Elisabetta Menetti - Dante oggi, al tempo del Covid-19. Dialogo con Alberto Casadei

Intervista in occasione del settimo centenario della morte di Dante (1321-2021)

 

Jorge Luis Borges ha scritto che la Divina commedia non è una lettura difficile: difficile è «ciò che sta dietro la lettura: le opinioni, le discussioni; ma il libro in sé è un libro cristallino» (Sette notti, 1977). Ed è cristallino perché è narrativo: bisogna attenersi al racconto, farsi trascinare dalla forza delle sue parole, seguire fiduciosi la sua immaginazione. Nel tuo libro (Dante. Storia avventurosa della Divina commedia dalla selva oscura alla realtà aumentata, Milano, il Saggiatore, 2020) affronti il tema della trasformazione di Dante in una icona nell'epoca della globalizzazione, come se il poeta e l'opera si fossero fusi in un unico messaggio che riguarda la nostra realtà presente. Dante è la guida che oggi ci invita a proseguire il racconto del mondo che ci circonda?

Credo senz’altro che Dante sia sentito, anche dai più giovani, come un grande narratore, capace di creare episodi che possono essere performati o visualizzati, il che ha generato fra l’altro molte traduzioni visive per esempio di tipo fantasy (Paolo Barbieri) o iper-realistiche (Sandow Birk, Emiliano Ponzi ecc.). Nel mio libro però sottolineo che, mentre alcuni aspetti della narrazione dantesca sono perenni e anzi ricchissimi di spunti che possono essere colti dai lettori di ogni tempo, ci sono altre componenti che sono lontane dalla nostra attualità. Certo, come dice Borges, il racconto è facilmente fruibile, e infatti può e deve essere sintetizzato dagli insegnanti in tutte le sue tappe, sino alla visione finale; ma molti passi non sono semplici e ciò può spingere a un distacco se non si fa capire ai ragazzi per quale motivo ci si deve sforzare a interpretare esattamente un testo di settecento anni fa. In questo senso, i laboratori proposti dal Gruppo Dante dell’Associazione degli italianisti, assieme a ADI-SD, sono stati molto significativi (si possono vedere i risultati nel sito www.dantenoi.it): il lavoro storico e testuale doveva integrarsi, secondo alcuni criteri preliminari concordati, con la realizzazione di file multimediali, video ecc., in molti casi proprio per far entrare i canti o i passi letti nella realtà attuale. Un bell’esercizio, per esempio, è stato quello di abbinare alcuni versi danteschi con foto di grandi artisti contemporanei, magari relative a eventi storici drammatici o gioiosi, e lo stimolo alla combinazione creativa credo sia stato forte. Dante può far leggere meglio il mondo che ci circonda se lo rendiamo attivo, cioè se facciamo capire che il suo modo di interpretare la realtà è sì diverso dal nostro ma mantiene alcuni aspetti antropologicamente costanti, quindi ri-configurabili nel presente.

 

Dante visionario è assolutamente credibile: il suo racconto è accettato da tutti come veritiero eppure nessuno si sognerebbe di credere, come dice Borges, che Dante sia andato a parlare con le 'ombre dell'Antichità classica' in terzine. Un paradosso che è il mistero della sua poesia?

Qui sta un punto molto delicato: cosa pensava Dante del suo testo? In realtà dopo sette secoli non c’è ancora accordo. I suoi contemporanei più volte hanno sostenuto che la visione fosse autentica e anche adesso c’è chi parla di un Dante profeta che ha effettivamente immaginato il suo Aldilà grazie a una visione. Il testo però afferma ripetutamente che nel 1300 Dante ha ricevuto la grazia di visitare in corpo i mondi ultraterreni e noi siamo tenuti a credere esattamente questo: più volte il testo coinvolge il lettore, la sua intelligenza, la sua ferma volontà di credere, persino a un “ver c’ha faccia di menzogna”, come si legge in Inf. 16.124, poco prima di definire la sua opera come una comedìa (che, non mi stancherò di ripeterlo, non è un titolo, come non lo è tragedia usato più avanti, Inf. 20.113, per indicare l’Eneide, visto che Dante sapeva benissimo qual era il titolo del poema virgiliano e non lo usa). Seguendo alcuni presupposti dell’ermeneutica coeva, Dante accetta comunque che lo statuto di verità da lui segnalato più volte sia da verificare da parte dei suoi lettori: in qualche modo li responsabilizza. Noi possiamo pensare che i presupposti teologici validi per Dante non siano più accettabili per interpretare il mondo, ma la sua opera resta uno stimolo a cercare modi sempre nuovi di creare ‘metafore’ della realtà, come lui stesso fa per esempio quando va a descrivere il suo Empireo, un luogo-non-luogo che deve immaginarsi partendo solo da alcune nozioni: ma la difficoltà era creare uno spazio credibile, come adesso fanno gli scrittori di fantascienza!

