Robert Graves - Come mantenere l’attenzione del lettore

«The Virginia Quarterly Review» 44, no. 1 (1968): 108-20 - Traduzione di Adil Bellafqih

 

Non sono mai stato un maestro di scuola, sebbene mio padre abbia cercato di instradarmi in quella direzione. Lui era un poeta, famoso per essere autore di canzoni irlandesi tra cui “Father O’Flynn”, “Trotting to the Fair” e “Jug of Punch”, ora spesso scambiate per stornelli popolari. Era anche un ispettore scolastico sotto l’allora Consiglio dell’istruzione inglese insieme al poeta Matthew Arnold, tra i colleghi anziani. Entrambi si guadagnavano il pane grazie all’educazione, entrambi lo fecero diventare il lavoro di una vita, nel tentativo di migliorare le condizioni delle scuole sostenute dal governo, specialmente per gli insegnanti. Il più grande trionfo di mio padre fu l’ottenere dall’amministrazione il permesso di creare campetti per le scuole dove i bambini potessero imparare il calcio e altri giochi organizzati invece di picchiarsi e tirarsi i sassi per strada. Poiché l’educazione nazionale in Inghilterra allora era controllata solo a livello elementare, fu sulla lettura e la scrittura dell’inglese che si concentrarono il poeta Matthew Arnold e colleghi.

Naturalmente io, i miei fratelli e sorelle subimmo le ripercussioni della pedanteria grammaticale di nostro padre. Era solito sussultare con drammaticità ai nostri scivoloni. “Così io e Clarissa abbiamo preso le fragole come hai detto che potevamo” (sussulto) “Intendi forse, mio caro Robert: ‘Così io e Clarissa abbiamo preso le fragole siccome hai detto che avremmo potuto’. Come hai detto che potevamo, ragazzo mio - concordo sul fatto che Shakespeare usò ‘come hai detto’ almeno una volta, e certamente ogni assurdità grammaticale è permessa nel dramma popolare, ma ‘come hai detto’ è sempre stato considerato una sciatteria tra gli istruiti. No, non dubito che potevi prendere le fragole; ciò pertanto è il motivo per cui ho detto che avresti potuto”.

Crescendo, sono diventato come mio padre, lo ammetto. I miei figli parlano abbastanza bene, ma recentemente ho dovuto redarguire una nipote per aver detto “different than” (diversamente da) - un uso che oramai sembra aver guadagnato una ferma presa sugli Stati Uniti e che è stato oggetto di una lunga, screditante storia semi-letteraria in Inghilterra, a partire dall’epoca delle Guerre di Cromwell. Ho detto a mia nipote “Rispetto a qualunque dei tuoi amici, Antonia, parli abbastanza bene l’inglese”. Ahimè, “rispetto a” sarà presto altrettanto radicato di “diversamente da”, avendo già alzato la sua brutta testaccia in Australia. Ora, ditemi, sono uno snob? E in cosa consiste un buon inglese?

La scrittura in un buon inglese è considerata troppo spesso un traguardo intellettuale raggiunto attraverso un breve corso di studio intensivo. Ciò equivale a scambiare il Buon inglese con l’inglese di Successo, una lingua venduta ovunque attraverso corsi per corrispondenza destinati a impiegati sottopagati che sperano, con il suo aiuto, di diventare dirigenti strapagati. L’inglese di Successo discende direttamente dal latino di Successo, altrimenti detto retorica, il cui fine dichiarato era far sembrare una causa persa migliore attraverso il sapiente arrangiamento ipnotico delle parole. Sì, certo: l’inglese di Successo ha la sua utilità. Tutte le nazioni da questo lato della cortina di ferro offrono il maggior numero possibile di beni da vendere ai propri cittadini come mezzo per stimolarli a produrre ancor più beni da rivendere all’estero; e certamente la spendibilità è un’importante attività di vendita, nella misura in cui evita la saturazione del mercato. Dunque l’inglese di Successo nel mondo anglofono è diventato uno strumento di così eminente importanza economica che le varie gradazioni sul suo impatto psicologico sono studiate con cura meticolosa ai più alti livelli di ricerca. Un secolo fa l’inglese di Successo somigliava molto al latino di Successo nel suo essere un tipo di oratoria ciceroniana sonora, ben intessuta, un esempio della quale mi è rimasto a lungo impigliato nella memoria:

