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Ai giovani

Diario collettivo di un'aula universitaria

Racconti e riflessioni ai tempi della quarantena Covid 19

 

Paure, speranze, spaesamenti e riflessioni.

Coraggio, altruismo e resistenza.

Questo diario è diviso in 43 racconti che sono stati scritti nei mesi di quarantena da un gruppo di studentesse e di studenti di un corso universitario di letteratura italiana dell'Università di Modena e Reggio Emilia. 

Tutta l'Italia è stata percorsa da una energia creativa che ha illuminato gli schermi dei computer o degli smartphone o dei tablet con lezioni, seminari, dialoghi e scritture.

A distanza e in isolamento nelle proprie case questi giovani hanno condiviso desideri e preoccupazioni ed hanno dato vita ad una aula virtuale universitaria che dall'inizio del lockdown si è unita alle centinaia di aule virtuali accese nella rete.

 

Elisabetta Menetti – Bologna, 10 maggio 2020

 

 

 

INDICE:


  1. Abbandoni di Sofia Mella
  1. Biglietto per…la libertà di Chayma El Hana
  2. Cambiamento dentro di noi di Martina Scauri
  3. Capelli neri di Michela Caruso
  4. Chiusura e apertura di Francesca Ghiglia
  5. Cin cin di Alessia Lambertini
  6. Claustrofobia di Chiara Robuschi
  7. Davide e Golia di Chiara Nicolini
  8. Di necessità virtù di Alessia Valentini
  9. (D)istanti di Lucia Ferrara
  10. Finto equilibrio di Silvia Cappi
  11. Gioia di Daniele Uccellari
  12. Guardare il mondo da un balcone di Amanda Faggion
  13. I cieli grigi sono nuvole di passaggio di Francesca Bontempi
  14. Identità di Veronica Bedogni
  15. Il piacere delle piccole cose di Virginia Marenghi
  16. Incertezza di Andrea Palacino
  17. La felicità costa fatica di Vittoria Roscelli
  18. Mancanze di Sabrina Amoruso
  19. Mi manca la normalità di Marta Leonardi
  20. Nero su nero di Luna Soliani
  21. Odio di Giada Bellatalla
  22. Monotonia di Valentina Rossi
  23. Ottimismo nell’instabilità di Daniele Vernazza
  24. Pausa di riflessione di Giorgia Leonelli
  25. Pensieri in quarantena di Ambra Benecchi
  26. Pensieri sparsi di Giulia De Crescenzo
  27. Possibilità di Claudia Arnone
  28. Quarantena in una stanza di Giada Ricci
  29. Riflessioni in movimento… di Rita Ferrarini
  30. Riscoprirsi in quarantena di Rebecca Arletti
  31. Rumore di Valeria Di Nicola
  32. Sofferenza di Alice Rivi
  33. Sole di Mario Pompei
  34. Tra stand-by ed utopia di Michela Dall’Argine
  35. Un augurio di Elena Casali
  36. Un futuro (in)aspettato di Francesca Apolloni
  37. Un grande vuoto di Gaia Massari
  38. Un mondo in casa mia di Patrizia Battista
  39. Un senso di Luana Costanzo
  40. Una “pausa” imposta di Anastasiya Lisnichuk
  41. Vite al limite di Martina Musi
  42. Vivere, vivere e vivere di Samuele Taormina
  43. Conclusione

1 - Abbandoni di Sofia Mella – Crevoladossola

Caro diario, anche oggi “niente da dichiarare”: mi sono alzata verso le 8:30, mi sono vestita, sono uscita in giardino a giocare un po' con Byron, il mio cagnolone, sono tornata in casa, ho preso i biscotti e mi sono seduta sul terrazzo a sorseggiare del caffè caldo guardando il panorama, aspettando che l'aria si scaldasse un po' di più. Verso le 10, dopo la solita chiacchierata mattutina con la famiglia, ho preso la mia coperta, il computer e sono andata a seguire qualche lezione seduta sotto al pruno.

Alle 13:00 la nonna richiama all'ordine me e mio fratello Alessio. Il pranzo è pronto.

Tutti i giorni la stessa storia, ma non possiamo farci nulla; da quando siamo in quarantena si mangia rigorosamente in tavoli separati.

Alessio torna in camera sua, io aiuto mia nonna a sparecchiare. La mamma è rientrata dal lavoro, la saluto e torno tra i fiori, sotto le piante, sulla coperta. Ci rimango fino all'ora di cena quando mio padre, con un colpo di clacson, annuncia il suo ritorno. Byron gli va incontro scodinzolando, come se non lo vedesse da secoli.

Si cena, si sparecchia. Normalmente guardiamo un film oppure io e mia mamma optiamo per la lettura, in ogni caso per le 24:00 siamo tutti a letto. Tranne mio fratello, lui fa le ore piccole.

 

2 - Biglietto per…la libertà di Chayma El Hana – Reggio Emilia

Ed ecco che inizia un nuovo giorno, un giorno di quarantena. “Nuovo” perché il sole è già alto e splende nel cielo, ma in realtà sento che è lo stesso che si ripete da più di un mese ormai. Ho perso il senso del tempo, e non si sente più né l’ansia del lunedì mattina né l’entusiasmo per il weekend.

Ed è proprio questa situazione di crisi, instabilità e paura che rende attuale come non mai il celebre pensiero di Ungaretti: Non sono mai stato tanto attaccato alla vita”. 

Quanta nostalgia della libertà… del profumo della libertà!  

Non saprei, ma questa è la più dura prova che abbia vissuto fino ad adesso. 

Ma supereremo presto anche questa, come disse Victor Hugo, “finirà anche la notte più buia e sorgerà il sole”, o come disse Khalil Jabran, “Nulla impedirà al sole di risorgere ancora, nemmeno la notte più buia. Perché oltre la cortina della notte c’è un’alba che ci aspetta”. 

 

3 - Cambiamento dentro di noi di Martina Scauri – Parma

2 marzo 2020: milioni di uomini e donne in tutt’Italia tornano a casa dopo una giornata di lavoro infinita, si rilassano finalmente davanti al solito TG delle 20 ma, che seccatura! Ormai si sente parlare soltanto di questa “normale influenza”.

Poi, il 10 marzo 2020, la fatidica chiamata: “Sì, anche lui si è ammalato, è ricoverato in ospedale”. Come tanti altri. Ma non in Cina, no: in Italia. Nella nostra città. Nel nostro stesso quartiere. Nella nostra famiglia e cerchia ristretta di amici. E quindi dobbiamo stare tutti a casa, in quarantena, perché i contagiati sono sempre di più, ed è pericoloso per tutti.

E ora ci troviamo qui, tutti, nelle nostre case, nel bel mezzo di un processo di cambiamento. 

“Cambiamento” non è l’assenza di un abbraccio, non è studiare comodamente accoccolati sul divano di fronte ad una video lezione che forse si carica anche lentamente, né tantomeno recarsi fuori casa solo per andare al supermercato.

Il vero cambiamento è ciò che riscontreremo in futuro, quando tutto questo sarà soltanto un ricordo (e lo sarà, eccome se lo sarà). E ci saranno due tipi di cambiamento: quelli inerenti all’economia, agli equilibri mondiali, e quelli che avremo riscontrato dentro noi stessi.

 

4 -  Capelli neri di Michela Caruso – Avola

Giorno di quarantena imprecisato: una sera, io ed un amico ci siamo auto-diagnosticati la discalculia. Motivo? La matematica ci ha sempre confusi un sacco, quindi mi sento in diritto di non ricordare i numeri, soprattutto quando le giornate sono tutte uguali. Curioso come in situazioni simili episodi idioti riaffiorino come ricordi dolcissimi.

Ma poi, volete farmi credere che io sia l’unica a cui fa ridere anche il solo pensare di dire “sono in quarantena?”. Cioè scusatemi non sono mica Lucia che esce miracolosamente viva dal lazzaretto per sposarsi il suo Renzo (quante possibilità c’erano tra l’altro), o magari sì, però ancora non mi sposo, sia mai.

Io non posso dire che questi arresti domiciliari da innocente mi stiano facendo apprezzare di più quella che era la mia vita quotidiana. 

Io non ho mai dato per scontato tutto ciò che ho.

Io, ogni volta che tornavo a casa la sera speravo che nessuno mi uccidesse nel tragitto, da brava paranoica, naturalmente pure questa è una auto-diagnosi.

