Roberta Carpano - Fare spazio è necessario

Proposte operative per l’inserimento de La Storia di Elsa Morante nella programmazione del quinto anno della secondaria

 

«Uno scandalo che dura da diecimila anni»:[1] sarebbe sufficiente il sottotitolo che Elsa Morante volle in copertina nella prima edizione de La Storia del 1974 per giustificare la presenza di questo romanzo nella nostra programmazione scolastica. In questi tempi ambigui, lo stupore, se non l’indignazione, per come la violenza continui a sorprendere civili inconsapevoli, ad immolarli sull’altare della storia come vittime sacrificali in nome di logiche che nulla hanno a che fare con il rispetto della vita umana, resta un atto di resistenza all’abbrutimento collettivo, un monito a se stessi a conservarsi umani, un’occasione per dei ragazzi in formazione di crescere nel segno di quella pietas e quella humanitas in cui affondano le radici della nostra civiltà.

Resta la difficoltà di fare spazio ad un’opera tanto corposa, nel tempo sempre troppo breve dell’ultimo anno. Riporto in questo articolo una mia esperienza didattica che ho già condiviso con alcuni colleghi durante il seminario organizzato da Adi-Sd a Jesi l’11 aprile 2025[2], un percorso pensato per una classe quinta di Liceo Scientifico, scandito in due diverse tappe: la prima all’interno di un modulo sulla ‘narrazione del vero’; la seconda all’interno di un’UDA di Educazione Civica ed Orientamento inserita nella programmazione del Consiglio di Classe.

 

PERCORSO 1: LA NARRAZIONE DEL VERO: SGUARDI E PUNTI DI VISTA

Da tempo ormai, nel mese di novembre, partendo dal tentativo verista di riprodurre la realtà, ho l’abitudine di deviare sulla narrativa realista del secondo dopoguerra, attraverso la lettura di brani o opere integrali: da Verga al Neorealismo (nello specifico La Ciociara di Alberto Moravia, L’Agnese va a morire di Renata Viganò,  Il Sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino), al realismo epico e simbolico (in particolare La casa in collina e La luna e i falò di Cesare Pavese e Una questione privata di Beppe Fenoglio), all’autobiografia (nel mese di Gennaio, Primo Levi, Se questo è un uomo, alcuni racconti de Il sistema periodico, parti del saggio La zona grigia),  al romanzo storico con La Storia di Elsa Morante, per l’appunto[3].

Il percorso si snoda fra i mesi di novembre e febbraio, avviato dalla riflessione di Natalia Ginsburg[4] su quanto fosse forte, dopo il silenzio forzato e l’esperienza della devastazione, ritornare alla parola e su quanto fosse complesso, tuttavia, trovare la voce giusta per poterlo fare. Stessa constatazione di Italo Calvino nella postfazione al Sentiero del ‘64 che faccio leggere integralmente ai miei studenti, nella quale l’autore, fra le tante interessanti riflessioni sulla letteratura neorealista, dichiara la sua scelta narratologica: «E allora, proprio per non lasciarmi mettere in soggezione dal tema, decisi che l’avrei affrontato non di petto, ma di scorcio. Tutto doveva essere visto dagli occhi di un bambino, in un ambiente di monelli e vagabondi».[5]

La questione del punto di vista da cui guardare un medesimo fenomeno, diventa, a sua volta, un’interessante prospettiva da cui osservare la stessa produzione realistica: se Verga mira ad eliminare lo sguardo del narratore, eclissandolo in nome dell’oggettività del racconto che deve farsi documento, e dichiara la necessità di una distanza che tuteli l’autore da ogni tentazione di intromissione, gli autori che hanno vissuto in prima persona l’esperienza della guerra sperimentano la difficoltà di garantire imparziale obiettività priva di coinvolgimenti. La soluzione di Calvino di assumere il punto di vista di un bambino fa sì, come ben sappiamo, che il racconto resistenziale assuma accenti fiabeschi, con l’avventura di Pin nell’intrico dei carrugi, dei boschi e di quella selva umana di antieroi che sono i partigiani.

È questa una scelta che, in parte, compie anche Elsa Morante: il brano solitamente più antologizzato nei manuali scolastici è quello del piccolo Useppe, creatura candida che, nel chiuso della stanzetta in cui sta crescendo, rinomina tutte le cose chiamandole ad esistere nel suo mondo di stupore, in cui tutto ciò che brilla è «ttella». e tutto ciò che vola è una «dondine»[6].