 

Nelle celebrazioni del Dantedì (25 marzo 2021) il viaggio di Dante nell'Inferno nel Purgatorio e nel Paradiso è al centro di letture e iniziative in tutta Italia ma il percorso poetico di Dante è molto più ricco e complesso, anche perché si intreccia con la sua biografia per certi versi affascinante e avventurosa. Dalla Vita nova al Convivio o dal De vulgari eloquentia al De Monarchia i percorsi che i lettori possono fare sono tantissimi. Scegliamo la Vita nova e il posto che Amore si prende nella nostra vita: i giovani possono riconoscersi nello spaesamento di Dante innamorato?

Il problema di quali altre opere e passi di Dante far leggere, a parte alcuni canti della Divina commedia, è molto forte oggi. Si tende a cassare quasi tutto, al massimo fornendo qualche nozione da manuale riguardo alle cosiddette opere minori, ma è un errore, perché l’opera maggiore si comprende spesso solo in rapporto alle altre, a cominciare naturalmente dalla Vita nova. Nel mio libro citato sopra, ho cercato proprio di costruire un racconto partendo da quest’opera così innovativa e intensa, in cui Dante già ripensa al suo breve percorso di vita e cerca di comprendere cosa ha rappresentato Beatrice per lui. Io penso che sia un testo del 1292 all’incirca, quando si chiude la narrazione, che ha portato a parlare della morte (l’8 giugno 1290, unica data sicura nel libello) di una donna che sempre più si era rivelata come un angelo in terra. Ma in seguito, come sappiamo, Dante su ciò continua a interrogarsi e poi, per un breve periodo, trova una sorta di donna sostitutiva, definita pietosa o gentile, ovvero, stando al Convivio, la filosofia, oppure, più probabilmente, una ‘pargoletta’. I problemi interpretativi sono tanti, ma alla fine Dante ci dice che è stato di nuovo visitato dalla sua Beatrice, addirittura ha avuto una “mirabile visione” e di questa cercherà di parlare in futuro. Per molto tempo non lo farà, ma intanto ha messo in scena sia la sublimazione dell’amore, sia le sue difficoltà. Ecco, se seguiamo questo percorso, anch’esso narrativo e insieme poetico, troviamo una serie di situazioni che ancora oggi possono essere considerate tappe di un innamoramento e però, non limitandoci ai meri contenuti, dobbiamo cogliere l’interpretazione e la stilizzazione che ne fa Dante, in modo da non presentare solo una serie di frammenti bensì una storia compiuta.

 

In quest'ultimo anno di pandemia abbiamo assistito ad una eccezionale attività di comunicazione on line di contenuti complessi che riguardano la cultura umanistica e in particolare la letteratura: i moltissimi incontri, seminari, convegni, letture sul web e sui social dimostrano la vitalità dei nostri studi e il desiderio di estendere il più possibile la rete del nostro sapere. Dantedì è diventato un evento virtuale che, per certi versi, rispecchia perfettamente le potenzialità di una poeta che chiede ai suoi lettori e alle sue lettrici una immersione totalizzante in un mondo altro. Le celebrazioni online permettono di essere contemporaneamente in più luoghi, pur restando a casa. Questa esperienza quali trasformazioni ha prodotto nel nostro modo di comunicare i classici della nostra letteratura?

