Drammi nō

Aoi no ue

Il dramma nō Aoi no ue riprende un episodio raccontato nel Genji monogatari (La storia di Gneji) di Murasaki Shikibu.

Aoi no ue è la moglie ufficiale di Genji ed è molto malata. La sua famiglia ha provato diverse cure, ma nessuna sembra funzionare. Pensando, allora, che doveva essere posseduta da uno spirito maligno, decidono di chiamare una sacerdotessa, Teruhi.

Lo spirito viene intrappolato dalle preghiere della sacerdotessa e appare dinanzi ai presenti. Si svela essere lo spirito vendicativo creato dalla gelosia di Dama Rokujō, amante di Genji.

Vedova di un principe ereditario, negli ultimi tempi aveva perso le attenzioni di Genji, che non provava più interesse per lei. Inoltre, durante il Festival di Kamo, la sua carrozza venne fatta spostare per far passare quella di Dama Aoi, provocando nella donna un sentimento di umiliazione e profonda gelosia.

Mentre nel racconto di Murasaki la presenza di uno spirito malefico che sta uccidendo Aoi non è esplicitamente dichiarata, ma si lascia intendere come credenza dei personaggi, nel dramma nō questo spirito vendicativo è presente e ingannevole. Si presenta infatti come una dama di corte, per poi svelare la sua vera natura. Lo spirito attacca non solo Dama Aoi, ma anche il sacerdote che era stato successivamente chiamato e che aveva iniziato a recitare una preghiera.

Il sacerdote e il fantasma vendicativo lottano, ma alla fine lo spirito viene sconfitto, diventando pacifico.

La particolarità di questo dramma è che Dama Aoi non è presente "in carne e ossa", cioè non viene interpretata da un attore, ma la sua presenza è manifestata da un kosode steso sul palcoscenico.

Ataka

La storia narra un episodio del viaggio di Yoshitsune e alcuni suoi seguaci in fuga dalla capitale in seguito alla rottura dei rapporti con il fratello Yoritomo, attuale shōgun. Yoshitsune e suoi arrivano alla barriera di Ataka, da poco stabilita da Yoritomo, e per poter passare si fingono monaci che stanno viaggiando per raccogliere donazioni per il Tōdaiji a Nara. Togashi Saemon, cui è stato affidato il controllo del passaggio, chiede ai presunti monaci di dimostrare di essere tali leggendo il kanjinchō, una lista di persone che hanno già donato che ogni tempio possedeva. Benkei, fedele seguace di Yoshitsune, poiché era stato un yamabushi (monaco asceta che si ritira nelle montagne) ha avuto una formazione negli insegnamenti buddhisti, dunque riesce a passare per un monaco. Tuttavia, non ha con sé un kanjinchō, dunque prende un rotolo qualsiasi che avevano con sé e inizia a leggerlo come si fosse davvero una lista di donatori.

Nonostante Togashi aveva visto che Benkei stava leggendo da un rotolo bianco, ammira le capacità e la conoscenza degli insegnamenti buddhisti del presunto monaco, e dopo avergli posto domande difficili sul buddhismo, lo lascia passare. Tuttavia, vengono presto fermati quando uno degli uomini di Togashi ha il dubbio che uno dei presunti monaci possa essere Yoshitsune. Benkei, per dimostrare che non si trattava di Yoshitsune, afferma che lo colpirà. Questa affermazione ha un forte significato simbolico, poiché ai tempi picchiare il proprio signore era un’azione gravissima.

L’uomo di Togashi, pur avendo ancora dei dubbi, ammira il coraggio di Benkei e li lascia passare e Yoshitsune ringrazierà il suo fidato seguace per averlo picchiato. Una volta fatti passare, Togashi raggiunge il gruppo per scusarsi e beve con loro. Benkei ha ancora dei dubbi sul comportamento di Togashi, lo controlla mentre esegue un ennen-no-mai, una danza eseguita presso i templi per augurare pace e longevità.

Dōjōji

Nella storia narrata nel dramma nō si sta svolgendo una cerimonia con lettura del Sūtra del Loto per ripristinare la campana del tempio, e alle donne viene vietata la partecipazione all’evento; solo a una donna, una shirabyōshi, viene concesso l’accesso, poiché si è proposta di eseguire una danza di purificazione per la campana.

