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Paolo La Valle - Esclusione dal Centro, esclusione dal mercato: una lettura della Caverna di Josè Saramago

Introduzione / Il punto di partenza / Il lavoro: echoes from the past / Il lavoro come piacere / Il lavoro contemporaneo: gerarchie / La gerarchia dei luoghi / Il controllo / Un mondo senza confini / Il contratto con i cittadini / Una nuova spiritualità / Il centro: dalla realtà alla letteratura / Il linguaggio del Centro: tra marketing e controllo / Il Centro come centro urbano / La scomparsa dei diritti / Eliminazione di diritti nella società contemporanea / Conclusioni

Introduzione

 

Nel romanzo 1984, George Orwell crea il mondo del controllo totale: l’intera vita dei singoli individui è controllata fino alle azioni più insignificanti, fino a studiare come un singolo capello viene poggiato su un diario che deve rimanere segreto. Tutto il mondo che Orwell costruisce è chiamato a partecipare a questo controllo, può succedere addirittura che sia il figlio a denunciare alla piscopolizia e quindi al Grande Fratello il proprio genitore. Inoltre non solo le persone non possono schierarsi, rivoltarsi, contro il Grande Fratello, ma non possono nemmeno pensare di farlo, la società è chiamata a esercitare il dovere della delazione: chi non segue i dettami deve essere denunciato, in caso contrario si è già complici del reato. E' il potere dei totalitarismi, il potere politico in cui chi prende le decisioni esercita il dominio completo sull'essere umano, a partire dalla sfera dell’azione fino ala sfera del pensiero.
Nel momento in cui Orwell scrive il romanzo ha in mente gli esempi di totalitarismo che gli sono offerti dall’epoca in cui sta vivendo, all’indomani della seconda guerra mondiale, tenendo quindi come esempio il caso tedesco e, soprattutto, il caso russo. Stati totalitari in cui il dissenso è proibito e immediatamente punito. Partiti che si pongono a capo dell’intera struttura statale, mettendo al bando qualsiasi altra formazione politica, governando sull’intera popolazione e imponendo i propri dettami su ogni settore della vita sociale e privata. Persino la letteratura deve essere riscritta secondo i dettami del partito. Questo è ciò che Orwell vede nei totalitarismi e riproduce sotto forma di romanzo.
E' una forma di potere invasivo che moltiplica i dispositivi di controllo e che ragiona, in ultima analisi, a partire dal problema della sicurezza e della paura: il Grande Fratello è necessario, senza di esso è l'anarchia. Anche la realtà, se necessario, deve essere cambiata e quindi, utilizzando l’immagine dello stesso Orwell, due più due può non fare solo quattro, ma se necessario anche cinque. Lo scopo dell’azione politica degli organi di governo rimane il controllo.
Nel corso del ventesimo secolo però le cose vanno sviluppandosi, cresce un nuovo modello di potere, dal dopoguerra in poi sarà l’economia a determinare le scelte dei governi degli stati. Come ha descritto Michel Foucault in Nascita della biopolitca, esistono casi (vedi la Germania, dove lo Stato, a causa delle devastazioni e dell’annientamento della struttura politica, non ha più alcun fondamento) in cui, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati si formano sulla base dell'economia, ossia non pongono le proprie basi su un patto, o su una serie di norme giurdiche, bensì sul necessario ordine finanziario.
Questo modello si allarga, proprio per la tendenza del capitalismo liberale a espandere sempre più i proprio confini. Foucault sostiene che, secondo i principi delle scuole neoliberali tedesche, la giusta conduzione dello Stato sarebbe quella di non intervenire assolutamente nel settore economico e di lasciare che sia il mercato a trovare autonomamente i suoi equilibri. Le politiche degli Stati dovranno evitare di intervenire nel mercato economico, o, al più, di intervenire esclusivamente con lo scopo di evitare la creazione di monopoli.
Questo mondo, che vede il primato neoliberismo al di sopra di qualunque altro principio, è il mondo descritto da José Saramago nel romanzo La Caverna, José Saramago. 

 

Il punto di partenza

 

Assumere un postulato, un punto di partenza che abbia carattere universale da cui far discendere il mondo descritto come conseguenza logica: si tratta di una tecnica che Saramago utilizza spesso nelle sue narrazioni. Pensiamo a Cecità, il cui postulato è facilmente riassumibile: un’epidemia di cecità coinvolge tutta la città; Saggio sulla Lucidità: per due volte la quasi totalità della popolazione vota scheda bianca facendo saltare il principio di democrazia; Le intermittenze della morte: la morte decide di interrompere la sua attività e per dei mesi non si verifica nessun decesso («Il giorno dopo non morì nessuno»[1], recita l’incipit del romanzo).
Nel caso de La Caverna il postulato è tutt’altro che immaginario: viviamo in una società in cui è l’economia a dettare legge. Si noti che non si tratta di una frase fatta, ma di una realtà: nel corso della narrazione tutto dipende dall'economia, dalla legge del mercato; ciò che non porta profitto, ciò che non ha incisione sui processi economici, non conta e pertanto viene ignorato o sostituito. Si tratta di un processo che Foucault ha analizzato: discutendo di un intervento di Ludwig Erhard (responsabile dell’amministrazione economica del settore anglo-americano) tenuto a Francoforte all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale. Foucault interpreta i sottintesi di alcune sue affermazioni, mettendo in evidenza come la necessità di allontanare l’incubo di un nuovo totalitarismo viene compensata dall’istituzione della libertà economica che dovrà «o in ogni caso potrà funzionare, in un certo senso, come una sorta di sifone o innesco per la formazione di una sovranità politica.[2][…] L’economia produce legittimità per lo Stato che ne è garante. In altri termini – ed è un fenomeno assolutamente importante, certo non unico nella storia, ma in ogni caso alquanto singolare almeno nella nostra epoca-, l’economia è creatrice di diritto pubblico»[3].
Come Orwell anche Saramago inventa un mondo, per meglio dire una città. All'interno di questa città c'è il Centro, che, come suggerisce Rita Desti, è una «costruzione quasi infinita e maligna, come la Biblioteca di Borges, come il manicomio-lager di Cecità, come l'Archivio del Signor José in Tutti i nomi»[4]. Il Centro non è solo un luogo materiale (potremmo dire "geografico"), ma è il centro di tutto, è il luogo in cui il potere si annida, ma non in maniera misteriosa come in 1984. Qui tutto è evidente, le leggi sono quelle del mercato, della logica, sono matematiche: qui due più due fa sempre quattro e non può fare altro che quattro e tutto ciò che non sta negli addendi e nella somma di questa operazione è fuori dall’interesse del Centro.
Come Orwell, Saramago guarda alla realtà e la esagera; sarà difficile, pertanto, scindere i piani di invenzione dai piani della realtà. L’unico metodo di lavoro possibile consiste nel rimanere fedeli al postulato e applicarlo alla narrazione: la legge del mercato è ciò che determina il mondo che viene descritto e pertanto ne determina la geografia, i meccanismi di repressione, le vite, il linguaggio e le decisioni dei personaggi[5]. I personaggi all'interno di questo mondo hanno un solo modo di esistere, ossia legarsi a questo sistema. L'unico modo con cui l'individuo può legarsi al sistema, e pertanto al Centro, è il lavoro.