 

Se volete una pillola davvero semplice e discreta per tutta la famiglia, provate lo spremi rene, sciogli-fegato, impercettibile liquefante del Dottor Rumboldt: ventisette a scatola. Questa pillola è docile come un agnellino e fine come un pettinino. Non sta a gingillarsi, ma si attiene strettamente al lavoro, ed è puntuale quanto una sveglia da venti dollari nel cuore della notte.

 

Il moderno inglese di Successo può essere ingannevolmente non retorico nei toni: come uno zio o una sorella grande che, con garbo, dicono a un fanciullo perplesso di filare a nanna, ma sempre con una memorabile ultima battuta a ricordargli cosa dovrebbe comprare, vendere o essere.

Tuttavia, per gli innocenti insegnanti d’inglese, molti dei quali non hanno alcun diretto contatto col mercato, il commercio o l’industria, e alcuni dei quali, come me, non riuscirebbero a vendere un sacco di grano in tempi di carestia, l’inglese di Successo sembra un inglese disonesto: la lingua usata per distrarre l’attenzione del lettore dalle discrepanze fattuali, per non dire dalle falsità. Il compito degli insegnanti, specialmente a livello elementare, è insegnare un inglese giusto, sia come disciplina morale che come coadiuvante a un’onesta comunicazione tra amici. La disonestà non è affar loro.

Ora, la nostra lingua, seppur la più ricca al mondo, è la meno disciplinata e quindi la più facile da scrivere male; non c’è forse, invece, nessun modo di parlare male inglese, almeno tra coloro che lo rivendicano come lingua madre. Sono del tutto a favore dei dialetti: maggiore la diversità dei dialetti, minore sarà il pericolo di una eccessiva centralizzazione e conseguente perdita di stravaganze indipendenti e ossessioni locali.

Idealmente dovremmo essere incoraggiati a parlare i nostri dialetti e istruiti a scrivere in un inglese onesto. Esito a definirlo inglese “letterario” poiché “letterario” ha finito col significare affettato, smunto, forzato, snobistico. E non voglio chiamarlo inglese di Oxford, se non altro perché c’è una Oxford nel Mississippi che non può rivaleggiare in correttezza semantica con Cambridge, Massachusetts. E perché, sebbene Oxford, in Inghilterra, sia dimora dell’autorevole Oxford English Dialect Dictionary in tredici volumi e del suo compagno, l’Oxford English Dictionary in sei volumi (ciascun tomo pesante tra le sette e le otto libbre), entrambi sono raccolte di precedenti[1] - non come il dizionario sponsorizzato dall’Accademia francese, Tavole della Legge che impongono quali forme verbali sono corrette e quali no.

Quindi accontentiamoci di “inglese mandarino”. Come tutti sapete, nonostante l’immensa varietà di dialetti sotto il vecchio impero cinese, la corte imperiale impose a tutte le province remote l’accettazione di una comune lingua scritta dei segni attraverso cui i propri ufficiali potessero fare rapporto e corrispondere senza incomprensioni. Ciò fu possibile perché, sebbene il mandarino fosse puramente parlato a corte, i segni avevano lo stesso senso, se non proprio lo stesso suono, in ogni dialetto della Cina. Esiste già accordo sull’inglese Mandarino condiviso dal London Times e dal New York Times, le cui colonne principali, eccettuate occasionali differenze ortografiche, sono legate dalle stesse regole grammaticali e mostrano esigue variazioni nel vocabolario. Questa dovrebbe essere la base dell’educazione elementare. E, certo, insegnanti d’inglese (come mio padre) si ritrovano a perdere il loro originario dialetto e a parlare l’inglese mandarino come esempio per i propri alunni e famigliari.