Credo che la prima conseguenza del nuovo tipo di mediazione necessaria per insegnare i classici (ma in effetti ogni tipo di opera letteraria) sia quella di spingere a concentrarsi al massimo su alcuni punti critici. Sarebbe impossibile raccontare online la Divina commedia senza pensare di far vedere immagini o video, di far ascoltare registrazioni di performance, e quant’altro è da tempo disponibile nel Web ma magari è poco usato nella didattica in presenza: ma bisogna evitare la dispersione, sfruttando al meglio queste potenzialità in rapporto a problemi o episodi scelti accuratamente. Naturalmente è vero, come in molti fanno notare, che la partecipazione fisica all’evento didattico è fondamentale in molti passaggi e soprattutto nelle discussioni finali di un percorso, tuttavia la preparazione si può svolgere online impiegando creativamente tutti gli strumenti a disposizione e dando poi compiti personalizzati da far svolgere agli studenti. Del resto, sappiamo bene che gran parte del mondo culturale dei più giovani è fruito tramite gli smartphone, esige sintesi veloci (spesso fornite in siti che propongono tanti Bignami 2.0), chiede motivazioni forti per giustificare l’impegno di ore nella lettura. Ecco allora un’opportunità: se riusciremo a sviluppare un modello integrato di didattica, che non subisca la passività della distanza ma la riempia di attività dinamiche e davvero integrate, credo che alla fine di questo periodo buio avremo nuovi strumenti a disposizione per far apprezzare le potenzialità di ogni testo complesso, a cominciare dai grandi classici.

 

La poesia dantesca può essere considerata come una rete virtuale in cui tutti possono trovare un pensiero da 'ripensare' o una immagine da visualizzare, come auspicava Italo Calvino nelle sue Lezioni americane? Possiamo dire che il Dante del nostro Millennio ci riserverà delle sorprese?

Come già accennavo, sono convinto del fatto che questo settimo centenario dantesco sarà ricco di riletture multimediali del poema e forse anche di altre opere, come la Vita nova: segnalo per esempio un audiolibro realizzato dal Consorzio interuniversitario ICoN con letture di testi del libello e di poeti del Duecento (http://www.italicon.education/icon-2021-dante-on-the-net), che può servire per una o due lezioni diverse dal consueto. Inoltre, è adesso evidente anche dalla classifica delle vendite che pure le biografie giocheranno un ruolo importante nella nostra rinnovata idea di Dante. Semmai mi colpisce, rispetto al settimo centenario della nascita (1965), il ruolo che giocano i critici e i dantisti a pieno titolo: all’epoca erano al centro delle iniziative, ora faticano a comparire sui mass media e gli studi scientifici recenti vengono letti da pochi. Bisogna riflettere sul ruolo della buona mediazione (se non vogliamo usare il termine, in effetti un po’ svilente, di divulgazione), perché spesso gli specialisti non si preoccupano di come proporre le loro ricerche al pubblico ampio. Anche questa potrebbe essere una sorpresa o una scommessa da affrontare: far capire qualcosa di nuovo su Dante, per esempio sulle opere autentiche e quelle forse false, sull’allegoria o meno nei vari canti della Divina commedia, ecc., segnalando tutti i problemi che esistono di caso in caso, in base agli esiti più innovativi della ricerca critica.

 

Siamo intrappolati in uno spazio-tempo imperfetto in cui le nostre aspettative di vita si scontrano duramente con una drammatica realtà di privazioni. In Paradiso XIV, 1 Dante ci chiede di immedesimarci nel movimento perfetto e armonioso dell'acqua in un vaso: 'dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro'. Hai commentato questo verso nel libro miscellaneo (e molto interessante) che si intitola Citar Dante. Espressioni dantesche per l'italiano d'oggi, a cura di I. Chirico, P. Dainotti, M. Galdi, ETP Books, 2021. L'immagine che commenti ci fa ben sperare?

