Storie e personaggi

Origini e sviluppo

Il teatro nō così come lo conosciamo oggi è il risultato di una serie di sviluppi attuate nel corso di un periodo prolungato. La prima grande codificazione avviene con Kan’ami e il figlio Zeami tra il XIV e il XV secolo. I due unirono caratteristiche e aspetti di forme performative già esistenti fino a creare una forma teatrale nuova, ma allo stesso tempo tradizionale, con elementi e temi riconoscibili al pubblico e che, proprio per i temi presentati, diventerà molto presto la forma di teatro preferita dalle classi più colte. 

In questo periodo storicoquesta forma scenica veniva chiamata sarugaku, ma nel XVI secolo venivano chiamate “nō” le opere drammatiche parte del repertorio del sarugaku. 

Una seconda fase di codificazione avvenne con l’approdo dal casato dei Tokugawa alla posizione di shōgun e l’inizio, così, del periodo Edo. Questo casato riorganizzò il Giappone non solo da un punto di vista territoriale e gerarchico, ma inserì anche una serie di regole che toccavano la vita quotidiana e il teatro, portando alla costituzione e costruzione di luoghi appositi per l’esecuzione di questo teatro. Prima di allora, il teatro nō (o sarugaku) veniva eseguito su piattaforme all’interno di templi o in spazi aperti. Quando nel Seicento lo spazio scenico si codifica, il retaggio delle origini permane. Infatti, il palcoscenico che oggi troviamo nei teatri appositamente costruiti, è lo stesso che troviamo nei templi, semplicemente, dal periodo Meiji (1868-1912), il tutto è stato inserito all’interno di uno spazio chiuso, con posti a sedere per il pubblico. 

Palco di nō presso santuario Yasukuni, Tokyo
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Teatro Nazionale di nō, Tokyo

Il teatro nō porta in scena racconti che provengono dalla letteratura giapponese o da cui ne prendono ispirazione, primi fra tutti lo Heike monogatari (Il racconto degli Heike, XIV sec.) e il Genji monogatari (La storia di Genji, XI sec.), come AtakaFuna BenkeiAtsumori – provenienti dallHeike monogatari – oppure Aoi no ueYūgao Nonomiya – provenienti dal Genji monogatari. Troviamo poi adattate per questo teatro danze e spettacoli che erano già esistenti ai tempi di Zeami, storie che si rifanno a figure del folklore e dell’ambiente buddhista, come Dōjōji con il demone serpente, Hagoromo con la dama celeste, o Kokaji con il dio Inari. Ci sono poi storie che si ispirano a personaggi o racconti cinesi, come Makura jidōShōjō Yōkihi, personaggi leggendari della tradizione giapponese come Tomoe Gozen, protagonista dell’omonimo dramma Tomoe, o Ariwara no Narihira, uno dei sei poeti immortali (rokkasen 六歌仙) in Kakitsubata. 

Insomma, il nō porta sul palcoscenico la tradizione e la cultura giapponese, ed è forse per questo che è ancora oggi molto amato dai giapponesi stessi e dagli stranieri, appassionati del settore. 

Nelle sezioni successive verranno presentati alcuni di questi racconti e personaggi. Le descrizioni proposte non intendono offrirne una trattazione esaustiva, ma si concentrano esclusivamente su quanto caratterizza gli oggetti analizzati, al fine di contestualizzarne il significato e la funzione all'interno della tradizione teatrale giapponese.

Categorie drammaturgiche

In base a caratteristiche riguardo i personaggi o il tema del racconto, i drammi  sono divisibili in 3 macrocategorie e 5 sottocategorie: 

3 macrocategorie: 

  1. Genzai nō 現在能: “nō del presente”, rientrano in questa categoria tutti i drammi che hanno personaggi umani, con tematiche che hanno a che fare con il mondo reale; 
  2. Mugen nō 夢幻能: “no illusorio/dei sogni”, ne fanno parte tutti quei drammi che si presentano come sogni o illusioni vissute dal waki (deuteragonista). Nei drammi di questa categoria, lo shite (l’attore principale) è una divinità, un fantasma, uno spirito o in generale una creatura sovrannaturale; 
  3. Ryōgakari nō 両掛能: più raro, sono quei drammi che per le proprie caratteristiche risultano essere un’unione dei primi due gruppi, Genzai nō e Mugen nō. 

Vi sono poi 5 sottocategorie, che fanno riferimento soprattutto ai personaggi: 

  1. Ichibanme (primo gruppo): Kami nō Waki nō, cioè quei nō in cui lo shite è una divinità, oppure viene dato molto spazio al waki. 
  2. Nibanme (secondo gruppo): Shūramono Ashuramono, cioè quei drammi che rappresentano un guerriero che, dopo aver combattuto per tutta la sua vita, entra nel mondo degli Asura, demoni guerrieri della cosmologia buddhista. 
  3. Sanbanme (terzo gruppo): Kazura mono o Onna mono, cioè “i nō della parrucca” e “i nō delle donne”. Sono quei drammi in cui lo shite interpreta una donna di alto rango o ninfe celesti, insomma, figure che sono l’incarnazione dell’eleganza e della bellezza. 
  4. Yonbanme (quarto gruppo): rientrano quei drammi in cui si parla dell’umanità, in cui vengono portati in scena storie di uomini e di donne viventi, con tutte le loro sofferenze e difficoltà, come Sumidagawa, la storia di una madre che impazzisce per la perdita del figlio rapito.
  5. Gobanme (quinto gruppo): Kiri nō, cioè tutti quei drammi che rappresentano demoni, dragoni e creature sovrannaturali degli Inferi. 

L’aspetto interessante e che ben esprime la natura complessa di questo teatro, è che a volte alcuni  presentano delle caratteristiche per cui possono rientrare in più di una categoria.