La sua danza porta i presenti ad addormentarsi e ciò permette alla shirabyōshi, che si svela essere un demone serpente, di colpire la campana fino a che i tiranti non la reggono più, e questa cade a terra, mentre il serpente salta sotto la campana. Il rumore provocato dalla caduta risveglia i presenti e in questo momento, nel dramma, l’abate del tempio racconta un avvenimento accaduto molti anni addietro, racconto legato alla campana del tempio: un locandiere racconta alla propria figlia, Kiyohime, che il monaco ospitato dalla loro famiglia ogni anno e che le porta sempre un bel giocattolo, un giorno sarà suo marito; una volta raggiunta l’età per potersi sposare, la fanciulla, in una notte in cui il monaco era ospite nella loro locanda, lo raggiunge nella sua stanza e tenta di sedurlo. Il monaco, proprio per la sua posizione, rimane inorridito, e per placarla le dice che per il viaggio che doveva compiere era importante che si mantenesse puro, ma che sarebbe tornato da lei appena terminato il pellegrinaggio. Fu, ovviamente, una menzogna, e il monaco non tornò mai da lei: scappò verso il Dōjōji, dove chiese ai monaci di proteggerlo. Questi acconsentirono e lo nascosero sotto la campana.

La giovane donna, nel tentativo di inseguire il monaco fuggito, si immerge nel fiume Hidaka e si trasforma in un serpente, riuscendo così a raggiungere l’altra sponda. La donna, ormai serpente, raggiunge il tempio e riesce subito a percepire dove è nascosto il monaco: avvolge il proprio corpo intorno alla campana, surriscaldandola; dalla campana si alzano fiamme di fuoco, nessuno vi si può avvicinare e i monaci del tempio non possono fare altro che guardare e aspettare fino a che il serpente, dai cui occhi uscì sangue, non tornò da dove era venuto. Quando gli astanti sollevarono la campana, del monaco non era rimasto altro che ossa.

Dopo il racconto, i monaci cantano preghiere atte a sollevare la campana e far uscire da sotto di essa il serpente. Quando la campana si eleva, inizia subito un esorcismo contro il serpente, che viene bruciato dalle fiamme della propria passione e torna al fiume Hideka.

Eboshi-ori

La storia inizia con Ushiwaka, il quale incontra dei mercanti che si stanno dirigendo verso est e chiede di andare con loro. Quando si fermano in una locanda per riposare, un messaggero afferma di essere stato mandato per riportare al tempio il giovane UshiwakaUshiwaka trova un escamotage per non farsi riconoscere, chiedendo a un cappellaio della zona di fargli un copricapo eboshi ripiegato verso sinistra (da qui il titolo del dramma nō Eboshi-orieboshi ripiegato). Inizialmente il cappellaio si rifiuta, poiché questa tipologia di eboshi si indossava ai tempi dei Minamoto, ma ora che a governare ci sono i Taira non è possibile indossare un copricapo del genere. Ushiwaka lo prega e il cappellaio gli fornisce il copricapo ripiegato. Racconta la storia dell’eboshi ripiegato, spiegando come abbia portato fortuna ai tempi, prima che i Taira prendessero il potere, e che un giorno questo copricapo tornerà a risplendere. Questo ultimo passaggio fa chiaramente riferimento alla battaglia di Genpei (1180-1185), da cui usciranno vincitori i Minamoto, indicando in questo modo un periodo in cui saranno i Minamoto a governare sul Giappone. 

Ushiwaka ringrazia il cappellaio donandogli la sua spada. Il cappellaio, emozionato, la mostra alla moglie, che alla vista della spada si commuove. La moglie del cappellaio si svela infatti essere la sorella di Kamada Masakiyo, che morì nella battaglia di Utsumi, e ai tempi, quando la madre di Yoshitsune era incinta, il marito le inviò questa spada come amuleto e la moglie del cappellaio fu la messaggera che ricevette il compito di portare alla donna questa spada. Entrambi riconoscono allora il giovane cliente come Ushiwaka e lo pregano di riprendere la spada. Ushiwaka, grato della loro gentilezza, promette che dovesse mai prendere il potere, non se ne dimenticherà. 