Ma, come nota il prof. Bazzocchi[7], quell’occhio pieno di stupore e meraviglia può diventare anche un obbiettivo inedito da puntare sulla deportazione ebraica: è il piccolo Useppe, un giorno, ad incrociare lo sguardo di un vitello destinato al macello che attende, da un vagone di un treno merci alla stazione Tiburtina, che il suo destino di macellazione si compia; «dai suoi occhi larghi e bagnati si indovinava una presenza oscura».[8] In quello sguardo che solo il bambino riconosce, c’è una sorta di preannuncio: Useppe, tempo dopo, in braccio alla mamma, assiste, in quello stesso posto, con uno «sguardo indescrivibile di orrore», «uno stupore sterminato», «uno stupore attonito», «che non domandava nessuna spiegazione»[9], ad un altro carico destinato ad una cruenta macellazione, quello degli ebrei del quartiere San Lorenzo, deportati nell’ottobre 1943. Il cuoricino di Useppe che martella tanto forte da farsi sentire dalla mamma che lo ha in braccio, quello stupore attonito, quell'occhio umido e sgranato dell’innocente di fronte al male che non ha ragioni, costituiscono un monito, un richiamo all’innocenza perduta dall’intera umanità e sono, a loro volta, prefigurazione di un altro sacrificio: «tutta la Storia e le nazioni della terra s’erano concordate a questo fine: la strage del bambinello Useppe Ramundo».[10] Un realismo strano, quello di Elsa Morante, che assegna ad una piccola creatura magica, che comunica con gli animali, possiede un’innata capacità poetica, eredita dalla mamma la cosiddetta malattia sacra, l’epilessia, il compito di purgare il male del mondo con la sua precoce morte. Il fiabesco si tinge di tragico.

 

LA NARRAZIONE DEL VERO: LA STORIA DI VERGA E DI MORANTE.

La violenta intrusione della Storia nelle piccole storie private di creature inconsapevoli, costituisce un altro possibile motivo di confronto fra il maestro del Verismo italiano ed Elsa Morante. In effetti I Malavoglia sono, a loro modo, un romanzo storico che fotografa il momento delicato del passaggio del Meridione Regno sovrano a parte del neonato Stato italiano. E Verga, lontano da ogni ottimismo trionfalistico risorgimentale, denuncia come questo presunto progresso rompa l’equilibrio della comunità di cui gli umili ma dignitosi Malvoglia fanno parte: la tranquilla casa del nespolo subisce i colpi di una storia che procede, incurante dei singoli. Il nuovo Stato con l’arruolamento strappa giovani figli alle famiglie, le impoverisce spremendole con una tassazione opprimente, strappa terre per fare spazio alle ferrovie. E gli ultimi non comprendono il senso di queste innovazioni e spesso soccombono nel tentativo disperato di restare a galla e progredire loro stessi cambiando il loro status (nel caso dei Malavoglia, da pescatori a commercianti), in un mondo aggressivo nel quale non esiste solidarietà.

Anche Elsa Morante dimostra tutto il suo scetticismo nella possibilità di un progresso umano che non sia sopraffazione e violenza. E la scena di apertura con cui il suo romanzo inizia lo dimostra.

Nel gennaio 1941 Roma è occupata dai Nazisti. Ida, maestra elementare di trentasette anni, emigrata da Cosenza alla Capitale, vedova e madre di Nino, nella sua normalità è fuori dalla Storia, ma vive nella costante paura di essere catturata: è ebrea da parte di madre (ma di quarta generazione) e in lei c'è un istintivo senso del pericolo che si manifesta in illuminazioni nel momento del sonno, sogni che esprimono il suo sentire il male della storia, stati di semicoscienza in cui intuisce cose che gli altri non sanno. Sin da bambina soffre della ‘malattia sacra’, l'epilessia.

Quella mattina Ida cammina, con il suo senso di colpa originario, la sua paura che pesa quanto le borse della spesa, per il suo quartiere, San Lorenzo.

Per quella stessa strada cammina, per caso, il giovane soldato Gunther: non sa che morirà di lì a pochi giorni volando verso l'Africa. Si sente solo, vuole stare con qualcuno. Sente nostalgia per una mamma lasciata troppo presto.

