline cantavano, un tao! ecco ecco un tao un tao per te!)”. In conclusione, sostiene Andrea Lucatelli, secondo Pignagnoli animali (e cose) parlano lingue diverse, e per verificarlo, per scoprire gli immigrati, pare passasse le giornate dando dei calci ad anatre papere polli maiali (barattoli porte vetri fiaschi) trascrivendo poi metodicamente il suono emesso. E poi pare avesse acquistato un pesce rosso, e lo osservasse in silenzio.

23. Pignagnoli potrebbe apparire limitato e provinciale, indisponente, impopolare, ristretto di vedute, sconsigliabile, e dunque senza lettori oggi come ieri; invece Paolo Nori ha trovato che la sua influenza, per vie sconosciute, ha valicato le Alpi. "Nel suo libro Bespolesnoe Iskopaemoe – dice Paolo Nor – pubblicato nel novembre 2001 dalla casa editrice Vagrius, Venedikt Erofeev scrive a pagina 13: «Se questo è un sistema, è molto nervoso, questo sistema». E più avanti, a pagina 14 scrive: «Se è vero che sai tutto, allora di', qual è la circolazione media delle merci nel porto di Scenzin?» E a pagina 15 scrive: «Una signora russa ha chiesto a Herzen: Cosa devo fare, per amare la Svizzera?» E a pagina 17 leggiamo: «Non è una donna, è una punizione corporale». E a pagina 18: «Niente è eterno, tranne la vergogna». E ancora: «Un'anima enorme in un corpo esile e lentigginoso; non una donna, un poema in prosa». E a pagina 24: «Bonaparte raccomandava di utilizzare il più spesso possibile dei concetti che non significavano niente e spiegavano tutto, come Destino». E a pagina 25: «Attila, intanto che riceveva il console bizantino, stava seduto sul trono e si toglieva lo sporco da in mezzo alle dita dei piedi». A pagina 26: «C'eran due vacche: una l'han chiamata Dogma, l'altra Dottrina». E a pagina 29: «Il militare è una questione di buona volontà: vuoi o non vuoi, devi andare lo stesso». E a pagina 32: «Loro lavorano? Be', che lavorino. Molto gentile da parte loro». E sempre a pagina 32: «Bisogna comportarsi sufficientemente. Comportarsi ottimamente, non è bene si fa peccato». E a pagina 33: «Io questi stagni, li vieterei». E a pagina 35: «No, compagni, noi così alla felicità non ci arriviamo». E così via. Ora, non potendo opporsi all'evidenza della natura pignagnolesca degli scritti di Erofeev, e accettando come dato di fatto la notizia che Erofeev non è mai stato in Italia, resta da spiegare come abbia fatto a venire a conoscenza delle opere di Pignagnoli. Ci permettiamo di suggerire la possibilità di un viaggio di Pignagnoli nell'est europeo, viaggio cui sembra alludere tra l'altro l'opera 241, la cui autenticità resta tuttavia da dimostrare. Opera n.241: "Mi pesava così tanto, l'idea di passare il fine settimana a Reggio, che ho preso la macchina ho fatto tutta una tirata fino a Bucarest".