Tornando alla locanda, arriva la notizia che dei banditi sanno della presenza dei due mercanti e hanno intenzione di attaccare. Ushiwaka, dopo mesi di addestramento presso il tempio, decide si rispondere all’attacco e si scontrerà in un duello con Kumasaka, uno dei banditi, e vincerà. 

Hachinoki

Hachinoki, uno dei drammi preferiti dello shōgun Tokugawa Ieyasu (1543-1616), racconta la storia di un monaco in pellegrinaggio verso Kamakura che, per una forte nevicata, è costretto a fermarsi per cercare riparo.

Bussa alla porta di una dimora e chiede alla moglie del proprietario di quella casa, al momento sola, se può essere ospitato per la notte. Quando il proprietario torna a casa, inizialmente non vuole ospitare il monaco, perché sono troppo poveri e non possono permettersi di ospitare una persona. Tuttavia la moglie lo convince, così invitano il monaco in casa.

Il freddo aumenta e, per riscaldare la stanza e trattare con cura l'ospite, l'uomo decide di far bruciare nel braciere i suoi vasi con dentro un susino, un ciliegio e alberi di pino.

Il monaco, toccato da quel gesto, gli chiede di raccontargli la sua storia. Si scopre così che il proprietario di quella casa è Sano Genzaemon Tsuneyo, un samurai di epoca Kamakura (1185-1333). Racconta al monaco che la sua famiglia lo aveva tradito, era stato cacciato dalla sua terra e così cadde in povertà. Afferma anche, però, che nonostante la misera vita che sta vivendo, è pronto a recarsi a Kamakura in qualunque momento per combattere in nome dello shogun se un'emergenza lo richiede. Ed è proprio ciò che accade qualche giorno dopo, quando Hōjō Tokiyori (1227-1263), un reggente in ritiro dello shogunato di Kamakura, raccoglie guerrieri dalle otto province della regione del Kanto. Tsuneyo si dirige subito verso Kamakura. Tokiyori ordina a un suo subordinato di trovare un uomo con vestiti logori, con una spada arrugginita e un cavallo scheletrico.

Quando Tsuneyo viene portato al cospetto del reggente, il povero uomo scopre che il monaco che aveva ospitato nella sua umile dimora è il reggente davanti ai suoi occhi, Hōjō Tokiyori. Tokiyori ringrazia Tsuneyo per aver bruciato le sue amate piante donandogli tre pezzi di terra con alberi di susino, ciliegio e pino.

Hagoromo

Hagoromo (La veste di piume celeste) riprende una nota leggenda nella tradizione giapponese.

Un pescatore di nome Hakuryō, mentre si dirige a pescare, vede una bellissima veste appesa al ramo di un pino. La veste appartiene una dama celeste che in quel momento stava facendo un bagno, e perciò l’aveva temporaneamente tolta e appoggiata al ramo. Nella storia originale, l’uomo costringe la donna a sposarlo e diventare sua moglie per avere indietro la veste, ma nel dramma nō il pescatore, gliela riconsegna.

Inizialmente, in realtà, non vorrebbe ridargliela, perché è una veste molto preziosa, ma si lascia commuovere dalla difficoltà della dama, poiché non può tornare a casa, nel mondo celeste, senza la veste che le permette di volare. Decide allora di riconsegnargliela, ma in cambio desidera che la dama esegua una danza celeste per lui.

D’impatto è l’accusa, non troppo velata, che la dama celeste esprime verso il mondo degli uomini: il pescatore non vuole riconsegnarle la veste subito, perché teme che la dama ne approfitterà per fuggire via, senza danzare per lui, ma lei gli risponde che questi dubbi appartengono al mondo degli uomini, perché non esiste l’inganno nel mondo celeste.

Dopo questa affermazione, il pescatore si convince a darle la veste e la dama, come promesso, danza. La danza celeste è l’apice del dramma, una danza piena di eleganza e bellezza, lodata da Zeami stesso nei suoi trattati.