Gli occhi attenti e commossi dei miei studenti durante la lettura ad alta voce dell’incipit sono la dimostrazione dell’efficacia narrativa di questo romanzo anche per i più giovani: la Storia entra fisicamente nel corpo esile di Ida e il suo carnefice, Gunther, che la penetra mentre lei, in uno dei suoi stati di incoscienza, immobile, lascia che tutto accada, è a suo modo vittima di un sistema che gli ha negato la possibilità di crescere e diventare uomo e gli ha insegnato il linguaggio dell’odio, quando lui avrebbe voluto solo amore. Non fraternizziamo con questo giovane stupratore che annega nel vino la sua disperazione, ma la condanna della logica disumana che sottende a ogni guerra ci appare, nella lettura, incontrovertibile. Attuale ed inevitabile diventa il rimando ai tanti contesti di guerra che ci si offrono oggi in tutta la loro brutalità: non c’è niente di desiderabile o vagamente accettabile nei conflitti armati. La guerra non “è bella anche se fa male” (per citare De Gregori) e dovremmo tenercene tutti ben lontani.

Talvolta, nella sua crudezza, sa essere ironica e beffarda persino con sé stessa, la Storia: la violenza su di una mezzosangue ebrea agìta da un giovane biondo ariano, si trasforma nel ventre di Ida in un seme d’amore e di vita, il piccolo Useppe. Chissà se dietro il tentativo di Elsa Morante di ricreare una sorta di moderna Sacra Famiglia (l’accettazione del suo destino da parte di Ida ricorda il “sia fatta la tua volontà” di Maria, come la scena finale della mamma che tiene in braccio il cadavere del figlio rimanda ad una nuova Pietà) ci sia un’allusione ad una possibile provvidenza che possa garantire un senso al dolore e al sacrificio? Ma non stiamo sfogliando le pagine del romanzo storico di Manzoni e il dubbio che tutto sia vano ed insensato resta forte: piuttosto leopardiana, semmai, questa amara irrisione della guerra.

 

PERCORSO DUE.

SCIENZA E MORALE: UDA DI EDUCAZIONE CIVICA E ORIENTAMENTO.

Sempre lo scorso anno, per la stessa classe quinta, ho progettato con i miei colleghi del Cdc un percorso interdisciplinare che avesse una valenza formativa sia in termini culturali che educativi, divenendo per questo orientante. Abbiamo tutti contribuito, all’interno delle nostre discipline, a promuovere una riflessione su quanto sia importante che il progresso scientifico venga sempre accompagnato da un’etica professionale che si fondi su principi morali solidi. Spunto di partenza per l’attivazione del percorso è stato il cosiddetto Progetto Manhattan: i ragazzi hanno visto il film Oppenheimer, visitato il centro Fermi e letto parti del breve ma intenso libro di Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana. Oggetto di osservazione, al di là delle questioni fisiche e letterarie, il cosiddetto dilemma morale: di fronte alle necessità o alle opportunità della storia, dove può spingersi la libertà creativa dello scienziato?

In questa cornice ho ideato un percorso letterario che, questa volta, ho proposto agli studenti in una semplice modalità laboratoriale: li ho forniti in classe di una serie di estratti di cui renderò conto qui di seguito; in cerchio, li abbiamo letti e commentati insieme; quindi, ho chiesto loro di cercare un filo rosso, un’idea forte che potesse tenerli insieme e di comporre ciascuno un saggio, in un tempo disteso (due settimane), a cui attribuire un titolo. Questa generazione non ha conosciuto il vecchio ‘saggio breve’, ma, al termine di un intero ciclo scolastico e in vista di un nuovo percorso universitario ho ritenuto utile un’esperienza di scrittura documentata, fornita di citazioni e note, in cui potessero esercitare il loro pensiero critico, passando dalla letteratura alla realtà attraverso il filtro della loro coscienza.

Che cosa ha a che fare questo discorso con La Storia di Elsa Morante? Ovviamente fra gli estratti ce ne sono di suoi.

 

IL MATERIALE.

Ne La scomparsa di Majorana, Leonardo Sciascia conduce un’avvincente inchiesta sul caso mai risolto del giovane brillante fisico siciliano, scomparso, appunto, mentre era in viaggio su un piroscafo il 26 marzo 1938. Nel ricostruire con fare cronachistico i fatti, Sciascia dipinge bene il contesto in cui gli eventi si svolgono, nei tempi dell’Italia fascista e della Germania nazista. Il mondo scientifico e Majorana stesso risentono fortemente del condizionamento di questo contesto. Notevole in questo senso la figura di Heisenberg, fisico tedesco che Sciascia propone come modello positivo di scienziato moralmente orientato, che comprende la potenzialità distruttiva dell’arma atomica e fa in modo che essa non cada in mano di Hitler. In Italia, mentre i fisici di via Panisperna misero a disposizione i loro talenti e il loro ingegno per la creazione dell’ordigno atomico, tanto che Fermi sarà parte attiva nel progetto Manhattan, Ettore Majorana si pose lo stesso dilemma morale di Heisenberg, comprendendo che la fisica si stesse muovendo sulla strada sbagliata. Per questo, sembra suggerire Sciascia, probabilmente scelse volontariamente di sparire, mentre il mondo scientifico consegnò a Truman un’arma di distruzione di massa senza precedenti e rese i vincitori della Seconda guerra mondiale colpevoli, a loro volta, di un vergognoso sterminio di innocenti.[11]

