Elisa Carandina - Per un canone esterno della nuova letteratura ebraica

Le complesse dinamiche che animano la percezione e la ricezione di una letteratura straniera in traduzione hanno come punto di partenza e di arrivo la disponibilità di opere tradotte, soprattutto nel caso di un insieme di testi difficilmente accessibili a un vasto pubblico in lingua originale. Le considerazioni di varia natura che intervengono nella selezione dei testi da pubblicare, i criteri di resa stilistica che traduttore ed editore scelgono di adottare, il titolo prescelto nonché la presenza e la rappresentazione mediatica dell'autore e della sua opera concorrono alla formazione delle politiche di traduzione. Queste ultime sono particolarmente illuminanti non tanto in quanto intenzioni che precedono la scelta ma come intenzioni che si realizzano in un «canone esterno» della nuova letteratura ebraica. Esse, più o meno consapevolmente ma senz'altro paradossalmente, soddisfano quella che si ritiene essere la percezione di tale letteratura nel pubblico italiano e contemporaneamente la modellano. In quanto dinamiche che, nella loro contraddittorietà e mutevolezza, sono proprie dello spazio che si crea tra due culture, esse non possono essere semplicisticamente ridotte al rango di fraintendimenti o distorsioni di una presunta "realtà" che sarebbe insidioso cercare di descrivere "obiettivamente" in altri termini. Come messo in rilievo dagli studi più recenti, va invece tenuta in considerazione la natura programmatica che caratterizza il tentativo di tradurre una cultura e un testo da una lingua a un'altra e la funzione di cambiamento o integrazione di un patrimonio culturale che l'atto stesso della traduzione implica.
Questi elementi si esprimono, in primo luogo, nella definizione adottata per il corpus di opere coinvolte. Nel caso particolare di quella che in ebraico è ha-sifrut ha-ivrit ha-ḥadashah, espressione qui resa con "nuova letteratura ebraica", la definizione italiana costituisce una questione non di poco conto, anche solo considerando il dibattito ancora molto vivace sui criteri da adottare per isolare questa fase, l'impatto che la scelta di un'etichetta ha nella percezione del contenuto nonché l'esperienza pratica del lettore che entra in libreria e non sa cosa troverà sotto la voce «letteratura ebraica» o su quale scaffale sarà quello che sta cercando. Se, per citare un'intervista di Mario Baudino ad Avraham B. Yehoshua (n. 1936), «la letteratura ebraica non è quel che in genere si immagina» (La Stampa 16 settembre 2011), oltre alla prospettiva adottata occorre precisare anche di quale letteratura si intende qui offrire una panoramica degli sviluppi più recenti e, conseguentemente, di quale definizione si è scelto di avvalersi.
La nostrana "letteratura ebraica", a differenza di quanto avviene in altre lingue, comprende infatti necessariamente, per l'ambivalenza del termine "ebraico", sia le letterature che afferiscono in senso lato alla cultura del popolo ebraico sia la letteratura redatta in lingua ebraica. Il dibattito circa i rapporti tra questi corpora è tuttora molto acceso, anche se le soluzioni proposte di recente hanno ridotto l'enfasi sui concetti di inclusione e di esclusione per privilegiare quelli di intersezione e ibridazione. Questa sovrapposizione trova eco nelle scelte editoriali, le quali sembrerebbero suggerire come, per il pubblico italiano, la nuova letteratura ebraica non solo non sia esclusivamente quella redatta in ebraico ma sia stata a lungo quella composta in molte lingue tranne che in ebraico.
Quest'ambito letterario è stato infatti pressoché ignorato dall'editoria italiana fino alla seconda metà degli anni Ottanta. Si contraddistinguono come eccezioni in questo panorama alcuni isolati tentativi, cinque raccolte antologiche, il contributo di alcune riviste e la riflessione critica che ha preceduto la pubblicazione di opere in traduzione. A partire dagli anni Venti del Novecento, infatti, sono state pubblicate o tradotte con scadenza pressoché decennale, diverse storie della letteratura di lingua ebraica. Si tratta di panoramiche molto estese le quali, avendo come punto di partenza la letteratura biblica o quella post-biblica, procedono cronologicamente fino a presentarne i più recenti sviluppi considerati come l'ultimo capitolo di una lunga e articolata tradizione.
Quella che invece è tardata ad arrivare è stata la diffusione di opere in traduzione ascrivibili alla «nuova letteratura ebraica» nell'accezione di «composta in ebraico». Occorre tuttavia precisare come fin dalle origini della storiografia letteraria - ossia nell'ultimo decennio del XIX secolo - ad oggi, i critici abbiano variamente identificato l'elemento di novità che dovrebbe o avrebbe dovuto caratterizzare la fase più recente di questa produzione. In assenza di una soluzione condivisa circa l'opera, l'autore o le peculiarità che abbiano segnato il passaggio alla modernità letteraria sono state formulate numerose ipotesi differenti per criteri e contesti geografici, sociali e linguistici e, conseguentemente, periodizzazioni. Accanto all'ipotesi che vede in Moshe Hayyim Luzzatto (1707-1746) il padre della letteratura ebraica moderna, ve ne sono altre che associano in vario modo modernità storica a rinnovamento delle forme. In quest'ottica va interpretata la scelta della seconda metà del XVIII secolo come momento in cui cominciano a svilupparsi alcuni dei possibili percorsi che compongono il variegato panorama delle vie ebraiche alla modernità e del contributo specifico apportato dall'ebraismo ai processi di modernizzazione in diversi ambiti culturali e geografici, con particolare riferimento alla Haskalah, il movimento di rinnovamento culturale sorto in Germania alla fine del XVIII e i cui vari sviluppi si protraggono fino a tutto il XIX secolo, muovendosi tra Galizia, Polonia, Russia Lituania, Africa settentrionale, Gerusalemme, Baghdad, Bombay e Calcutta, o la proposta di Gershon Shaked (1929-2006), il quale identifica invece nella reazione agli eventi storici che contraddistinguono l'inizio degli anni Ottanta del XIX secolo e in particolare nell'ondata di pogrom verificatisi in Russia e Ucraina nota come "Tempeste nel Negev" la conclusione del percorso culturale cominciato nella seconda metà del XVIII e l'inizio di una nuova fase, indicando nel 1881 la data di nascita della nuova letteratura ebraica. A queste periodizzazioni si accompagnano inoltre altre riflessioni come, ad esempio, quella sul rinnovamento linguistico che contraddistingue la rinascita dell'ebraico prima e il suo primato poi oppure sull'esistenza di un pubblico in grado di fruire di questa produzione.
