Paola Italia - Alzate la posta!

In rapporto alla recente polemica sulla possibile abolizione della lettura dei Promessi sposi a scuola e all’uscita della traduzione americana del romanzo (The Betrothed) a cura di Michael Moore, Paola Italia è intervenuta con una lettera aperta agli studenti che Griselda ha il piacere di pubblicare.

 

Care studentesse e studenti, forse, a pochi giorni dall'inizio delle scuole, vi è sfuggita una proposta che potrebbe cambiare i programmi scolastici dei prossimi anni.  Il filosofo Umberto Galimberti, in un intervento del 2020 (che trovate qui), aveva sostenuto (ed è tornato recentemente a sostenere) che «bisogna smetterla di far leggere ai ragazzi i Promessi Sposi»: è «un romanzo bellissimo, scritto in maniera folgorante», è «grande letteratura», ma è assurdo proporre a uno studente "ginnasiale" la sua morale "provvidenziale": «che quello che conta nella storia lo fa la Provvidenza e tu non conti un tubo», perché «c’è un disegno superiore che risolve tutti i problemi». La polemica non era nuova. Gli aveva fatto eco Antonio Gurrado, elencando cinque buoni motivi per abolire il romanzo (li potete leggere qui), ma poi aveva concluso che il problema non era il romanzo, «un affresco sofisticato e capillare del nostro carattere nazionale, incarnato in un lessico adamantino costato decenni di fatica», ma il fatto di leggerlo a scuola, sottoporlo «alla sintesi, alla parafrasi, alla banalizzazione della verifica, al tema sulla colonna sinistra del protocollo, alla spiegazione approssimativa del supplente». Tornando recentemente sull'argomento, Marco Viscardi, che dieci anni fa ha pubblicato un'edizione commentata dei Promessi Sposi, ha difeso il romanzo (potete leggere qui il suo intervento), ma ha riconosciuto che non dovrebbe essere letto a scuola, perché cade in «momento non adeguato», cioè «al secondo anno, quando non si è ancora studiata la storia d’Europa e di Italia del Sei, Sette e Ottocento». Solo con una prospettiva storica può essere capito, e invece, «in quel secondo anno, i Promessi sposi sono una punizione, anzi pure peggio, sono il residuato di un tempo che fu, una cosa che funzionava e che ora non si capisce. Come una locomotiva a vapore che guida la metropolitana». Conciso, ma deciso, il parere di Paolo Di Stefano (qui): il «messaggio» dei Promessi Sposi non è uno solo, ed è «proprio dei capolavori della letteratura contenere un mutevole e contraddittorio insieme di "messaggi" e punti di vista».

            L'idea non è nuova. L'aveva già sostenuta Umberto Eco scrivendo che l'abolizione del romanzo lo avrebbe fatto considerare "proibito" e lo avrebbe quindi avvicinato agli studenti. Quella di Eco, però, era una provocazione (che non tutti avevano capito, tanto che un politico ne aveva proposta l'abolizione "per legge"...). Infatti, nel 2010, aveva pubblicato una sua versione dei Promessi Sposi, in cui aveva difeso Manzoni, lo scrittore con «una strana faccia lunga da cavallo»: «Molti pensano che I promessi sposi sia noioso perché sono stati obbligati a leggerlo a scuola verso i quattordici anni, e tutte le cose che facciamo perché siamo obbligati sono delle gran rotture di scatole. Io questa storia ve l’ho raccontata perché mio papà mi aveva regalato il libro prima, e così me lo ero letto con lo stesso piacere con cui leggevo i miei romanzi d’avventure. Certo, era più impegnativo, certe descrizioni sono un poco lunghe e si incomincia a gustarle dopo averle lette due o tre volte, ma vi assicuro che il libro è appassionante. Non so se oggi a scuola lo fanno ancora leggere; se avrete la fortuna di non doverlo studiare, quando sarete grandi provate a leggerlo per conto vostro. Ne vale la pena».