Anche Italo Calvino, nella figura di mastro Pietrochiodo ne Il visconte dimezzato, a suo modo ritrae la figura dello scienziato abilissimo nella tecnica, ma incapace di interrogarsi sul fine del proprio operato, producendo con perizia e impegno strumenti di morte sempre più raffinati.[12]

Significativa, inoltre, la riflessione che propone Bertolt Brecht in Vita di Galileo, scienziato per eccellenza posto dal suo contesto storico, con tutti i suoi limiti umani, di fronte al dilemma morale di esercitare o meno la sua libertà di scienziato, costretto a scegliere fra il bene comune, che pure ammette essere il fine ultimo della scienza, e la connivenza con il potere.[13]

Ecco, infine, le parole di Elsa Morante che scopriamo non essere solo la scrittrice degli animali e dell’infanzia, ma una donna con una visione politica e un forte senso critico. Anche lei ricostruisce il contesto storico degli anni Trenta, in modo tutt'altro che neutrale, definendo «sogno necrofilo» il progetto totalitario di Hitler e del suo «[14] d’intrallazzo» Mussolini. Un delirio onirico che costa al mondo «più di cinquantamila morti contronatura: fra i quali lui stesso, il führer, e il duce italiano che s'era appaiato a lui, come, nei circhi, il clown si appaia[15]all'augusto». Se è totale la riprovazione nei confronti di due potenti che hanno perseguito razionalmente un folle piano distruttivo, tuttavia non meno severa e categorica è la condanna della scrittrice verso chi, a guerra già conclusa, proprio con l’ausilio della scienza, ha fatto sì che tanti altri civili innocenti, di importanza non inferiore, siano morti a causa dell’esplosione dell’atomica: «a Hiroscima questi, a un primo calcolo, erano ottantamila» registra l’autrice.[16] Perché, in definitiva, sono le scelte dei singoli a fare la Storia, specie se sono potenti o conniventi con il potere.

 

IL RISULTATO: DALLO SGUARDO DI ELSA AGLI OCCHI DI JACOPO.

Molti sono stati i lavori di pregio fra quelli prodotti dai miei studenti, ma uno in particolare mi è rimasto nel cuore, quello di Jacopo. Ho accompagnato il voto, come faccio sempre, con questo giudizio: «lavoro di una maturità, una passione e una sensibilità davvero commoventi, in cui le parole creano immagini meravigliose e i ragionamenti e le emozioni sono fondati su un solido terreno di letture e conoscenze che si sono fatte coscienza e ‘occhiali’ per guardare il mondo ed interpretarlo. Qui la griglia non serve».

Concludo questo articolo proprio con le parole di Jacopo: mi sembra il modo migliore per ricordarci che, nonostante sia uno scandalo che dura da diecimila anni e tardi ancora a desistere, «la guerra non ha un volto di donna»[17], ma neanche quello dei ragazzi e delle ragazze che abbiamo l’onore di crescere.

 

JACOPO CERASA

UN’INDIFFERENZA MOR(T)ALE  

Il 6 agosto 1945 una luce mai vista illuminò il cielo sotto il quale migliaia di civili innocenti incontrarono a viso aperto la causa dell’imprevista fine della loro vita. Senza saperne il perché, colpevoli solamente di essere nati dalla parte sbagliata del mondo, i giapponesi non poterono niente contro tale potenza, tanto che neppure le loro ombre fecero in tempo a fuggire: rimasero lì, impresse sul suolo di Hiroshima, costrette da un fato avverso ad essere una testimonianza stampata a terra della disumana devastazione causata dall’atomica “Little Boy”. Accadde lo stesso a Nagasaki, tre giorni dopo, quando un ordigno soprannominato “Fat Man” seguì l’esempio del fratello minore (più vecchio, ma meno potente) ed accese in lampi di fuoco tutta la città.