L’inglese è una lingua vernacolare. “Vernacolare” originariamente significava una specie di latino parlato dagli schiavi (vernae) di discendenza straniera nati in famiglie romane: un latino pidgin con appianati molti dei suoi suffissi e coniugazioni. L’inglese è infatti doppiamente vernacolare, giacché il franco-normanno nacque come latino pidgin parlato dai Galli conquistati dai legionari di Cesare, perlopiù ineducati e non-romani; e l’inglese era un pidgin franco-normanno parlato dai servi anglo-sassoni di Guglielmo il Conquistatore. Nondimeno, per secoli, il latino rimase la sola lingua della cultura e del governo in Inghilterra, Francia, Italia e Spagna, sicché quando un vernacolo nazionale assurgeva alla dignità di acquisire una letteratura, veniva assoggettato alle regole grammaticali (insegnate nelle scuole monastiche) ancora rilevanti per il latino.

Così, anche ora, i test di grammatica dell’inglese scritto, del francese e il resto, rispondono tutti alla stessa domanda: “Offende forse le regole basilari del latino?” Ed è per questo che cavillo su, per esempio, different than. Qualcosa può essere better than, worse than, other than - melior quam, pejor quam, alius quam, ma non potrà mai essere differens quam, “different than”, perché “different” in latino significa “separato da” e qualcosa non può essere separating than. L’obiezione di mio padre a “Io e Clarissa abbiamo preso le fragole come hai detto che potevamo” era a sua volta basata su regole latine. La convenzione educata vuole che “io” o “me” vengano secondi e non primi; e sebbene sia possibile in inglese dire “It’s me” o “That’s him” - per analogia col francese “c’est moi” o “c’est lui” - il francese consapevole delle influenze latine insiste sul fatto che i verbi attivi siano regolati da un sostantivo nominativo o da un pronome. “Like you said” (come hai detto) non è latino: o è Ut dixisti, che significa “as you said” o Sicut dixisti, che significa “like as you said”.

Ovviamente nelle lettere famigliari o d’amore, scriviamo come parliamo perché i nostri corrispondenti immaginano la nostra voce leggendoci, e conoscono le nostre inflessioni a tal punto che raramente ne travisano il senso. Diverso quando scriviamo a estranei, i quali non possono aspettarsi di capire il nostro uso individuale delle parole - o, addirittura, essere lieti di ricevere una lettera da noi; così ci diamo gran pena per rendere le frasi il più possibile formali e simili all’inglese-mandarino.

Generalmente si trascura quanto le inflessioni vocali chiarifichino il senso delle frasi. Parlando, non necessitiamo di alcuna punteggiatura. Se dico: “Tutti i presenti tra il pubblico scuotono la testa e pensano che scemo che sono” è una cosa; ma se scrivo: “Tutti i presenti tra il pubblico scuotono la testa e pensano: ‘Che scemo che sono’”, è un’altra. Oppure prendiamo: “La stanza puzzava di cipolle. Ho dovuto forzare la finestra e in un attimo sono stato meglio”, che, quando scritta, può significare non che ho preso una semplice contromisura per disperdere l’odore, bensì che quella violenza mi si è imposta dal puro bisogno: “Ho dovuto intraprendere un atto di forza”. O prendiamo il proverbio “Stuff a cold and starve a feaver”[2]. Quando scritto, il senso delle normali inflessioni vocali è perso. Come per “Give a dog a bad name - and hang him”, sembra significare davvero che se dai troppo da mangiare a un uomo raffreddato rischi di farlo ammalare tanto da fargli venire la febbre.