Lo sviluppo de ha-sifrut ha-ivrit ha-ḥadashah è stato anche ricondotto alla produzione letteraria ascrivibile al movimento hasidico, fondato dal circolo di Yisrael ben Eliezer (altrimenti noto come Baal Shem Tov, ca. 1700-1760) nella seconda metà del XVIII e diffusosi principalmente in Polonia, Galizia, Ucraina e Lituania, in riferimento ai tratti di innovazione propri di questa produzione intesa come fenomeno sociale, culturale e letterario.
Gli esordi variamente intesi della nuova letteratura ebraica non sono in gran parte accessibili al lettore italiano, fatta eccezione per un'antologia e alcune raccolte di racconti hasidici tradotti sia dall'ebraico sia dallo yiddish. Estendendo l'arco temporale fino alla contemporaneità, molto limitato è inoltre il numero di traduzioni di opere in poesia e di pièces teatrali, motivo per cui il presente excursus si svilupperà nell'ambito della produzione in prosa per adulti, escludendo anche, malgrado il consistente numero di opere tradotte, la letteratura per l'infanzia. Per quanto riguarda la poesia, il lettore italiano ha infatti a disposizione qualche raccolta e alcune antologie che presentano una panoramica delle generazioni letterarie più recenti oppure percorsi tematici, il che non consente di creare un quadro sufficientemente ampio. Lo stesso scenario si ripropone per il teatro per il quale, al di là de Il Dibbuk (la cui rappresentazione nel 1921 a Mosca è considerata l'inizio del teatro ebraico moderno), un'antologia pubblicata nel 1957 e altre poche pièces, le opere a disposizione forniscono un quadro molto frammentario.
Per lungo tempo è stato dunque impossibile accedere alla nuova letteratura ebraica in lingua italiana e, per alcune fasi e ambiti della sua produzione, lo è tutt'oggi. Cronologicamente, tale assenza si protrae dalla Seconda guerra mondiale fino alla seconda metà degli anni Ottanta, passando indenne anche per la rinascita dell'interesse per la cultura ebraica, con particolare riferimento alla vita e alla storia dell'ebraismo italiano e alla Shoah, che ha caratterizzato la cultura italiana negli anni Sessanta e Settanta. Non sorprende dunque come, nella sezione dedicata alla letteratura del catalogo Cultura ebraica nell'editoria italiana 1955-1990, la curatrice scelga di impiegare l'etichetta "letteratura ebraica" in senso più ampio, integrando ai pochi titoli di traduzioni di opere redatte originariamente in ebraico quelli, decisamente più cospicui, di opere ritenute più genericamente afferenti a questa categoria. Il rapporto, in termini quantitativi, tra queste due definizioni di letteratura ebraica è ben esemplificato dal fatto che, scorrendo il catalogo e apportando le necessarie integrazioni, si può osservare come tra il 1950 e la seconda metà degli anni Ottanta, a fronte di una quindicina di opere (non sempre tradotte dall'ebraico ma anche dall'inglese o dallo yiddish), di undici autori che scrivono in ebraico, anche se non tutti in modo esclusivo (Shemuel Yosef Agnon, Aharon Appelfeld, Hayyim Nahman Bialik, Yoram Kaniuk, Yehiel Denur noto come Ka-tzetnik, Shalom Yaakov Abramowitz noto come Mendele Moker Sefarim, Yitzhaq Orpaz, Amos Oz, Nahman di Breslav, Yitzhaq Leib Peretz, Yehoshua), ci sono invece, per esempio, più di una trentina di traduzioni per autori della cosiddetta letteratura ebraica americana come Saul Bellow e Philip Roth. L'autore più citato all'interno di questo periodo è Efrayim Kishon (1924-2005), artista la cui produzione letteraria è oggi dimenticata e che è forse più noto per il film Sallah Shabbati (1964) le cui opere satiriche giungono in Italia attraverso la mediazione linguistica del tedesco.
La letteratura ebraica nel contesto italiano è stata dunque a lungo quella genericamente afferente alla cultura ebraica, tratto comune ad altri contesti culturali, come per esempio quello francese, con la significativa differenza che in Italia il numero di opere tradotte dall'ebraico è stato a lungo estremamente esiguo.
Questo ritardo italiano si configura come tale sia nei confronti della produzione letteraria in ebraico sia in rapporto alla coeva pubblicazione di opere ebraiche in traduzione in altri Paesi.
