Drammi kyōgen

Il kyōgen è una forma di teatro comico tradizionalmente eseguito insieme al teatro nō: in un programma completo, drammi kyōgen vengono inseriti tra i drammi nō.

Anche nel kyōgen vi è l'uso di maschere, seppur caratterizzate da uno stile più semplice e caricaturale, caratteristiche che ben si sposano con l'atmosfera allegra e divertente di questo teatro.

Poiché si tratta di arti che si sono sviluppate in stretta connessione tra loro, il kyōgen, nonostante la sua natura comica, condivide le radici del proprio linguaggio e della propria tradizione performativa con quelle del teatro nō.

Asahina

Questo kyōgen racconta del re degli Inferi Enma che si trova in difficoltà. Poiché tutti gli umani si convertono al buddhismo, che sia quello zen o quello della Terra Pura di Amida, vanno in Paradiso, il suo regno degli inferi è in carestia. Decide dunque di dirigersi all’incrocio delle Sei Vie (nella cosmologia buddhista, si riferiscono ai sei regni degli dèi, dei semidei, degli esseri umani, degli animali, degli spiriti affamati e l’inferno) e catturare e mangiare tutti i peccatori che passano.

Appare Asahina Saburō, un famoso samurai del XIII secolo che è appena arrivato nell’aldilà, e viene fermato dal re Enma. I due si scontrano, ma Asahina, che è molto forte, vince. Chiede a Enma chi sia e questi spiega di essere il re degli Inferi e le sue difficoltà nel trovare dei peccatori. Gli dice che lo tormenterà e poi lo mangerà, ma Asahina rimane imperturbato dalle azioni di Enma. Infastidito, il re degli Inferi chiede chi sia che rimane imperturbato dai suoi attacchi. Quando viene a sapere che è il famoso Asahina, afferma che se lo avesse saputo subito non avrebbe nemmeno provato a catturarlo, ma ora che lo ha davanti sarebbe imbarazzante tornare negli Inferi senza portarlo con sé. Si scontrano nuovamente, ma Asahina vince ancora.
Il re Enma chiede allora di farsi raccontare la Ribellione di Wada (1213), poiché Asahina vi aveva partecipato.

Dopo il racconto, Asahina ordina a Enma di condurlo alle porte del Paradiso e gli fa portare tutte le armi che ha con sé.

Buaku

Un daimyō ordina a Tarō Kaja, un servitore, di uccidere Buaku, un altro servitore negligente. Tarō Kaja non vuole uccidere una persona, ma poiché si tratta di un ordine, decide di attirare con l'inganno il compagno per ucciderlo, ma viene scoperto.

Buaku viene a sapere dell'ordine ricevuto dal proprio signore e si rassegna alla morte. Vedendolo in lacrime, Tarō Kaja non riesce a brandire la spada, così gli risparmia la vita e gli ordina di fuggire.

Tarō Kaja racconta al padrone di aver eseguito gli ordini e questi, credendo che Buaku sia morto, porta il proprio servitore a Higashiyama, Kyoto. Anche Buaku si era recato a Kyoto, poiché, pensando che la sua salvezza fosse dovuta alla misericordia di Kannon, aveva deciso di andare in pellegrinaggio verso il Kiyomizudera per rendere grazie.

Tuttavia, i tre si incontrano per caso e, su suggerimento di Tarō Kaja, Buaku si finge un fantasma.

Il padrone, credendo che si tratti del fantasma di Buaku, inizia ad avere paura. Approfittando della paura del proprio signore, Buaku racconta di aver incontrato nell'aldilà il padre del padrone, che gli avrebbe chiesto di ricevere dal figlio la sua spada e il suo ventaglio. Una volta ottenuti i due oggetti, aggiunge che gli è stato anche ordinato di condurre il padrone nell'aldilà. Dopo questa affermazione, in modo comico, viene rappresentato il daimyō nel panico, che cerca disperatamente una via di fuga.

Chidori

Un giorno, all'arrivo di un ospite inaspettato, il proprietario di casa ordina al suo servitore, Tarō Kaja, di andare alla sakeya (il negozio che vende sakè) a comprare dell'alcol. Tuttavia, siccome non avevano ancora saldato il pagamento precedente, Tarō Kaja è convinto che il proprietario del negozio non gli darà altro sakè. Il suo padrone gli promette, però, che lo ricompenserà se riuscirà a comprarlo e lo costringe ad andare.

Quando arriva alla sakeya, Tarō Kaja prova a chiedere dell'alcol ma, come aveva immaginato, il negoziante on gliene vuole dare, perché non è ancora stato pagato per quello venduto in precedenza.