Io voglio pranzare davanti al Duomo per poi arrivare in ritardo a lezione, voglio monopolizzare la cucina di casa mia con i miei rumorosissimi amici, voglio nuovamente tuffarmi in pantacruelici banchetti presunto-nipponici con il mio sodale di DNA (mio fratello, insomma), voglio lamentarmi della crudeltà del lettorato alle 8:30 di lunedì mattina, voglio cantare a squarciagola le canzoni degli One Direction con le ragazze, voglio fare la seconda cena alle due di notte a casa di Daniele.

Prima però mi tingo i capelli di nero che se non lo faccio ora non lo faccio più.

 

5 - Chiusura e apertura di Francesca Ghiglia – Mondovì

2/04/2020, ho perso il conto dei giorni.

Chiusura. È questa la parola che mi viene in mente quando penso alla situazione di oggi. Una chiusura fisica ovviamente: l’invito a stare in casa, il non poter più uscire, lavorare, frequentare i luoghi abituali, le scuole, le università, i parchi, il non poter avere contatti fisici, neanche con i propri cari. Ma è una chiusura anche a livello psicologico, un senso di oppressione e di appiattimento, che si nota per esempio nel fatto che le giornate vengono ridotte a numeri, quelli dei nuovi contagiati o dei nuovi morti, come se il mondo fosse diventato un pezzo di carta su cui annotare cifre su cifre, calcoli su calcoli. 

Durante questa quarantena mi sono ritrovata spesso a riflettere su una domanda molto presente sui social: qual è la prima cosa che farai quando la quarantena finirà? Personalmente penso che sarà proprio cercare la socialità, riscoprire finalmente il piacere di un abbraccio, di un bacio o anche solo di una stretta di mano, una pacca su una spalla. Il poter essere di nuovo “aperti” al mondo. 

6 - Cin cin di Alessia Lambertini – Bologna

Scatta la mezzanotte e in un lampo è il primo gennaio 2020. Sono assieme ai miei amici in una casa sperduta tra le campagne di Lucca. Siamo i soliti trenta e il mio augurio è che l’anno nuovo porti buona fortuna, felicità, tante altre di quelle serate, avventure e tramonti. Il nuovo decennio si apre così: brillo e pieno di aspettative. 

Fin da subito si inizia a progettare e ad organizzare… Dopo la sessione mi aspetta un weekend a Padova con le mie amiche tra arte, relax e cultura. La meta dell’estate invece è Zante, poi chissà: Francesco ha la casa ad Ampezzo, Michela ad Agrigento, Caterina a Como e c’è sempre il sogno magico di Positano. 

Ma a fine febbraio qualcosa va storto. Dopo nemmeno un giorno in Veneto, io e le mie amiche siamo costrette a tornare a casa dai nostri genitori preoccupati. Quel famoso virus cinese, il Corona virus, è arrivato in Italia. Ma a noi non faceva paura. 

Ad un certo punto diventa impossibile ignorare la situazione, farsi scivolare addosso i rischi e le conseguenze del contagio e così, senza rendermene conto, mi unisco al coro di persone che implorano “State a casa!”.

Ma la dura verità è che abbiamo paura di rimanere soli con i nostri pensieri. Perché il cervello, se non corre a mille chilometri al secondo, si ferma a riflettere e a farsi domande a cui spesso non sappiamo rispondere. La quarantena diventa una prigione e non si può che uscirne cambiati. Mutano le priorità, i rapporti ed inevitabilmente muta la concezione che ognuno ha di sé. Ciò che rimane fermo, però, è il desiderio di sentire il calore di un abbraccio, capire che non siamo realmente soli. 

E se il 2020 era iniziato con la promessa di essere l’anno delle gite, delle feste, dei tramonti sui colli bolognesi, si rivela invece l’anno delle catene e dei pensieri. 


7 - Claustrofobia di Chiara Robuschi – Parma

“Il sole incessante, le ore dedicate al sonno e alle vacanze, non invitavano più come prima alle feste dell’acqua e della carne; suonavano vuote, invece, nella città chiusa e silenziosa; avevano perduto il metallico splendore delle stagioni felici. Il sole della peste stingeva tutti i colori e fugava ogni gioia.”

Così Albert Camus descriveva l’epidemia ne La Peste. Un’epidemia sicuramente diversa rispetto all’attuale diffusione del Covid-19. Diversa, sì; ma non così distante per quanto riguarda gli atteggiamenti, i sentimenti e i timori delle persone. Oggi, tra le strade di città deserte e taciturne, il sole non sfiora più i volti delle persone, ma si riflette sulle superfici sgombre delle piazze e delle vie di un mondo che sembra cadere allo sfacelo. La primavera e i suoi colori non invitano più alla spensieratezza per l’arrivo dei primi caldi e della nuova stagione, bensì alla malinconia e alla paura. Da quel 9 marzo niente è stato più come prima. 

Che cosa succederà? E se capitasse alla mia famiglia? Quanto andrà avanti questa situazione? Peggiorerà? Il non poter trovare delle risposte fa immensamente paura. In questo periodo ho compreso che tutto quello che dai per scontato da un momento all’altro può scomparire, disperdersi, frantumarsi.

Camus, dinnanzi alla tragedia, diceva: “La peste aveva ricoperto ogni cosa: non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva, la peste, e dei sentimenti condivisi da tutti.”. Il Covid-19 è ovunque: negli ospedali, nelle strade, nelle case, nei pensieri di tutti. Tuttavia, non siamo soli. Tutti devono collaborare non solo per preservare la propria salute ma anche quella degli altri. Probabilmente Camus aveva ragione: non possiamo più permetterci di parlare di destini individuali ma solo di una storia collettiva, il Coronavirus, e di sentimenti condivisi da tutti.

 

8 - Davide e Golia di Chiara Nicolini – Modena

Eccomi qui che come Davide mi trovo davanti ad un nemico più grande di me. 

Il problema è che io non sono Davide e il mio avversario non è Golia. 

Mi chiamo Chiara, sono una ragazza qualunque che frequenta l’università e che due volte alla settimana fa la cameriera in un bar. Le mie settimane non hanno nulla di speciale; frequento le lezioni, studio, lavoro. Durante il weekend esco con le mie amiche, andiamo a ballare, ma solo ogni tanto, perché preferiamo di gran lunga stare sedute intorno ad un tavolo a fare un aperitivo o a mangiare una pizza. 

Questa era per me la normalità prima del 9 marzo 2020.

È da quel giorno che non esco di casa, che non vado all’università, né tantomeno a lavorare, che non vedo le mie amiche o mia nonna. Il tempo si è come dilatato, le giornate sembrano infinite e le ore scorrono lente. Sono passati 40 giorni dal 9 marzo e non ho idea di quanti ancora ne debbano passare prima di poter uscire di nuovo.

Il 5 maggio sarà il mio compleanno.

Quando spegnerò quelle 20 candeline, il mio pensiero andrà a tutti coloro che hanno combattuto, che combattono e che combatteranno affinché ognuno di noi possa tornare a quella ordinarietà che oggi più che mai ci sembra così straordinaria. 

 

9 - Di necessità virtù di Alessia Valentini – Modena

“Ormai parlano solo di coronavirus e vedrai che diventerà presto una pandemia”. Così mi disse mia nonna, guardando il telegiornale, mentre tutto il paese sottovalutava il problema che sarebbe diventato una realtà concreta pochissimo tempo dopo. All’inizio era stata definita da molti come una semplice influenza, ma le testimonianze sono aumentate sempre di più e queste non mentivano. Era necessario prendere seri provvedimenti per contrastare la malattia.

Ed è così che siamo finiti in quarantena. Diciamocelo, anche questa è un’esperienza da aggiungere al nostro repertorio di avventure di una vita. 

Stiamo affrontando una guerra. È una guerra perché ci sono vittime e c’è un nemico, che molti stanno cercando di sconfiggere. È guerra perché non c’è pietà, il nemico colpisce senza esitazioni.

È però anche diverso da una guerra, perché il nostro paese è unito nell’unico intento di combatterla; in più, lo sforzo che ci viene richiesto per farlo è sostenibile. Non ci è stato chiesto di dare la nostra vita, ma di proteggerla. L’unica cosa che dobbiamo fare, è essere solidali e dimostrare quanto siamo umani.

 

10 - (D)istanti di Lucia Ferrara – Vietri sul mare

Provate ad immaginare di dover restare rinchiusi per più di un mese, circondati da quelle solide quattro mura che reggono la vostra casa.

Adesso provate a visualizzare le contrastanti sensazioni che trapelano da una reclusione forzata.