Hanagatami

Hanagatami appartiene alla categoria dei kyōjo mono, ossia i  che raccontano la storia di una donna folle.

L’opera narra la vicenda di dama Teruhi, che perde la ragione a causa della profonda solitudine provata dopo la forzata separazione dal suo amato, l’imperatore Keitei, dovuta alla sua ascesa al trono. Per dimostrarle il proprio affetto e il proprio rammarico, l’imperatore le dona la sua cesta preferita. In seguito, venuta a conoscenza del fatto che l’imperatore si sarebbe recato ad ammirare le foglie autunnali, dama Teruhi decide di raggiungerlo, ma viene allontanata dalle guardie. Sopraffatta dal dolore, perde definitivamente la ragione e, sotto ordine dell’imperatore, viene invitata a eseguire una danza folle (kakeri). Al termine della danza, la donna consegna la cesta all’imperatore, il quale, riconoscendola, conferma l’identità della dama e le promette che potranno ricongiungersi a patto che ella torni in sé. 

Kantan

La storia si ambienta in Cina e narra di un uomo, di nome Rosei, che domandandosi come dovrebbe vivere, viaggia verso il Monte Yōhi, nella terra di Chu, per incontrare un famoso monaco.

Si ferma a riposare in una locanda chiamata Kantan. Seguendo il consiglio della donna che lavora alla locanda, mentre attenda che gli venga preparato da mangiare, si riposa su un cuscino speciale, ricevuto da un maestro taoista. Si dice che una persona potesse conoscere il proprio futuro dormendo su quel cuscino.

Mentre Rosei dorme, entra nella sua stanza un messaggero inviato dall'imperatore di Chu. L'uomo gli rivela che salirà al trono. Rosei si dirige allora verso il palazzo e trascorre 50 anni nella ricchezza. Durante un banchetto in onore dei 50 anni di regno, Rosei inizia a danzare e vede lo scorrere del tempo e delle stagioni davanti ai suoi occhi. Man mano però questa immagine inizia a frammentarsi, fino a che non svanisce del tutto.

Viene improvvisamente svegliato dalla donna della locanda e si comprende così che era tutto un sogno.

Rosei capisce che la vita in questo mondo è effimera come lo è stato il sogno. Avendo trovato la risposta che cercava al suo dilemma, torna a casa.

Kokaji

Kokaji racconta la storia di Munechika, detto “Kokaji”, uno spadaio al quale viene ordinato di forgiare una spada da Tachibana no Michinari, su richiesta dell’imperatore Ichijō (X-XI secolo).

Munechika spiega che non può portare a termine il compito senza la presenza di un collega che sia abile quanto lui, ma Michinari gli ricorda che un ordine imperiale non può essere rifiutato. Lo spadaio si reca quindi al santuario di Inari per chiedere assistenza divina.

Al santuario, un misterioso giovane lo chiama e gli parla dei poteri di una spada raccontando diverse leggende. Racconta della spada posseduta dal primo imperatore della dinastia Han, grazia alla quale l’imperatore poteva governare i nemici in tutte le direzioni senza spostarsi dalla capitale; gli racconta della spada dell’imperatore Yang della dinastia Sui, con la quale sconfisse la dinastia Zhou. O lo spirito della spada di Yamato Takeru, la quale creò una tempesta di fiamme che bruciò i barbari nemici.

Dopo questi racconti, il giovane tranquillizza Munechika, dicendogli che lo aiuterà a costruire forgiare la spada. Il giovane si rivela poi essere il dio Inari stesso, il quale si presenta a Munechika come spirito della volpe, e insieme forgeranno la spada.

Esiste una versione chiamata Kokaji Hakuto, in cui lo shite, lo spirito della volpe, indossa una parrucca e un costume bianchi.

Matsukaze

In una notte d'autunno, un monaco in viaggio visita la Baia di Suma (vicino l'odierna Kobe) e nota un albero di pino sulle sponde della baia. Convinto che questo misterioso pino abbia una storia, chiede a un cittadino del villaggio di parlargli di quel pino. L'uomo gli spiega che quell'albero funge da lapide per due giovani sorelle che raccoglievano l'acqua del mare, Matsukaze  Murasame.