Per quanto riguarda il primo aspetto, basti considerare il fatto che Ahavat Tziyyon (L'amore di Sion) di Avraham Mapu (1808-1867), da molti ritenuto il primo romanzo della nuova letteratura ebraica, risale al 1853. Vero e proprio bestseller all'epoca della sua pubblicazione, narra le vicende amorose di due coppie di fratelli rispettivamente promessi in matrimonio dai rispettivi padri. Ambientato nel regno di Giuda all'epoca dei re Acaz e Ezechia, l'opera si caratterizza come una creazione autonoma, e non una rivisitazione di storie bibliche, inserita geograficamente e letterariamente in questo contesto ma influenzata anche da altri modelli letterari, che rinnova l'articolata riflessione sul rapporto con lo spazio e la terra che anima la letteratura ebraica. L'amore di Sion fu tradotto nel 1887 in inglese, nel 1890 in giudeo-arabo, nel 1885 in tedesco, nel 1908 in giudeo-persiano e nel 1937 in francese, per citare solo alcune lingue, mentre in italiano compare soltanto parzialmente nel secondo volume dell'antologia a cura di Samuel Avisar Tremila anni di letteratura ebraica, pubblicata negli anni Ottanta. Si tratta solamente di un esempio, tuttavia indicativo di un più generale approccio alla nuova letteratura ebraica che ne ha privilegiato le fasi più recenti.
Si può infatti notare come non solo la letteratura della Haskalah ma anche tutta la produzione letteraria che si colloca cronologicamente tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento e geograficamente in Germania, Europa orientale e Palestina sia scarsamente presente o del tutto assente in traduzione italiana, così come quella tra le due guerre mondiali, compresa quella prodotta nel contesto statunitense. Sebbene nemmeno le traduzioni in altre lingue occidentali mettano a disposizione in modo esaustivo le opere redatte in questo periodo, autori come Mika Yosef Berdičevski (1865-1921), Nehama Pohatčevskyi (1869-1934), Uri Nissan Gnessin (1879-1913), Yosef Hayyim Brenner (1881-1921), Yitzhaq Dov Berkowitz (1885-1967), Yehuda Burla (1886-1969), Devora Baron (1887-1956), Yitzhaq Shami (1888-1949), Asher Barash (1889-1952), Hayyim Hazaz (1898-1973), Batya Kahana (1901–1978), sono a tutt'oggi in gran parte inaccessibili in lingua italiana se si esclude, ma solo per alcuni, la loro presenza in antologie pubblicate principalmente degli anni Cinquanta e Sessanta e qualche altra sporadica pubblicazione.
Sono invece disponibili ma tradotte dallo yiddish le opere di Abramowitz (1835-1917), il quale comincia la propria carriera letteraria in lingua ebraica, dedica gli anni centrali alla produzione letteraria in yiddish per poi ritornare all'ebraico nella seconda metà degli anni Ottanta dell'Ottocento, con produzioni originali e con la traduzione delle proprie opere dallo yiddish, che condurrà alla pubblicazione delle sue opere complete in ebraico (1910) e in yiddish (1911). A questo autore è storicamente attribuita l'elaborazione del cosiddetto nussaḥ, lo stile che, dopo il pastiche di ebraico biblico impiegato dalla letteratura della Haskalah e delle traduzioni in ebraico realizzate in questo contesto, si caratterizza per l'utilizzo di tutti gli strati seriori della lingua, con particolare riferimento all'ebraico rabbinico, per metterla al servizio di una narrazione mimetica. Al di là delle considerazioni legate all'introduzione di questo stile nell'ambito della nuova narrativa ebraica, l'elaborazione stilistica di Abramowitz è stata impiegata come punto di partenza per una contrapposizione tra nussaḥ, associato all'enfasi sul contesto sociale e a un approccio mimetico, e anti-nussaḥ, associato all'enfasi sulla dimensione individuale e a un approccio non-mimetico, divenuta l'asse descrittivo, e talvolta prescrittivo, di una lettura diacronica della nuova letteratura ebraica in prosa.
In questo contesto svolgono un ruolo ancora più importante le traduzioni del premio Nobel Agnon (1888-1970), figura centrale nel canone della nuova letteratura ebraica. L'opera di Agnon è infatti ritenuta la somma sintesi di quanto letterariamente l'ha preceduta e al contempo è considerata assolutamente unica, in una tensione tra tradizione e modernità, esilio e ritorno, che rifonda stilisticamente e tematicamente la letteratura ebraica a partire dai molteplici elementi che compongono l'ebraismo tra la fine dell'Ottocento e la metà del Novecento. La storia editoriale italiana di Agnon risale al 1935, quando la Casa editrice Israel pubblica nella traduzione di Dante Lattes Ma il torto diventerà diritto (1912), opera che ha conosciuto alcune ristampe, seguita da una raccolta per i tipi della Utet in occasione del conferimento nel 1966 del premio Nobel e da diversi racconti in antologie e, negli anni Novanta, raccolte di racconti, cui sono seguite recenti iniziative editoriali che mettendo sistematicamente a disposizione le opere di questo autore potrebbero significativamente contribuire a modificare una percezione della nuova letteratura ebraica come più recente di quanto essa non sia. Da questo punto di vista risulta interessante segnalare come la prefazione del romanzo Appena ieri (1945; trad. it. 2010) sia stata affidata a Yehoshua, quasi a suggerire come, per il lettore italiano, la produzione contemporanea sia il filtro necessario per la riscoperta dei classici di questa letteratura. A tal riguardo, la disponibilità di opere di alcuni degli autori summenzionati consentirebbe, per esempio, di costituire piste di lettura all'interno delle quali contestualizzare gli autori più noti al pubblico italiano, accostando a personaggi come Fima e Molko i tormentati protagonisti delle opere di Berdičevski, Brenner e Gnessin, nonché ampliare il panorama del modernismo europeo. In questo senso, è significativa la presenza in traduzione della produzione in prosa delle opere di David Vogel (1891-1944), intellettuale europeo esponente del modernismo la cui produzione si colloca tra le due guerre mondiali, disponibili dagli anni Novanta e riproposte negli ultimi anni ad eccezione di Roman winai, inedito solo di recente scoperto e pubblicato (2012).