A Tarō Kaja viene in mente di distrarre il negoziante con un racconto e rubare così un po' di sakè. Gli dice che gli racconterà la storia del piviere (chidori) che aveva visto al festival di Tsushima. Inizia a cantare e ballare durante il racconto e fa in modo che il proprietario del negozio lo accompagni in questo piccolo spettacolo. Cerca di trovare il momento giusto per rubare una botte di sakè, ma non ci riesce.

Gli racconta allora un'altra storia, un episodio avvenuto durante lo yabusame, il tiro con l'arco a cavallo. Tuttavia il negoziante, che inizia ad essere sospettoso, gli vieta di usare una delle sue botti di sakè come oggetto di scena per il suo racconto. Allora Tarō Kaja prende un bastone e lo monta come fosse a cavallo. Imitando l'atteggiamento di un arciere nello yabusame, compie un giro per il negozio, avvicinandosi in questo modo a una botte di sakè. Ne prende una, se la carica in spalla e scappa via più velocemente possibile.

Futari daimyō

Questo kyōgen inscena due daimyō durante una gita campestre che, non avendo al seguito dei servitori, si appostano lungo la strada e costringono un uomo che stava passando per caso di diventare loro attendente e portare la spada.

Inizialmente l'uomo obbedisce, seppur controvoglia, ma dopo essere stato preso in giro più volte dai due signori, reagisce. Sguaina la spada che gli era stata consegnata e li minaccia, facendosi consegnare i loro kosode.

Costringe, poi, i due daimyō a fare delle imitazioni con l'intento di umiliarli, ma che divertono il pubblico: un cane e una okiagari-koboshi, una bambolina con un peso alla base che dondola ma non cade mai.

Hanago

Un uomo che vive fuori dalla capitale scopre che Hanago, una prostituta che aveva conosciuto l'anno precedente durante il suo soggiorno in una locanda nella provincia di Mino, è arrivata nella capitale e gli ha inviato una lettera, dove gli chiede di incontrarsi.

L'uomo escogita un piano per andare a incontrarla all'insaputa della moglie, così racconta alla moglie di aver avuto degli incubi nell'ultimo periodo, e per questo motivo vuole trascorrere la notte in isolamento e meditare. Per evitare che la moglie lo scopri nel caso volesse entrare nella stanza e controllare, chiede al suo servitore, Tarō Kaja, di restare nella stanza al suo posto e gli fa indossare un zazenbusuma, una coperta imbottita da meditazione, di modo che la moglie non scopra che non è il marito. Così, si reca alla capitale per trovare Hanago.

Come aveva previsto l'uomo, la moglie entra nella stanza, ma scopre subito la verità. si infuria e ordina a Tarō Kaja di scambiarsi di posto: starà lei nella stanza sotto la coperta, ad aspettare il ritorno del marito.

Il marito torna e racconta la notte trascorsa a quello che crede essere il suo servitore. Quando però solleva la coperta e vede la moglie, rimane scioccato e scappa via, mentre la moglie lo insegue infuriata.

Kamabara

In questo kyōgen, la scena risulta caotica fin dall’inizio. La storia inizia infatti con un uomo in fuga, inseguito dalla moglie, e un mediatore che interviene per calmare le acque.

La moglie spiega al mediatore che suo marito non torna mai a casa, che è tornato solo oggi dopo tanto tempo. Quando gli chiedeva di andare alla montagna per prendere della legna da ardere, il marito ogni volta trovava una scusa per non andare e lei si arrabbiava molto.

Il marito invece spiega che dovendo organizzare il lavoro, che a volte non può tornare a casa e che quando torna a casa vuole riposare, per questo rifiuta le richieste della moglie riguardo i doveri domestici.

Il mediatore cerca di calmare i due. Dice alla moglie di rientrare in casa e al marito di andare a raccogliere la legna in montagna. L’uomo si dirige verso la montagna con una falce e nel frattempo pensa alla situazione con sua moglie. Ritiene che se la loro relazione prosegue in questo modo, un giorno verrà ucciso dalla moglie. Allora, morire per morire, meglio farlo per mano propria.

Prima di uccidersi, lo annuncia a tutto il villaggio, invitando le persone ad andarlo a vedere mentre si suicida. Tuttavia, nessuno va a vederlo. Prova vari metodi, ma nessuno funziona, o perché non ha il coraggio o perché al primo dolore che sente si arrende.

Sta per tornare a casa, quando arriva la moglie molto preoccupata, perché aveva sentito che sarebbe morto per un colpo di falce. Il marito subito mostra la sua falce e la avvicina al ventre. La moglie chiede scusa per il suo comportamento e cerca disperatamente di fermare il marito, ma vedendo ciò, l’uomo si fa coraggio. La moglie afferma che se lui muore, allora si getterà nel fiume e morirà anche lei.

Secondo una versione, dopo la dimostrazione d’amore e di dispiacere della moglie, la coppia si riconcilia. Secondo un’altra versione, invece, il marito pensa che se lei è disposta a morire, allora può morire lei, così le consegna la falce. Ma la moglie si infuria, prende la falce e inizia a inseguirlo.