 Esultavano oltreoceano i compatrioti delle bombe, alzando i bicchieri in nome dell’egemonia militare dell’America sul resto del mondo; esultavano in nome della morte e della devastazione che quel giorno obliterava la vita di migliaia di individui, tutti diversi eppur ironicamente uguali nella sorte, calpestati dall’arrogante bestia del bullismo internazionale. Esultavano perché i loro fratelli venivano uccisi da un sistema che li considerava indegni di esistere. Schiavi, come li ha definiti Sciascia, ed illusi, di essere liberi perché nati in un sistema libero, e di essere migliori degli schiavi, nati sotto il nazismo, alcuni dei quali furono invece i veri uomini liberi, in quanto ostili alla realizzazione di una tale macchina della morte (“si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero” cfr L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Adelphi, cap. 5). E così, nel tentativo di mostrarsi tanto migliori di quelli che criticavano, gli americani finirono per diventare come loro, riducendo le sventurate città giapponesi in cumuli di macerie, tanto che “non sembravano più luoghi di questo mondo” (cfr. Elsa Morante, La Storia). Il piano inumano, irrazionale di Hitler, quello cioè di voler vedere “territori, città e paesi del Nuovo Ordine ridotti a campo di scheletri, maceria e carnaio” (ibid.) riconosceva nell’azione del nemico una prosecuzione del tentativo nazista di rendere “ogni creatura vivente […] oggetto di strazio e degradata fino alla putrefazione” (ibid.). La meticolosità analitica con cui Truman decise “di fare esplodere le bombe disponibili su città accuratamente, scientificamente scelte in un paese nemico” (cfr L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Adelphi, cap 5) lo abbassa al livello del regime che condannava, il quale allo stesso modo della ‘democrazia’ americana aveva intrapreso politiche che lo dimostravano disinteressato rispetto all’importanza della vita umana, subordinata ed ignorata al fine del raggiungimento del proprio scopo. Truman aiutava Hitler a soddisfare il suo perverso desiderio “di necrofilia e laidi terrori” (cfr Elsa Morante, La Storia) cancellando quei luoghi, cosicché “le due città designate, coi loro abitanti, avevano cessato di esistere fino nelle molecole della loro materia” (ibid), non lasciando spazio ad alcuna risposta umana, da parte di quella zuppa di atomi disgregati in decadimento.

 Non un cappuccetto rosso che scappi dal lupo cattivo, né il buon cacciatore che garantisca un lieto fine; solo lupi animano la storia del mondo moderno. Non si spiegherebbe altrimenti l’atteggiamento amorale e criminale di nazioni che, cantatesi sempre dalla parte della democrazia, e quindi della gente, riducono intere civiltà in macerie per una fame colonizzatrice insaziabile.

 La linea americana dell’individuare un nemico (pur giustamente ed oggettivamente definibile come tale) da sconfiggere, solo per impiegare mezzi atroci quanto i suoi contro gli innocui civili soggiogati da tale ‘mostro’, continua ancora oggi. E così il lupo Hamas, innegabilmente colpevole, non viene ucciso dal cacciatore; vede anzi un altro lupo, per certi versi più spietato, che si fa strada con giustificazioni misere e prive di fondatezza, e chiama antisemita chi denuncia i suoi gesti criminali, definendosi un moderno Dreyfus, mancando di rispetto al suo stesso popolo, realmente vittima di violenze razziali in passato, oltre che a quello che sta sistematicamente sterminando ("La decisione antisemita della Corte Penale Internazionale equivale al moderno processo Dreyfus, e finirà così. Israele respinge con disgusto le azioni e le accuse assurde e false contro di lui da parte della Corte Penale Internazionale, che è un organismo politico parziale e discriminatorio" nota di B. Netanyahu, fonte Ansa). E così, anche se non ci sono soldati americani a Gaza, le bombe a stelle e strisce insegnano un po’ di democrazia ai bambini palestinesi, colpevoli solo di esser nati sotto il tetto sbagliato. E il cacciatore stringe la mano al lupo, firma accordi e afferma di voler acquistare la casa della nonna per ricostruirla da zero, trasformarla in una riviera. Tanto ormai è distrutta: ma chi l’avrà mai resa così? Non sembra una domanda rilevante secondo chi decide come finisce la storia. Il Democratico ignora i mandati di cattura internazionali, le condanne per reati di guerra e le accuse di crimini contro l’umanità che pendono sul capo dell’amico lupo, e trova approvazione perfino dall’Italia, che (incredibile a dirsi) contribuì alla realizzazione del tribunale che formulò tali accuse, la Corte Penale Internazionale. Spara col suo fucile, noncurante dei danni collaterali; dove lascia deserto lo chiama pace. E se condisce bene il discorso, trova anche approvazione da chi se ne sta a casa a fare il tifo. Perché alla fine è di questo che si tratta. Di un’umanità di “propizia al nazismo indifferenza” (cfr L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Adelphi, cap. 6), una “folla vivente umiliata al rango di fantoccio” (cfr Elsa Morante, La Storia), inerme ed incapace di prendere posizione di fronte alle atrocità del mondo nel quale è costretta a vivere e, al contempo, sicuramente vittima delle politiche antiumanitarie di tutti i regimi (compresi quelli democratici, come si è potuto accertare) che tengono poco conto dell’importanza che ogni singola vita può avere, in nome di politiche considerate ‘necessarie’ al bene comune, ma anche parzialmente causa del suo stesso male, sebbene in misura minore. A tal proposito si pensi alla tendenza di una certa classe borghese, denunciata da Alberto Moravia ne “Gli Indifferenti” nel 1929, ad affidarsi al distacco dalla realtà come anestetico al fine di preservare la propria incolumità di fronte ad un evidente decadimento dei valori su cui la società si fonda: è più semplice voltarsi, o far finta di niente, di fronte ai problemi, piuttosto che riconoscere che esistano e denunciarli, nel tentativo di combatterli.