Infine, va segnalata la traduzione de Il mio amato (1979; trad. it. 1999; 2009) di Yehoshua Bar Yosef (1912-1992), che costituisce un'eccezione non solo per la generazione letteraria alla quale appartiene, ma anche perché si presenta come una delle poche opere ambientate nel contesto ultraortodosso (sovente legate alle esperienze autobiografiche degli autori) a disposizione nel panorama letterario italiano.
Poco presente in traduzione, o disponibile attraverso opere non sempre rappresentative delle tendenze dominanti, appare inoltre tutta la generazione di autori nati negli anni Venti e Trenta in Palestina, cui la storiografia classica affida il ruolo di marcare il passaggio dalla dimensione europea dell'ebraismo e delle prime generazioni di pionieri a una condizione in cui la Palestina è l'unico paesaggio conosciuto e l'ebraico l'unica lingua parlata. A questa dimensione è stata sovente associata come cifra predominante il contributo alla nuova rivoluzionaria cultura nazionale come emerge ad esempio attraverso la costruzione sociale, culturale e letteraria della figura del sabra e del suo ruolo nell'ambito del nascituro Stato d'Israele. Accanto a quella che è stata identificata come la produzione centrale della cosiddetta generazione del Palmaḥ, caratterizzata dalla poetica del noi e dallo stile realista, vi sono inoltre tutta una serie di opere che condividono il medesimo orizzonte geografico e culturale e, talvolta, le tematiche ma non l'approccio alle medesime e/o che si differenziano sia stilisticamente sia contenutisticamente. Il qibbutz, il contesto militare ma anche la realtà urbana del futuro Stato d'Israele pervadono le opere di autori come Sami Yizhar (1916-2006; La rabbia del vento, 1949; trad. it. 2005, Il convoglio di mezzanotte, 1969; trad. it 2013), Yigal Mossinsohn (1917-1993), Aharon Megged (n. 1920), Moshe Shamir (1921-2004; il romanzo storico Un re di carne e sangue, 1954; trad. it. 1959), Natan Shaham (n. 1925; Il quartetto Rosendorf, 1987; trad. it. 2004), Yehudit Hendel (n. 1926; tre racconti in tre antologie e il diario I viaggi del silenzio, 1987; trad. it. 2000), Netiva Ben Yehuda (1928-2011). L'autrice più presente è senza dubbio Shulamit Hareven (1931-2003), della quale sono disponibili alcuni racconti in antologie e due romanzi, Sete (1996; trad. it. 1998), una rilettura delle storie bibliche, e il romanzo storico Una città dai molti giorni, ambientato nella Gerusalemme sotto il Mandato Britannico (1972; trad. it. 2006) e che insieme a Ruth Almog (n. 1936), di cui è disponibile un racconto oltre a La palla d'argento (1986; trad. it. 2004) ma non il romanzo Shorshe awir (1987), invita a una riflessione sul rapporto tra forme di scrittura del sé, romanzo storico e autorialità femminile. A tal proposito, le date delle traduzioni sono significative dell'interesse nei confronti della produzione di autrici che ha avuto in parte effetti retroattivi proponendo un panorama che, se pure non è cronologicamente fedele, ha tuttavia il vantaggio di esplicitare l'orizzonte di attesa. Privilegiando invece la prospettiva diacronica, le opere della summenzionata Baron, delle diverse generazioni di autrici dello Yishuv, la produzione in prosa della poetessa e drammaturga Lea Goldberg (1911-1970) e quella di Amalia Kahana-Karmon (n. 1926), potrebbero ridimensionare la percezione della produzione femminile come unicamente legata agli anni Novanta e Duemila, come alcune antologie hanno cercato di fare.
Se confrontate con le esperienze di traduzione dall'ebraico in altri paesi, le date evidenziano inoltre il secondo aspetto del ritardo italiano, ossia l'essere tale in rapporto ad altre lingue. Appare tuttavia decisivo notare come, pur avendo le traduzioni dall'ebraico in francese, tedesco, inglese (in Gran Bretagna e negli Stati Uniti) anticipato quelle italiane e ottenuto sovente una favorevole ricezione da parte della critica, la disponibilità di opere non si sia necessariamente tradotta nel loro successo, come invece è accaduto nel contesto italiano.
La scoperta della nuova letteratura ebraica da parte del pubblico italiano è cronologicamente collocabile alla fine degli anni Ottanta, periodo in cui si riscontra un notevole incremento dell'interesse nei confronti di questa letteratura anche in altri contesti culturali. Se si osserva per esempio l'ambito francese, questo rinnovato interesse è stato ricondotto a una commistione di fattori marcatamente riconducibili alle politiche di traduzione in Francia ai quali si aggiunge l'attualità politica. Anche nel caso italiano è possibile individuare nell'interesse per l'attualità dello Stato d'Israele in quel periodo, prima con la guerra del Libano poi con la prima Intifada, una delle componenti che intervengono in questa periodizzazione. Non va infatti sottovalutato come proprio il rapporto con la dimensione politica israeliana sia ancora inequivocabilmente coinvolto in episodi recenti come, per esempio, le reazioni alla scelta di Israele quale ospite d'onore al Salone del libro di Torino nel 2008, nonché il fatto che ai più noti autori israeliani sia sovente affidato il compito di offrire una prospettiva sulla situazione politica del loro Paese.