Infine, focalizzatevi su voi stessi.

Questo è il tempo della quarantena: il costante confronto tra dentro e fuori. 

Il 9 marzo 2020, quando hanno annunciato che sarebbe stato necessario rimanere rinchiusi in casa per tentare di contenere i contagi del Covid-19, continuavo a pensare che questa sarebbe stata solo una fase breve e passeggera, che in realtà non era davvero necessario rimanere isolati per tanto tempo ed essere forzati a “mettere in pausa” la quotidiana corsa verso gli impegni e le ambizioni. Pensavo che, in qualche modo, sarebbe stata trovata una miracolosa soluzione. 

Dopo poco, invece, mi sono accorta che non si trattava solo di una temporanea emergenza, ma di una sfida.

11 - Finto equilibrio di Silvia Cappi – Modena

Città deserte, bandiere che sventolano dai balconi, file di persone davanti ai supermercati con mascherine che coprono bocca e naso: sono queste le immagini che circolano in queste ultime settimane al telegiornale e davanti ai nostri occhi. 

Però questo periodo di pausa forzata è un’opportunità per guardare con occhi diversi quello che ci circonda.

I giorni sembrano ormai tutti uguali con un finto equilibrio, ma quando tutto questo finirà con tanti sacrifici, forse riusciremo a riprenderci la nostra vita fatta di libertà, comunità, cultura e semplicità. Questo periodo, una volta superato, e spero al più presto, ci avrà insegnato molto e penso che nessuno di noi lo dimenticherà. Finirà sui libri di storia, e lo racconteremo alle generazioni future. 

 

12 -  Gioia di Daniele Uccellari – Modena

Sembra un titolo ironico, lo ammetto, eppure c'è veramente qualcosa di bello in tutto quello che stiamo vivendo.

In primo luogo, posso stare con la mia famiglia.

In secondo luogo, da casa, sul mio portatile posso seguire tutti i corsi universitari che voglio, senza dover impazzire, senza dover correre di qua e di là per il campus. Seguo la mia scaletta giornaliera con tutta calma, fermandomi quando sono stanco o quando non ne ho più voglia, e senza l'ansia di chiedere a qualcuno di mettere la firma al mio posto perché quel giorno non sarò presente.

Infine, questa quarantena mi sta offrendo momenti di vicinanza con tantissime persone che nei mesi scorsi faticavo a vedere e a ricordare. La mia agenda ormai è piena di impegni su Zoom e su Skype. Persino la palestra è diventata virtuale.

Questa è la magia del Covid-19.

 

13 - Guardare il mondo da un balcone di Amanda Faggion – Reggio Emilia

É da una settimana che passo le mie giornate sul balcone perché sento il bisogno di aria fresca, ma il tepore del sole mi ricorda che l’estate si sta avvicinando e questo mi porta ad essere particolarmente nostalgica. Ho nostalgia delle estati passate, delle risate in compagnia, di quella sensazione di libertà che solo l’estate può darti. 

Se non altro le giornate passano velocemente e questo alimenta le mie speranze di tornare alla normalità. 

Corrono, sono come i pensieri che a volte sono troppo veloci per poter essere scritti.

Credo che la solitudine a cui siamo costretti ci spinga a pensare in maniera più profonda rispetto a prima, quando eravamo troppo impegnati a seguire i programmi delle nostre giornate: svegliarsi, fare colazione, andare all’università, studiare in biblioteca, ritrovarsi con gli amici in un bar, al ristorante. 

La cosa che fa più sorridere è che ora vorremmo tutti quanti tornare a quella quotidianità che per anni, alla fine, è sempre stata un po’ criticata. 

 

14 - I cieli grigi sono nuvole di passaggio di Francesca Bontempi – Parma

“I cieli grigi sono nuvole di passaggio”: questa è la frase che solitamente, nei momenti di sconforto, è in grado di tranquillizzarmi.

Ebbene, non ho mai smesso di ripetermela, specialmente da quel giorno, 9 marzo. 

Come capacitarsi dell’idea di dover rinunciare a parte della propria “legittima” libertà? Prima che le nostre vite fossero fermate da un infinito semaforo rosso, ogni cosa poteva risultarci superflua, monotona e ripetitiva: le vasche in centro, le cene fuori, le toccate e fuga al mare…

Ci si sente sopraffatti ogni giorno da ansie e paure, non tanto per noi stessi ma soprattutto per i nostri cari. 

Stiamo combattendo la sfida più importante degli ultimi decenni, proprio per questo è necessario il contributo da parte di tutti noi. 

 

15 - Identità di Veronica Bedogni – Reggio Emilia

Avanti veloce. Avanti piano. Pausa. STOP. 

È quello che è successo alla nostra quotidianità, da uno o due mesi a questa parte: qualcuno ha voluto riavvolgere il nastro e fermare tutto. 

“Avanti veloce” era il tasto che restava attivo durante le nostre vite, prima del climax di decreti e restrizioni. Una quotidianità incalzante, turbolenta, affannosa... eppure così tranquillizzante.

“Pausa”. Era la sera del 7 marzo e profumava già di mimose fresche, pronte per il mattino successivo. A un tratto, il lettore di cassette si ferma, come un nuotatore in apnea. Il comunicato non parla chiaro e io, dalla mia cambusa e in pieno turno di lavoro, posso vedere chiaramente il rapido propagarsi dell’onda d'urto provocata dalle poche parole del decreto; si crea un misto di confusione, incertezza, agitazione... Tutte facce diverse del nemico più infido che la psiche umana conosca: la paura. 

“Stop”. Penso alla nostra storia, penso al secolo scorso, sconquassato a intermittenza da due conflitti mondiali, da regimi e democrazie, da malattie e da stragi, tra mafia e Terrore. Come facciamo, come abbiamo fatto, noi fragili uomini a sopravvivere? Penso alle famiglie delle vittime di questa “guerra”, che hanno salutato i propri cari dentro a bare senza nome, su un camion mimetico che li portava in altre città, in altre regioni. A questo proposito mi tornano in mente alcuni versi di Foscolo, forse uno dei poeti più combattivi e arditi, e al contempo uno dei più delicati nei propri componimenti, le cui parole disegnano concetti ineffabili: “Straniere genti, almen le ossa rendete / allora al petto della madre mesta”. È questa infatti l'ultima speranza delle famiglie delle vittime: poter avere, pur simbolicamente, un luogo dove ricordare chi gli è stato portato via così silenziosamente e, al contempo, violentemente. 

Come può, l’animo umano, resistere a queste situazioni estreme — penso — come la separazione da persone che amiamo? È da questa domanda che si apre una riflessione più grande sul dolore, e sull'inspiegabile forza che ciascuno di noi dimostra, nel superarlo.

16 - Il piacere delle piccole cose di Virginia Marenghi – Reggio Emilia

È davvero strano guardare fuori dalla finestra e vedere pochissime macchine che passano e quasi nessuno a piedi o in bici ed è ancora più strano, poi, vedere che le poche persone che passano per strada indossano mascherina e guanti. 

Chi l’avrebbe mai detto che questo “big 2020” sarebbe stato così? Chi avrebbe mai pensato che, dopo essere iniziato con il rischio della terza guerra mondiale, avrebbe poi visto arrivare un virus che avrebbe causato una pandemia globale e avrebbe costretto miliardi di persone a stare chiusi in casa per limitare il contagio? 

Io ancora non ci credo. Ancora dopo cinque settimane mi sveglio pensando che tutto questo sia un sogno, un incubo. 

 

17 - Incertezza di Andrea Palacino – Vittoria

Chissà se riusciremo a sconfiggere questo mostro. Armati di perseveranza e pazienza stiamo partecipando anche noi a questa guerra; forse non in prima linea come infermieri e dottori, ma giustamente si fa quel che si può. 

Sono veramente stanco di questa situazione, non tanto per il fatto di stare a casa sul divano ma per il fatto di essere costretto a farlo, di essere privo di scelta. 

La verità è che siamo sempre stati abituati al comfort e agli agi, per questo ci viene difficile fare qualsiasi tipo di sacrificio, specialmente per un tempo prolungato.

Oggi, così come ho fatto ieri e come farò domani, mi chiedo cosa succederà quando tutto ciò sarà finito; come faremo a vivere le nostre vite e come ritorneremo alla normalità, se possibile. Non riesco a smettere di pensare alle cose più semplici e banali: a rivedere amici e parenti, alla vita universitaria, ai colleghi, alle risate a lezione.