Ancora, “solo”, nella prosa scritta, regola il senso della parola che lo precede: “Io ho solo visto Absalom” dovrebbe significare “Io ho solo visto Absalom, non gli ho parlato né ho ascoltato quel che aveva da dire”. Così gli insegnanti dovrebbero enfatizzare l’importanza, per esempio, di scrivere “Io ho solo visto Absalom” oppure “Io solo ho visto Absalom”, se quel che s’intende non è: “Io ho solo visto Absalom”. E dovrebbero anche spiegare la punteggiatura come mezzo per aiutare l’occhio a comprendere quel che le orecchie capiscono al volo: dare cioè alla frase l’esatto andamento musicale da trascrivere in suoni.

In epoca medievale i pochi capaci di leggere scandivano ogni parola a voce alta e ne riconoscevano il significato dal suono. Non è stato fino a due secoli fa che il movimento delle labbra di chi legge è diventato inusuale. E solo nell’ultimo secolo le persone istruite hanno acquisito l’arte di leggere fino a quattrocento parole al minuto. Questo ritmo ammonta circa a ventiquattromila l’ora. In una conversazione, la voce va quasi a un quarto della velocità. E l’occhio che legge è, di regola, molto più accorto dell’orecchio. Non siamo forse tutti più facilmente abbindolati da una telefonata che da una lettera?

L’abilità di scrivere un buon inglese si basa su un singolo principio: non perdere mai l’attenzione del lettore. Poiché i modi più ovvi di perderla sono di offendere, confondere o annoiare, la buona scrittura può essere ridotta al principio di un’attiva cura per la sensibilità del lettore.

Mi è stato detto che negli Stati Uniti gli insegnanti d’inglese incaricati dell’educazione degli studenti più giovani e svantaggiati, e dunque - deploro profondamente questo “dunque” - dunque costretti a salari più bassi e condizioni di vita più difficili, sono anche quelli che sembrano più conservatori nella loro visione di cosa sia un buon inglese. Brillanti giovani professori universitari, invece, ora tendono a essere liberal e a usare la lingua a briglia sciolta. Ma benché io abbia definito un gentiluomo, o gentildonna, nato come qualcuno che sa per istinto quando indossare i vestiti sbagliati, e uno scrittore nato qualcuno che sa esattamente quando prendersi libertà con la lingua, tuttavia mi aspetto che le università siano luoghi di apprendimento piuttosto che laboratori di scrittura creativa. Dovrebbero concentrarsi sull’insegnare un inglese buono, onesto, piano, mandarino, e non (prendendo a prestito la metafora dalle arti figurative) come pitturare con la bomboletta spray o armonizzare in scultoree figure objets trouvés a caso nella spazzatura. Eppure quando gli studenti sono chiamati ad analizzare e discutere i classici inglesi, questi stessi professori liberal non li obbligano a scrivere in inglese classico, ma li incoraggiano nell’uso di un inglese disordinato e, se mai vivido, al più colloquiale.

Questo è un buon segno solo se significa staccarsi dall’inglese accademico obbligatorio per le tesi di dottorato. La rivoluzione del 1776, che fu una protesta contro l’imposizione delle teorie politiche inglesi sui coloni con il loro proprio modo di vivere, ebbe questo sfortunato risultato: spinse gli ambiziosi americani del primo secolo diciannovesimo a cercare altrove, in Europa (Francia, Italia e, specialmente, Germania), nuovi modelli di ri-educazione. La Germania stava godendo un celebre periodo di illuminismo, producendo notevoli scienziati, storici e filosofi. La loro follia guerrafondaia non era ancora iniziata; non erano nemmeno antisemiti, bensì i bravi ragazzi della cultura occidentale. Sfortunatamente, erano anche gravati dalla lingua tedesca, che è sempre stata monolitica, non un miscuglio vernacolare. Sebbene semplice nella grammatica e nella morfologia, difetta della fluidità dell’inglese; nega inoltre ai propri scrittori la licenza che ogni britannico e ogni americano rivendica: prendere in prestito qualsivoglia fraseologia, da qualsiasi parte si preferisca, e spacciarla come moneta corrente. Lo zelante partito nel congresso rivoluzionario che voleva tagliare alla radice il legame più forte con l’Inghilterra, votò per rendere il tedesco la lingua ufficiale degli Stati Uniti; e sarebbe diventato legge, se non ci fosse stata una scheggia di voto a favore dell’ebraico, che salvò così l’inglese per la nazione.