Il monaco recita un sutra e delle preghiere per le due sorelle e si reca poi in una capanna per poter chiedere di essere ospitato per la notte.

La scena si concentra poi su due fanciulle che raccolgono l'acqua del mare. Questo momento è ricco di riferimenti poetici e rimani letterari, con immagini legate all'acqua, alle onde e alla luna. Attraverso queste immagini, le due fanciulle esprimono la loro tristezza. Quando ritornano alla loro capanna, incontrano il monaco, che stava aspettando il proprietario di quella dimora per poter chiedere di essere accolto per la notte.

Inizialmente le due donne non vogliono accogliere il monaco per la povertà della loro casa, ma il monaco, attraverso una poesia di Ariwara no Yukihira (fratello del famoso poeta di periodo Heian Ariwara no Narihira, era stato mandato in esilio a Suma per motivi politici), afferma che chi desidera l'eleganza vivono una vita solitaria. Aggiunge, inoltre, che aveva appena pregato per le due sorelle legate al pino della baia.

Le due donne iniziano a piangere e rivelano al monaco che erano i fantasmi di Matsukaze e Murasame, un tempo amate da Yukihira. Raccontano al monaco di quando Yukihira arrivò a Suma, ma un giorno dovette partire per Kyoto, dove morì. Il loro amore per Yukihira si è fatto sempre più forte, anche dopo la sua morte, diventando ossessione, e per questo sono ancora legate a questa terra.

Matsukaze, in lacrime, prende il kariginu che apparteneva a Yukihira e lo indosssa, come fa ogni notte. Ammette che ogni volta che lo indossa l'immagine del suo amato gli appare davanti gli occhi. La donna, nell'indossare l'abito dell'amato, impazzisce per la disperazione e l'amore, e pensa che il pino sia Yukihira. La sorella tenta di calmarla, ma senza successo. Matsukaze danza, mostrano la sua pazzia e il suo amore per Yukihira, una danza prima lenta accompagnata dal flauto e dai tamburi, poi si velocizza, il che esprime la sua pazzia.

Quando sorge l'alba, i fantasmi delle due donne spariscono, e resta solo la brezza soffiare sull'albero di pino.

Momijigari

Momijigari è un dramma ricco di colpi di scena. Inizia con l'apparizione di una dama che si trova su un monte per ammirare gli aceri autunnali, e si nasconde dietro delle tende.

Entra poi in scena un uomo, che si scopre solo più tardi essere Taira no Koremochi, arrivato sul monte per una battuta di caccia, e passa per caso nel luogo dove si sta svolgendo una festa autunnale.

Delle donne che hanno notato Koremochi e il suo gruppo gli invitano a festeggiare e bere con loro e Koremochi si ubriaca e si addormenta.

Gli appare in sogno la divinità Takeuchi, al servizio del Bodhisattva Hachiman, per avvertire Koremochi che la donna che lo ha spinto a bere fino all'ubriachezza è in realtà il demone del Monte Togakushi (odierna prefettura di Nagano). Gli consegna quindi la spada divina del Grande Bodhisattva Hachiman.

Non appena Koremochi si sveglia dal sogno, il demone appare davanti a lui e lo attacca. Tuttavia, Koremochi combatte coraggiosamente e sconfigge il demone con la sua spada divina.

Okina

Okina è uno spettacolo cerimoniale che oggi viene eseguito in occasioni celebrative particolari o durante le celebrazioni di inizio anno. Nato come rito dal forte valore sacro e propiziatorio, era originariamente conosciuto con il nome shikisanban 式三番 (i tre riti), spettacolo che prevedeva una serie di danze rituali eseguite presso i santuari shintoisti, in cui venivano rappresentati tre uomini anziani, Chichi no jō (successivamente scomparso nel repertorio nō), Okina e Sanbasō. Queste tre figure di anziani erano viste come manifestazione del divino. Oggi, le tre danze sono eseguite da Okina, Senzai e Sanbasō.