24. "Amante della caccia di prato, spesso, il Pignagnoli, nelle stagioni autunnali e invernali, veniva a passare alcuni fine settimana ospite di mio padre in quel di Lugo di Romagna. Alle prime luci dell'alba, col mio genitore, soleva recarsi nelle Valli di Voltana, dove si dedicava alla caccia all'allodola. Il Pignagnoli era molto affascinato dall'allodola che, molte volte, come ben saprete, ha citato metaforicamente nei sui scritti, innalzandola a vestale del bel canto o definendola quale emanazione solare e quale propaggine della misericordia divina. Ma nonostante questa sperticata attrazione nei confronti di quel volatile, il maestro non esitava a sparargli, reputandolo, più del tordo, ottimo da farsi col sugo e con la polenta, oppure in arrosto, con ripieno di salsiccia e lardo. Giunti nelle piane di Voltana, scelto il fosso dove appostarsi, il professore, senza indugio e con vera baldanza, sebbene schiaffeggiato dalla bora o, in altre occasioni, avvolto dalla nebbia, tagliava canne e arbusti e, con meticolosità, preparava il capannetto in cui lui e mio padre avrebbero passato l'intera giornata, poi, imbalzellata una civetta viva, la ergeva su di una canna di bambù, quindi posizionava lo specchietto e attaccava ad una sottile pertica un falchetto imbalsamato con ali aperte, tutti inganni, e chi è pratico della caccia all'allodola lo sa bene, atti ad essere usati quali richiami per le allodole che, è risaputo, sono uccelli curiosissimi. Le battute di caccia all'allodola erano interminabili e, il più delle volte, infruttuose, ma il Pignagnoli, indomito, dando fondo alla sua proverbiale caparbietà, non lasciava la posizione se non a notte fatta, per poi ripromettersi, se non aveva sparato neppure un colpo, di ritornare il giorno successivo, e quello dopo ancora, e voleva che mio padre glielo giurasse, che lo avrebbe riportato in quello stesso posto, cosa che il mio genitore faceva senza indugio, in primo luogo per rispetto di quella grande mente, in secondo perché il Pignagnoli era così insistente che difficilmente gli si poteva rifiutare un qualcosa". Questa testimonianza è di Gian Ruggero Manzoni, uomo di parola, oltreché fededegno e valoroso scrittore (suo Il francese, ed. del Girasole 1995, dove nella postfazione il critico L. Anceschi sembra imitare lo stile ardito e rigoglioso di Gian Ruggero Manzoni); tuttavia si resta perplessi di fronte all'idea di un Pignagnoli cacciatore di allodole. Innanzitutto non si è mai saputo che Pignagnoli fosse in grado di alzarsi alle prime luci dell'alba, e che potesse stare appostato fino a notte in un canneto; il nichilismo glielo avrebbe impedito. Resta l'interrogativo: chi era questo tal Pignagnoli che cacciava le allodole nelle Valli di Voltana, assieme al padre di Gian Ruggero Manzoni?

25. "Al maestro Pignagnoli piacevano molto le donne. Pare che, durante la seconda guerra mondiale, in Somalia, egli avesse a sua disposizione un vero e proprio harem. Alcuni sostengono anche, e fra questi c'era anche mio padre, che egli si fosse fatto una vera e propria famiglia in Africa, così com' era successo ad altri uomini importanti, fra cui Rimbaud e Indro Montanelli. Di ciò non posso dirvi per certo, so solo che nel 1966, io avevo nove anni, un pomeriggio capitai nelle cucine della nostra villa di campagna di San Lorenzo di Lugo e beccai il professore in atteggiamento strano con la cuoca, una certa Ardea di Piangipane di Ravenna. Lei, la cuoca, era stesa su di un lungo tavolo e sbuffava, mentre il Pignagnoli, seduto su di una sedia, sembrava che le stesse soffiando sotto le sottane, oppure che le stesse facendo una fotografia in mezzo alle cosce, dal come le sottane di lei coprivano la testa di lui, come poi ho visto fare a certi fotografi nei vecchi film. Loro non mi videro, così io me ne andai di corsa. La sera raccontai tutto a mio padre, al che lui mi disse che certe persone di grande mente sono solite concedersi quei lussi e che non bisognava farsene caso e che la cuoca poteva dirsi onorata. Così, quando beccai il Pignagnoli toccare le tette di mia zia, la sorella di mio padre, che di certo aveva una gran bel pezzo di seno, stetti zitto e pensai che anche lei poteva considerarsi fortunata ché il maestro le aveva concesso quell'onore. Lo stesso fu quando beccai il professore nello sgabuzzino delle scope assieme alla Veronica, una ragazzetta sordomuta che veniva ad aiutare mia madre nello stirare e nel cucire. Quella volta sembrava che il Pignagnoli stesse tentando d'insegnare a parlare alla poverina, dal come muoveva la lingua davanti alla bocca di lei. A quello spettacolo mi venne da commuovermi, pensando al come certi uomini di scienza fanno di tutto pur di aiutare il prossimo. Lo stesso fu quando il maestro, per aiutare mia madre a salire su di una scala a pioli, le poggiò le mani sulle natiche. Ma quella volta si prese un ceffone da record; glielo mollò lei, mia madre, da vera ingrata, che credo fu anche per questo che con mia madre ho sempre avuto un cattivo rapporto da quando ho deciso di dedicarmi alla cultura". Chi scrive è Gian Ruggero Manzoni, uomo di parola e veritiero oltre ogni dubbio (si veda il suo Il morbo, ed. Diabasis 2002, romanzo e cronistoria). Che a Pignagnoli le donne piacessero è in qualche modo probabile. Ma che si sia mai mosso attivamente in tal direzione, risulta nuovo; c'era come un filo spinato tra Pignagnoli ed il bel sesso femminino. Chi dunque è questo tale di cui Gian Ruggero Manzoni racconta?