Il tedesco è una lingua curiosamente scomoda e, come tutti i delegati delle Nazioni Unite sanno bene, non al passo con inglese, francese, italiano, spagnolo e russo. Una volta, un delegato tedesco nella vecchia Lega delle Nazioni, a Genova, sbraitò contro l’interprete ufficiale: “Signore, perché aspettate villanamente che io abbia finito le mie frasi invece di tradurle un pezzo alla volta come per tutti i miei colleghi?” “Perdonate, vostra eccellenza”, rispose l’interprete, “ma non mi date altra scelta. Io pazientemente e sobriamente per il trionfale verbo principale, che con tanto rigore alla fine dei vostri eccessivamente lunghi e retorici periodi insistete a mettere, ad aspettare sono obbligato”. Gli accademici americani, anche se non riservano più, come una volta, il verbo principale tedesco come lampo finale, hanno imparato dagli eruditi tedeschi a sovraccaricare la propria scrittura con le parole (dentro e fuori dal dizionario) più lunghe e meno necessarie; ciò produce una fatica mentale che instilla nel lettore un timore troppo reverenziale verso l’argomento e la sua trattazione per metterlo in discussione. Lo stile della prosa tedesca permane negli studi universitari psicologici e sociologici. L’obiettivo dichiarato è quello di essere dotti, ciò implica scrivere in una lingua che solo gli accademici specializzati possano capire, purgata da ogni colloquialismo, leggerezza o emozione; e questo stile ha a lungo dominato il giornalismo letterario intellettuale e perfino la critica artistica e musicale, sebbene qualunque lavoro creativo con una vita dentro dovrebbe ovviamente essere discusso in un inglese altrettanto vivo.

Il fatto è che gli scrittori onesti cercano di dare ai propri lettori meno fatica mentale possibile. La causa più frequente di un inglese mal scritto è una confusione della mente dovuta, se non all’ignoranza, allo stress emotivo o alla disonestà. Eccomi dunque a discutere un caso particolare, cui potrebbe essere considerato poco saggio dare seguito, ma l’importanza del quale ben pochi negheranno.

Il reverendo Edmund Wasson, dottore in filosofia alla Columbia University, studioso di lettere classiche e ossessivamente attento all’uso dell’inglese, era nato nel 1864. Nei tardi anni ’30 pubblicò un saggio suggerendo che uno dei più grandi inciampi nel tentativo di educare i giovani americani fu che il discorso di Gettysburg di Lincoln venne erroneamente imposto (almeno alla gioventù degli stati del nord) come un sublime modello di uso dell’inglese. Egli nega che il discorso  possa in ogni modo essere sublime per quanto concerne la prosa inglese e suggerisce che tutti i numerosi difetti grammaticali e le altrettanto numerose parole fuorvianti, superflue e mal scelte, possano essere ricondotte a un travaglio interiore di Lincoln, a un rimorso di coscienza, e alla spiacevole sensazione che il suo elogio ai caduti federati abbia reso meno che giustizia ai morti della confederazione i quali, dopo tutto, avevano combattuto solo per preservare i diritti garantiti dalla costituzione.