Beh, diciamo che la considero una perfetta sintesi di senso e suono, perché un fenomeno fisico abbastanza comune diventa un verso cristallino nel suo chiasmo equilibratissimo. Se vogliamo con questo dire che l’arte può far sperare, sì, è vero: quando cogliamo una forma di bellezza, anche molto diversa da quella simmetrica del Paradiso, siamo portati a credere che ogni aspetto del reale sia sublimabile nell’arte. Forse però le cose si possono vedere pure diversamente, perché gli esseri umani nel tempo hanno saputo giocare persino con le loro imperfezioni: e infatti, se c’è un aspetto che continua a stupirci in Dante, è il raggiungimento di perfezioni che non sono solo statiche, ultraclassiche, bensì cangianti, come continuamente variate sono le sue terzine (e cosa sarebbe la Divina commedia se Dante non avesse inventato le rime incatenate?). Quindi, benissimo per la purezza di Par. XIV, 1, ma la apprezziamo ancora di più perché abbiamo letto per esempio del “tristo sacco / che merda fa di quel che si trangugia” (Inf. XXVIII, 26-27), che peraltro è lingua ritmata e stilizzata, non banale turpiloquio.

 

Sono molte le espressioni dantesche che usiamo ancora oggi per suggerire un comportamento saggio (non ragioniamo di loro ma guarda e passa), per sottolineare le 'dolenti note' di un ricordo o per cercare, come in questi tempi, di essere 'tetragoni ai colpi di ventura'. Alcuni versi hanno assunto una potenza aforistica di grande impatto: ogni lettore trova la sua strada nelle Commedia?

Certamente è facile scegliere qualche verso della Divina commedia e renderlo nostro: lo hanno fatto generazioni di lettori, tanto è vero che già le prime pubblicità sfruttavano la memoria dantesca per reclamizzare nuovi prodotti. Ora ho qualche dubbio che il Dante citabile arrivi alle nuove generazioni, salvo forse i versi che circolano persino nei testi delle canzoni, come “Amor ch’a nullo amato amar perdona”: un verso peraltro non facile, forse poco compreso da molti che lo citano, ma ora apprezzato proprio per il complesso poliptoto che lo domina. Oserei pensare che adesso le espressioni più diffuse e quasi proverbiali stiano un po’ perdendo peso nel parlare quotidiano, mentre magari lo acquistano singole parole e soprattutto immagini con versi trasformati. Circola un meme di Dante, nel solito ritratto immaginario di Botticelli, con sopra un verso celeberrimo, “fatti non foste a viver come bruti”, e sotto un commento spiazzante: “Comunque, ci siete molto portati”. Credo che Dante ora viva anche così, riadattato e ironico.

 

Infine, molto semplicemente, cosa insegna oggi Dante ai giovani in attesa di ricominciare a vivere una vita normale?

Soprattutto che, persino in condizioni estreme (e la vita di Dante, questo sì, fu all’insegna delle pene più dure e delle delusioni più cocenti), si possono maturare esperienze che, nel futuro, potranno essere ripensate con un guadagno per la propria vita. La grande arte nasce dall’Erlebnis, dalla vita non solo vissuta, ma ripensata. Dante forse ha cominciato la Divina commedia davvero a Firenze prima dell’esilio, almeno per i primi quattro canti dell’Inferno, come ho cercato di far vedere in un mio lavoro recente (Dante oltre l’allegoria, Ravenna, Longo, 2021); ma dopo vari anni lontano dalla sua città aveva maturato un bagaglio di nozioni sia umane che culturali incomparabile con quelle che aveva sino al 1301. E infatti, se si accetta questa prospettiva, ricomincerebbe a scrivere intorno al 1307 ripartendo da un canto che è già un capolavoro, il quinto, nel quale la storia umana di Francesca entra, con tutta la sua forza esplosiva, nell’eternità. Prima dell’esilio, aveva scritto in modo allegorico e un po’ freddo, sino all’elenco arido dei magnanimi del Limbo, più o meno copiato dal primo libro della Metafisica di Aristotele. Ma dal quinto canto, nella sua opera c’è tutta la sua vita: dopo una grande prova, si cerca di dare tutto per ripartire, e credo che questo Dante lo insegni anche ai giovani che ora purtroppo devono vivere in questa assurda bolla.

 

19 marzo 2021