È a causa di questa dicotomia, di insensibilità dei governanti e dei governati, se ancora oggi vediamo perpetrato il male: gli avvenimenti passati, tragici, condannabili e flebilmente condannati, rimangono semplici fatti se manca la volontà di rifletterci; ed è così che, nell’istante stesso in cui un individuo muore, diviene null’altro che un numero. Diventano così numeri gli svariati milioni di esseri umani eliminati nei lager nazisti, così come i prigionieri dei gulag durante le dittature sovietiche, o gli innocenti massacrati nelle foibe, i morti di mafia, le persone in cura bombardate negli ospedali del mondo (ridotti dalle guerre odierne ad effettivi campi di battaglia), le vittime della violenza di genere e i deceduti sul lavoro; si sfoderano milioni e migliaia quando si tratta di fare bilanci, ma si scorda sempre che ogni grande numero è composto da un’elevata, sconfinata quantità di piccolissime, infime unità. E ad ogni unità, per quanto ‘irrisoria’, corrisponde una vita umana, spenta da ragioni di forza maggiore, senza che ne potesse decidere. Conta, sì, il mare dei caduti, ma a discapito dell’importanza dell’infinità delle gocce che lo costituirono.

 Si denuncia, quando si trattano tali argomenti, la mancanza di sensibilità e di interessamento da parte di chi, in maniera casuale, ha avuto null’altro che la fortuna di nascere dalla parte ‘giusta’ del mondo e della storia. Di fronte a tali questioni è reato disinteressarsi. L’obbligo morale di tutti gli individui nati come semplici spettatori è quello di rinunciare a tale condizione di passività, impegnandosi attivamente al fine di conoscere la realtà ed i mali che questa ospita, sfruttare il proprio intelletto, definito da Aristotele come unica grande differenza tra uomo e bestia, per fini che portino ad un miglioramento delle condizioni umane. E questo obbligo morale vale, a maggior ragione, per gli uomini di scienza. È in questa chiave che vanno interpretate le parole di Bertolt Brecht, espresse tramite un discorso di Galilei nel suo ‘Vita di Galileo’: “Che scopo si prefigge il vostro lavoro? Io credo che la scienza abbia come unico scopo quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana” (cfr B. Brecht, Vita di Galileo, Einaudi, 2014, p 239). L’impiego della scienza come mezzo per favorire il benessere umano è riconducibile alla tesi sostenuta poche righe sopra, che conferisce all’uomo il dovere di impegnarsi in ogni campo per assicurare contributi vantaggiosi per tutti. In ambito scientifico, ciò può significare saper discernere tra il male ed il bene, ed essere abili a riconoscere qualora una decisione possa portare alla realizzazione di qualcosa di nocivo per la collettività. Gli scienziati che hanno contribuito alla creazione della bomba risultano nient’altro che “progenie di gnomi inventivi, pronti a farsi assoldare per qualsiasi scopo” (ibid) al fine di arricchirsi, o di perpetrare il male; la loro dote di ingegneri visionari nel loro campo di studio contrasta con la loro cecità etica, che ha impedito loro di fermarsi prima che fosse troppo tardi. Cresciuti nell’indifferenza, incapaci di prendere posizione, disposti ad uccidere i loro fratelli in nome di ideali egoisti e meschini. Risiede qui il vero dilemma morale: nell’essere in grado di incanalare la sete di conoscenza tipica dell’uomo, la bramosia di voler mordere “il frutto dell’albero della conoscenza” (cfr B. Brecht, Vita di Galileo, Einaudi, 2014, p 151) verso fini collettivi, che non comportino la sofferenza di individuo alcuno.