 

Il lavoro: echoes from the past


Non è certo questo il primo romanzo in cui Saramago mette al centro dell'attenzione il mondo dei lavoratori, basta ricordare Una terra chiamata Alentejo, che narra le condizioni di vita nonché le rivolte degli agricoltori nei latifondi, fino alla rivoluzione dei garofani. Inoltre, facendo un balzo in avanti di parecchi anni, possiamo ricordare che al momento della sua morte, avvenuta il 18 giugno 2010, Saramago si stava dedicando alla scrittura di un nuovo romanzo che, nei progetti, aveva come titolo Alabardas! Ababardas! Espingardas! Espingardas!, e trattava della vita di un operaio che lavorava in una fabbrica di armi[6].
Tuttavia, con il romanzo La caverna, è la prima e ultima volta in cui Saramago affronta direttamente il tema del lavoro nel capitalismo contemporaneo.
Cipriano Algor e Marçal Gacho sono i primi due personaggi che incontriamo all'interno del romanzo e sono due dei protagonisti, ai quali si aggiunge Marta Algor, figlia di Cipriano e moglie di Marçal . Non è un dato irrilevante il fatto che ci vengano forniti i nomi dei personaggi; nel 2000, infatti, Saramago ha già scritto il suo primo romanzo senza nomi, Cecità, e molti dei successivi romanzi saranno privi di personaggi con nomi propri. Saramago scrive immediatamente i significati di questi nomi. Il primo è quello di Cipriano: «algor, algore, significa freddo, intenso del corpo, preannuncio di febbre»[7]. Cipriano è infatti il padre di famiglia, di sessantaquattro anni. È il più anziano personaggio del romanzo, forse anche per questo Saramago gli dà un nome che può sembrare, forzando solo leggermente il significato letterale, macabro: a essere fredda spesso è la morte e il corpo di un anziano può essere visto come un corpo molto vicino alla morte. Tuttavia forse non è a causa dell’età che Saramago sceglie il nome del suo personaggio, bensì a causa del suo lavoro. Cipriano Algor è un vasaio abituato a lavorare a mano i suoi materiali, senza alcun utilizzo di nuove tecnologie[8], produce piatti, anfore e brocche di ceramica. Il suo metodo di produzione è ormai antiquato, così come i suoi stessi prodotti. Il Centro decide quindi, sulla base dei consumi in netta diminuzione, di non far più richiesta dei prodotti di Cipriano.
Il titolo di un saggio di David Frier (The novels of José Saramago: echoes from the past, pathway into the future)[9] rende ragione del mondo in cui Cipriano si ritrova a vivere, un mondo in cui il suo lavoro, i suoi strumenti, i suoi metodi appartengono ormai al passato, mentre il Centro e la vita che in esso si svolge sono, per contrappeso, rivolti verso il futuro.
Nel mondo descritto da Saramago questo tipo di lavoro è un echo from the past e non può trovare spazio. I prodotti devono adeguarsi al mercato, in caso contrario devono essere eliminati. Questa dicotomia tra passato e futuro ha influenza su altri due elementi: lo stile di vita e la gerarchia dei rapporti tra i personaggi.
Per quel che riguarda lo stile di vita è facile fare un’osservazione sul tempo. Se c’è una cosa che contraddistingue l’attività del Centro è la continuità: all’interno del Centro nulla si ferma, i lavori proseguono, anche di notte, anche invisibili, nelle fondamenta del Centro lavorano delle gru che non conoscono sosta. L’attività di Cipriano invece prevede della pause. Nei lunghi e numerosi capitoli dedicati all’attività lavorativa, Cipriano e Marta infornano le forme dei prodotti che poi dovranno essere vendute al Centro. Inoltre l’attività lavorativa di Cipriano è fonte di soddisfazione. Per Cipriano il lavoro non è lo strumento con cui ottenere reddito (perlomeno non solo), ma è anche motivo di orgoglio[10]. Il lavoro è il modo attraverso cui Cipriano determina la sua posizione nel mondo, non è concepibile, per lui, un altro modo di vivere[11], tanto che, in alcuni momenti, quando il fallimento dei suoi affari gli appare una possibilità certa, arriva a meditare il suicidio.

 

Il lavoro come piacere

 

La soddisfazione data proprio lavoro è però legata esclusivamente ai lavori tradizionali, che potremmo definire “echi del passato”. Marçal , che è un guardiano del Centro, non mostra mai soddisfazione per il proprio lavoro, anzi, di fronte alle battute o alle critiche di Cipriano, la sua difesa si articola sull’onore e sull’etica, mai sul piacere.
Il capoufficio con il quale Cipriano discute della possibilità di vendere al Centro statue di terracotta, ammetterà di essere utile solo nella misura in cui il Centro ha bisogno di lui e che quando tale bisogno cesserà, anch’egli sarà gettato, proprio come un prodotto.
Isaura Madruga, la donna di cui Cipriano si innamorerà, è costretta a trovare un lavoro, a causa della sua condizione di vedova. Va a lavorare in un piccolo negozio, fuori dalla città, in cui vende e impacchetta articoli, e quando Marta le domanda se le piace il suo nuovo lavoro la risposta di Isaura appare particolarmente laconica: «Ci si abitua». A questo si aggiunge il commento del narratore\autore[12] che fa emergere quanto sia alto il costo di questo sacrificio[13].
Questi elementi ci permettono di capire come il piacere del lavoro e di conseguenza la soddisfazione per il proprio lavoro, si collegano solamente ai “lavori del passato”, sviluppatisi in un mondo che non conosceva la pervasività del Centro. Non solo, l’affetto tra le persone è un legame distante dalla logica del Centro e pertanto legato a questi echi del passato. Non è un caso che la famiglia Algor, in cui padre e figlia (e madre, quando era in vita) hanno sempre lavorato nella fornace, abbiano un legame molto più forte di quello, quasi inesistente, tra Marçal (che lavora nel Centro) e la sua famiglia, ossia persone che hanno il desiderio di andare a vivere nel Centro. Il mondo dei lavori tradizionali, il mondo della famiglia Algor ormai appartiene solo al passato, ormai è freddo, vicino alla morte.

 

Il lavoro contemporaneo: gerarchie

 