Vero è che nessuno può mantenere l’attenzione del lettore, per non parlare dell’attenzione di un grande pubblico, iniziando la prima frase con un difficile problema di matematica: “Sedici lustri[3] e sette anni or sono”. Pochi di noi sono capaci di un calcolo mentale immediato. I reduci vincitori della battaglia si erano già sorbiti un discorso di due ore di Edward Everett e ora erano costretti a calcolare quanto segue: “Quanto fa sedici lustri più sette anni? Risposta: ottantasette. In che anno siamo adesso? Credo sia ancora il milleottocentosessantatre. Ora, quanto fa se sottraggo ottantasette a milleottocentosessantatre? Tredici meno sette fa sei; riporto di uno; sedici meno nove fa sette; riporto di uno; diciotto meno uno fa diciassette… risposta: millesettecento e settantasei”. Per allora, nessuno sarebbe rimasto al passo col resto della frase, a parte i contabili esperti; e anche questi ultimi sarebbero stati scombussolati una volta di più dall’insinuazione di Lincoln secondo cui i loro padri avrebbero dato alla luce una nuova nazione su questo continente, concepita nella libertà. È una delle caratteristiche salienti della cultura americana credere che solo le donne concepiscano e solo le madri diano alla luce; peraltro, “avi” sarebbe stato più facilmente accettabile dal pubblico di menti ristrette di Lincoln, rispetto a “padri”. Si dice che Matthew Arnold, leggendo il discorso di Gettysburg su un giornale inglese, si sia spinto solo fino ai sedici lustri e sette anni, ai padri che danno alla luce una nazione, e che tale nazione sia consacrata a un “principio” - invece che a una fede bruciante o a un sublime ideale - prima di mettere da parte il giornale. Niente più di una coincidenza il fatto che Arnold tenne la cattedra di poesia a Oxford esattamente un secolo prima di me; ma, è chiaro, la poesia esige una ben più forte valutazione del senso, del potere e dell’interrelazione tra le parole di quanto faccia la prosa.

Lincoln usa la parola “noi” in una confusa varietà di sensi: “noi” come nordisti in guerra col sud; “noi” come tutti i nordisti meno i soldati sopravvissuti in battaglia; “noi” come il segretario Seward e se stesso. Usa la parola “dedicare” sei volte: talvolta in senso di “impegnarsi”, talaltra in senso di “consacrare”, altre ancora in senso di “devozione”. Si fa coinvolgere in uno sciame superfluo di “qui” e “grande”. Il suo confuso inglese mi suggerisce per certo lo specifico dubbio se sia moralmente giusto consacrare un’ode agli immortali caduti federati, lasciando l’altro fronte a marcire senza onori, proprio come noi inglesi abbiamo fatto con gli scozzesi a Flodden Field dopo aver convinto il Papa a scomunicare Re Giacomo di Scozia. Ed è per questo che Lincoln sente necessario aggiungere in propria difesa: “[Ed è] del tutto giusto e appropriato che noi compiamo quest’atto”. “Del tutto giusto e appropriato”, come il suo collega cliché “Questo non è il momento né il luogo”, è entrato nella lingua apologetica del grande business: un’ampollosità usata per distrarre l’attenzione dagli errori di valutazione e dalle catastrofi.

Una società pubblicitaria di Londra aveva appena perso due importanti clienti in favore di un’altra azienda. Il direttore si vide costretto a fare economia tagliando il personale, senza però lasciar sospettare che gli affari fossero allo sbando. Mandò a chiamare un copywriter ben pagato, la prima e ovvia vittima sacrificale, e gli disse: “Signor Cabbage, è del tutto giusto e appropriato che io mi congratuli per il buon lavoro da lei svolto nei mesi passati, e io per primo considero il suo congedo una enorme perdita personale. Se dunque ora andrà qui fuori, la nostra cassiera…”. Il copywriter disse: “Quindi mi date il benservito? Non le piace il colore dei miei capelli o i miei calzini o cosa? Se non è quel che intendeva, a che diavolo serve tutto questo?” Il direttore, agitato, rispose: “Questo non è il momento né il luogo, signor Cabbage, per simili domande”.

Ora, non sono qui a denigrare Lincoln, ma solo a concordare col Dottor Wasson sulle inadeguatezze, in semplice prosa inglese, del discorso di Gettysburg. Del resto, sebbene udibile solo dai pochi ranghi di soldati delle prime file per mancanza di microfoni, sembra essere stato il discorso adatto all’occasione; breve, toccante e, ovviamente, scritto di suo pugno: non elemosinato. Il pubblico deve aver intuito la sua lotta contro il senso di colpa per averli coinvolti in una guerra fratricida - colpa mille volte rafforzata dalla ripugnante evidenza fisica del crimine che ora aveva di fronte. Loro stessi avvertivano il medesimo bisogno di una giustificazione spirituale, anche se veicolata semplicemente da una distorsione della storia, e Lincoln fece tutto il possibile per assolverli dalla maledizione di Caino.

