Filippo Rosace - Oltre i confini dello Stato

Intervista di Nicola Bonazzi

Filippo Rosace è nato a Lecco nel 1976. Nel 1993 si è diplomato presso la Milton High School of Vermont (USA). Ha conseguito la laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l'Università degli Studi di Parma. Iscritto all'albo giornalisti, collabora con la rivista Narcomafie. Da diversi anni vive a Reggio Calabria, dove svolge l'attività di funzionario documentarista e responsabile dell'Ufficio Biblioteca presso il Consiglio regionale della Calabria. Il vigneto del presente, il suo primo romanzo, narra dell'incontro tra due giovani, lui del Nord e lei del Sud, invischiati accidentalmente in una vicenda più grande di loro. Ad avvicinarli è l'involontario impatto con la criminalità organizzata, ormai radicata con forza anche nei salotti buoni della Milano finanziaria. E appunto della violenza brutale della camorra e della raffinata conduzione degli affari di famiglia da parte della 'ndrangheta racconta il romanzo. All'autore abbiamo rivolto alcune domande sul rapporto tra invenzione e realtà e sull'approccio narrativo a un tema "caldo" e terribile come quelle delle mafie.



Come nasce l'ispirazione del romanzo? Immagino che sia anche frutto dei tuoi anni di giornalismo.

Effettivamente l'ispirazione nasce da un episodio casuale. Nel 2006 mi ero già trasferito a Reggio Calabria, città in cui avevo passato quasi tutte le estati della mia infanzia perché mio padre è nato lì, ma in cui non avevo mai vissuto fino ad allora. Tornando a casa di sabato sera ho acceso la Tv su Rai 3, la trasmissione era Un giorno in Pretura, e ho visto e sentito qualcosa che mi è sembrato davvero strano. Ma ancora non immaginavo quanto strano mi sarebbe sembrato quello che ho iniziato a capire quella sera.
A deporre c'era un signore molto anziano, con una folta barba bianca. Diceva al giudice che lui non sapeva niente, che non aveva visto niente e che era per giunta molto sordo. Sembrava di assistere ad una scena di quei film in cui il vecchietto siciliano dice al giudice " Jo nenti sacciu!". Ma quel signore non parlava in siciliano, bensì in stretto dialetto brianzolo, che io capisco perché sono nato e cresciuto in Brianza e da mamma brianzola. Mi sono fermato a seguire le altre deposizioni. Si sono succeduti vari testimoni, tutti in grado di parlare in perfetto italiano, ma i contenuti erano gli stessi. Nessuno aveva visto e sentito nulla. Andando avanti nell'ascolto ho appreso che a Paderno d'Adda, paese dove è nata mia madre e a pochi kilometri da dove avevo vissuto per tanti anni c'era stato un omicidio. Un ragazzo era stato ucciso e gettato nel fiume. A mio giudizio si capiva che i testimoni erano reticenti, avevano un atteggiamento tipicamente omertoso. Ho iniziato a fare ricerca. E ho scoperto che la tana del bianconiglio era davvero così profonda da non poterci credere. Fino ad arrivare a scoprire una dichiarazione dell'autunno del 1993 del Giudice Vincenzo Macrì (che poi avrebbe scritto la prefazione al testo), per anni sostituto procuratore Nazionale Antimafia che sosteneva che la 'ndrangheta aveva ormai due capitali: Milano e Reggio Calabria.


Ci puoi dire il significato del titolo ("Il vigneto del presente")?

Mi hanno raccontato di un'antica leggenda babilonese che narra del Dio Marduk, potente divinità dell'antica Mesopotamia. Marduk proponeva la decuplicazione del raccolto a chi avesse sacrificato il figlio maschio primogenito quando era ancora l'unico figlio. L'uva e il suo raccolto a quell'epoca erano simbolo e fonte di ricchezza e prosperità. Così chi avesse accettato il patto avrebbe avuto un presente incredibilmente più florido, ma al contempo avrebbe sacrificato alla divinità il proprio futuro, perché uccidendo l'unico figlio ipotecava la possibilità di avere una discendenza. Così agisce a mio modo di vedere la criminalità organizzata, che spesso irretisce ragazzi con l'immediata concessione di benefici, ma in cambio gli mette una seria ipoteca sul futuro, molto spesso distruggendolo. Leggendo il libro si può comprendere fino in fondo questo concetto che è portato avanti da uno dei personaggio del libro in particolare, ma non anticipo quale…

Il romanzo racconta con molta precisione le infiltrazioni mafiose al nord, attraverso il controllo di imprese e società finanziarie. Ma la narrazione della grande criminalità si intreccia con quella della piccola criminalità del sud, che pare ancora fare affidamento a operazioni per così dire "artigianali". Volevi segnalare il grande salto che la cultura mafiosa ha compiuto negli ultimi anni scalando tutta la penisola?