Il secondo nome ad apparire è quello di Marçal Gacho, ossia «né più né meno, che la parte del collo del bue su cui si poggia il giogo»[14].
Marçal Gacho è un guardiano del Centro, un guardiano senza residenza, che vive fuori dalla città, in attesa di una promozione che gli dia diritto ad una casa nel Centro. Come mai Saramago decide di dare questo cognome a una guardia, la cui funzione è di mantenere l’ordine? La risposta è abbastanza immediata: la guardia è il ruolo su cui si poggia il giogo, la costrizione, la pena, a cui il bue (la società) è condannata per portare avanti l’aratro (il mondo, lo sviluppo). In altre parole, il ruolo della guardia è il gancio che consente alla società di essere sfruttata, se alla società mancasse questo ruolo, non potrebbe conoscere alcuno sviluppo economico. Saramago riprende l’immagine dell’aratro per definire la società che produce: come il bue viene sfruttato dal contadino, anche la società viene sfruttata, non più dal contadino, ma da quell’insieme di poteri che Saramago racchiude nel Centro.
È importante notare che il rapporto di vicinanza\lontananza dal centro crea dei livelli di gerarchia: chi svolge attività nel Centro è comunque più potente di chi è nella periferia, può prendere decisioni che influiranno sulla vita di chi è fuori (per avere idea del giudizio etico di Saramago, basta leggere l’incipit del discorso tenuto a seguito della consegna del Nobel).All’interno del complicato rapporto tra Marçal e Cipriano, è Marçal a prendere le decisioni (Marta funge da filtro ai due), tanto che quando Marçal viene trasferito, gli altri lo seguono e non potrebbero fare altrimenti. Chi ha i legami più stretti con il Centro detiene il potere decisionale. Se Cipriano riuscisse a trovare una nuova forma di commercio, se le statuine prodotte da Cipriano trovassero un mercato che gli consentissero di proseguire la sua attività, il rapporto tra i due sarebbe probabilmente paritario e Cipriano avrebbe la legittimità (la forza) per rifiutarsi di andare a vivere nel Centro.
Ecco una delle più significative differenze tra 1984 e La Caverna: chi è che decide nel romanzo di Orwell? Nessuno: per avere delle zone di decisione le persone devono fuggire dal partito (tanto che Julia e Winston per incontrarsi vanno in campagna, in un campanile). Nel romanzo di Saramago si ha l’illusione della decisione, dell’autonomia della propria vita, ma in realtà questa possibilità di decisione, questa autonomia dipende dal legame con il Centro. Se in 1984 si sta al di fuori dei dettami del partito, è obbligatorio rientrarvi[15]. Se nella Caverna, non si hanno contatti con il Centro, banalmente l’individuo non è considerato, non esiste. Al di fuori del “due più due fa quattro” non c’è niente.

 

La gerarchia dei luoghi

 

Nei primi due capitoli del romanzo Saramago fornisce una descrizione dei paesaggi che sono al di fuori della città. Lo schema che ci viene offerto è molto semplice, si tratta di una struttura a strati circolari, del tutto simile a una cipolla: all’esterno c’è quella che viene chiamata la Cintura Verde, dove ci sono gli spazi della coltivazione, serre ingrigite, arrugginite, costituite da lastre al di sotto delle quali ci sono spazi coltivati; a seguire si trova la Cintura Industriale, anch’essa molto grigia (il grigio è il colore che domina in quasi tutto il romanzo), in cui con l’avanzare del tempo le costruzioni sembrano essere sempre più grandi, mentre i tubi delle industrie sembrano moltiplicarsi; subito dopo abbiamo una zona nella quale non si svolge nessuna attività se non quella del furto: i camion, che corrono sulla strada che taglia in maniera trasversale la struttura a strati, vengono bloccati e derubati, e più aumentano i furti, più le baracche di questa zona si avvicinano alla strada; infine abbiamo una zona di nessuno che divide le baracche dalla città e quindi dal Centro, dove ci sono i centri commerciali, i luoghi del divertimento, le zone abitate, i magazzini in cui viene raccolta la merce in arrivo. All’esterno di questi strati (a una trentina di chilometri dalla città), c’è un centro abitato, a volte definito campagna, altre volte indicato come un insieme di case vicino alle quali c’è un ruscello maleodorante. Qui è dove vivono Cipriano e Marta.
Abbiamo scritto precedentemente che la gerarchia delle relazioni tra le persone si fonda nel rapporto di vicinanza\lontananza con il Centro. Per i luoghi vale la medesima regola: le persone che vivono nelle periferie non hanno nessuna rilevanza per il Centro stesso. La zona abitata (che non a caso Saramago descrive solo alla fine del secondo capitolo) è un luogo dimenticato, addirittura meno importante della zona delle baracche in cui si nascondo i ladri.
Per capire il potere che viene esercitato è necessario partire dall’interno di questa struttura ed evidenziare la qualità del rapporto tra la città e il Centro. Si tratta di un legame indissolubile, che lega le due entità: non c’è, non può esistere una città senza il Centro. La città è totalmente subordinata all’attività del Centro per quel che riguarda la vita, i ritmi, i divertimenti[16] e, non ultimo, il controllo.
Si è detto che Marçal è una guardia: se il Centro fosse una semplice azienda come le altre, solo un po’ più grande, sarebbe lecito pensare che il Centro possa assumere delle guardie per la propria difesa, come qualsiasi azienda che possiamo vedere camminando in una qualsiasi città europea. Però ci sono due elementi da analizzare: le mansioni di controllo delle guardie e la presenza della polizia e dell’esercito.

 

Il controllo

 

Le guardie del Centro non devono limitarsi a salvaguardare un’azienda, questo è evidente dall’inizio del romanzo. Il ruolo di Marçal è quello di uno strenuo controllo sulla vita sociale. Negli ultimi capitoli, quando Marta, Cipriano e Marçal salgono al trentaquattresimo piano del Centro con un ascensore e guardano l’interno del centro, dove ci sono le discoteche, i centri commerciali, i luoghi della vita sociale, Marçal dice esplicitamente che anche l’ascensore è uno strumento di controllo, ossia che la vita, all’interno del Centro, deve essere controllata. Non sono quindi gli ingressi dei centri commerciali a essere vigilati per controllare che nessuno rubi la merce; è la vita sociale del Centro che viene controllata. Quando Cipriano segue la famiglia per andare a vivere nel Centro e si dedica a lunghe passeggiate in cui scopre, di giorno in giorno, le innumerevoli realtà del Centro, viene subito notato da un guardiano che ne controlla i documenti e lo avvisa di lasciar perdere la curiosità e di dedicarsi ad altre attività.
A ciò si aggiunge l’esistenza della polizia e dell’esercito, di cui si parla solo poche volte o in riferimento ai controlli stradali che Cipriano subisce (o teme di subire), o in riferimento alla situazione delle baracche.
Mentre guida il suo furgone per andare nel Centro, Cipriano vede un camion ribaltato e incendiato, con esercito e polizia si recano nelle baracche limitrofe, probabilmente per arrestare i presunti ladri e incendiari. Quando Cipriano ritorna col pensiero all’avvenimento ha un’illuminazione: i presunti ladri non possono aver incendiato il camion, sono stati esercito e polizia a farlo, per avere un motivo valido per poter saccheggiare nelle baracche.
È un ragionamento che Saramago utilizza anche nel Saggio sulla Lucidità per denunciare le stragi di statoavvenute nell’ultimo secolo. Tuttavia c’è qualcosa in questo ragionamento che rimane nel sottofondo e che il lettore può intuire: chi prende la decisione dell’assalto alle baracche? 
Nel Saggio sulla lucidità a prendere la decisione è un uomo di governo, appartenente ad un organismo statale, ma nella Caverna a occuparsi di ogni decisione è sempre il Centro: non viene mai citato un apparato statale, né tantomeno un governo. Di conseguenza, seguendo questa logica, è dal Centro che partono gli ordini e quindi anche le decisioni riguardo alle forze di polizia e esercito.
Perché il Centro avrebbe interesse nel distruggere le baracche? A causa del furto delle merci? In realtà il furto di merce sembra essere un problema più per chi viene derubato. 
Ciò è evidente se si fa riferimento alle condizioni contrattuali imposte dal Centro: non c’è nessun diritto per chi stipula il contratto, tanto che chi vende e trasporta la merce si assume la responsabilità totale sui prodotti. Non è quindi un problema del Centro se la merce viene rubata e non possono essere i furti le ragioni che scatenano l’assalto alle baracche. A conferma di ciò, è il fatto che questi furti sono sopportati: nel primo capitolo Saramago accenna ad alcuni commenti affranti da parte di uomini della polizia, in cui si riconosce la bravura dei ladri nell’organizzazione dei furti. Ma non c'è nulla che testimoni un’azione di controllo o di repressione da parte delle forze dell’ordine, a eccezione di qualche controllo stradale, di tanto in tanto. Tuttavia anche in questo caso i controlli non sono svolti su potenziali ladri, bensì su chi trasporta la merce.
L’incendio del camion descritto da Cipriano, sembra essere più un casus belli, una scusa per poter allontanare le baracche dalla strada e fare spazio all’allargamento della Città, del Centro e della Cintura Industriale.
Al contrario del furto, la presenza scomoda delle baracche non è tollerabile perché blocca le attività del Centro. È un problema che deve essere risolto. Il casus belli è la scintilla perfetta per mettere in atto lo sgombero delle baracche.