Le origini di questo rituale sono narrate nel Sarugaku dangi 申楽談儀di Kanze Motoyoshi, secondogenito di Zeami Motokiyo (1364-1444), testo che ne sottolinea sin dall’inizio la natura sacrale e divina: l’ultimo giorno del dodicesimo mese, il capo della compagnia di Yamashima si recò al santuario di Hie con la moglie per pregare per il figlio di tre anni, morto improvvisamente. Promisero alla divinità che, se il figlio fosse tornato in vita, la compagnia e tutti i loro discendenti avrebbero eseguito ogni anno un sarugaku il primo giorno del nuovo anno. Così avvenne e, da allora, la compagnia Yamashima esegue Okina presso il santuario, alla vigilia di Capodanno.

Oggi Okina viene seguito da diverse compagnie e in numerosi teatri, tuttavia il suo carattere sacrale e rituale rimane profondamente presente, sia prima della performance, quando gli attori eseguono riti di purificazione e venerano la maschera che verrà indossata in scena, sia durante l’esecuzione stessa. È infatti regola che, una volta iniziato lo spettacolo, nessuno spettatore può più entrare o uscire fino a che Okina non esce di scena, poiché dal momento in cui ha inizio il rito, lo spettatore ne diventa partecipe.

Per questo, Okina viene definito un “nō che non è un nō”, perché pur essendo tra gli elementi fondativi del nō codificato da Kan’ami e Zeami, appartiene a una categoria a sé stante e non presenta una trama vera e propria, configurandosi a tutti gli effetti come un rito.

 Shakkyō

Un monaco di nome Jakushō sta viaggiando per tutti i siti buddhisti in Cina e arriva a un ponte di pietra presso il Monte Shōryōzen.

Il monaco incontra un giovane taglialegna e gli chiede se il ponte davanti cui si trova è il rinomato ponte di pietra. Il ragazzo risponde che si tratta proprio del famoso ponte, e che dall'altra parte si trova la Terra Pura del Bodhisattva Manjusri.

Il monaco, dopo aver avuto conferma della sua ipotesi, vuole attraversare il ponte, ma viene fermato dal giovane ragazzo. Gli racconta che in passato solo monaci di grande livello che hanno occupato anni e anni delle loro vite al percorso ascetico e rischiato la propria vita per questo training sono riusciti ad attraversare il ponte. Ammonisce il monaco, poiché ha pensato di poter attraversare il ponte senza difficoltà solo per il suo potere spirituale.

Il monaco comprende con una classica formazione buddhista non basta per poterlo attraversare. Viene raccontata la storia del ponte, che non è opera umana, ma è apparso magicamente un giorno. Viene descritto come fluttuante, spaventosamente stretto e molto scivoloso. Sotto di esso, vi è il nulla.

Appare poi un leone, messaggero del Bodhisattva Manjusri ed esegue una danza celebrativa tra le peonie. La danza del leone è l'apice del dramma, dove si mettono in mostra le capacità dell'attore attraverso lo studio di forme, movimenti ed espressività.

Alcuni aspetti di questo racconto e della scelta di rappresentazione variano di scuola in scuola. Per esempio, in alcune versioni il leone è solo uno, mentre in altre sono due, uno con la parrucca bianca e l'altro con la parrucca rossa, colori che riprendono le peonie presentate in scena.

Shōjō 

Shōjō è un dramma nō che fa parte del quinto gruppo, kiri no mono (i nō caratterizzati da personaggi demoniaci o sovrannaturali, eseguiti alla fine di una giornata di nō), che ha funzione prettamente celebrativa.

La storia si ambienta in Cina, nel villaggio di Yōzu, dove a un uomo di nome Kōfū una notte, in sogno, viene consigliato di vendere liquore al mercato del villaggio, così da poter diventare ricco. 

Tuttavia, Kōfū nota qualcosa di curioso: al mercato si presentava regolarmente un cliente per comprare il suo liquore, ma indipendentemente da quanto bevesse, il suo viso non si arrossava mai (inteso come simbolo di ubriachezza). Incuriosito, Kōfū chiede all'uomo il suo nome, che rivela di essere uno shōjō, una creatura che vive nell'oceano. Kōfū porta allora il liquore sulla spiaggia e aspetta che lo shōjō gli si riveli nella sua vera forma. Quando l’essere si presenta, felice che Kōfū fosse andato a trovarlo, beve il liquore e danza gaiamente. Per ringraziare Kōfū del liquore donatogli, la creatura gli regala una brocca di liquore che non finisce mai. 