            Come aveva risposto il mondo culturale? Stracciandosi le vesti, come è naturale. Manzoni è un classico ed eliminarlo dal canone delle letture sembrava un atto di lesa maestà. Come aveva risposto il mondo della scuola? Lo possiamo dedurre dal commento al "caso", che troviamo ancora oggi (era il 2015) nel sito più consultato in rete: studenti.it, dove una pragmatica collaboratrice, Valeria Roscioni, non aveva perso tempo. In attesa di capire se la colpa della disaffezione ai Promessi Sposi era degli studenti o di Manzoni, dal momento che molti professori continuavano a richiedere un romanzo "liofilizzato": schede sui personaggi, riassunti dei capitoli, temi da svolgere, ecco che il sito provvedeva gli studenti di tutto ciò che poteva aiutarli a vincere «la fretta e l'ansia da voto», responsabili – a suo dire – della disaffezione, «scagionando Don Abbondio e la Monaca di Monza dall’accusa di essere un po’ noiosi». E quindi: schede sui personaggi, riassunti dei capitoli, temi svolti. Riservandosi però, alla fine, di rivolgere agli studenti una modesta proposta: «Quanti di voi, sapendo di avere questo paracadute, sono pronti a cimentarsi nella lettura degli originali? Coraggio: vale la pena di fare almeno un tentativo».

            Raccolgo la proposta di Umberto Eco e Valeria Roscioni e la rilancio. Dopo avere letto le schede sui personaggi, i riassunti liofilizzati, i temi svolti, guardato il (notevole) video degli Obliovion (dal 2009, più di 7 milioni di visualizzazioni), e il (meno notevole, ma forse è una questione di gusto...) musical di Rai 1, prima che, per le insofferenze del filosofo Galimberti e gli entusiasmi iconoclasti di qualche politico Manzoni venga abolito "per legge", potreste provare a «cimentarvi nella lettura diretta dell'originale». Con qualche accorgimento.

            Partiamo dall'inizio. Con un atto di ribellione all'incipit più celebre della nostra letteratura, «Quel ramo del lago di Como...», potreste cominciare a leggere il romanzo dalla fine. Da quella Storia della colonna infame che non si legge quasi mai (viene presentata come Appendice all'edizione del 1840, ma la parola «Fine» Manzoni la scrive dopo l'ultima pagina della Colonna, non del romanzo...), e nel manoscritto della prima stesura era stata pensata come parte integrante della storia: una sporca vicenda di soprusi, tradimenti, torture e bestialità disumane, raccontate "dal vero", con scrupolo documentario e il desiderio di dare voce a un barbiere e un chi era stato processato senza difesa (lo stesso sdegno che aveva avuto lo zio di Manzoni, Pietro Verri, nel leggere il resoconto del processo...). E magari vi verrebbe voglia di vedere come era fatta questa prima stesura, quel Fermo e Lucia che Manzoni aveva scritto d'un fiato, proprio duecento anni fa (e che si può ascoltare anche in podcast, qui, letto – benissimo – dagli attori del Piccolo Teatro di Milano): romanzo “romanzesco”, avventuroso, “europeo", dalla lingua ancora instabile e vivacissima, una tavolozza di colori dal dialetto milanese al francese, dove il "fiorentino" era ancora di là da venire...