 

Un mondo senza confini

 

C’è un altro elemento, che è l’elemento più inquietante di tutta il romanzo è che più fa emergere il carattere totalizzante di questa distopia: il fatto che il Centro cresce.
Il Centro è un’entità viva, che si espande, in larghezza, in altezza, nei suoi sotterranei si continua a scavare, ma la sua massa si espande verso l’esterno, verso la zona di nessuno. Il Centro e le baracche, ci viene raccontato, si fronteggiano, perché il destino del Centro è quello di inglobare ogni cosa. L’unica zona che resisterà, forse, è la Cintura Industriale, giacché anch’essa, scrive Saramago, va crescendo. 
Il fatto che il Centro sia in continua espansione comporta che nessuno può ritenersi fuori dalla sua sfera di potere, tant’è vero che la scelta finale dei protagonisti sarà quella di fuggire, lontano. Tuttavia, vista la potenza che il Centro esprime per tutto il romanzo, siamo portati a credere che da questa sfera di potere non esista un “fuori”.
Riguardo all’esistenza (o piuttosto all’inesistenza) di un “fuori” dal capitalismo neoliberale c’è una bibliografia sterminata[17]. Tuttavia forse è utile guardare a un breve commento di Wu Ming a proposito della vicenda che ha riguardato il contratto di Saviano con la casa Editrice Mondadori: 

un “fuori dal sistema” non esiste. Il sistema è il capitalismo, ed è ovunque, nel micro e nel macro, nei rapporti sociali e nelle coscienze, nelle giungle e in cima all’Everest. Noi abbiamo sempre detto – e ancora diciamo – che tutti quelli che combattono “il sistema” lo fanno dall’interno, dato che l’esterno non c’è. Il potere non è fuori da noi, è un reticolo di relazioni che ci avvolge, un processo a cui prendiamo parte, Ma ovunque vi sia un rapporto di potere, là è anche possibile una resistenza.[18]

Questo è del resto il carattere del capitalismo contemporaneo secondo Saramago.
All’interno di questo immenso potere, è chiaro che si danno dei meccanismi di disciplinamento. In che modo un mondo dominato dall’economia può determinare il assoggettamento? Tramite contratti, contratti basati sull’unico bene concepibile, il bene del Centro.

 

Il contratto con i cittadini

 

Il primo esempio di contratto lo abbiamo dopo poche pagine. A essere precisi non siamo esattamente di fronte a una forma di contratto, bensì a una serie di dichiarazioni che Cipriano deve consegnare all’impiegato responsabile dello scarico delle merci nei magazzini del centro: «la dichiarazione di qualità industriale che accompagnava la responsabilità per qualsiasi difetto di fabbricazione individuato all’ispezione a cui le stoviglie venivano sottoposte, la conferma di esclusività, altrettanto obbligatoria per tutte le forniture, in cui la fornace ci impegnava a non avere rapporti commerciali con altri stabilimenti per il piazzamento degli articoli»[19]. 
Non ci si deve domandare se queste dichiarazioni istituiscano un monopolio: è evidente, leggendo il romanzo, che non ci sono altri acquirenti per i prodotti, solo acquirenti occasionali, singole persone. Tutto passa dal Centro, che però non è un’azienda unica, bensì il Centro del potere, luogo di inizio e di fine della circolazione delle merci. La clausola di esclusività risulta essere quasi superflua. Si tratta quindi di un modo per rimarcare il potere del Centro. Tuttavia il divieto esiste e, in un mondo in cui l’esistenza e i diritti possono esistere solo nella misura in cui si ha un legame economico con il Centro, questa clausola è un meccanismo di disciplinamento del comportamento.
Ma il caso più emblematico è quello del capoufficio a cui Cipriano propone la vendita dei nuovi prodotti della fornace. Per tutto il romanzo si ha l’impressione (ce l’ha non solo il lettore, ma lo stesso Cipriano) che i personaggi siano costantemente sottoposti a giudizi o sentenze da parte del Centro. Affiorano in alcune pagine delle metafore che rimandano al mondo giudiziario e dunque al mondo della legge, fino a quando queste metafore non diventano esplicite. Il capoufficio dichiara di approvare il progetto delle statuine e poi si riferisce alle vecchie stoviglie di Cipriano, non più acquistate dal Centro: «Tutto quello che non serve si butta via, Comprese le persone, Proprio così, comprese le persone, io stesso sarò buttato fuori quando non servirò più, Lei è un capo, Sono un capo, infatti, ma solo per coloro che stanno sotto di me, sopra ci sono altri giudici, Il Centro non è un tribunale, Lei si sbaglia, è un tribunale, e non ne conosco di più implacabili»[20]. 
La gerarchia fa in modo che al di sotto del capoufficio ci siano delle persone, ma impone che ci siano dei giudici al di sopra del capoufficio. Chi sono questi giudici? Possiamo forse ritenere che ci sia una scala gerarchica che tende ad assottigliarsi seguendo la classica immagine della piramide che vede al vertice una persona? I giudici in realtà sono i consumatori, coloro che hanno condannato Cipriano e che un domani potrebbero condannare il capoufficio. Non è più l’era del Grande Fratello in cui è il partito a comandare, a dettare legge: a stabilire l’utilità o l’inutilità di una persona, a stabilirne l’esistenza, sono le regole del gioco economico e i consumatori hanno l’ultima voce in capitolo.
Siamo quindi all’estremo di quanto analizzato da Foucault a proposito della scuola neoliberale tedesca: «L’economia di mercato, infatti non sottrae qualcosa al governo, bensì indica costituisce l’indice generale sotto il quale dovrà venire collocata la regola destinata a definire tutte le azioni di governo»[21].