Nawa nai

Questo dramma narra di un ricco signore che è appassionato di gioco d'azzardo. Un giorno ha una grossa perdita e per andare incontro al pagamento che deve al suo avversario di giochi, vende il suo servitore, Tarō Kaja. Il padrone non dice nulla al suo servitore e lo manda via facendogli credere che stia andando a sbrigare una commissione per lui (deve portare una lettera).

Quando arriva dall'uomo contro cui il suo padrone ha perso, di nome Tarō, questi spiega a Tarō Kaja come stanno realmente le cose. Il servitore, scoprendo così di essere stato ingannato dal proprio padrone, si offende e disobbedisce di proposito a tutti gli ordini del suo nuovo padrone.

Tarō si consulta con il vecchio padrone di Tarō Kajia e questi li consiglia di rimandarlo da lui temporaneamente per farlo lavorare, mentre Tarō potrà osservarlo in segreto.

Appena tornato a casa il servitore sfoga la sua rabbia contro il suo padrone, ma non appena questi si inchina in una scusa, Tarō Kaja subito lo perdona. Il padrone gli chiede di intrecciare una corda e si propone di aiutarlo da dietro, e il servitore subito esegue l'ordine.

Mentre lavora, Tarō Kaja racconta al proprio padrone le questioni private di casa Tarō e racconta dicerie umilianti: la moglie che si dice essere bellissima in realtà non è granché, il figlio ha sempre il moccio al naso ed è sporco…

Nel frattempo che Tarō Kaja parla, il suo padrone e il signore Tarō si sono scambiati dietro di lui, e quest'ultimo sente tutto ciò che il servitore racconta.

Quando Tarō Kaja affermare di aver picchiato il bambino del signore perché lo avevano costretto a occuparsi di lui, Tarō si infuria e grida di rabbia. Tarō Kaja si spaventa e si rende conto di chi si trova davvero alle sue spalle. Spaventato, fugge e il dramma si chiude con una divertente scena in cui Tarō insegue uno spaventato Tarō Kaja.

Sado-gitsune

La storia di Sado-gitsune mette in scena una divertente conversazione tra due contadini, da Sado e da Echigo, durante il viaggio verso la capitale per pagare le tasse, nella quale il contadino proveniente da Sado cerca di convincere il suo interlocutore che nella sua terra ci sono le volpi. Il secondo contadino non gli crede, così fanno una scommessa e il vincitore avrà in premio una spada. 

Viene convocato come giudice un funzionario, che il contadino di Sado corrompe affinché menta e lo sostenga nella sua versione dei fatti. Il funzionario non solo accetta, ma gli fornisce anche una serie di dettagli sulle caratteristiche delle volpi, utili a rendere credibile il racconto agli occhi del rivale. Il contadino di Sado vince così la scommessa.

Tuttavia, lungo la via del ritorno, un dubbio assale il contadino di Echigo, che chiedendo quale sia il verso della volpe smaschera definitivamente l’inganno. Il kyōgen termina in modo comico, con il contadino di Echigo che insegue il bugiardo. 

Shimizu

Un daimyō si accorge che nella propria cittadina ci sono incontri in cui si beve il tè ormai ovunque e vuole organizzare anche lui un incontro.

Chiama il suo servitore, Tarō Kaja, per farsi consigliare riguardo l'acqua migliore da utilizzare per servire il tè. il servitore propone di usare l'acqua della sorgente naturale del campo, detta Shimizu.

Convinto dalla proposta, il padrone ordina a Tarō Kaja di andare a prendere l'acqua dalla sorgente e gli consegna una bacinella di legno, la più cara che possiede, e gli chiede di fare attenzione a non danneggiarla.

Tarō Kaja non vuole andare, ma viene costretto dal proprio padrone e non può tirarsi indietro, così escogita un piano. Lascia la bacinella in un punto e poi inizia a parlare fra sé e sé. Il padrone, sentendolo, gli chiede cosa stia facendo.

Tarō Kaja gli racconta che quando è andato a raccogliere l'acqua la montagna ha iniziato a rimbombare; poi, è apparso un demone che lo ha minacciato di mangiarlo.

Il padrone è confuso, ma non si fa troppe domande e chiede dove sia la bacinella che gli aveva dato. Tarō Kaja, per giustificare il fatto di aver abbandonato la bacinella tanto cara al proprio padrone, racconta che poiché il demone stava per attaccarlo, per difendersi gli ha lanciato contro l'unico oggetto che aveva a disposizione, che era proprio la bacinella e probabilmente il demone l'aveva mangiata.

Il daimyō si infuria e dice al proprio servitore che quella bacinella valeva più della sua vita, quindi di andare a riprenderla. Tarō Kaja inizialmente si rifiuta, ma poiché il suo signore decide di andare a riprenderla lui stesso, il servitore decide di fingersi il demone e minaccia il proprio signore, che maltratta i suoi servitori.