Inoltre, appare evidente come la decontestualizzazione dell'opera letteraria a vantaggio di schemi interpretativi propri del contesto culturale di arrivo si presti a letture che tendono a privilegiare alcuni aspetti rispetto ad altri e il filtro stesso dell'etichetta nazionale finisca spesso per «alterare la sostanza di un'opera e il suo significato», facendo sì che si legga nell'opera qualcosa che non c'è, come sostiene la scrittrice Dubravka Ugrešić in un contributo intitolato Cosa c'è di europeo nella letteratura europea. In questo senso l'uso prevalente di "letteratura israeliana" sulla stampa, nei criteri di ricerca dei cataloghi di alcune case editrici e, più di recente, nelle loro collane, a indicare il corpus che qui si definisce "nuova letteratura ebraica" svolge un ruolo determinante, anche in riferimento al succitato tema del ritardo italiano.
Ciò premesso, non sembra sia possibile affermare che nel contesto italiano siano esclusivamente riconducibili a tale filtro tempistica e selezione delle opere da pubblicare nonché presentazione delle medesime al pubblico o rapporto con gli autori, come invece è stato sostenuto per la ricezione di questa letteratura in Francia, almeno fino al cambiamento sviluppatosi in questo contesto dagli anni Novanta, che ha visto affiancarsi e imporsi un approccio depoliticizzato e universalista, come emerge dagli studi di Gisèle Sapiro. Nel contesto italiano, la possibilità di conoscere meglio una realtà culturale nella sua dimensione politica non sembra essere il criterio di scelta esclusivo e nemmeno l'unica componente messa in risalto nella presentazione delle opere e degli autori al pubblico. Naturalmente, questo non significa che il contesto italiano si sottragga alla dinamica secondo la quale una cultura è spesso tradotta per confermare l'immagine che di questa si ha nella cultura di arrivo.
La breve panoramica delle generazioni di autori non presenti sulla scena italiana e la scelta di privilegiare le scritture che rileggono polemicamente la narrativa sionista, come si vedrà meglio in seguito, è una conferma del fatto che la nuova letteratura ebraica ha difficilmente fornito quello che un lettore curioso della realtà israeliana vorrebbe trovare, proponendo invece individui alienati e uomini senza qualità le cui vicende potrebbero facilmente collocarsi in qualunque contesto geografico. E nemmeno la Gerusalemme mistica e la Palestina all'epoca del mandato britannico di David Shahar, autore che ha affascinato la Francia, dove a lungo è stato considerato il principale esponente della sua letteratura, ha avuto fortuna in Italia. Ciononostante, la distanza tra l'immagine di questo paese e la sua produzione letteraria non ha suscitato nel contesto italiano la nota polemica presente nella critica statunitense che negli anni Settanta lamentava l'assenza di temi quali il qibbutz o la guerra nelle opere tradotte o il lungo prevalere della dimensione politica nel contesto francese. Si può dunque avanzare l'ipotesi che in Italia le aspettative del pubblico, e probabilmente il pubblico stesso, fossero diverse e che, considerato il successo italiano della nuova letteratura ebraica, il mercato editoriale abbia saputo soddisfare e orientare le sue aspettative.
La data che segna un punto di svolta nella ricezione italiana della nuova letteratura ebraica è, come anche altri hanno già notato, il 1988, anno di pubblicazione presso Mondadori del romanzo di David Grossman (n. 1954) Vedi alla voce: amore nella traduzione di Gaio Sciloni. Pubblicizzato come «Uno di quei rari libri capaci di cambiare la nostra visione delle cose» e accompagnato dal praise del critico letterario Robert Alter che recita «Uno dei grandi romanzi di questi anni, da porre accanto a Il tamburo di latta, I figli della mezzanotte, Cent'anni di solitudine», la traduzione italiana precede quelle in altre lingue (pubblicato nel 1986, il romanzo è stato tradotto in inglese nel 1989, in olandese nel 1990, in francese e in tedesco nel 1991, in spagnolo nel 1993), primato debitamente sottolineato dalla stampa che dedica attenzione all'opera già prima della sua uscita per poi descriverla in questi termini al momento della pubblicazione: «[...] ha tutte le premesse per diventare uno dei casi letterari dell'anno» (La Stampa, 12 marzo 1988), «questo libro, che si pone come libro dei libri, folle e scientifico insieme» (La Repubblica, 15 marzo 1988). Solo pochi anni dopo Cesare Segre affermerà: «Vedi alla voce: amore dovrà prima o poi essere affiancato ai maggiori libri del Novecento ed essere analizzato con la passione che ispirano i capolavori» (L'Indice, 8, 1992). Fortemente supportata dall'editore, la pubblicazione di questo romanzo trova una felice risposta da parte del pubblico introducendo nel panorama italiano un'opera che sarebbe entrata a far parte del canone non solo della letteratura ebraica in traduzione ma più in generale della cultura italiana, come dimostra la sua presenza nelle antologie scolastiche, nella critica letteraria riguardante la Shoah e il realismo magico e persino in un'intervista a Roberto Benigni in occasione della presentazione de La vita è bella al pubblico israeliano.