 

Una nuova spiritualità

 

Tutto ciò che non rientra negli interessi dei consumatori, e quindi del Centro, viene ignorato e pertanto sostituito. Ciò porta all’istituzione di una nuova spiritualità. In questo caso, a differenza di 1984, non c’è bisogno di costrizione. Il controllo e il disciplinamento si esercitano in termini economici, le persone non vengono costrette a pensare, le persone trovano delle nuove comodità, il Centro le asseconda e le sfrutta. È per questo motivo che diventa rilevante il problema della spiritualità: ci viene raccontato che il Centro produce “nuove spiritualità”, ma quali sono le “vecchie spiritualità”? Le vecchie spiritualità sono rappresentate dal lavoro di Cipriano. Non è un caso che Cipriano sia un vasaio: utilizza la terra, è quindi simile ad un creatore: fa il lavoro di Dio. È lo stesso Saramago che definisce «creatore» Cipriano (che non a caso crea delle statuette a immagine umana, crea, anzi, delle statuette che simboleggiano vecchie professioni, le cui immagini vengono prese da un libro del nonno di Cipriano) ed è lo stesso Saramago che in più occasioni riporta l’esempio della creazione dell’uomo da parte del dio cristiano e da parte delle divinità di altre religioni. La religione, così come la conosciamo, è una vecchia spiritualità e di conseguenza lo sono anche quelle inveterate norme morali che secondo Saramago sono andate svanendo nel corso del Novecento[22]. 
All’interno di questo mondo che ingloba ogni cosa non esiste una forma di resistenza. La forza, la capacità di assorbimento del Centro fa sì che la gente si abitui non tanto alle comodità, non tanto ai prodotti, ma alla nuova spiritualità. Saramago non concepisce una via di lotta. Winston Smith, in 1984, tentava di ribellarsi al potere che conculcava la sua vita. I personaggi di Saramago, guidati da Cipriano, non resistono, cercano di sopravvivere, rielaborano un nuovo prodotto per il commercio, falliscono e si rassegnano. Si potrà dire che l’unica forma di resistenza possibile è la fuga, tanto che alla fine i personaggi fuggono lontano; tuttavia, date le caratteristiche fisiche di un Centro in continua espansione, dato il suo carattere inglobante che tende a divorare, cancellare e costruire nuovamente, siamo portati a credere che questa fuga dei protagonisti non porti a nessuna salvezza. Non esistono paesi o città che siano esclusi da questo sistema, non esistono mondi migliori. Saramago è solito circoscrivere precisamente i confini geografici dei suoi mondi: in Cecità e in Saggio sulla Lucidità è la città a essere il perimetro di quanto avviene (fuori dalla città, per esempio, nessuno diventa cieco), mentre nelle Intermittenze della Morte i confini sono quelli nazionali. In questo caso non esiste un confine preciso, gli elementi sono dinamici, l’espansione è costante. La fuga dei protagonisti non è altro che un rinvio del problema.

 

Il centro: dalla realtà alla letteratura

 

Se in Tutti i nomi, così come in Cecità, è possibile riconoscere gli angoli di Lisbona[23], nel caso della Caverna i riferimenti a precise realtà geografiche si fanno meno espliciti. La città con il suo Centro non è Lisbona, non è Milano, non è, insomma, la riproposizione esatta di uno dei centri finanziari del mondo. Tuttavia se pensiamo, ad esempio, ad una città come New York, è possibile riscontrare alcune similitudini tre Manhattan e il Centro, ma lo stesso si potrebbe dire di Hong Kong, Singapore e così via, ovvero città-metropoli, quelle che la sociologa Saskia Sassen definisce, nel libro La città nell’economia globale, col nome di “città globali”. 
Fare l’elenco delle caratteristiche di una città-globale secondo Saskia Sassen sarebbe troppo dispersivo (anche perché, come scrive l’autrice, ogni città è un caso a sé), tuttavia possiamo notare come si tratti di un campo di analisi molto simile a quello narrato da Saramago, per il momento storico descritto, per la velocità dei cambiamenti (Saramago la definirebbe “violenza”) e, chiaramente, per l’oggetto. A partire da questo assunto sarà possibile definire alcuni punti di contatto fra le conclusioni di Saskia Sassen e la narrazione di Saramago.
Prima di tutto l’assenza dello Stato, o meglio di un sistema nazionale che sovradetermini le decisioni prese all’interno dei principali centri finanziari. Secondo la Sassen la presenza dello Stato, in queste città, è sospesa. I centri finanziari di queste città in collegamento fra loro ragionano, producono, crescono, prescindendo da un'entità statale. Infatti:

va diffondendosi la possibilità che le reti di città valichino i confini nazionali, bypassando gli stati-nazione, che vedono ridursi le loro funzioni in quanto sentinelle alle porte dei flussi economici transfrontalieri.[24]

Le possibilità sono due e dipendono dall’occhio di chi legge: nel romanzo di Saramago lo Stato esiste, ma ha una funzione talmente ininfluente da non essere mai citato; o lo Stato e le sue funzioni sono inscritte nel Centro. Nel primo caso la conseguenza è che Saramago vede nel Centro tutto ciò che può essere riferito ai sistemi finanziari: servizi amministrativi, borsa, commercio. Il sistema nazionale sarebbe quindi posto in un secondo piano rispetto al sistema finanziario. Quella descritta da Saramago sarebbe quindi una città in cui lo Stato è sospeso e pertanto le forme del diritto sono anch'esse sospese, sono sospese le leggi e ne sono sospese le forme di controllo, o meglio ancora, sono delegate al sistema finanziario, simboleggiato dal Centro.
Nella seconda ipotesi lo Stato è totalmente parte del Centro e agisce in subordinanzione alla legge del profitto. Non abbiamo quindi uno Stato-azienda, ma un'azienda-stato. Siamo portati ad affidarci maggiormente a questa seconda ipotesi, non per indizi interni al testo, ma per indizi esterni: Saramago non abbandona mai l'idea di uno stato sovrano, con le sue leggi, le sue forme di controllo. Anzi, in tutti i suoi romanzi sono sempre gli organi di stato che esercitano un controllo. Tuttavia, nella Caverna, le funzioni dello stato sono “appaltate” ad una logica di mercato, o, meglio ancora, le sono interne. In un intervento del 2002, a proposito della classi politiche, Saramago dice:

non ci accorgiamo, come se non fosse sufficiente avere occhi, che i governi, che nel bene e nel male abbiamo eletto e dei quali siamo, quindi, i primi responsabili, si stanno trasformando in commissari politici del potere economico, con il compito di fare le leggi che quel potere vuole per immetterle nel mercato sociale dopo averle avvolte nel dolciume della pubblicità, in modo da non suscitare troppe proteste.[25]

Si tratta in fondo di una conseguenza di quanto già abbiamo scritto facendo riferimento a Foucault. È un’estremizzazione della realtà (così come la psicopolizia lo era in 1984), ma che nella realtà trova il suo perno.

 

 

Il linguaggio del Centro: tra marketing e controllo

Questo secondo presupposto illumina di una luce sinistra i manifesti che punteggiano il romanzo di Saramago: Vivi sicuro, vivi nel Centro; Sii audace, sogna; Vivi l'audacia di sognare; Acquista l'operatività; Senza uscire da casa i mari del Sud a disposizione; Questa non è la tua ultima opportunità ma la migliore; Pensiamo continuamente a te è il tuo momento di pensare a noi; Porta i tuoi amici purché comprino; Con noi non vorrai mai essere un'altra cosa; Tu sei il nostro miglior cliente ma non dirlo a nessuno. 
Si tratta del linguaggio del Centro, che, grazie alla potenza della sua struttura, entra nella vita degli individui. Anche in 1984 siamo abituati a riconoscere i cartelli del partito, oppure il volto del Grande Fratello con la scritta, il «Grande Fratello ti sta guardando». Nella società contemporanea siamo abituati al fatto che il potere si esprima anche per mezzo di cartelli che possono sembrare pubblicitari, come nel caso dei cartelloni a New York dopo l’11 settembre, che invitavano i cittadini alla denuncia di sospetti .[26]
Attraverso questi slogan Saramago mette in rilievo l’unione tra marketing e linguaggio politico da parte del centro di potere. Dietro a ciascuno di questi messaggi commerciali si nasconde una logica politica, che non è finalizzata primariamente all’ordine, ma alla progresso dello sviluppo economico, ossia lo scopo principale del Centro.