Sotto le spoglie del demone, ordina al daimyō di dare al proprio servo una serie di servizi (del sakè, una zanzariera sotto cui dormire in estate, dargli lo stipendio che non ha ancora pagato…), se non lo farà, lo troverà e lo mangerà.

Gli dice poi che non può guardare un demone che se ne va, ma quando si accorge che il daimyō lo sta guardando, lo picchia con un bastone di bambù.

Quando il signore se ne va e Tarō Kaja gli si presenta davanti come se fosse andato a prenderlo perché stava facendo tardi, il daimyō nota che la voce del demone e quella di Tarō Kaja sono molto simili.

Decide di mettere alla prova il proprio servitore e gli fa sapere che tornerà alla sorgente per riprendere la bacinella. Tarō Kaja nuovamente si finge il demone, ma questa volta il suo signore ha capito l'inganno e gli toglie la maschera che aveva indossato per interpretare il demone.

Lo spettacolo termina in modo comico con Tarō Kaja che scappa dal proprio padrone e questi che lo insegue.

Suehirogari

Suehirogari racconta la storia di un uomo che decide di invitare la famiglia per un banchetto e ordina al suo servo, Tarō Kaja, di andare a comprare un suehiro, un ventaglio cerimoniale. Il suo signore gli spiega che un suehiro è fatto con carta di alta qualità, un contorno lucido e un disegno giocoso.

Tarō Kaja, non sapendo cosa sia un suehiro, cammina per le strade della città gridando che era alla ricerca di questo oggetto. Sentendo ciò, un mercante di ombrelli gli mostra un vecchio ombrello che aveva con sé e lo induce a comprarlo, affermando che era un suehiro. Il povero servitore prova ad analizzare l’oggetto: la carta è bella, c’è un contorno, ma non c’è un disegno.

Qui c’è un gioco di parole: in giapponese immagine si dice “e” (絵), ma anche manico si pronuncia allo stesso modo (柄), dunque il mercante inganna Tarō Kaja, facendogli credere che ciò di cui stava parlando il suo padrone era un manico, non un’immagine. Il servitore, pensando di non aver compreso lui le indicazioni del proprio signore, compra il vecchio ombrello.

Quando lo consegna al suo signore, questi si infuria, così Tarō Kaja, per placare la sua rabbia, canta una canzone divertente e inizia a danzare, e davanti a questa scena il suo signore non riesce a rimanere arrabbiato con il proprio servitore.

Tsurigitsune

Tsurigitsune racconta la storia di una volpe la cui intera famiglia era stata catturata e uccisa da un cacciatore del paese. Decide così dassumere le sembianze dello zio del cacciatore, un monaco di nome Hakusōzu, e fa visita all’uomo per convincerlo, a non catturare più volpi e avere così salva la vitaricordandogli che secondo la dottrina buddhista togliere la vita a un essere vivente è un grave peccato. 

Per spaventarlo ulteriormente racconta inoltre la storia di Tamamo no Mae, cortigiana dell’imperatore Konoe (anni di regno 1142-1155), la quale, narra la leggenda, era lo spirito di una volpe travestita da cortigiana, e si trovava alla corte dell’imperatore per ucciderlo. Raccontando così tutti gli inganni e l’astuzia di cui sono capaci le volpi, il cacciatore si fa convincere e, su indicazione di suo “zio”, getta la trappola.

Poco dopo, quando la volpe già è andata via, il cacciatore inizia ad avere dei dubbi sull’identità del monaco e comprendere che non si trattava realmente di suo zio, ma di una volpe che lo aveva ingannato. Il cacciatore lascia allora la trappola lungo la strada del ritorno che la volpe avrebbe dovuto percorrere e si nasconde dietro un cespuglio in attesa. 

La storia si conclude con la volpe che, pur consapevole del pericolo, lotta contro il proprio desiderio finché cade nella trappola; tuttavia riesce a liberarsi e a fuggire. 

Utsubozaru

Utsubozaru narra la storia di un daimyō che, dopo aver incontrato un ammaestratore di scimmie, pretendeva di avere la pelle di questo animale per la propria faretra. Inizialmente l’ammaestratore si rifiuta, ma quando viene minacciato di morte dal daimyō, si trova a non avere altra scelta.

Tuttavia, nel momento in cui alza il bastone per uccidere la propria scimmia, questa lo interpreta come il segnale per uno spettacolo, quindi inizia a eseguire le mosse da lui insegnate. L’ammaestratore, a questa vista, scoppia in lacrime e si rifiuta di compiere un simile gesto. Anche il daimyō decise di non uccidere l’animale e l’uomo, grato, indica alla scimmia di danzare per il daimyō