Esattamente, il cambio di passo delle mafie non è solo geografico, ma anche qualitativo. Per anni si è sottovalutato il fenomeno, specialmente quello della 'ndrangheta, ritenendolo qualcosa di marginale rispetto al sistema Paese. Invece le mafie si sono radicate più che infiltrate anche nel nord, dove c'è il motore economico, e nel farlo hanno maturato un salto qualitativo. Come i personaggio del mio libro oggi alcuni mafiosi sono laureati nelle più prestigiose università italiane ed estere, parlano diverse lingue, hanno contatti con il cuore delle Istituzioni, a volte ne fanno parte a pieno titolo. Abitano da anni nel nord e fanno parte dei salotti buoni della finanza e dell'economia.

Il romanzo si chiude con una pagina che, pur dentro la narrazione, sembra quasi un implicito appello alla società civile perché si ribelli alle mafie. Ritieni che la narrativa e l'arte in genere possa assolvere ad un compito "civile" ed avere un impatto positivo sulla società?

Certamente sì, basti pensare a quanta paura, e quindi censura, c'è in tutti i regimi. Chi controlla il potere è perfettamente conscio che un libro, un film, uno spettacolo teatrale, possono far scattare molle imprevedibili. Lo abbiamo sperimentato anche in Italia. E c'è di più. L'arte non è solo in grado di svolgere compiti "civili", riesce anche a condizionare molto altro. Penso per esempio ai processi dell'industria. Emblematico il caso di Bruno Munari che è partito con un'operazione concettuale come le "macchine inutili", ed è arrivato a determinare scelte industriali e produttive grazie al suo design innovativo. Ed oggi è proprio grazie a questi meccanismi che l'Italia conserva ancora un po' di credito sulla scena internazionale. L'arte è la più grande forma di espressione a cui l'uomo possa tendere, e come tale è anche il più grande motore possibile per l'ispirazione umana in qualunque campo. Partendo dall'arte si può arrivare ad influenzare qualsiasi cosa.

A proposito di questo, cosa pensi del profluvio di prodotti narrativi e di fiction (non solo letterari, ma anche televisivi o cinematografici) che raccontano la realtà delle mafie? Non c'è il pericolo di trasformarla in un fatto di "moda"?

Non credo che il problema sia tanto il "prodotto narrativo" che parla della mafia, quanto la condizioni di chi guarda o legge il prodotto. Se un ragazzo vive in una società che reputa ingiusta, che lo tiene ai margini, che non è meritocratica, e che gli accolla debiti da scontare che non è stato lui a volere, allora è possibile che le gesta di alcuni mafiosi, che ovviamente sono percepiti come oppositori dello stato, vengano erroneamente intese come gesta di ribellione ad una condizione di ingiustizia, e quindi giustificate o addirittura mitizzate. Il problema è creare una società equa e meritocratica, percepita come amica e non ostile. Altrimenti il rischio di devianza aumenta. E credo che oggi questo rischio sia molto forte.

Il romanzo ha un finale aperto. Nonostante Loris Boboni, il protagonista, sembri non poter uscire dall'abbraccio mortale della 'ndrangheta, in cui era inconsapevolmente caduto, l'amore di Maria parrebbe dargli la forza per recidere i legami che lo tengono drammaticamente avvinto ai suoi aguzzini. Si tratta di pura finzione narrativa? Sarebbe davvero possibile nella realtà

Il punto è avere qualcosa per cui si sente che valga la pena viveri liberi e non da sudditi. La molla poi può scattare per ognuno partendo da motivazioni diverse, non è importante.

Tu vivi e lavori a Reggio Calabria. La cultura dell'omertà è ancora molto diffusa al sud? O è ormai stata soppiantata da un'omertà più ampia che cela la rassegnazione e, ancor peggio, l'inconsapevolezza della metamorfosi del sistema mafioso, radicato anche nelle alte sfere della politica e dell'imprenditoria?

Certamente al sud l'omertà è ancora molto diffusa, ma per tornare all'inizio dell'intervista ci sono segnali inquietanti anche per il resto del Paese. Sarebbe un grave pericolo per il resto dell'Italia pensare che determinati comportamenti siano costituzionalmente afferibili solo alle persone del sud. Al sud esiste l'omertà è vero, ma è altrettanto vero che fino ad oggi i casi di ribellione, di maggior coraggio, di ripudio assoluto delle mafie vengono proprio dal sud. Peppino Impastato, Rocco Gatto, e tanti altri sono di sicuro meridionali. Le mafie al nord non hanno occupato militarmente il territorio, hanno trovato una forma di equilibrio, almeno per ora. Poi se nessuno si opporrà alzeranno il tiro.

 

Pubblicato il 11/12/2012