Gian Mario Anselmi - Leopardi for ever

 

   Leopardi, notoriamente l’autore più amato della letteratura italiana dagli studenti (secondo molteplici sondaggi fatti negli ultimi anni), vero evergreen, è in genere ricordato da tutti per il suo cosiddetto “pessimismo”, magari “cosmico” come, a mo’ di giaculatoria, recitano senza eccezione alcuna da almeno cento anni e fino ai nostri giorni tutte le storie letterarie e le antologie. Per carità, non che non sia vero, anzi: spesso però si omette di ricordare che questa sua visione dell’uomo nel mondo e nella storia nasce da profonde riflessioni filosofiche prima ancora che letterarie (Leopardi è uno dei più grandi filosofi della modernità) tutte radicate nella cultura dell’Illuminismo (la pianteremo di discettare sulla presunta oscillazione in Leopardi tra illuminismo e romanticismo? La smetteremo di parlare di neoclassicismo e romanticismo nei Sepolcri di Foscolo? Quest’ultimo ahimè era il mio tema di maturità secoli fa… e me lo ritrovo ancora oggi nei programmi…). Leopardi, come Dante e tanti altri classici, sa poi tradurre questa sua filosofia in altissima cifra letteraria per altro di grande comprensibilità (forse anche per questo è così amato dai giovani). La miscela esplosiva di riflessione filosofica e grandezza letteraria provoca un senso di vertigine nel lettore (l’Infinito è il caso più eclatante) che lo cattura nel profondo. Per non parlare delle sue famose, ricorrenti domande senza risposta “alla luna” (Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?...) che, nella loro apparente e idillica semplicità, aprono abissi di consapevolezza sull’immensità del cosmo e la piccolezza dell’uomo destinato alla morte nonché sul “silenzio di Dio” che a quelle domande rimane muto, non risponde, si è “ritirato”, forse neppure esiste: per quelle domande infatti non c’è risposta consolatoria di alcun tipo e in modo incalzante, di verso in verso, Leopardi ce ne rende partecipi non in modo lacrimoso e struggente (davvero c’è ben poco di “languore” romantico in Leopardi) ma con scabra, asciutta argomentazione.

   L’adolescente legge Leopardi nella fase più difficile e delicata della sua vita e trova finalmente qualcuno che lo capisce, un “coetaneo” che si fa le stesse domande che ogni giovane, presa consapevolezza della morte e del dolore in una certa fase della sua vita, si fa da sempre nell’età “ingrata” (lessico leopardiano non casualmente). Di qui la sintonia con Leopardi: mentre tutti gli adulti intorno pretendono dal giovane sicurezza, coerenza, successo, fingendo senza remore granitiche certezze velate dalle ipocrisie sociali dominanti (lo ha ben colto, come sempre, da par suo, Elena Ferrante nel suo ultimo bel romanzo, La vita bugiarda degli adulti) Leopardi non risponde assicurando facili felicità a portata di mano ma invitando a una presa di coscienza coraggiosa e dolorosa della fragile consistenza dell’uomo nel cosmo. Solo partendo da qui, suggerisce il “giovane” Leopardi ai “giovani” di ogni tempo, la vita, seppure del tutto casuale, spezzata e frammentaria, può assumere una qualche direzione di senso, il presente doloroso può pensare varchi di futuro (come ribadirà Montale): nessun Paradiso ci attende ma una accettazione sobria e senza enfasi della nostra condizione. È “pessimismo cosmico” questo, è fine del “sogno” dell’Illuminismo? Assolutamente no! È esattamente il contrario: Leopardi è tra i primissimi che coglie l’interessata banalizzazione del grande Illuminismo europeo e la sua riduzione a formulette  che avrebbero dovuto garantire un facile successo all’umanità (le magnifiche sorti e progressive…). Leopardi torna alla radice della straordinaria riflessione settecentesca sui nessi tra ragione, scienza e passioni per declinarla nel suo lessico autentico: l’uomo deve conoscere con la forza coraggiosa della ragione se stesso (non dimentichiamo la straordinaria formazione scientifica di Leopardi, superiore a molti altri scrittori e filosofi dell’Ottocento europeo) ma non come “uomo” senza corpo e Natura ma come parte della Natura stessa per costruire una solidale appartenenza al comune destino di tutti (la “fratellanza” cara agli illuministi). Le inquietudini romantiche di cui Leopardi era ben consapevole semmai gli porgono altro, sostanzialmente un lessico “amoroso”: non i notturni, non i paesaggi, non il vento tra le fronde…questi sono solo punti di partenza per riflessioni razionali drammatiche sull’uomo e nessuna delle sue liriche infatti si risolve in “dolcezza” sentimentalistica e autocompiaciuta. Ma, in coerenza con le grandi lezioni dei classici antichi e moderni, in Leopardi “romantico” solo l’Amore può, solo l’Amore seppure per brevi momenti rende un barlume di eterno, ci illude che la morte possa essere sconfitta, solo l’Amore ci fa intravvedere un Assoluto che rimane ignoto (credo che non gli fosse estranea la capitale riflessione di Kant, lo spartiacque per eccellenza della filosofia moderna): di qui le grandi e drammatiche liriche “amorose” di Leopardi, totalmente “adolescenziali” e “romantiche”. Forse ora capiamo perché gli studenti, senza curarsi delle ossificate pagine sul “pessimismo” di Leopardi, lo sentano così loro, così vicino (Il giovane favoloso appunto, come recita il bel film di Mario Martone).