Mi chiedo inoltre quando potrò effettivamente tornare in studentato, riappropriarmi di tutti i miei libri e i miei vestiti, di tutto ciò che ho lasciato convinto di andare in Sicilia solo per pochi giorni di vacanza. Mi chiedo se sapendo tutto ciò che sarebbe accaduto, avrei riempito le valigie, svuotato il frigo, la dispensa.

 

18 - La felicità costa fatica di Vittoria Roscelli – Modena

Mi sono resa conto che non ho paura per il virus in sé, né troppa per i miei famigliari (forse perché lo vedo ancora come una cosa lontana). Ciò che temo maggiormente è invece il momento in cui le porte verranno aperte nuovamente.

Temo che quando tutto sarà passato, molti dimenticheranno ciò che hanno appreso, presi dall’euforia del ritorno alla normalità. Ecco, io di questo ho paura, che la malattia sia un segnale, un invito a cambiare rotta, ma che venga ignorato da molti. Mi viene in mente quando su un aereo, a causa di forti turbolenze, per una irrazionale paura della morte imminente (sì, ho paura dei voli aerei), mi metto a pensare a cosa avrei voluto cambiare nella mia vita.

Quando ritorna la calma, passato il rischio, la mia vita però continua quasi sempre come prima.

La felicità è tanto bella quanto faticosa, e il nostro tempo è limitato, perciò non bisogna perderne. 

C’è sicuramente un senso a tutto questo, non va sottovalutato.

 

19 - Mancanze di Sabrina Amoruso – Taranto

Mi ricordo quando il 2020 era appena iniziato: tutti felici a brindare nella casa che affittiamo ogni anno, facendo mille progetti sull’anno che avevamo definito “l’anno dei viaggi”. Erano tanti i desideri, i sogni e le idee che avevamo in mente e che avremmo voluto realizzare. 

Ogni tanto mi chiedo se ritorneremo completamente alle vite che avevamo prima che il nostro mondo venisse travolto da un mostro chiamato Covid-19. Riusciremo a superare il “senso di limite” che abbiamo adesso? Riusciremo a non avere più addosso questo senso di ansia, incompletezza, fragilità, paura che sentiamo adesso?

Il Coronavirus non è il virus che attacca solo il corpo da un punto di vista fisico: riesce a colpire anche la sfera psicologica di ogni singolo individuo, ed è questo che fa paura. 

In queste settimane abbiamo riscoperto il vero valore della “socialità”. Ci manca il contatto fisico, ci mancano le uscite con gli amici, gli abbracci, le carezze. Cerchiamo di colmare queste mancanze, queste assenze con le videochiamate. Tutti abbiamo scaricato Zoom o Houseparty per “vedere” le persone che ci mancano. 

Perché è inutile negarlo, a tutti manca qualcuno. 

Le mie giornate adesso sono tutte uguali: studio, seguo le lezioni, cucino, vedo film, mi faccio i capelli lisci (è faticoso per una persona con i capelli ricci). Una cosa è certa, a fine quarantena avrò imparato a fare mille tipi diversi di dolci con pochi ingredienti. 

Ogni giorno sogno ad occhi aperti quello che sarà il mio “dopo-quarantena”. Quale sarà la prima cosa che farò? Chi sarà la prima persona che vedrò e che potrò abbracciare senza mantenere “il metro di distanza”?

 

20 - Mi manca la normalità di Marta Leonardi – Parma

Sembra passato pochissimo tempo dall'ultima volta che sono uscita di casa, per andare a fare un giro con le amiche e stare fuori all'aria aperta; era una cosa normale, che facevamo spesso: un giro in centro, un caffè, una risata e un abbraccio.

Ma soffermiamoci un momento sulla parola “normale”: cos'è la normalità per noi? 

Per me significa poter uscire senza paura, poter vivere la vita senza divieti, senza blocchi, poter incontrare le persone che amo e poterle abbracciare, poter andare all’università con i miei compagni e fare lezione, seduti vicini, con tanta voglia di imparare e scoprire cose nuove.

Oggi invece la normalità non è più questa.

Oggi la cosa più simile alla libertà che avevamo prima, è poter andare a fare la spesa, che poi tanto normale non è nemmeno questo: c'è paura negli occhi della gente, tutti che si guardano con un'espressione di preoccupazione e terrore, stanno lontani.

21 - Nero su nero di Luna Soliani – Parma

Sembra quasi di vivere dentro un film o un libro, aspettando il colpo di scena in cui si scopre che il protagonista in realtà sta sognando e tutto è una finzione. Ma non è così. La vita di prima è stata momentaneamente annullata, quasi cancellata. 

La casa sembra essere l’unico luogo sicuro per proteggersi contro un mostro invisibile, che non si vede ma che può colpire anche a distanza di giorni dopo averlo incontrato. Non si può uscire se non per urgenze e necessità. La spesa settimanale, prima così tanto odiata, è letteralmente una boccata di ossigeno in un’infinità di giorni che sembrano tutti uguali. 

Ma cosa sono tutte queste rinunce di fronte a migliaia di morti? Perché è questo che davvero conta alla fine. Si sta rinunciando a praticamente tutto per giovare le persone che sono a più rischio di infettarsi. Si sta quindi chiedendo altruismo, generosità e consapevolezza in generale. Purtroppo sono strade che non tutti decidono di scegliere, neanche con un’emergenza sanitaria globale. Sono elementi che fanno riflettere sull’uomo, su quanto può essere egoista anche con le spalle al muro. Ma forse questo si sapeva già.

Vedendo l’impatto che questo virus ha sulle persone, vedo anche come influenza le persone che ho a fianco tutti i giorni. Mio fratello si innervosisce più facilmente in questi giorni, così come la maggioranza delle persone costrette alla quarantena penso. I miei genitori stanno cercando di lavorare da casa con la loro azienda, ma purtroppo non arrivano più ordini dai clienti, in quanto lavorano nell’ambito ospedaliero e gli ospedali stanno sfruttando tutte le loro risorse in quest’emergenza. In questa situazione le entrate sono quindi zero.

La quarantena la sto vedendo così quindi: nera. Troppi morti, famiglie in seria difficoltà, economia danneggiata e il mondo in pausa. Sarà una pausa più lunga del previsto e non si sa quando si riuscirà a riprendere tutto regolarmente come prima. Ma forse rispetto a prima sarà tutto un po’ diverso. Forse quel gelato preso con un’amica in un caldo pomeriggio avrà un sapore diverso.

 

22 - Odio di Giada Bellatalla – Pietrasanta

Se c'è una cosa che posso dire di aver capito da questa quarantena è che la odio, la odio sotto ogni suo aspetto. Non quell'odio che si può provare verso una persona con cui non andiamo d'accordo o verso un ideale che non ci rispecchia, ma un odio profondo, quasi come un fastidio costante, come la zanzara che ti ronza vicino alle orecchie alle due di notte, con la luce spenta, mentre cerchi di addormentarti. 

La odio perché mi fa riflettere: mi fa venire in mente ricordi, dubbi, pensieri a cui non so dare un senso o una risposta, e che preferirei semplicemente evitare. La odio perché mi fa mettere in dubbio ogni mia scelta e ogni mio desiderio. La odio perché mi fa passare la voglia di fare qualsiasi cosa, perché anche fare due passi in giardino e prendere il sole sul prato stanno diventando cose pesanti da fare. 

Immobile, così mi sento in questo periodo, come se non ci fosse niente per cui valga veramente la pena sforzarsi. 

Sono perfettamente consapevole del fatto che ci siano persone costrette a condizioni nettamente peggiori, ma non è nemmeno corretto sminuire ciò che ognuno di noi sta affrontando in questo periodo. 

Mi mancano le serate con gli amici, le risate spontanee, le lunghissime lezioni in presenza, le decisioni improvvise sul da farsi, gli autobus di Modena, il mio piccolo appartamento e anche i miei vicini di casa rumorosi. 

In mezzo a questi pensieri, nella mia testa rimbomba costantemente l'idea che mai nessuno mi restituirà questi momenti persi, e quindi qualcuno penserà che sono esagerata, che non dovrei lamentarmi, e che sono un po' troppo pessimista. Forse è veramente così, ma è inutile negare siamo stati privati della vita frenetica, del contatto umano, della routine a cui eravamo abituati, e non ci resta altro che abbandonarci a noi stessi, ai nostri pensieri, ai nostri doveri, all'interno di un ambiente più o meno grande, ma che a momenti sembra quasi soffocante. E in tutto questo caos di pensieri, io mi sento così.