Grazie a quest'opera e alla sua ricezione Grossman si afferma come autore di narrativa, come uno degli interpreti della realtà israeliana grazie alle traduzioni sui giornali italiani dei suoi contributi sulla stampa israeliana e dei suoi reportage giornalistici (è di pochi mesi successiva alla pubblicazione di Vedi alla voce: amore quella de Il vento giallo) nonché, con il tempo, come autore di narrativa per l'infanzia con la serie di Itamar. Tuttavia non si tratta solamente del successo di un autore o di un'opera ma, se si osserva l'andamento del mercato editoriale, Vedi alla voce: amore ha avuto un impatto ben più profondo. Il merito di questo romanzo è quello di avere contribuito a far transitare la percezione della letteratura ebraica da quella afferente alla cultura ebraica a quella di lingua ebraica per il tramite del tema della Shoah. All'inizio degli anni Novanta sono infatti pubblicati per la prima volta in Italia autori come Meir Shalev (n. 1948), il succitato Vogel, Anton Shammas (n. 1950), Yaaqov Shabtai (1934-1981), Yehudit Katzir (n. 1963), Yehoshua Kenaz (n. 1937) e due antologie. Si tratta di autori molto differenti in termini di contesto culturale di provenienza, tematiche e poetica: Shalev è considerato il maggiore rappresentante del realismo magico, il mitteleuropeo Vogel e Shammas, nato nel villaggio arabo di Fassuta, sono accomunati dalla scelta programmatica dell'ebraico come lingua di espressione letteraria, Shabtai è uno degli autori che ha meglio rappresentato il disagio di una generazione attraverso la rappresentazione del conflitto padri e figli - un asse tematico che ossessiona un'intera generazione letteraria - attraverso un'innovazione stilistica che molti scrittori, tra cui la Katzir, hanno scelto come fonte di ispirazione per forme narrative che si caratterizzano per un tentativo di superamento della narrazione sionista nell'ambito delle quali è stata collocata anche la produzione di Kenaz.
Anche il rapporto con autori come Amos Oz (n. 1939) e Yehoshua, presentati al pubblico italiano prima della pubblicazione dell'opera di Grossman, muta in una progressiva fidelizzazione che ha fatto sì che oggi la loro opera sia pubblicata integralmente e le loro traduzioni siano sistematicamente presenti nelle classifiche dei libri più venduti.
Per quantificare questa tendenza basti osservare come dal 1988 in poi il numero di traduzioni dall'ebraico in italiano aumenti in modo costante al punto che un decennio dopo l'italiano diventa la terza lingua - dopo inglese e tedesco, superando il francese – in cui sia maggiormente testimoniata in traduzione la nuova letteratura ebraica. Occorre inoltre osservare che la presenza degli autori all'interno dei cataloghi delle diverse case editrici, pur considerando i naturali mutamenti nel corso degli anni, si sia fin da subito integrata con le scelte generali di queste ultime senza che siano state costituite collane autonome, con alcune eccezioni recenti. Quest'elemento rinforza la percezione normalizzata di questa letteratura e il primato dato al valore letterario rispetto al contesto culturale di provenienza, in alcuni casi, o il desiderio di offrire in primo luogo una storia, in altri.
Se si osserva quali autori costituiscano le fondamenta del canone italiano della letteratura ebraica si trova conferma del fatto che il succitato ritardo nella traduzione ha prodotto un'anomalia di fondo che si accompagna a numerose ellissi non solo generazionali, come per esempio l'impossibilità quasi assoluta di poter ricostruire attraverso le opere in traduzione il percorso della corrente surrealista.
Più in particolare, gli autori maggiormente noti appartengono a una generazione letteraria fortemente critica rispetto ai modelli letterari e culturali immediatamente precedenti e che il pubblico italiano non ha a disposizione.
La prima conseguenza è che si è venuta a formare una triade composta da Oz, Yehoshua e Grossman, considerata fondativa e normativa della nuova letteratura ebraica, con una buona dose di paradosso, considerata la poetica deliberatamente sovversiva di questi autori appartenenti a quella che è stata definita la "nouvelle vague" letteraria ebraica. Il lettore italiano, e più in generale il lettore di letteratura ebraica in traduzione, fatica dunque a contestualizzare questa produzione e più precisamente i termini di quella che Yigal Schwartz definisce la «fallimentare rivolta edipica» che contraddistingue la schizofrenia di una generazione letteraria che non si riconosce più in un contesto culturale e in un sistema di valori ma che non riesce a prescindere da esso. L'assenza della narrativa con la quale questi autori dialogano polemicamente e la presenza delle opere di autori come Agnon e Vogel che dà parzialmente conto della produzione letteraria della quale la «nuova corrente» si considera l'erede, rende particolarmente ardua la percezione delle componenti di rottura da essi incarnate, soprattutto per quanto riguarda la tensione tra l'individuo e il sistema di regole imposto dalla società, enfatizzando invece gli elementi di continuità.
Questo "effetto schiacciamento" dovuto alla prospettiva italiana risulta ancor più evidente se si considera che il quarto autore di quello che è il quartetto commercialmente dominante la scena internazionale dell'ultimo decennio è Etgar Keret (n. 1967), esponente della narrativa postmoderna. Partendo da questi quattro autori, il panorama internazionale si frammenta poi in una serie di varianti locali che vedono emergere altri tre autrici e un autore: Meir Shalev, Katzir, Tzeruya Shalev (n. 1959) e Dorit Rabinyan (n. 1972). L'Italia condivide l'attenzione per questa produzione con la sola eccezione dell'opera della Katzir, di cui è stata pubblicata una sola raccolta di racconti nel 1992.