   Ma c’è altro ancora che è soprattutto evidente nella Ginestra e così straordinariamente di attualità di questi tempi: Leopardi appunto non crede a formule magiche sulla felicità (negletta prole nascemmo al pianto…), non crede che la scienza e, oggi diremmo, la tecnologia possano darci una forza sovrumana (il tragico destino di Faust, rimesso in circolo nel capolavoro di Goethe)… La Natura sempre ci determina in ultima istanza: un suo piccolo sommovimento rispetto alla grandiosità del Cosmo (l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.c.) distrusse città fastose, migliaia di vite, interi abitati…eppure era un nulla, una semplice eruzione di uno dei tanti vulcani. Noi non siamo immortali, nessuna tecnologia può salvarci dalla nostra finitezza, nessuna vanagloriosa sicumera può renderci immuni dalla potenza delle forze naturali che ci circondano (tema che era già stato ampiamente discusso da Machiavelli e Guicciardini, autori carissimi a Leopardi): fino a ieri ci sentivamo invincibili ed è bastato un virus sconosciuto e neppure fra i più letali a metterci in ginocchio, a rendere ridicoli i chiacchiericci politici dei talk show, a esibire la nostra assoluta fragilità, a piegare il consorzio umano inerme di fronte a una Natura, appunto dice Leopardi, “indifferente” al nostro destino di insignificanti corpuscoli dell’Universo, inesplicabile in ultima istanza (davvero siderale la distanza di Leopardi da ogni religione monoteistica che voglia porre l’uomo al centro dell’Universo, compreso il Cristianesimo). Che grande lezione anche questa per tutti, specie per i giovani oggi talora facili prede delle sirene di una tecnologia che ci vorrebbe far credere che ci affrancherà da tutto (Heidegger nella sua ricorrente polemica contro la cosiddetta “tecnica” aveva sicuramente presente, oltre a Holderlin, anche Leopardi), una tecnologia talora davvero “totemica” e dogmatica come una “religione”. Ma nella Ginestra c’è anche altro però e di straordinaria attualità, capace di parlare alle giovani generazioni sempre, for ever appunto: la condizione umana è inappellabile ma ci accomuna tutti, ci rende sodalizio, ci costringe ad affratellarci, ad avere cura (il lessico nato dal leopardiano Heidegger) l’uno dell’altro nel breve tragitto di vita che ci compete per Natura (appunto la tenera e ostinata ginestra che mette radici anche nella lava!). Non a caso una nuova sensibilità ambientalista oggi sta scuotendo moltissimi giovani in tutto il mondo: i giovani hanno ben capito ciò che anche Leopardi ci ha insegnato, grandioso poeta e filosofo al tempo stesso, hanno capito che siamo deboli e fragili e che la Natura “violata” con le nostre stesse mani è in procinto di annientarci come specie in pochi decenni, “indifferente” appunto al nostro destino… noi scompariremo ma il mondo e il Cosmo proseguiranno il loro corso… e noi saremo stati una piccola, trascurabile particella nell’Universo.

   La via allora è chiara, sembra suggerirci la Ginestra: teniamoci stretti, comprendiamoci uguali in questa condizione, facciamo un passo oltre il Vesuvio, gli tsunami, i virus senza arroganti scorciatoie, siamo tutti piccole, ostinate ginestre, sentiamo il rinnovato calore degli affetti solidali, siamo uomini e donne nella piena e dura accettazione della nostra debole essenza, solo così possiamo andare avanti. E, aggiungiamo noi, forse oltre Leopardi stesso, stringiamo un patto con la Natura, abbiamone “cura” (il movimento di Greta...), solidali fra noi viventi (uomini, piante, animali) con il mondo ignoto nei suoi fini ultimi che ci circonda. È una luce in fondo al tunnel? Forse. Affrontiamola anche con Leopardi, “pessimista” certo ma che non ha mai perso di vista, con le sue poesie, soprattutto con la Ginestra, la possibilità di un chiarore remoto. Leopardi for ever.

 

2 aprile 2020

 

Gian Mario Anselmi

Università di Bologna