 L’esempio più eclatante in questo senso è il duplice utilizzo che l’uomo ha saputo fare della fissione nucleare, scoperta chiave della storia della fisica del 1900: la controparte del nobile utilizzo in campo energetico, che in alcuni paesi ha permesso la produzione di energia in larga scala, consiste nell’impiego della medesima tecnologia per fini nocivi alla salute umana. Il dilemma filosofico sul limite che la scienza possa vedersi imposto comporta la necessità di un’analisi oggettiva riguardo i fini per i quali tale disciplina è impiegata. I veri colpevoli non sono gli scienziati che hanno formulato la legge fisica alla base della bomba, ma quelli che consapevolmente hanno sfruttato tale scoperta al fine di uccidere, macchiando la scienza di una colpa che non meriterebbe avere, ed assecondando con cieca indifferenza politiche criminali e ingiuste. Di ciò, della distorta concezione che i contemporanei al massacro ebbero di tale misfatto, si trova un’ ulteriore conferma nel modo in cui lo sgancio della bomba è stato accolto dai civili: piuttosto che condannare chi la creò, lo elogiarono a discapito di chi tra le due fazioni portava realmente il mantello; come afferma Leonardo Sciascia “in un mondo più umano, più attento e più giusto nella scelta dei suoi valori, dei suoi miti, la figura di Heisenberg più dovrebbe e nobilmente avere spicco di altre che nel campo della fisica nucleare operarono negli stessi suoi anni- più di coloro che la bomba la fecero, la consegnarono, con esultanza accolsero la notizia degli effetti […]” (cfr L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Adelphi, cap 5); ed è così che da carnefici, gli antidemocratici americani furono santificati, e i veri santi, opposti alla bomba, condannati.

Oggi, la necessità di un risveglio delle coscienze si percepisce ovunque nel mondo: dall’adozione di politiche meschine ed antidemocratiche da parte dei potenti, alla totale indifferenza di chi ne è leso; dal cieco disinteressamento riguardo gli argomenti dell’attualità, al dilagante astensionismo nei seggi di voto. L’unico modo in cui cappuccetto rosso possa difendersi dal lupo, vista la noncuranza del cacciatore, è la presa di coscienza della propria condizione di individuo umano; una sensibilizzazione collettiva che conferisca finalmente la degna importanza che merita a ciò che di più importante abbiamo: la vita. In un mondo dove trionfi il giusto, uno scenario come quello che pose fine al secondo conflitto mondiale non si sarebbe mai verificato: ogni uomo avrebbe cercato dentro di sé le risposte alla domanda “è una giusta azione?” ed avrebbe ascoltato il suo grillo parlante, oggi ormai perso nel suo paradiso artificiale d’indifferenza, capace di prendere la scelta corretta. Vale la pena lottare per un mondo così. Per un mondo in cui, un domani, la scienza non operi al fine di danneggiare la vita umana, ma di migliorarla. Per un mondo in cui, un domani, ogni uomo smetta di anestetizzare la sua ragione con l’indifferenza, e ritrovi un po’ di dignità, oggi ormai perduta. Per un mondo in cui, un domani, parole come queste possano finalmente portare il vento a posarsi:

 

Ancora tuona il cannone. Ancora non è contento

Di sangue, la belva umana E ancora ci porta il vento E ancora ci porta il vento Io chiedo quando sarà

Che l’uomo potrà imparare A vivere senza ammazzare E il vento si poserà

E il vento si poserà

(F Guccini, Auschwitz, 1967)

 

 

 Bologna, 29 maggio 2026

 

 


[1] Il professore e scrittore Roberto Contu, nella conferenza Uno stupore attonito. Elsa Morante a scuola promossa da Adi-Sd Marche il 19 novembre 2024 a Fabriano in occasione della Giornata della letteratura, ha proposto un utile confronto fra la copertina voluta e curata personalmente da Elsa Morante nella prima edizione di Einaudi del 1974 (al centro l’immagine angosciante, rosso fuoco, del cadavere di un bambino prono su delle macerie; in alto il titolo La Storia seguito dalla specifica “Romanzo”; in basso il sopracitato sottotitolo) e quella scelta dalla stessa casa editrice per la nuova edizione del 2014, più rassicurante e forse meno rispettosa delle intenzioni dell’autrice (a tutta pagina, in bianco e nero, un bambino seduto sulle macerie che rivolge verso l’alto il suo visino illuminato; in alto il titolo “LA STORIA”; sottotitoli scomparsi). Il senso tragico della denuncia che la scrittrice voleva evidente nella copertina, tuttavia, appaiono evidenti tra le pagine del libro. Si veda questa citazione (tratta da p. 584 della più recente edizione, alla quale facciamo qui riferimento: «La Storia, si capisce, è tutta un’oscenità fino dal principio, però anni osceni come questi non ce n’erano mai stati. Lo scandalo - così dice il proclama - è necessario, però infelice chi ne è causa! Già difatti: è solo all’evidenza della colpa, che si accusa il colpevole. ...E dunque il proclama significa: che di fronte a questa oscenità decisiva della Storia, ai testimoni si aprivano due scelte: o la malattia definitiva, ossia farsi complici definitivi dello scandalo, oppure la salute definitiva - perché dallo spettacolo dell’estrema oscenità si poteva imparare l’amore puro... E la scelta è stata: la complicità!»