 

 

Il Centro come centro urbano

Un altro punto in comune tra il saggio di Saskia Sassen e La Caverna è l'esistenza stessa di un Centro: «Il centro è il luogo di un immenso potere, che si fonda sulla capacità di esercitare un controllo globale e di produrre superprofitti»[27]. Esiste quindi una zona centrale, all’interno della quale si concentrano le strutture, le funzioni e le operazioni economiche. È chiaro che scrivendo “centro” Saskia Sassen si riferisce a tutta quella serie di apparati economici, banche, servizi amministrativi attraverso cui nasce, cresce e si sviluppa l'economia delle città. Tuttavia in questa definizione è possibile leggere alcune assonanze con quanto narrato da Saramago. 
Prima di tutto definiamo una volta per tutte il limite che, nella Caverna, separa città e Centro. Abbiamo già detto come queste entità siano indissolubili: senza l'attività del Centro la città intera perde di senso. Negli ultimi capitoli Saramago precisa con estrema chiarezza ciò che è caratteristico della città e cosa invece è prerogativa del Centro. Con la città Cipriano Algor identifica i giardini pubblici: «a sua disposizione ha anche i parchi e i giardini pubblici della città dove solitamente si riuniscono nel pomeriggio gli anziani, uomini che hanno la faccia e i gesti tipici dei pensionati o dei disoccupati»[28]. Sulla città Saramago non aggiunge altro. Inutile dire che l'immagine che Cipriano ci presenta non è altro che un echo from the past, che in questo senso si collega al suo lavoro, alla sua personalità, alla sua morale. 
Il Centro invece rientra in quel pathway into the future che Cipriano, dopo essersi distaccato dai legami del passato, si appresta a conoscere: 

una giostra coi cavalli, una giostra coi missili spaziali, un centro per i più piccini, un centro per la terza età, un tunnel dell'amore, un ponte sospeso, un treno fantasma, lo studio di un astrologo, una sala di scommesse, un poligono di tiro, un campo da golf, un ospedale di lusso, un altro meno lussuoso, un bowling, una sala da biliardo, una serie di calcetti, una mappa gigante, una porta segreta, un'altra con un'insegna che dice prova sensazioni naturali, pioggia, vento e neve a discrezione, la muraglia cinese, un taj-mahal, una piramide d'Egitto, un tempio di karnak, un acuqedotto das àguas livres che funziona ventiquattr'ore al giorno, un cielo d'estate con nuvole che si muovono, un lago, una palma autentica, un tirannosauro e scheletro e un altro che sembra vivo, un himalaya con il suo everest, un rio delle amazzoni con indios, un cavallo di troia, una sedia elettrica, un plotone d'esecuzione, un angelo che suona la tromba, un satellite, una cometa, una galassia, un nano grande, un gigante piccolo, insomma una lista talmente estesa di prodigi che neanche ottant'anni di vita oziosa basterebbero per goderseli con profitto, anche per chi fosse nato nel Centro e non ne fosse mai uscito per mettere piede nel mondo esterno.[29]

A ciò si aggiungono, ovviamente, gallerie, negozi, scale mobili, punti di incontro, bar e ristoranti.
Se le fabbriche esterne producono per il Centro e ne creano le ricchezze, all'interno è la vita oziosa a produrre la ricchezza, secondo quanto teorizzato da diversi sociologi e filosofi neomarxisti pensano della città contemporanea All'interno di essa ciascuno è messo al lavoro e quel lavoro è proprio l'ozio di cui parla Saramago; senza di esso, senza la volontà di divertirsi, di godere dei beni, il Centro non trova un appoggio. È obbligatorio pertanto, per il Centro, creare le condizioni per cui quest'ozio sia possibile. È così che si spiegano il maggior accesso alle strutture ospedaliere e, più in generale, ai diritti, che il Centro riconosce a chi è residente e per essere residente bisogna essere legati da un contratto di lavoro; pertanto, chi lavora per il Centro lavora doppiamente: sia come lavoratore legato da un contratto, sia come residente che può\deve sfruttare le possibilità della vita oziosa, pertanto anche lo sfruttamento da parte del Centro risulta raddoppiato. Non è difficile riscontrare in questa logica delle affinità con le città contemporanee.

 

La scomparsa dei diritti

 

La logica del guadagno finalizzato al Centro rimane attiva anche quando ci si riferisce ai diritti. Marçal, per esempio, ha il diritto di portare con sé, nella sua casa in Centro, la moglie e il cognato. Ma questo e altri diritti sono elargiti a vantaggio della politica economica del Centro: non sono frutto di una sorta di “bontà etica”, ma della legge del mercato. Infatti, se Marçal non potesse portare con sé la sua famiglia si trasferirebbe nel Centro? Lavorerebbe a pieno regime? Sarebbe fedele e riconoscente? Un episodio del romanzo illustra bene questa pervasività utilitaristica del Centro. Quando Cipriano è chiamato dal capoufficio gli vengono affidati due compiti: svuotare il magazzino del Centro degli ultimi oggetti di terracotta e produrre le statuine. Sarà lo stesso capoufficio a suggerire che Cipriano si dedichi prima alla produzione: costruire è sempre più incentivante che distruggere. 
Il problema dei diritti ci porta direttamente ad analizzare il terzo punto di contatto fra lo studio di Saskia Sassen e l’opera di Saramago, ovvero l'esistenza di zone di marginalità e la crescita del fenomeno di periferizzazione, laddove come “periferia” non si intende solo un luogo geografico, ma anche una lontananza dalle possibilità decisionali del Centro:

l’acuirsi del divario tra gli estremi, evidente in tutte le maggiori città dei paesi sviluppati, porta a mettere in discussione la nozione di “paesi ricchi” e di “città ricche”. Questo fenomeno suggerisce che la geografia della centralità e della marginalità, concepita in passato in termini di dicotomia fra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, oggi si manifesta all’interno dei paesi sviluppati, specialmente all’interno delle loro maggiori città.[30]

Il filosofo francese Etienne Balibar ha recentemente parlato di «nuove frontiere dell'apartheid» in riferimento alla città di Parigi e al caso delle rivolte scoppiate nelle banlieue. In un intervista, rilasciata al Manifesto, Balibar parla esplicitamente di una «frontiera interna nella società che assume una configurazione sociale, etnica e razzista»[31].
Abbiamo visto come questa periferizzazione sia prima di tutto connessa al legame col Centro: nella periferia rimane chi ha deboli rapporti con il Centro, o chi non ne ha del tutto. Tuttavia possiamo leggere, anche nelle pagine di Saramago, una periferizzazione urbana, creata attraverso l'innalzamento di frontiere interne al territorio: in poche parole, una ghettizzazione.
Nel romanzo di Saramago le frontiere non sono etniche e razziste, bensì economiche. Basti pensare al principio che regola le possibilità di rapporto col Centro, vale a dire il contratto di lavoro. Senza contratto di lavoro non è possibile camminare per il Centro, salvo speciali permessi, e anche qualora fosse possibile, i servizi e i divertimenti descritti risulterebbero molto meno accessibili. Quando Cipriano si reca nel luogo indicato quello «in cui si possono provare sensazioni naturali»[32], usufruisce di uno sconto del 45%, un suo diritto come residente. Quando Marçal parla alla moglie delle cure mediche del Centro, sostiene che c’è persino «gente da fuori che da debiti per essere ammessa, ma le regole sono inflessibili»[33]. Vale a dire che la “gente da fuori” non può usufruire dei servizi.