26. Gian Ruggero Manzoni racconta quanto segue: "Il professor Pignagnoli, come tutti sanno, era persona vitalissima, e ciò è reso manifesto nel suo famoso saggio L'indomito e lo stravagante, edito nel 1964 da Borrelli e Cardi, testo che, tradotto in otto lingue, molto impressionò anche Foucault, ma forse non tutti sono a conoscenza che egli, proprio a seguito di quella sua inarrestabile vitalità, durante la seconda guerra mondiale era partito volontario quale bersagliere motociclista nel Reggimento Meccanizzato "Legnano". E il piacere d'andare in motocicletta non lo aveva mai abbandonato, e solo una noiosissima sciatica gli fece lasciare il mezzo all'età di 72 anni. Di ciò il maestro si vantava durante le sue interminabili elocuzioni post cenam, allorquando, tramite i suoi mirabolanti racconti, da uomo di mondo qual era, ripagava gli amici e i conoscenti dell'ospitalità che gli stavano concedendo. Da notare, inoltre, che il professore aveva 'cavalcato', come lui diceva, solo motocicli italiani, cioè Guzzi, Benelli, Laverda, MV Augusta, reputandoli i migliori sul pianeta. Infatti criticava le motociclette giapponesi e quelle tedesche, definendole troppo raffinate, troppo sofisticate, e quindi lontane da ogni spirito pioneristico, quello stesso spirito, come una volta lui dichiarò durante un'intervista a Radio RAI Notte-Voce nel Mondo, che deve sostenere l'animo e rafforzare le braccia di ogni buon pensatore e scrittore". Chissà di chi parla Gian Ruggero Manzoni, perché Pignagnoli non scrisse L'indomito e l'ignobile, né sembra avesse la patente di guida, né mai nessuno della radio lo intervistò.

27. "Riguardo al fatto che nessuno è mai contento di quello che ha e spesso, sbagliando, invidia tutti gli altri, Pignagnoli diceva sempre che una mattina di luglio (che anche se era presto faceva già molto caldo) mentre usciva di casa aveva sentito sul pianerottolo di casa sua sorella che discuteva con sua zia. La sorella di Pignagnoli si lamentava che era quasi piatta, anche se non del tutto, perché a forza di prendere la pillola un po' di tette le erano cresciute. Però diceva che quando era vestita le sue tette non si notavano e si vedevano bene soltanto se era completamente nuda. La zia invece, che aveva un seno grandissimo, le diceva che a avere poco seno era molto fortunata perché a lei, le sembrava di andare sempre in giro con addosso due stufe accese perché d'estate le mammelle fanno un gran caldo e sudano moltissimo. E Pignagnoli poi diceva anche che non c'aveva mai pensato che d'estate le tette fanno caldo". Questo episodio è ricordato da Ugo Cornia (che ha scritto un romanzo pubblicato finora in tre libri distinti dall'editore Sellerio, Sulla felicità a oltranza, 1999; Quasi amore, 2001; Roma 2004). Ugo Cornia ha avuto la vocazione letteraria il giorno che all'università di Bologna occupata dagli studenti, si è alzato in piedi e nella grande aula del primo piano di via Zamboni 38 ha letto col suo tono autentico e inerme il seguente racconto. "Storia di Giovanni. Un mio amico veneto mi ha raccontato la storia di una sua vecchia attività economica. 11 anni fa è venuto qui a Modena a studiare informatica. Quando era a scuola si faceva pagare per mangiare della roba strana. Per 500 lire si mangiava un fazzoletto di carta o un'ortica. Con 2.000 lire mangiava una pagina di un manuale di informatica o una gomma pane, anche se questa roba ormai gli usciva dalle orecchie. Era anche un tipo molto magro e non si sarebbe mai detto che avesse una gran passione per il cibo. Una volta, nell'ampio cortile dell'istituto, un suo amico ha trovato un bel lombrico vivo e gli ha detto «Giovanni, ti do 10.000 se te lo mangi tutto». Allora il mio amico è stato molto indeciso perché a quei tempi erano una bella cifra. Solo che si era anche invaghito di una loro compagna di studi e aveva paura che lei venisse a sapere che lui mangiava i vermi e pensasse che lui era un tipo poco pulito. Così ci ha rimesso quei soldi ma poi la ragazza si è innamorata di lui e adesso sono felici e contenti". Di fronte a questa lettura c'è stato un moto generale di distensione e di simpatia, perché Ugo Cornia poteva essere un illetterato anche semianalfabeta infiltratosi all'università, ma se per caso non lo era, allora questo racconto era un esempio di stato pulito della parola. In seguito Ugo Cornia si è laureato, patendo (durante la discussione della tesi di laurea) un blocco temporaneo della salivazione, che gli impediva di articolare le parole, poiché la lingua non riusciva più a scorrere tra le gengive e il palato; anche il pensiero ne era impedito, perché tutto rivolto al tentativo di produrre saliva; per la verità non era compromesso l'uso delle vocali, ma lo era quello delle consonanti fricative, dentali, palatali, sibilanti, liquide e occlusive. La commissione non comprese la natura (e il significato) dei pochi suoni emessi, ma la tesi era buona. A questo proposito bisogna dire che i linguisti non hanno riflettuto abbastanza sull'importanza della saliva per la parola e per il pensiero; senza di essa non ci sarebbe la civiltà così come si è sviluppata; a meno che l'uomo non avesse perfezionato altri modi (e altri luoghi) per produrre suoni consonantici e semivocali.