Le generazioni letterarie più rappresentate in traduzione sono dunque quelle che hanno proposto una decostruzione della narrazione sionista e un allontanamento dal realismo di stampo socialista attraverso il ricorso a scritture espressioniste, impressioniste e postmoderne. La fioritura della nuova letteratura ebraica che rivede questo modello, che si configura con caratteristiche specifiche a partire dalla guerra di Kippur e che coinvolge la presa di parola delle donne e delle minoranze, si caratterizza per una moltiplicazione dei punti di vista sviluppatasi da un lato come riflessione critica sulle identità del singolo e dall'altro come percorso di revisione dei miti fondanti della cultura e della società israeliane. La rivelazione della natura culturale di tutti quegli elementi considerati "naturali" si manifesta come sovvertimento delle dicotomie adulti-bambini, uomini-donne, periferia-centro, vecchio-nuovo, come ridefinizione dei confini del corpo e dello spazio, come denuncia delle convenzioni linguistiche. Si tratta di prospettive molto diverse ma accomunate dal desiderio di definire e confrontarsi con diverse eredità culturali in funzione dell'elaborazione di una nuova prospettiva identitaria - tematica storicamente emersa all'epoca dell'Haskalah con la crisi del modello tradizionale riconducibile alla dimensione religiosa - e che costituisce ancora oggi uno degli assi portanti del dibattito culturale.
Tra le varie forme narrative utilizzate in queste riscritture riveste un ruolo importante nel panorama delle traduzioni il genere della saga familiare. Il carattere sovversivo di questo filone narrativo si manifesta principalmente nella scelta della prospettiva generazionale, in netta contrapposizione con la dimensione dell'orfano propria del mito del sabra, slegato sia dalla tradizione europea dell'ebraismo sia dalla generazione dei pionieri. Questa angolazione si presta facilmente non solo a una ricostruzione alternativa della storia nazionale ma anche alla ridefinizione del sé, elementi che naturalmente non risultano mutualmente esclusivi. Appare infatti evidente come in virtù della molteplicità e variabilità di elementi che compongono queste riflessioni identitarie, che spesso scelgono di privilegiare una definizione negativa per non ricadere nelle medesime categorie e stereotipi dai quali tentano di sottrarsi, questi percorsi possono e devono essere letti come crocevia tematici. Rientrano nel filone delle saghe familiari molte opere che incrociano riflessioni sull'identità di genere con istanze di carattere etnico, con particolare riferimento alle comunità orientali, e con il tema della Shoah. Ne sono un esempio alcune opere di Binyamin Tammuz (1919-1989), Sami Michael (n. 1926), Shimon Ballas (n. 1930), Aharon Appelfeld (n. 1932), Nurit Zarhi (n. 1941), Gabriela Avigur Rotem (n. 1946), Savyon Liebrecht (n. 1948), Shifra Horn (n. 1951), Ronit Matalon (n. 1959), Lea Aini (n. 1962), Sami Berdugo (n. 1970) Moshe Sakal (n. 1976), Almog Behar (n. 1978), Hadara Lazar. La generazione degli autori nati negli anni Settanta è largamente rappresentata in traduzione italiana e la pubblicazione delle opere di Eshkol Nevo (n. 1971), Assaf Gavron (n. 1968), Sayyed Kashua (n. 1975), Ron Leshem (n. 1976), Shimon Adaf (n. 1972), Boris Zaidman (n. 1963), Asaf Schurr (1975), al di là delle profonde differenze, offre molteplici percorsi di lettura in cui la riflessione identitaria si sviluppa in rapporto al contesto e ai conflitti nazionali, allo spazio e alla lingua. All'interno di questa panorama le forme di narrazione del sé e la riflessione storica costituiscono infatti due assi importanti, che spesso si sovrappongono come detto, e a tal riguardo si possono aggiungere ancora i nomi di Alon Hilu (n. 1972) e Nir Baram (n. 1977), e ricordare quello di Hayyim Beer (n. 1949). Vanno poi segnalate alcune delle narrazioni che in forme diverse hanno segnato il ritorno della letteratura del qibbutz, di cui sono un esempio Ha-bayta (2009) di Assaf Inbari (n. 1968), il romanzo autobiografico Hayinu he-atid (2011) di Yael Neeman (n. 1960), l'ultima raccolta di racconti di Oz Tra amici (2012, trad. it. 2012). Di quest'ultimo autore è inoltre Una storia d'amore e di tenebra (2002; trad. it. 2003), opera che si inserisce nella tensione tra storia individuale e storia collettiva attraverso il ricorso alla scrittura autobiografica di cui tuttavia al lettore italiano manca sia una visione diacronica, particolarmente utile per il rapporto tra forme di scrittura del sé e modernità, letteraria e non, sia una visione sincronica. A quest'ultimo proposito un esempio tra i più innovativi è Curriculum vitae (2007) di Yoel Hoffmann (n. 1937; non ancora tradotto in italiano), di cui in Italia dopo Il Cristo dei pesci (1991; trad. it. 1993) è stato pubblicato Il libro di Yoseph (1988; trad. it. 2006), al quale sarebbe auspicabile affiancare Tzilla (2013) della Katzir per arricchire il panorama delle forme di life writing nell'ambito della nuova letteratura ebraica. La disponibilità di altre opere di Hoffmann e, per esempio, dei racconti brevi e brevissimi di Alex Epstein (n. 1971) contribuirebbe invece ad allargare il panorama delle scritture postmoderne.
Dal punto di vista tematico, un altro elemento di rottura della narrativa sionista è costituito dalle diverse forme narrative accomunate dal ruolo che in esse riveste l'esperienza, diretta o indiretta, della Shoah: Adamo risorto di Yoram Kaniuk (n. 1930), pubblicato nel 1969, tradotto in italiano nel 1996 e riproposto nel 2001, le opere di Aharon Appelfeld (n. 1932), Liebrecht, Nava Semel (n. 1954), Lizzie Doron (n. 1953) e la narrativa dei non tradotti Hayyim Guri (n. 1923), Yitzhaq Ben Ner (n. 1937), Dorit Peleg (n. 1953), Itamar Levy (n. 1956), del quale è stato tradotto Lettere del sole, lettere della luna (1991; trad. it. 1993) ma non Aggadat ha-agamin ha-atzuvim (1990), e Amir Guttfreund (n. 1963).