 

23 - Monotonia di Valentina Rossi – Reggio Emilia

La monotonia è subentrata nelle nostre vite a partire da quell’8 marzo.

Ricordo bene quella sera in cui è stato annunciato il lock-down. Precisamente era un sabato sera. Io e le mie amiche non avevamo voglia di uscire, così abbiamo optato per una cenetta fra di noi a casa. Forse, inconsapevolmente, eravamo già al corrente di cosa stava succedendo. Era importante per noi stare insieme e penso che non avremmo potuto passare l’ultima serata insieme meglio di così. 

Mi manca tutto, persino le cose più ordinarie che solo ora capisco quanto fossero speciali. 

Ora, chiudete gli occhi. Pensate a quanto sarà piacevole il sapore di un caffè assaporato al bar con un’amica. Pensate a quanto sarà bello incontrare di nuovo i nostri colleghi all’ università. Pensate a quanti abbracci e quante parole non daremo più per scontato nella nostra vita. Dovremo disabituarci ai pensieri di prima, alle certezze di prima, forse anche all’idea che sia possibile e sensato consolidare delle abitudini.

La pandemia può generare paura, scetticismo e demotivazione. Ma un modo di contrastare questi sentimenti negativi è proprio quello di pensare a cosa, invece, si potrà ricostruire dopo. E i giovani sono, come spesso si sente dire e oggi con ancora più forza, la risorsa del futuro.

 

24 - Ottimismo nell’instabilità di Daniele Vernazza – Parma

Fino al giorno prima un ritmo serrato: treno, lezioni, amici, studio, treno, ultime cose da fare a casa… 

Il giorno dopo chiuso in casa a dover riorganizzare la vita diversamente: è stato strano e particolare. Per quanto mi riguarda, la parte più dura è stata l’inizio della quarantena, non tanto per la chiusura quanto per l’ansia, che già fa parte del mio carattere, ancora più amplificata dall’incertezza di questo periodo. Infatti, per la paura di ammalarmi, mi sono chiuso in casa nel momento in cui il Virus è arrivato in Italia, ancor prima del decreto governativo. 

Mi tormentava anche il pensiero rivolto al futuro, vista l’instabilità e l’incertezza del presente. Il trascorrere del tempo infatti era, ed è tutt’ora, una costante che alimenta la mia ansia, per diversi motivi. In primo luogo riesco a vedere una “monotonia caotica” e inquietante in questo periodo. Quello che intendo dire con questo è che, innanzitutto, le giornate mi sembrano simili negli avvenimenti, tanto che spesso mi dimentico quale giorno della settimana è. Tuttavia considero questa monotonia “caotica”, siccome ho l’impressione che il tempo voli ancor più velocemente. 

Nonostante la chiusura in casa, infatti, vedo che le cose da fare non diminuiscono, mentre le giornate passano e finiscono in un batter d’occhio, e questo mi inquieta e mi mette paura. 

Voglio pensare al presente e viverlo al meglio nonostante tutto, e non aver paura del futuro anche se ogni cosa è incerta, momentaneamente. Non voglio vedere questa quarantena come un muro che mi ostacola ma più come un trampolino di lancio per migliorare e maturare. Sono consapevole che ci vorrà del tempo per tornare alla normalità ma bisogna avere pazienza e fiducia. Ovviamente mi mancano il mondo esterno, gli amici e la vita di tutti i giorni in generale, ma tutto questo passerà. Non si sa quando, ma passerà. Anche se è incerto il momento in cui torneremo alla normalità, l’importante è riuscire a riprendersi ed essere pronti a tornare più forti che prima. Non importa il quando, bensì il come.

 

25 - Pausa di riflessione di Giorgia Leonelli – Bologna

Nonostante la preoccupazione per le persone a cui tengo, ho deciso di approfittare fino in fondo di questo periodo di isolamento, anziché limitarmi ad osservare il tempo scorrere, chiusa in un’immobilità fisica ma soprattutto psicologica.

Per questo, ho deciso di vivere la quarantena come una pausa di riflessione dalla me stessa che stavo costruendo, cioè di prenderla come un’opportunità per capire ciò che conta davvero per me. 

Questa pausa di riflessione, come è giusto che sia, ha richiesto di mettermi in gioco e di valutare le mie decisioni e la mia felicità. Credo che questo periodo di quarantena ci permetta di guardare noi stessi e il mondo da una nuova prospettiva, costringendoci a rivalutare le nostre priorità. 

Può essere un’occasione per passare più tempo in famiglia e per fare quelle riflessioni che abbiamo tentato di rimandare tante volte, inventando mille scuse: troppo spesso abbiamo preferito correre piuttosto che fermarci, forse perché avrebbe significato dover affrontare il proprio dolore e le proprie paure. Non è così facile affrontare ciò che ci spaventa, ma è proprio questo a svelare la parte migliore di noi. 

Ed è ciò che il virus ci ha costretti a fare. 

Oltre alla sofferenza, ci ha fatto riscoprire la speranza. 

26 - Pensieri in quarantena di Ambra Benecchi – Parma

E io, che sono sempre stata abituata a correre, andando da una parte all’altra, mi sono fermata, per la prima volta dopo tanto tempo.

E per la prima volta dopo anni mi sono resa conto che finora stavo dando importanza al superfluo, e non alle cose che dovrebbero essere realmente il fulcro della mia vita.

In questo periodo, ho trovato il tempo per riflettere sulla situazione in cui ci troviamo e mi rendo conto di  

avere paura di questa pandemia.

È difficile ammetterlo quando bisogna dare forza alle persone che sono più in difficoltà e più esposte, ma ogni giorno quando vedo mia mamma uscire per andare al lavoro, mio padre che va a fare la spesa e quando al telefono prego i miei nonni di stare in casa, mi metto a pensare e temo per il futuro che ci aspetta. 

Rifletto sui cambiamenti che questa situazione porterà, molti dicono che quando tutto questo finirà “il mondo sarà diverso”, sono d’accordo con questa affermazione, la mia speranza è che oltre che diverso possa essere migliore di prima. 

 

27 - Pensieri sparsi di Giulia De Crescenzo – Forlì

1.Il sogno. Ho sognato di essere tornata a Modena, nella casa in affitto che condivido con altre coinquiline, anche loro studentesse. Da un momento all’altro, eravamo state catapultate nella stessa realtà che qualche mese prima ci apparteneva (precedentemente l’inizio di questo “lockdown”). Eravamo lì, tutte quante, frenetiche nelle nostre azioni quali: rifare il letto; disfare le nostre valigie; riaprire il frigo che andava svuotato, pulito e riempito di nuovi alimenti. Il sole era bello alto e brillante nel cielo ed eravamo pronte a riprendere la nostra routine universitaria, che fino ad allora avevamo vissuto davvero poco. Sembrava stessimo affrontando un secondo primo giorno di università. I nostri visi erano raggianti e bramosi di vita.  Improvvisamente sento la voce di mio fratello che fuori dalla porta della mia camera urla: “Giulia, sono le 10 e mezza, svegliati!” Quando apro gli occhi, ho bisogno di qualche istante per realizzare di non essere lì, nella mia camera modenese.

2.La realtà. Siamo in bilico tra due mondi che si scontrano tra loro: la realtà vera, statica e piatta, e la realtà immaginaria, straordinariamente libera. 

3.L’università. Non era solo frequentare lezioni e studiare; era un mondo. Un mondo incredibilmente bello, diversissimo dalla scuola. Qui finalmente iniziavi quasi a contare qualcosa rispetto a prima, dove parevi essere solo un numero. Era un vero e proprio scoprirsi. Era una comunità di persone con cui confrontarsi e condividere diversi punti di vista. 

Era un’avventura da poco cominciata e fin da subito apprezzata, che ha lasciato in ognuno di noi un vuoto per ora incolmabile.

 

28 - Possibilità di Claudia Arnone – Modena

Grazie quarantena, perché mi fai essere nuovamente in contatto con persone con cui due anni fa ho condiviso un’estate indimenticabile. Rivedendo i loro volti e sentendo le loro voci in videochiamata, sento che il legame che ci unisce diventa più forte in un periodo delicato e difficile per tutti, dove vediamo la nostra vita cambiata.

Grazie quarantena, perché fai vedere il mondo da un’altra prospettiva. 