            Oppure potreste provare un esperimento di lettura stereoscopica (lo trovate qui), andando a scoprire tutte le parole e le forme idiomatiche che, in quel viaggio durato quasi vent'anni alla ricerca di una lingua "nazionale" che tutti gli italiani potessero capire e parlare, Manzoni è stato costretto a cambiare, quando, dopo avere pubblicato il romanzo (l'edizione del 1827, la "Ventisettana"), scopre che lo aveva scritto in un toscano antico, superato, che nessuno più parlava, e che non aveva la forza di una lingua viva. E, senza godersi lo strepitoso successo della prima edizione (perché nel frattempo i Promessi Sposi erano stati ristampati, piratescamente, in Italia e in Europa, innescando un diluvio di traduzioni, guardate qui per credere), ne progetta subito un'altra, e ricomincia a correggerlo, da cima a fondo, parola dopo parola, chiedendo consiglio a tutti: gli amici letterati, ma anche una governante fiorentina, Emilia Luti, che si era portato direttamente a Milano per interrogarla come un "oracolo", e a cui lasciava per casa divertenti bigliettini per chiederle parole e modi di dire fiorentini... Fino alla stampa del 1840, la cosiddetta "Quarantana", che Manzoni aveva voluto pubblicare a fascicoli, con illustrazioni, perché il romanzo arrivasse davvero a tutti e con la forza delle immagini (qualcuno ha parlato di graphic novel, ma ante litteram, per usare un po' di latinorum...). Nei primi commenti, queste correzioni erano discusse, soppesate, giudicate. E i critici, che sono polemici di natura, si scontravano per decidere se Manzoni aveva corretto bene o male, se le parole sostituite erano più o meno efficaci. Perché quel romanzo non era un semplice esercizio letterario. I Promessi Sposi erano la Magna Charta della nazione, quando la nazione ancora non c'era; erano la nostra Costituzione letteraria, quando la Costituzione (ma era lo Statuto Albertino, una costituzione "concessa dall'alto"...) sarebbe arrivata otto anni dopo; erano il Vocabolario di una lingua moderna che ancora non avevamo, divisi politicamente, ma prima di tutto linguisticamente.

            Oppure ancora, potreste andare a vedere come questo romanzo è nato, su fogli protocollo non molto diversi da quelli su cui scrivete i temi sui Promessi sposi (già pronti su studenti.it...). Ma con molte più correzioni delle vostre. Manzoni era sempre insoddisfatto di ciò che scriveva, anche perché non faceva scalette o schemi, cominciava a scrivere e proseguiva seguendo la sua "bussola", senza sapere dove la scrittura lo avrebbe portato, e le sue carte sono crivellate di correzioni, cancellate a volte così fittamente da creare reticoli indistricabili. Guardate per credere: nel sito www.alessandromanzoni.com, curato da Giulia Raboni, dove con un click, invece dei riassunti, potrete trovare, oltre ai testi di tutte le opere, anche tutti i manoscritti, le bozze corrette, i bigliettini della Luti, e poi anche i libri della biblioteca che Manzoni ha consultato perché ogni passaggio di quella vicenda fosse verosimile, giustificato, fedele alla storia. Perché fosse lo specchio fedele di tutti i nostri "caratteri": le paralizzanti paure, le untuose piaggerie, gli scandalosi soprusi, l'acquiescenza al potere, ma anche il coraggio dei pochi che osano affrontare il potere a viso aperto, la sventatezza degli ingenui, la tenacia dei sopraffatti, il misterioso cuore dei sopraffattori.

            Oppure, infine, provate ad ascoltarli (magari non a doppia velocità, come si è fatto con le lezioni registrate durante la pandemia...). I Promessi Sposi sono un libro che ha un ritmo narrativo fatto per essere letto ad alta voce, come Manzoni faceva agli amici della "sala rossa" della sua casa di via Morone. Li trovate in podcast qui, in una splendida lettura a più voci, da Gifuni a Popolizio, da Pitagora a Bonaiuto, da Crippa a Paiato, da Baldini a Benvenuti, fino agli insuperabili Lucia e Paolo Poli).

            Se non credete a me (che sono di parte...), fidatevi di Umberto Eco, o di Valeria Roscioni, che non ha dubbi: «vale la pena di fare almeno un tentativo». O chiedetelo a qualcuno dei vostri insegnanti (non esistono solo per assegnare schede sui personaggi, riassunti e temi, e ve ne sono di bravissimi), a un ex studentessa o studente. Non c'è un altro testo della nostra letteratura a cui, dopo le fatiche delle letture "obbligative" della scuola, si ritorna più e più volte come i Promessi Sposi. Un libro che si può aprire a caso e si ritrovano tempi, luoghi, personaggi e atti conosciuti, ma che a ogni nuova lettura si comprendono più a fondo, se ne gusta la lingua, lo stile, l'ironia: il punto di partenza di tutti i romanzi successivi, anche quelli più "moderni" e più vicini al nostro tempo, alla nostra lingua, al nostro stile, ma che in quel romanzo si sono rispecchiati e riconosciuti, hanno, come si dice, "salato il sangue". Da pochi giorni è in tutte le librerie americane la nuova traduzione americana di Michael Moore – The Bethroted, con una brillante Introduzione di Jumpa Lahiri, che potete leggere qui – , frutto del lavoro di dieci anni, scritto a mano, con una penna stilografica. Moore non ha dubbi sull'attualità dei Promessi Sposi: «Quando leggo le cronache della campagna elettorale in corso, mi torna in mente l'incontro fra il Conte Zio e il Padre Provinciale, per dirimere la contesa tra padre Cristoforo e Don Rodrigo su Lucia. Quel dire e non dire, il potere evocato e non brandito, il consenso e il dissenso in bilico, archetipi che Manzoni evoca da maestro. Il suo erede, che ho tradotto, è Primo Levi, capace di perpetuare il tono morale, la ricerca della giustizia, umana e sociale, dei Promessi Sposi» (l'intervista completa la potete leggere qui). È proprio vero – per usare ancora un po' di latinorum – che nemo propheta in patria...