Questo incontro si rivela, poi, essere un sogno, ma al risveglio di Kōfū la brocca è davvero presente e grazie ad essa Kōfū e la sua famiglia furono ricchi per molto tempo.

Takasago

Takasago è uno shūgen nō (nō celebrativi) ed è considerato uno dei maggiori lavori di Zeami.

Proviene da una nota leggenda giapponese e racconta la storia di un sacerdote shintoista, Tomonari, che incontra una coppia di anziani a Takasago no ura (provincia di Harima, oggi prefettura di Hyogo). Gli anziani stanno spazzando gli aghi di pino sotto l’albero e Tomonari chiede loro di raccontargli la storia associata a quel luogo. La coppia spiega che il pino sotto cui si trovano è noto come il Pino di Takasago, in coppia con il lontano Pino di Suminoe, a Sumiyoshi e che insieme, sono conosciuti come aioi no matsu (la coppia di pini). L’anziano signore aggiunge poi che lui viene da Sumiyoshi, mentre la moglie è di Takasago.

I due anziani apprezzano la bellezza della poesia giapponese del regno dell’attuale imperatore, mettendola sullo stesso piano della poesia del Manyōshu 万葉集 (Raccolta di diecimila foglie, metà ca. dell’VIII secolo) dei tempi antichi e parlano del confronto tra la poesia odierna e la poesia antica attraverso il parallelismo della coppia di pini.

I due anziani si riveleranno essere la personificazione dei due pini Takasago e Sumiyoshi e promettono a Tomonari che lo incontreranno di nuovo a Sumiyoshi. Il dramma termina con il loro secondo incontro, la divinità maschile di Sumiyoshi si presenta e danza per allontanare i demoni e celebrare la longevità dell’imperatore e della pace in questo mondo.

L’ispirazione di Zeami per quest’opera è stata una citazione che si trova nella prefazione al Kokin wakashū 古今和歌集 (Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, inizio X secolo), in cui si afferma che il Pino di Takasago e il Pino di Suminoe sono conosciuti come una coppia (aioi no matsu). In questo caso, la coppia di pini simboleggia la tradizione poetica giapponese e la gloria della tradizione imperiale, che Zeami intende celebrare attraverso il dramma, presentando questo legame attraverso l’immagine di un’anziana coppia maritale che, pur vivendo separata, sono uniti nello spirito. Questo passaggio è particolarmente chiaro quando, all’inizio del dramma, l’anziano signore spiega che lui viene da Sumiyoshi, mentre la moglie vive a Takasago. Allo sbalordimento di Tomonari, l’anziana signora risponde: “Anche se viviamo a miglia di distanza l’uno dall’altra, separati da monti e fiumi, non sentiamo alcuna lontananza, se comprendiamo l’un l’altra, e i nostri cuori sono insieme”.

Yuya

Questo dramma nō narra la storia di Yuya, una donna che lavora in una locanda presso l'odierna prefettura di Shizuoka, e che lavora per Taira no Munemori, del clan Heike.

Yuya è venuta a sapere che sua madre è molto malata, chiede dunque a Munemori se può tronare a casa dalla madre. Tuttavia, Munemori non glielo concede, perché vuole andare ad ammirare i ciliegi in fiore insieme a lei.

Durante la visita ai ciliegi, una donna al servizio della famiglia di Yuya le porta una lettera da parte della madre, in cui prega la figlia di vederla. Nonostante la lettera, Munenori continua a non lasciarla andare a casa dalla madre.

Yuya non riesce a condividere la felicità delle altre persone che si stanno godendo lo spettacolo, e quando, seppur controvoglia, danza alla festa, la vista dei petali dei fiori di ciliegio cadere per una leggera brezza la portano a pronunciare una poesia sull'amore che prova per la madre.

Solo allora Munemori le permette di andare dalla madre malata.