Forse un microscopico virus che ci costringe a ridurre al minimo i contatti fisici e gli spostamenti ci farà ripensare al rapporto che abbiamo con la natura e prendere posizione nella lotta al cambiamento climatico. 

Forse ci indurrà a intraprendere un’attività di volontariato o semplicemente aiutare una persona in difficoltà.

Forse, quarantena, aiuterai noi più di quanto pensiamo.

 

29 - Quarantena in una stanza di Giada Ricci – Parma

Trascorro la maggior parte della mia giornata qui, nella mia camera e, nonostante sia una semplice stanza, non mi è mai sembrata così grande, soprattutto grazie a quella finestrella sul tetto, da cui vedo direttamente il cielo... assomiglia ad un occhio, sempre aperto sul mondo. 

Io sono qui, sul mio letto, ma se mi giro vedo tutte le notizie, spesso tristi, con la parola “emergenza” che rimbalza ovunque e allora mi fermo a pensare e la mia stanza diventa un po’ più buia e per un momento non so più cosa fare, provo desolazione e anche rabbia. 

Allora dopo un po’ mi giro dall’altra parte e vedo che è una bella giornata, c’è il sole, mi accorgo che sono fortunata e mi alzo, faccio attività di decoupage, un po’ di ginnastica, leggo, cucino e così mi sento bene. Poi ci sono le lezioni durante la giornata e le videochiamate serali che durano ore e, anche se è tutto strano, se a volte mi sembra di vivere tramite uno schermo, alla fine sento che sono in contatto con le stesse persone di sempre. Grazie a questa sensazione riesco a sentirmi ancorata al presente e a non perdermi e isolarmi in questa stanza.

 

30 - Riflessioni in movimento… di Rita Ferrarini – Modena

Questo periodo di isolamento mi sta facendo scoprire nuovi aspetti. 

Prima dell’emergenza capitava di prendermela per qualcosa di non importante oppure ponevo attenzione a degli argomenti che, a ripensarci adesso, non erano poi così utili...mi sto accorgendo di essere cresciuta. Sto cominciando a capire davvero chi sono e cosa voglio fare nella vita. 

Mi manca poter uscire con le mie amiche e mangiare un gelato, passare dalla biblioteca e prendere in prestito un libro, andare al cinema e all’università. Mi manca anche solo prendere l’auto e guidare, fare una passeggiata nei boschi in montagna o andare a vedere il mare...

Quando torneremo alla quotidianità, assaporeremo tutto in maniera diversa. Daremo più valore alle relazioni

umane, agli abbracci e ai sorrisi.

"E quindi uscimmo a riveder le stelle"...è proprio con questo augurio di Dante Alighieri che spero che torneremo presto ad affacciarci alla vita, continuando a coltivare bellezza.

31 - Riscoprirsi in quarantena di Rebecca Arletti – Carpi

Dentro le mura di casa abbiamo un’opportunità più unica che rara: quella di analizzarci, comprenderci e conoscerci, forse per la prima volta. Ed è lì che inizia la meraviglia della quarantena. 

Non resta che cominciare un’analisi dei nostri obiettivi, per potere riprendere il loro raggiungimento una volta finita questa strana situazione. 

Cosa voglio davvero? 

Questa domanda ha giocato un ruolo fondamentale in questo periodo di riscoperta e mi ha permesso di operare una cernita, di capire cosa è importante e cosa è secondario, di capire per cosa, tutti i giorni, nella vita normale che mi aspetta, continuerò a lottare. 

 

32 - Rumore di Valeria Di Nicola – L’Aquila

Non ero pronta a rimanere bloccata qui per un tempo indefinito, adoro la mia famiglia ma non sono più molto abituata ad averli intorno, soprattutto ogni ora di ogni giorno, quindi passo la maggior parte del mio tempo chiusa nella mia stanza.

Ora mi ritrovo bloccata dentro una casa che non sembra più la mia: tutti i muri sono stati ridipinti mentre ero via, la mia stanza non ha più foto nè poster e sia la mia scrivania che il mio armadio sono diventati dei magazzini. Mi sembra di essere un'estranea in casa mia.

La cosa più difficile a cui abituarsi però è il rumore.

Voglio il silenzio e la calma che avevo prima, ora è un viavai continuo di persone: mia madre che lavora al call-center, mia sorella che fa lezione, mio padre che rientra a pranzo ed io non so più come comportarmi, mi dicono di uscire dalla mia stanza però io non voglio, se esco sono obbligata a lasciare il silenzio dietro quella porta.

Per colpa di questa quarantena ho dovuto lasciare a Modena non solo i libri e l'università ma anche una calma e una tranquillità che nella mia città non ero mai stata in grado di trovare. La rivoglio indietro.

 

33 - Sofferenza di Alice Rivi – Carpineti

Nella vita "normale" non abbiamo tempo di soffrire, questo perché per molto tempo la sofferenza è stata scambiata per "debolezza".

Chi vuole essere debole in un mondo di Steve Jobs o Jeff Bezos, in un mondo di supereroi Marvel?

La risposta è: nessuno. 

Nessuno vuole sembrare sensibile, vulnerabile o addirittura più umano degli altri.

Ma in questo momento ci viene offerto tempo a volontà, un momento di tregua dalla frenesia. Perché invece di occupare le nostre giornate con le più strampalate attività non dedichiamo un po’ di tempo alla riflessione critica e alla sofferenza?!

Non dobbiamo vedere questo momento come un semplice periodo di transizione, ma come un insegnamento per il futuro, tanto non sapremo mai cosa succederà, quali gioie e dolori avremo, perché, come diceva  Leopardi :"Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce".

 

34 - Sole di Mario Pompei – Campobasso

Così, un po’ di giorni fa, l’arancione della luce del tramonto che entrava dalla finestra colorò il mio viso, invitandomi ad aprire l’infisso e godere del calore di un’atmosfera più estiva che primaverile: la nostalgia di una passeggiata al parco salì. Esplorando con lo sguardo il vicinato, i miei occhi incrociarono il lungo balcone del secondo piano di un palazzo posto alla mia sinistra. Questo balcone è diviso in due da un alto vetro separatore di colore verde con motivo a quadretti, poiché probabilmente l’area appartiene a due appartamenti diversi. Le facciate dello stabile sono perfettamente allineate con i punti cardinali, e il prospetto che vedevo era quello rivolto a nord. Un uomo sbucò dall’accesso della parte posteriore del balcone mentre il cielo limpido diventava sempre più rosso: portava con sé una scaletta pieghevole che si trascinò fino al vetro divisorio, e ciò catturò la mia curiosità. Sistemata proprio di fronte al cristallo tornò momentaneamente in casa, al che iniziai a fare delle teorie sullo scopo del suo gesto: che intenzioni aveva? Tornerà a fare qualcosa o semplicemente conservava lì il suo attrezzo?

Dopo pochi minuti eccolo nuovamente sul balcone, diretto verso ovest. Arrivato dinanzi alla scaletta salì con calma tutti i gradini, poggiò le mani sulla cornice superiore del vetro e rivolse lo sguardo verso il sole calante. Non fece altro: il suo scopo era riuscire a cogliere il senso di pace che solo il tramonto può trasmettere, e per fare ciò l’unico modo era elevarsi per superare l’ostacolo del vetro a quadretti.

Stette lì fino a che il sole non scomparve completamente, per ammirare anche quel lasso di tempo in cui il cielo è ancora azzurro per via dei deboli raggi che non vogliono lasciare spazio all’oscurità della notte e al bianco della luna. 

In quella mezz’ora mi sono sentito sollevato perché l’energia e la bellezza del sole hanno riacceso in me quella gioia, quel piccolo fuoco che si prova quando è in circolo un sentimento positivo, quello stupore che si avverte di fronte ad un’opera d’arte. 

L’arancione negli occhi che colorava il mondo intorno a me rassicurò il mio animo, dandomi quelle sensazioni che provavo solo nei miei pensieri. Il tramonto è lì, ogni giorno, ma normalmente ce ne dimentichiamo a beneficio delle nostre innumerevoli e misere attività giornaliere che ci richiedono molti sacrifici e ci ripagano con piccole e brevi soddisfazioni, facendoci perdere il contatto con la natura della nostra esistenza. 

 

35 - Tra stand-by ed utopia di Michela Dall’Argine – Parma


Questo periodo mi ha permesso di riflettere sul senso di precarietà e monotonia che caratterizza le mie giornate, poiché quelle che erano le mie abitudini prima, ora sono state sostituite da una nuova routine quasi assordante.