28. "Riguardo alla supposta violenza di Pignagnoli – afferma Ugo Cornia – molti sostengono che fosse più che altro una violenza verbale, come quando aveva detto a sua sorella che le segava in due il cane con la motosega. Sembra che poi non l'abbia mai fatto, infatti il cane è stato soppresso due anni dopo dal veterinario per dei disturbi neurologici che gli avevano fatto perdere l'uso delle zampe posteriori. Ma riguardo al fatto che Pignagnoli abbia vissuto tre anni con sua sorella, Lelli nega addirittura che Pignagnoli avesse una sorella, perché dice che Pignagnoli in tanti anni di frequentazione non aveva mai detto neanche la parola mia 'sorella'".

29. Pignagnoli traduceva? Gianvittorio Randaccio dice di sì, che ha tradotto dal tedesco Tonio Kroger di Thomas Mann, ma non sapeva il tedesco. Pare che dopo questa traduzione non gliene abbiano commissionate altre, anche perché pare che Pignagnoli scrivesse prima la traduzione, poi solo in seguito andasse a cercare il libro da cui aveva tradotto (da cui diceva di avere tradotto). Gli editori non ammettono questo metodo. Ma Gianvittorio Randaccio sostiene che questo Tonio Kroger è un piccolo tesoro "che andrebbe al più presto svelato a tutti".

30. Va detto che sugli animali parlanti si sono fatte varie ipotesi. Ad esempio, che cosa avrebbero detto certi celebri animali se a suo luogo avessero potuto parlare? Ivan Levrini (noto per aver scritto questi due versi: "ricomincia il pianto / e sembra un rubinetto") dice che avrebbero detto questo. Gli uccelli di san Francesco: "Senti quel tipo lì come cinguetta". I pesci della moltiplicazione dei pesci: "Ragazzi! ma da dove venite? dove andate?". Il passero solitario: "Solitario sarà quello là". L'asino di Buridano: "L'indeciso non ero io, era il mio padrone". Le oche di Lorenz: "Ha la barba ma sembra nostra madre". Il grillo parlante: "Io stavo anche zitto se sapevo che aveva un martello". La balena di Giona: "E' indigeribile". La lupa di Romolo e Remo: "Cosa succhi Remo! Va via che non servi a niente". Cita: "Sta a vedere adesso che Tarzan è un uomo". Il drago di san Giorgio: "Se non c'ero io, lui, santo, neanche a morire".