[2] Si tratta dell’ultimo di un ciclo di incontri di formazione dal titolo “La guerra non ha un volto di donna”. Lo sguardo femminile sui conflitti, proposti da Adi-Sd Marche per l’a.s. 2025-2026, entro i quali si collocano anche gli interventi dei professori Contu e Bazzocchi da cui ho tratto utili spunti (cfr. n. 1, 6, 17).

[3] Delle opere indicate, Viganò, Calvino e Levi sono stati assegnati come letture estive; il resto letto in classe in versione antologica.

[4] NATALIA GINSBURG, Lessico Famigliare, Torino, Einaudi, 2012, pp. 147 e s.

[5] ITALO CALVINO, Il sentiero dei nidi di ragno, Milano, Oscar Moderni, 2016, p. XII.

[6] ELSA MORANTE, La Storia, Torino, Einaudi, 2014, pp. 221-4. A livello narratologico è opportuno condurre gli studenti anche ad una riflessione sulla voce narrante “mobile” all’interno del romanzo, che lo allontana dalle modalità narrative ottocentesche: se all’inizio ci sembra di ascoltare un atteso narratore onnisciente («Un giorno di gennaio dell'anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma» ivi, p.15),  la comparsa successiva ed inaspettata di un narratore interno, testimone dei fatti, ci destabilizza e ci ricorda di avere fra le mani un’opera novecentesca aperta allo sperimentalismo, pur inserendosi nella tradizione («Io, quanto a me, le rare e frammentarie notizie che ho potuto raccoglierne, le ho avute in gran parte da Ninnuzzo; e costui, fra l'altro, ne dava un'interpretazione comica», ivi, p. 412; « Ida non la rivide più; ma io ho motivo di supporre che sia sopravvissuta a lungo. Mi sembra infatti di averla riconosciuta, non molto tempo fa, in mezzo a quel piccolo popolo di vecchie che si recano ogni tanto a nutrire i gatti randagi del Teatro di Marcello e delle altre rovine romane» ivi,  p. 480).

[7] Il prof. Marco Antonio Bazzocchi ha tenuto una conferenza intitolata La violenza e la carne ne La Storia di Elsa Morante, il 15 novembre 2024, ad Ancona, in occasione della Giornata della Letteratura, in seno al ciclo di incontri La guerra non ha volto di donna: lo sguardo femminile sui conflitti, organizzato da Adi Marche.

[8] ELSA MORANTE, ivi, p. 125.

[9] ELSA MORANTE, ivi, p. 247.

[10] ELSA MORANTE, ivi, p. 647.

[11] LEONARDO SCIASCIA, La scomparsa di Majorana, Milano, Adelphi 1997: cap. V, pp. 46 -52; VI, pp. 53 - 7; VII, pp. 60s.; X, pp. 81-3.

[12] Italo Calvino, Il visconte dimezzato ne I nostri Antenati, Milano, Oscar Mondadori, 1993, p.33

[13] BERTOLT BRECHT, Vita di Galileo, Torino, Einaudi, 1994, p. 143 - 51: dialogo di Galileo con il Monacello sulla libertà d'indagine della scienza; p. 237 - 43: dialogo di Galilei con Andrea sulla responsabilità morale della scienza, a servizio dell'uomo e non del potere.

[14] ELSA MORANTE, La Storia, Torino, Einaudi 2021, p. 44s.

[15] ELSA MORANTE, ivi, p. 368.

[16] ELSA MORANTE, ivi, p. 375

[17] Questo è il titolo preso in prestito dalla scrittrice premio Nobel Svjtlana Aleksievic da Adi-Sd Marche per il corso di formazione rivolto ai docenti nell’anno scolastico 2024-2025. Cfr.n. 1, 2 e 6.