Ho riflettuto sull’importanza di vivere tutti i momenti della giornata, della settimana e dei mesi con la propria famiglia: la casa può essere un porto sicuro e allo stesso tempo la tempesta che ti fa naufragare. Personalmente, apprezzo la possibilità di potere trascorre più tempo, ora forse anche troppo, con la mia famiglia, cosa che nella normalità di prima non era scontata. 

Poi però penso che non per tutti è così, non per tutti la casa è il posto sicuro per eccellenza, bensì il contrario. Penso alle donne vittime di femminicidio, ai bambini vittime di abusi e in generale tutti coloro che sono vittime di violenza fisica e verbale domestica, e non posso fare altro che rivalutare la mia posizione e ritenermi fortunata.

Ho pensato a come la natura si stia riprendendo ciò che è suo ed è come se i ruoli si fossero invertiti: uomini in gabbia e animali liberi, come in una sorta di utopia. 

36 - Un augurio di Elena Casali – Modena

Vivo in un piccolo paesino di montagna, già svantaggiato in una situazione di normalità per le poche comodità che ci sono. Ora, non sappiamo dove andare a fare la spesa, perché gli unici due supermercati nelle vicinanze sono poco forniti e con prezzi molto alti.

Anche le cose più comuni, come fare la spesa, sono diventate per me e mia madre una difficoltà. Dall’altro lato però, da questa situazione ho tratto anche un grosso vantaggio. Prima, durante la settimana andavo a Modena per seguire le lezioni all’università, ma qui ero da sola e tornavo a casa solo nel fine settimana, adesso invece posso stare a casa mia, con mia mamma, e posso seguire comunque le lezioni, anche se a distanza.

Io mi auguro, e ne sono convinta, che questa situazione finirà presto, ma allo stesso tempo mi auguro che saremo in grado di trarne un insegnamento fondamentale, cioè quello di gestire il nostro tempo, non sprecandolo per cose inutili. Spero quindi che vivremo la nostra ‘nuova vita’ dopo il Covid-19 con uno spirito nuovo, godendoci a pieno una cena in famiglia o un’uscita con gli amici, senza mai più dare tutto questo per scontato.

 

37 - Un futuro (in)aspettato di Francesca Apolloni – Vicenza

Non c’è modo di tornare indietro. I comportamenti più accorti ne saranno l’evidenza, ma il vero cambiamento sarà dentro di noi. 

Ci sarà il figlio che avrà riscoperto quanto possa essere bello stare in famiglia, l’infermiere, la cui importanza verrà riconsiderata, il lavoratore che rivedrà quanta soddisfazione il duro lavoro può dargli, ci saranno famiglie più unite e una società meno individualista. Gli aerei torneranno a volare sopra le nostre città.  C’è solo un ignoto lasso di tempo che separa il triste oggi dal domani. È questa la grande paura, quanto ancora durerà? Impossibile da prevedere, come vediamo dalle continue proroghe della quarantena. Una cosa è sicura, una sola: ognuno, a modo suo, ricorderà questo periodo per tutta la sua vita, ricorderà le sensazioni, gli aiuti che avrà ricevuto e quelli che avrà dato, le silenziose e a volte noiose giornate, ognuno di noi farà il proprio bilancio.

Comprenderemo quanto sia fragile la vita, foglia tremante dell’albero di Ungaretti. Apriremo gli occhi e vedremo quanto è precaria la nostra esistenza e soprattutto distingueremo l’essenziale dal superfluo. Nonostante tutto, anche se rinchiusi in casa, sofferenti, viviamo ancora. 

Nel futuro mi vedo a raccontare di come la vita fosse diversa prima e di come, una volta che il mondo si era fermato, la gente sembrasse rinata e vivesse seguendo altri valori. So per certo che racconterò del mio ventesimo compleanno, festeggiato in famiglia e della festa con gli amici in videochiamata. 

Ricorderò a quanti non potranno ricordare come sia strano l’amore a distanza e di come ci si possa sentire vicini nonostante la lontananza.

 

38 - Un grande vuoto di Gaia Massari – Piacenza

Abito a Piacenza, città che, a solo una decina di chilometri da Codogno, è stata duramente colpita dal virus. Purtroppo questo mostro ha toccato da vicino diverse persone che conosco. Soprattutto all'inizio della quarantena, i miei genitori ed io, eravamo sempre in pensiero per questi nostri amici di famiglia in difficoltà e cercavamo, anche pregando, di sostenerci l'un l'altro. Fortunatamente uno di loro è tornato a casa dopo 10 giorni in ospedale, mentre altri due sono ancora in condizioni abbastanza gravi.

Un giorno arriva però la brutta notizia. Una pugnalata al cuore. Se ne è andato per sempre. Lui. Un punto di riferimento per me e per tanti, una persona preziosa. Sapeva rassicurare tutti con uno sguardo, con una parola, lui le sceglieva sempre accuratamente. Sempre disposto ad aiutare tutti. Un maestro di vita. Perché ha scelto lui? Perché se l'è portato via così crudelmente, senza preavviso e senza pietà? Non riesco a darmi pace e credo che non me ne farò mai una ragione. Sono passate tre settimane e sono nella fase di elaborazione, ma ogni volta che ne parlo sento il cuore andare in frantumi e gli occhi riempirsi di lacrime. Resta un grande vuoto. Avrei sicuramente voluto parlargli di più e viverlo di più, ma non ci è dato sapere cosa ci riserva la vita. Ho capito che a volte vale la pena esporsi un po' di più, sbilanciarsi ed essere sinceri, perché potrebbe non ripresentarsi una prossima occasione. Sono sicura che lui stia bene ora e che sia nel posto in cui desiderava andare e ho anche la certezza che riuscirà ad essere ancora una guida per tanti anche da lassù. Non c'è giorno in cui io non pensi a lui e ai bei momenti vissuti insieme. Sicuramente i bei ricordi riaffioreranno e saranno gioia, nel frattempo stento a credere. Il non poter condividere personalmente, tramite un abbraccio e una funzione, il dolore di un lutto lo rende ancora più difficile, ma ci sarà un momento anche per questo.

Dubito che tutto ritornerà come prima... Questa “esperienza”, chiamiamola così, è stata troppo drastica e crudele, ma resiste la speranza di trovare là fuori un domani persone più consapevoli di ciò che davvero è importante.

 

39 - Un mondo in casa mia di Patrizia Battista – Foggia

Guardo i miei studenti, affaticati, sempre meno sorridenti, pallidi e pensierosi. Sono stressati come noi insegnanti. Li capisco perfettamente. Io che sono insegnante e studentessa contemporaneamente, soffro come loro e con loro. Cerco di dare loro coraggio e motivarli, perché lo studio deve andare avanti. Mentre incoraggio i miei studenti, io stessa mi chiedo se proseguire con gli studi. Non è buffo? 

Gli occhi mi fanno male, le gambe sono addormentate e la schiena? Sento il mio vecchio dolore che punge come un ago e mi dice: vedi di alzarti e fare due passi, vai sul balcone al sole e respira un po’ di aria fresca, altrimenti ti bloccherai!

In tutto questo c’è la famiglia che soffre. Tutti soffriamo per questa situazione pesante e difficile. Una realtà che ci deforma, in cui dobbiamo fare delle scelte anche assurde e in tutto questo mi chiedo: sono ancora una brava madre e moglie? 

Come sempre guardo l’orario: di nuovo oltre la mezzanotte. Ma non sono riuscita a fare tutto quello che volevo fare…

 

40 - Un senso di Luana Costanzo – Modena

Prima di questa terribile situazione, stavo attraversando un periodo davvero felice della mia vita. Mi piaceva ciò che stavo iniziando a costruire avevo appena finito la mia prima sessione di esami universitari e l’avevo conclusa pure in modo più che soddisfacente; stavo imparando sempre di più ad accettare me stessa dopo un periodo buio; avevo trovato un mio equilibrio generale. Stavo anche imparando ad amare veramente qualcuno e, di quel qualcuno, fidarmi, forse ciò che mi viene più difficile fare. 

Poi, all’improvviso il virus è piombato nel nostro paese e io mi sono sentita crollare il mondo addosso e tutte le mie certezze hanno iniziato a vacillare giorno dopo giorno. I rimorsi di non aver fatto o detto quando avrei potuto sono diventati ormai una costante della mia quarantena, anche se penso lo siano diventati nella vita di tutti. 

Prima di tutto ciò, ero solita viaggiare in treno. Spesso mi lamentavo e non mi piaceva prendere questo mezzo di trasporto: troppe persone, cattivi odori, scomodità, ritardi perenni. 