            Prima di accettare che venga eliminato "per legge", perché è considerato (da chi però lo conosce bene, e lo dichiara «folgorante»...), "moralistico", noioso, o incomprensibile, e di farvi giudicare incapaci di leggerlo e di capirlo, provate a pensare come vi sentireste se in una corsa a ostacoli il vostro allenatore abbassasse le asticelle prima ancora di avervi fatto fare un giro di campo, dichiarando che ai suoi tempi sì che si poteva saltare in alto, ma ora il livello degli atleti è così basso che non si può correre il rischio di farli provare... La posta in gioco è alta. è la capacità di capire, pensare, e sapere argomentare ciò che si pensa. Una posta che merita una proposta impopolare (per chi vorrebbe togliere dalla scuola il romanzo) e temeraria (per voi). Del resto, un allenatore dovrebbe sempre alzare l'asticella a ogni nuovo allenamento.

            Due libri sono meglio di uno. Non è necessario leggerli integralmente, non ci si deve procurare un'indigestione per apprezzare un cibo raffinato. Ma abituare il palato a diversi gusti può essere una buona idea. C'è un altro "classico" su cui si è costruita la nostra tradizione letteraria. Un libro (molto breve, tra l'altro...), che ha cambiato il modo di scrivere prosa in lingua italiana, e ha consegnato al Novecento (e al nostro secolo) un nuovo modo di pensare, di vedere la realtà, di prendere atto delle follie del mondo e di saperci ridere sopra. Non ha avuto molta fortuna, quando è stato pubblicato (nello stesso anno della Ventisettana, tra l'altro...) ha perso il "Premio Strega" del tempo (che era bandito dall'Accademia della Crusca), ma è stata una formidabile arma di istruzione per il pensiero critico di chi lo ha letto. Schopenhauer e Nietzsche, per esempio; che hanno cambiato la storia della filosofia del Novecento. Giorgio de Chirico e Alberto Savinio; che hanno fondato la Metafisica, dando un nuovo linguaggio all'Arte moderna. Le Operette morali – un libro che di cui vi fanno leggere solo il Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere – hanno cambiato il modo di vedere il mondo (e riderne) di Pirandello, Palazzeschi, Gadda, Landolfi, Calvino, passando da Bontempelli, Stuparich, Delfini, fino a Gianni Celati (nomi nuovi: un altro canone del Novecento? magari si potesse allargare, attraverso Leopardi, la serie dei libri che vi danno da leggere durante l'estate e accanto all'inossidabile Sentiero dei nidi di ragno si potesse vedere finalmente, per dire, Il dialogo dei massimi sistemi....).

            Certo, anche le Operette, come i Promessi sposi, sono un testo scritto in una lingua diversa da quella che parliamo ora, ma conoscere da dove viene la nostra lingua può essere utile. Oltre a ragioni di logica e noia. Alle equazioni differenziali si arriva dal teorema di Pitagora, non dalla teoria dei quanti, e se si dipinge sempre con giallo, ciano e magenta dopo un po' ci si stufa... Potrebbe essere utile uscire dal livello base delle 7500 parole che il grande Tullio De Mauro aveva registrato nel Nuovo vocabolario di base, e ad arricchirlo con (almeno) le 25.000 parole del "lessico non di base" (il De Mauro è uno dei dizionari più consultati on line: https://dizionario.internazionale.it/, ma qualche incursione nel Grande Dizionario della Lingua Italiana, pure on line www.gdli,it,: potrebbe riservare utili sorprese: le parole sono 260.000, senza contare quelle scientifiche...).