Eppure credo che se una commissione di scrittori di livello fosse chiamata ad abbozzare in retrospettiva un discorso per Lincoln - un discorso che dovrebbe essere breve, storicamente inattaccabile, semplice nella formulazione, con sufficiente balsamo emotivo per confortare i tremanti sopravvissuti di quel maledetto giorno di novembre, un discorso soprattutto scritto in una prosa franca, che potrebbe essere pubblicato sui quotidiani nazionali, ebbene probabilmente si accorderebbero per qualcosa di simile[4]:

 

Circa novant’anni fa, un nobile gruppo di patrioti americani - i nostri avi - scelsero i portavoce di tredici colonie, firmarono e pubblicarono una Dichiarazione d’Indipendenza, il primo atto costitutivo delle nostre Libertà. Contestarono un sovrano tirannico poiché, essendo nati liberi, a essi spettavano gli stessi diritti non solo degli altri sudditi, ma di tutti gli uomini liberi, ovunque. La sfida fu raccolta dagli oppressori inglesi e, nell’aspra guerra che ne seguì, ogni ex colonia giocò la sua parte con eroismo. Una Nuova Nazione venne alla luce, un’Unione sancita da una Costituzione di stati indipendenti, uniti insieme sotto la guida di un Presidente da loro stessi scelto.

Improvvisamente, però, questa stessa Unione, dopo aver a lungo mostrato al mondo libero la sua unanime determinazione a preservare un governo comune contro tutte le aggressioni e interferenze di ogni sorta, è stata ignobilmente violata da una cospirazione di stati ribelli. Dopo che le nostre urgenti e persistenti richieste di ravvedimento sono state brutalmente rifiutate, a Washington non abbiamo visto altra alternativa onorevole se non ordinare la resa dei ribelli con la forza delle armi.

Qui, ora, noi stiamo innanzi all’orrendo massacro cui la loro ostinazione ci ha costretti; e io sono venuto, come vostro Presidente, a consacrare parte di questo terreno flagellato come sepolcro per gli eroici e vittoriosi morti che hanno combattuto, non solo per l’Unione ma per lo spirito di Libertà e Eguaglianza su cui questa Unione fu fondata.

Rendere sufficiente omaggio ai vostri compagni caduti sarebbe evidentemente impossibile. Hanno sacrificato tutto per la nostra fede ancestrale. Nondimeno, mentre dedichiamo quest’ode alla loro sacra memoria, al tempo stesso dobbiamo rammentare umilmente ai nostri cuori la trionfale causa per cui sono morti — e non in vano. Dobbiamo ristabilire questa leale Unione di Stati Indipendenti come unico mezzo sicuro per difendere la nostra nazione contro la tirannia dal di fuori e contro la ribellione dal di dentro. E possa Dio sostenerci nel compimento di questo gravoso e straziante dovere.

 

Noterete che ora il reale casus belli è chiaramente e apertamente indicato. Nessuna menzione alla schiavitù è dovuta, poiché i padri fondatori richiesero a Re Giorgio le eguali libertà degli altri sudditi solo per se stessi, senza annoverare tra loro gli schiavi negri — come invece la frase di Lincoln: “Tutti gli uomini sono nati liberi ed eguali” suggerisce ai bambini di scuola oggi. Anche nel 1789, l’anno della costituzione, la schiavitù persisteva in tutti gli stati dell’Unione tranne uno; il principale interesse commerciale del presidente George Washington era, invero, allevare schiavi per il mercato. Inoltre, l’Emancipazione che Lincoln proclamò fu, lui stesso lo sottolinea, disposta non nell’interesse dell’uguaglianza ma come misura di guerra nell’interesse dell’Unione. Infatti, emancipò gli schiavi solo negli stati che si separarono dall’Unione, non nei leali stati di confine; e dichiarò anche ripetutamente che la Guerra Civile fu combattuta per salvare l’Unione “con o senza schiavitù”. Molti anni prima, noi inglesi avevamo emancipato gli schiavi nelle Sugar Islands delle nostre Indie Occidentali: non per ragioni religiose, ma di mercato. I proprietari di schiavi si accorsero che i lavoratori liberi erano più economici ed efficienti: potevano licenziare un lavoratore libero nei tempi di caduta dei prezzi senza alcuna responsabilità per i malati o gli anziani. E fu tale consapevolezza a spingere il nostro famoso leader liberale, quel buon cuore di William Ewart Gladstone, a esporsi con forza contro l’Abolizione nel suo discorso inaugurale alla Camera dei Comuni.