 

 

Eliminazione di diritti nella società contemporanea

«Vivi sicuro, vivi nel Centro», dice uno dei cartelli. L'ideologia del Centro, che questo cartello esplicita perfettamente, porta in luce quindi due elementi principali: l'appetibilità e la sicurezza. L'appetibilità è rivolta all'esterno, a chi vive fuori dal Centro e deve subirne il fascino; viceversa fuori dal Centro ci sono quelli che col Centro non hanno nulla a che fare, ossia quelli non lavorano e che non sentono l'appetibilità del Centro. Costoro sono fonte di insicurezza, paura.
É per questo che il controllo diventa un elemento di garanzia fondamentale. 
Senza controllo non è possibile un mondo appetibile. 
Michel Foucault sostiene che il controllo nelle città moderne avviene attraverso la sintesi di due modelli: quello della peste e quello della lebbra. Secondo il modello della peste, il malato non viene escluso, ma aumentano le tecnologie per controllarlo. Nel romanzo di Saramago è evidente la presenza di tale modello: la stessa “curiosità” di Cipriano è un elemento anormale che deve essere controllato. Nel primo capitolo Cipriano si domanda la ragione della necessità di un guardiano all'uscita del magazzino, visto che all’entrata c'è un altro guardiano e «teoricamente chi è entrato fornitore, fornitore uscirà»[34]. Le telecamere, le complesse strumentazioni video, l’ascensore… La tecnologia di controllo è immensa: quella stessa tecnologia che presiede alla sicurezza di qualunque città occidentale. Il secondo modello proposto da Foucault è quello dell’esclusione. I lebbrosi vengono allontanati dalla città, reclusi, ghettizzati. Nel romanzo di Saramago non si parla di ghetti, non si parla di reclusione in quartieri, non si parla di reclusione tout court. Tuttavia ci sono delle tecniche che impongono l’esclusione, ossia i contratti di lavoro. Chi non ha il contratto rimane nelle zone più esterne al Centro e quindi dalla zona dei diritti, nonché dei divertimenti. Ancora una volta non abbiamo una caratterizzazione razzista o etnica dell’esclusione: il modello rimanda alle banlieue parigine di cui parla Balibar. Perché i migranti delle banlieue si ribellano, secondo Balibar? «Da parte loro, queste persone non hanno alcuna intenzione di rivendicare una “separatezza” culturale dalla società francese, non chiedono assolutamente la chiusura delle loro comunità contro la repubblica. […] In questo senso è chiaro che oggi è in atto una rivendicazione di quello che definisco il droit de cité, cioè di quel processo di costruzione dal basso della cittadinanza»[35].
Allo stesso modo, nella Caverna di Saramago, coloro che abitano fuori dal Centro subiscono delle restrizioni nella misura in cui entrano in rapporto con questo: solo allora la loro libertà viene limitata. Si tratta di una libertà che essi possono conquistare attraverso un contratto, ossia attraverso il lavoro: la forma di esclusione praticata dal Centro si basa dunque sull’assenza di lavoro, esattamente come accade in alcune realtà europee, tra cui l’Italia.

 

 

Conclusioni.

Saramago crea un mondo che mette al primo posto i principi dell’economia capitalistica e che fa del lavoro un suo strumento di applicazione. In tal modo, Saramago crea quella che tecnicamente viene chiamata una “distopia”, un mondo anti-utopico, che partendo dalle premesse in cui viviamo si trasforma in quanto di peggio si possa immaginare.
Mentre le più famose distopie del Novecento (quelle dei romanzi di Orwell, ma anche di Aldous Huxley e Jack London) portano all’estremo le conseguenze del totalitarismo politico, il totalitarismo immaginato da Saramago è di tipo economico.
Nel novembre 2009, mentre nel mondo si moltiplicano le proteste contro la disoccupazione, Saramago rilascia una nota nel suo blog, a essere messi sotto accusa, ancora una volta non sono tanto i governi degli stati, ma sono «banchieri, politici al massimo libello mondiale, i dirigenti delle grandi multinazionali, gli speculatori, con la complicità dei mezzi di comunicazione sociale». Dalla pagina del suo blog Saramago parla addirittura di “crimini contro l’umanità”: 

Crimine contro l’umanità è anche ciò che i poteri finanziari ed economici, con la complicità effettica o tacita dei governi, freddamente perpetrano contro milioni di persone in tutto il mondo a rischio di perdere quello che gli resta, la loro casa e i loro risparmi.[36]

Giusto pochi mesi fa, in Spagna, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per scandire il motto “No somos mercancìa de los políticos y banqueros”, ponendosi contro un intero sistema economico-politico. Nel frattempo le urne hanno bocciato la politica economica di Zapatero, mentre in Grecia i palazzi del potere vengono letteralmente circondati dalla popolazione che si schiera contro le politiche di austerità imposte dal governo e dall’Unione Europea; il Portogallo preannuncia ulteriori tagli alle risorse, imposti dal Fondo Monetario Internazionale; in Italia, ad un governo democraticamente eletto, si è sostituito un governo tecnico con il preciso compito di risanare l’economia del paese.
La distopia di Saramago si fa specchio di una realtà che discende pericolosamente la china della tecnocrazia economica: come sempre le visioni dell’arte interpretano, con drammatica coerenza, i nodi problematici di un presente pieno di incognite e di rischi.

 

Note:


[1]José Saramago, As intermitencias da morte, trad. it. Le intermittenze della morte, Torino, Einaudi, 2005, p. 3.

[2]Foucault aggiunge: «Sto ovviamente aggiungendo alla frase, apparentemente banale di Ludwig Erhard tutta una serie di significati impliciti in essa, e che assumeranno valore solo in seguito», Michel Foucault. Naissance de la Biopolitique. Course au Cllège de France 1978-1979, trad. it. Nascita della biopolitica. Milano, Feltrinelli, 2005, p.80.

[3]Ibid., p. 80-81.

[4]Rita Desti in José Saramago, A caverna, trad. it. La Caverna. Einaudi, Torino, 2000, quarta di copertina

[5]Il parallelismo tra i due romanzi è suggerito da Saramago stesso, in diversi elementi, come ad esempio i cartelloni che vengono affissi alla città, molto simili ai cartelloni di 1984, pur nella diversità – si sta comunque parlando di una diversa idea di potere, pertanto in 1984 si evidenzia il potere del partito, mentre ne La Caverna, si descrive un potere di altro tipo e che adotta un diverso linguaggio, ammiccante, persuasivo, molto simile a quello che potremmo definire “pubblicitario”-. In più, almeno in due occasioni, ci frasi che possono essere letti come dei riferimenti al testo di Orwell: “Ha ragione, il segreto non esiste, ma noi lo conosciamo” (p. 226), frase pronunciata da un esponete del Centro, in riferimento al segreto di vendita dei prodotti, e “vi concedo la cittoria, nella vostra testa due più due può anche fare quattro” George Orwell, 1984. Milano, Mondadori, 2002, p. 270.