L'ampio numero di case editrici che annoverano opere della nuova narrativa ebraica in catalogo consente di proporre al pubblico antologie, racconti e romanzi, romanzi gialli e romanzi rosa. In questo variegato panorama riveste una funzione decisiva per quanto riguarda la ricezione della nuova letteratura ebraica la presenza di traduzioni di opere che difficilmente potrebbero essere considerate come facenti parte del canone letterario o anche solo significative dal punto di vista tematico o stilistico ma che proprio in virtù della loro assenza di qualità o "specificità" contribuiscono in maniera significativa a una percezione normalizzata di questa letteratura. Un altro elemento che si può forse distinguere come nota di fondo del panorama recentissimo, ma che andrà naturalmente confermato o smentito negli anni a venire, è un primato delle scritture neorealiste e postrealiste, osservazione che andrebbe eventualmente contestualizzata da un lato alla luce del dibattito sulle caratteristiche della lingua italiana impiegata nella narrativa in generale e nelle traduzioni in particolare, dall'altro valutando questa tendenza in relazione al panorama letterario globale.
Questa prospettiva costituisce un'ulteriore chiave di lettura, che non va considerata esclusiva, per la presenza di opere che non possono essere considerate rappresentative della produzione di un autore ma che, soddisfacendo altri criteri, finiscono per diventare l'unico filtro attraverso il quale è possibile conoscerlo. Ne è un esempio la distorta rappresentazione italiana di Orly Castel-Bloom, una delle voci più dissacranti e autorevoli del panorama letterario israeliano degli ultimi trent'anni. La ricerca linguistica proposta dall'autrice nel tentativo di decostruire linguisticamente e culturalmente i luoghi comuni che fondano l'immaginario collettivo, in generale, e i miti fondanti della realtà israeliana, in particolare, anima le sue raccolte di racconti e la trilogia Hekan ani nimtzet (1990), Dolly City (1992) e Ha-Mina Liza (1995). La narrativa della Castel-Bloom resta sconosciuta al pubblico italiano, fatta eccezione per la presenza di alcuni racconti in antologie e di un libro per l'infanzia, fino al 2003, anno di traduzione di Parti umane (2002; trad. it. 2003), opera legata all'esperienza della seconda Intifada e all'urgenza di documentare un preciso momento, ma che difficilmente può essere considerata la più rappresentativa di questa autrice, e, malgrado la coerenza tematica con la produzione precedente, lo stesso si potrebbe affermare per Textile (2006; trad. it. 2011). L'unico romanzo a disposizione del pubblico italiano che dia conto di quelle che sono le caratteristiche dominanti della scrittura di questa autrice è Dolly City, opera inserita dall'UNESCO nella Collection of Representative Works e tradotta in Italia nel 2008.
Forse anche a queste ragioni è legata per esempio l'assenza quasi assoluta della succitata Kahana-Karmon o di autrici come Mikal Govrin (n. 1950), sofisticata autrice in prosa e in poesia oggi al suo terzo romanzo, preceduto nel 1995 da Ha-Shem e da Hevzeqim nel 2002, opere in cui la definizione del sé passa attraverso la riflessione sullo spazio e sul corpo. Per quanto riguarda quest'ultimo elemento, oltre ad alcune delle autrici succitate, possono essere ricordate Hanna Bat Shahar (n. 1944), Tzeruya Shalev, Alona Kimhi (n. 1966),Yael Hedaya (n. 1964), Ayelet Shamir (n. 1964).
Il genere poliziesco è uno dei filoni recenti particolarmente fiorenti de ha-sifrut ha-ivrit ha-ḥadashah e anche in traduzione italiana comincia a diventare ben rappresentato almeno per quanto riguarda le produzioni più recenti e opere di autori come Edna Mazya (n. 1949), Kaniuk e Tammuz che presentano tratti ascrivibili a questo genere, mentre restano ancora poche, e non tutte dall'ebraico, le traduzioni di Batya Gur (1947-2005) e Shulamit Lapid (n. 1934). Di quest'ultima autrice, che si è dedicata anche ad altri generi, non è ancora disponibile il celebre romanzo storico Ge Oni (1982), che arricchirebbe la riflessione sulla succitata tensione tra storia individuale e storia collettiva.
In conclusione, la prospettiva italiana su ha-sifrut ha-ivrit ha-ḥadashah si contraddistingue per l'estrema varietà delle componenti letterarie rappresentate che ben testimonia le diverse voci presenti in questo panorama. Come visto, il ritardo nella traduzione della nuova letteratura ebraica in italiano ha di fatto privilegiato il momento più polifonico di questa produzione, evitando la semplicista riduzione di un complesso contesto culturale a una delle sue componenti, aprendo la strada alla presenza in traduzione di molti autori che difficilmente potrebbero essere ricondotti a una cifra dominante e recuperando dalla produzione precedente le opere che meglio si inserivano in questo scenario.
Per questi motivi, la scelta dell'espressione "nuova letteratura ebraica" come resa di ha-sifrut ha-ivrit ha-ḥadashah, potrebbe dare efficacemente conto della percezione di questa letteratura in traduzione italiana, del percorso critico che l'accompagna e delle più recenti riletture del concetto di letteratura nazionale in virtù dell'ambiguità della classificazione che essa rispecchia e della continua necessità di ridefinizione da essa imposta.

 

Pubblicato il 20/04/2014