Oggi, non vedo l’ora di risentire “allontanarsi dalla linea gialla, il treno per Bologna è in arrivo al binario 2”.

41 - Una “pausa” imposta di Anastasiya Lisnichuk – Reggio Emilia

Oggi è già il 10 di aprile. Sono passati esattamente due mesi da quando ho sostenuto il mio ultimo esame della sessione invernale. Mi ricordo la gioia, la sensazione di liberazione e di sollievo per aver finalmente lasciato alle spalle un periodo di tensione e di studio intensivo. 

“Adesso posso finalmente rilassarmi. Adesso potrò uscire, vedermi con i miei amici, stare sveglia fino a tardi (e no...finalmente non per studiare), potrò tornare a leggere qualcosa “per me” dopo più di un mese di studio su manuali universitari...” 

Tanti desideri proiettati nel futuro. Ma il futuro ci ha riservato uno scenario completamente diverso, inaspettato e per certi aspetti doloroso. 

Il ritmo un po' frenetico del mio primo semestre all'università inizia a mancarmi. Lo so, sembra strano. A chi potrebbero mai mancare le lunghe ore passate nelle aule universitarie, il rientrare a casa alle 8 di sera, i continui ritardi del treno. Eppure sì, tutto questo mi manca. Del resto, questo ritmo mi dava, per così dire, una specie di certezza su quello che devo fare e su come deve essere la mia giornata. Adesso, seppur con tanto tempo a disposizione, mi sembra che il tempo si sia dimezzato. 

A tutto questo si aggiunge l'ansia per l'imminente sessione estiva. Oramai, però, ci scherzo su e mi ripeto, non senza una vena di malinconia, “dalla sessione alla quarantena e dalla quarantena alla sessione”.

Ogni giorno provo a pensare a come sarà il ritorno alla normalità, cosa farò e chi vorrò vedere non appena sarò libera di uscire e spostarmi. Tutti scenari bellissimi. Resta soltanto attendere per scoprire quale di questi effettivamente si avvererà.

 

42 -  Vite al limite di Martina Musi – Parma

Questo è un periodo che ci condanna alla solitudine. Mai come adesso desidero rivedere persone che rappresentano per me un punto di riferimento: spesso e volentieri mi immagino di uscire con loro, di ridere insieme per ogni cosa eliminando ogni problema o pensiero che ci passa per la mente. 

Vedere ora persone distanti che indossano guanti e mascherina mi rattrista, e spesso rifletto sul fatto che saremo fortemente condizionati da questa situazione.

In tutto questo caos c’è comunque un aspetto positivo: la quarantena mi ha spronato ad essere più produttiva e a prendermi cura di me stessa. Seguo le lezioni, leggo di più, mi alleno, cucino e ho fatto morire i fiori di mia mamma in quanto mi ritenevo un’esperta di giardinaggio.

Infine, ho festeggiato i miei freschi vent’anni in casa e ho soffiato le candeline in diretta streaming con le mie amiche. 

 

43 -  Vivere, vivere e vivere di Samuele Taormina – Imola

Disteso sul mio letto apro gli occhi, un’altra bellissima giornata di sole filtra dalla finestra. Un raggio si riflette sul mio gatto e per un attimo lo rende una creatura divina. Mi alzo e realizzo che è l’ennesimo giorno identico al precedente e a quello che verrà dopo, vorrei solo rimettermi a dormire e svegliarmi quando tutto questo sarà finito. Il tempo scorre veloce e, sarà la forza dell’abitudine, alla fine ogni giornata se ne va prima che me ne renda conto. In tutto questo però mi sembra di essere maledettamente fermo, come se stessi rivivendo in loop lo stesso giorno da ormai più di un mese.

Voglio vivere, vivere e vivere ma mi sembra sempre di più di marcire lentamente.

D’un tratto il mio sguardo cade per caso su un vecchio libro che qualcuno deve aver posato distrattamente sulla mensola. Mi avvicino curioso, un giallo di Agatha Christie. Adoro lei, adoro Poirot e adoro i romanzi polizieschi ma, soprattutto ultimamente, non ho avuto il tempo, o forse la voglia, di leggerli.

Mi guardo in giro un po' spaesato ed indeciso sul da farsi.

Guardo l’ora dal telefono, ho ancora 20 minuti.

Mi chiedo perché non dovrei quantomeno provare ad iniziarlo e così faccio.

Pochi istanti dopo realizzo che sia stata una delle decisioni più azzeccate che abbia mai preso.

Ho riscoperto un mondo che avevo sommerso tanto tempo fa e mai, nonostante la quarantena e l’obbligo di stare in casa, penso di aver viaggiato così tanto. Ma non fisicamente, con l’immaginazione.

In men che non si dica mia mamma annuncia che il pranzo è pronto.

Stacco gli occhi dal libro e mi dirigo verso la cucina.

Il passo col quale mi muovo tuttavia è diverso, nuovo.

D’un tratto, quelle giornate che mi apparivano tutte uguali e monotone le riesco a scorgere da una diversa prospettiva.

Anche l’oggetto più banale diventa motivo di infinite fantasie.

Non sto appassendo lentamente come un fiore senz’acqua.

Raramente mi sono sentito così vivo.

Mi è bastato poco per realizzare quanto sia incredibilmente fortunato.

Nessuna quarantena, per quanto restrittiva, ci impedirà mai di leggere e di viaggiare con la mente.

44 - Conclusione

Siamo giunti alla conclusione. Abbiamo unito una serie di testimonianze che, nel loro piccolo, speriamo abbiano infuso qualcosa nell’animo dei nostri lettori.

In questo periodo, abbiamo compreso il valore degli abbracci ma anche di una semplice stretta di mano, abbiamo capito che nulla va dato per scontato, perché da un momento all’altro può scomparire. 

Siamo venuti a conoscenza del reale significato della parola “tempo”, ma soprattutto di quello che dedichiamo a noi stessi. Spesso, troppo presi dalla frenesia quotidiana, ignoravamo le nostre voci interiori: si tratta di segnali impercettibili che in questi giorni sono divampati come il caldo sole estivo.

Improvvisamente il nostro presente non c’era più e ci siamo trovati catapultati in un futuro inaspettato. Ma era veramente così “inaspettato”?

Parliamo tanto di normalità, ma cosa si nasconde dietro questo concetto? Cogliamo quest’opportunità, concediamoci una pausa di riflessione, che ci consenta di entrare in contatto con il nostro io più profondo.

E, soprattutto, concediamo un po’ di spazio anche alla sana e costruttiva sofferenza e presa di coscienza.

Ebbene, seduti a gambe incrociate sul nostro letto, assaporiamo le dolci sensazioni che quel letto ci avrebbe donato dopo uno stressante pomeriggio di lezioni universitarie, assaporiamo il piacere di guardare il mondo da un balcone: quello di casa nostra, sul quale forse non prendevamo il sole da anni.

Amiamo ed apprezziamo il piacere delle piccole cose: di una torta cucinata amorevolmente con le nostre mani, di una partita a tennis con i nostri fratelli, la gioia che una videochiamata con gli amici può infonderci (anche perché, ricordiamoci: non tutti nel mondo hanno questo privilegio).

Oggi, milioni, anzi miliardi di persone in tutto il mondo devono convivere con questa “pausa” imposta. Nella nostra condizione, spesso ci dimentichiamo della ragione per cui dobbiamo rinunciare alla nostra tanto amata libertà: salvare noi e gli altri.

Pertanto, “mettere in pausa” la nostra vita in un modo o nell’altro ci ha fatti cambiare, migliorare. Cominciamo a viaggiare con la mente, e non più con il corpo. Comprendiamo quanto il concetto di “meccanico”, che tanto si addice a questi giorni, sia diverso da “fisico”.

Ma rialziamoci. Eleviamoci oltre questi cieli grigi ed accogliamo il cambiamento dentro di noi. Perché lo riscontreremo, ognuno di noi si porterà dentro qualcosa da questa esperienza. 

Stiamo combattendo la sfida più importante degli ultimi decenni: un nemico invisibile e per la prima volta completamente democratico, che non risparmia nessuno. È proprio questo piccolo virus a ricordarci quindi la nostra uguaglianza, al di là di qualsiasi etnia, ideologia o religione. 

“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, disse Mahatma Gandhi: è la vicinanza quello che ci stanno insegnando queste settimane di urgenza, non certo la distanza.