[6]Dall’intervento di Pilar del Rio, Granada, 26/04/2011. In occasione della settimana di eventi organizzata dall’Universidad de Granada, intitolata Recordando a Saramago.

[7]José Saramago, A caverna, trad. it. La Caverna. Einaudi, Torino, 2000, p. 3.

[8]Un intero capitolo è dedicato a descrivere tutti gli strumenti che Cipriano potrebbe avere per far funzionare meglio nel suo forno e che vengono utilizzati negli stabilimenti

[9]David M. Frier, The novels of José Saramago: echoes from the past, pathway into the future, University of Wales Press, Cardiff, 2007

[10]Il discorso sulla soddisfazione è valido anche per Marta: «Di sicuro non vorrai continuare a lavorare come vasaia per il resto della tua vita, Sì, a me piace quello che faccio». José Saramago, La Caverna, p. 23.

[11]In un dialogo, Marcal dice alla moglie queste parole: «La cosa più importante per tuo padre è il lavoro che fa, non la sua eventuale utilità, se gli togli il lavoro, qualsiasi lavoro, gli toglierai, in un certo senso, una ragione di vita, e se gli dirai che quello che sta facendo non serve a niente, sarà molto probabile, pur avendocelo ben evidente davanti agli occhi, che non ti creda, semplicemente perché non può». Ibid., p. 218.

[12]In diversi interventi Saramago dichiara che nei suoi romanzi il narratore non esiste, a parlare è direttamente l’autore, senza alcun filtro tra lui e il lettore. La critica non si è espressa su questo tema, tuttavia ci sentiamo di poter dire che la tecnica narrativa di Saramago porta ad un assottigliamento notevole della distanza tra autore e lettore, come raramente si può trovare in altri autori

[13]«Ci si abitua. Sì, tante volte lo sentiamo dire, o lo diciamo a noi stessi, Ci si abitua, lo diciamo, o lo dicono, con una serenità che sembra autentica, perché in realtà non esiste, o ancora non si è scoperto, altro modo di manifestare all’esterno con tutta la dignitò possibili le nostre rassegnazioni, quello che invece nessuno domanda è a costo di cosa, ci si abitua». José Saramago, La Caverna, p. 234.

[14]José Saramago, La Caverna, p. 3.

[15]In realtà, durante il dialogo fra Winston e O’Brien, quest’ultimo dice chiaramente «Tu non esisti» al suo prigioniero. Riteniamo che questa frase sia più un affronto, un tentativo di minare la sicurezza di Winston, piuttosto che una realtà. I cittadini, infatti, i sudditi del Grande Fratello, pur non avendo alcuna possibilità di voce in capitolo, sono costantemente vigilati. Tutta la costruzione del Mondo del Grande Fratello è basata su questi dispositivi di controllo, che vigilano sulle possibili anomalie, ossia su chi non vuole sottomettersi al Grande Fratello. Viceversa, come vedremo, chi non vuole sottomettersi al Centro, chi non ha rapporti con il Centro non è assolutamente sottoposto a disciplinamento. Il Grande Fratello è costantemente preoccupato dalle anomalie dei pensieri dei suoi cittadini. In questo senso è possibile dire che la loro esistenza (e quindi il controllo su di loro) è tanto forte, tanto più è forte la resistenza al regime di pensiero imposto.

[16]«Ogni qualvolta guardo il Centro da fuori ho l’impressione che sia più grande della stessa città, cioè, il Centro sta dentro la città, ma è più grande della città, come parte è più grande del tutto, probabilmente sarà perché è più alto dei palazzi che lo circondano, più alto di qualsiasi palazzo della città, probabilmente perché fin dall’inizio ha continuato a inghiottire strade, piazze, isolati interi». José Saramago, La Caverna, p. 244.

[17]Riteniamo di aver già dato notevoli spunti richiamando alla Nascita della biopolitica, di Michel Foucault, in particolare in riferimento al carattere di apertura del liberalismo che continua a sviluppare il proprio mercato e che può concepire se stesso solo in termini di crescita. Ci limitiamo a segnalare un altro commento, molto sintetico. Miguel Benasayag e Sabatino Annecchiarico, in Florence Aubenas e Miguel Benasayag, Resistere è creare. L’idea e la pratica della nuova resistenza nel neoliberalismo: «Penso che è molto difficile definirsi anti sistema, poiché il sistema è tutto. Il sistema include la propria contestazione. Credo che all’interno di una società esistano zone di resistenza, di creazione, di libertà e zone di oppressione e di morte. Non mi sembra molto proficuo porsi in un modo o nell’altro fuori dalla società o fuori dal sistema. Bisogna pensare in termini più complessi. Per esempio, quali possono essere i canali di emancipazione esistenti dentro il sistema e non personalizzare la cosa».

[18]Wu Ming, estratto da Saviano libero. Appunti sulla contraddizione-Mondadori, 18/04/2010, http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=157.

José Saramago, La Caverna, p. 14.

[20]José Saramago, La Caverna, p. 123.

[21]Michel Foucault, Nascita della biopolitica, p. 112

[22]Alle giornate di Granada dedicate a José Saramago, Pilar del Rio, moglie di José Saramago, nonché traduttrice, che durante una cena con diversi ospiti nella cena di Lanzarote, il marito provocò la preoccupazione di tutti interrompendo una discussione che aveva argomento la crisi economica, dicendo: «Ma di che crisi economica state parlando? Questa non è una crisi economica, questa è una crisi morale».

[23]Si veda, a questo proposito, Luciana Stegagno Picchio, Tutti i nomi di Saramago in José Saramago. Istantanee per un ritratto. Passigli, Firenze, 2000.

[24]Saskia Sassen, Cities in a world economy, trad. it. La città nell’economia globale. Società editrice Il Mulino, Bologna, 2003, p. 64.

[25]José Saramago, Questo mondo della ingiustizia globalizzata, in Questo mondo non va bene che ne venga un altro. Datanews, Roma, 2005, p. 49.

[26]Si veda a questo proposito Adriana Cavarero, Orrorismo. Ovvero la violenza sull’inerme. Feltrinelli, Milano, 2007.

[27]Saskia Sassen, La città nell’economia globale, p.264.

[28]José Saramago, La caverna, p. 293.

[29]Ibid., p. 294.

[30]Saskia Sassen, La città nell’economia globale, p. 241.

[31]Alle frontiere dell’Apartheid, Intervista di Roberto Ceccarelli a Étienne Balibar, “Il Manifesto”, 24/11/2005.

[32]José Saramago, La Caverna, p. 112.

[33]Ivi.

[34]Ibid., p.16.

[35]Alle frontiere dell’Apartheid, Intervista di Roberto Ceccarelli a Étienne Balibar in Il Manifesto, Roma, 24/11/2005.

[36]José Saramago, L’ultimo quaderno. Feltrinelli, Milano, 2010, p. 184-185.