Il mio premio per la prolissità formale va allo stimato direttore del penitenziario di stato dell’Oklahoma - istituzione che, mi hanno recentemente detto, ha inghiottito il padre di due ragazze adolescenti, sotto custodia del tribunale, che costui aveva introdotto clandestinamente in Inghilterra. Era sgattaiolato di nuovo a casa per prendere un po’ di soldi per pagare le rette scolastiche inglesi, ma venne arrestato sul confine col Messico. Gli scrissi per dirgli come tenersi in contatto con le figlie le quali, sentendo che la polizia inglese era sulle loro tracce, si erano trasferite.

Due settimane dopo ricevetti questa lettera:

 

Caro Signore:

La Vostra lettera recentemente postdatata è stata riconsegnata a Voi in accordo con le regole istituzionali prefissate, per la ragione o le ragioni indicate di seguito.

1. (  ) Il Vostro nome non compare su un elenco di indirizzi approvato.

2. (  ) La Vostra lettera contiene più di quattro fogli di carta.

3. (  ) La Vostra lettera non è scritta in lingua inglese.

4. (  ) La Vostra lettera contiene quel che è considerato un linguaggio inappropriato o non nei migliori interessi del detenuto.

5. (X) Altro. Non nel Penitenziario di Stato dell’Oklahoma.

Sinceramente vostro,

X.Y.Z.

DIRETTORE

 

In Inghilterra semplicemente rispediamo la busta al mittente con su scritto “Gone away”.

 

 

2 maggio 2022

 


[1] Accezione di “precedente” come inteso nei provvedimenti giurisdizionali, raccolte di sentenze passate.

[2] Letteralmente: “Rimpinza un raffreddato e affama un febbricitante”.

[3] Lincoln inizia il discorso con “Four score”, dove uno score sta per un insieme di venti. Abbiamo scelto di utilizzare “lustri” per rendere l’idea del problema matematico sottolineato da Graves.

[4] Riportiamo di seguito l’originale discorso di Lincoln nella versione esposta nella Lincoln Room della Casa Bianca: “Four score and seven years ago our fathers brought forth on this continent, a new nation, conceived in Liberty, and dedicated to the proposition that all men are created equal. Now we are engaged in a great civil war, testing whether that nation, or any nation so conceived and so dedicated, can long endure. We are met on a great battle-field of that war. We have come to dedicate a portion of that field, as a final resting place for those who here gave their lives that that nation might live. It is altogether fitting and proper that we should do this. But, in a larger sense, we can not dedicate -- we can not consecrate -- we can not hallow -- this ground. The brave men, living and dead, who struggled here, have consecrated it, far above our poor power to add or detract. The world will little note, nor long remember what we say here, but it can never forget what they did here. It is for us the living, rather, to be dedicated here to the unfinished work which they who fought here have thus far so nobly advanced. It is rather for us to be here dedicated to the great task remaining before us -- that from these honored dead we take increased devotion to that cause for which they gave the last full measure of devotion -- that we here highly resolve that these dead shall not have died in vain -- that this nation, under God, shall have a new birth of freedom -- and that government of the people, by the people, for the people, shall not perish from the earth”.