            Invece di vedervi abbassare l'asticella, chiedete di alzarla. Potreste scoprire, per esempio, che per dire "abbassare" (parola n. 3 del De Mauro) si possono utilizzare altre venti voci (calare, far scendere, spostare, chinare, dirigere verso il basso, rendere più basso, ridurre, diminuire, tagliare, scontare, attenuare, ovattare, smorzare, flettere, scemare, deprimere, umiliare, disonorare, screditare, degradare..., e nel Dizionario Treccani dei Sinonimi e contrari si trovano tutte: https://www.treccani.it/vocabolario/abbassare_%28Sinonimi-e-Contrari%29/). Molte di queste le trovate anche nei Promessi sposi («Io ho cercato di smorzare; ma vedendo che la cosa andava per le brutte, ho creduto che fosse mio dovere d'avvertir di tutto il signore zio, che alla fine è il capo e la colonna della casa...», Cap. 18) o nelle Operette morali: «vedo che quanto cresce la volontà d'imparare, tanto scema quella di studiare...», Dialogo di Tristano e di un amico). Perché farsi convincere che la scemata voglia di studiare abbassi anche quella di imparare? Perché restare ai tre colori primari, alle 7500 parole del lessico di base?

            Ma se non bastasse la lingua, potreste considerarne l'utilità, se non morale (sono pur sempre morali, le Operette), "umorale", per quell'attitudine al riso che questi Dialoghi hanno sempre fomentato nei loro lettori. Chi l'ha detto che Leopardi si diletta a piangere? Leopardi è stato il primo a rifiutare l'etichetta di malmostoso (GLDI, s.v. https://www.gdli.it/contesti/malmostoso/884384). «Se mi dolessi piangendo [...] darei noia non piccola agli altri e a me stesso senza alcun frutto. Ridendo dei nostri mali, trovo qualche conforto; e procuro di recarne altri nello tesso modo» (Dialogo di Timandro e di Eleandro). Forse, tornando a questi due temerari allenatori di ironia, che, come ha scritto qui Matteo Marchesini, pur vivendo «sotto l'assedio della paura», «inseguono il fantasma del coraggio», provando, con serena ma inesorabile determinazione a comprenderli nella loro dimensione linguistica, letteraria, storica e morale (non moralistica), potreste inaspettatamente riscoprirli attuali, anche nella loro dimensione politica (e magari a scuola si tornerebbe a parlare di politica, ma seriamente). E potreste chiedere agli insegnanti perché in piena persecuzione fascista, il gruppo di "Giustizia e Libertà" aveva riconosciuto in Leopardi non un filosofo pessimista, ma un eroe del pensiero, che costringe ogni lettore a «guardare in faccia il destino» (lo ha raccontato Antonella Antonia Paolini, attraverso la storia di Silvio Trentin, uno dei pochissimi docenti universitari che si rifiutarono di giurare fedeltà al regime), o perché Leone Ginzburg, incarcerato a Torino nel 1934, come prima cosa chiese a sua madre i Promessi Sposi, per poterli leggere «riposatamente e ordinatamente», e nove anni dopo, nel carcere di Regina Coeli (dove muore nella notte tra il 4 e il 5 febbraio 1943, sotto le torture naziste) aveva organizzato, con i compagni di cella un circolo di lettura del romanzo. Lo ha raccontato Silvano Nigro qualche anno fa: «negli anni della Resistenza c'era chi portava i Promessi sposi nello zaino, o nella valigia di cartone con la quale si avviava verso il carcere, la tortura e la fucilazione» (tutto l'articolo vale la lettura, lo potete trovare qui).

Provate ad alzare la posta. E diffidate sempre di chi vi proibisce di leggere un libro. Anche se sono I Promessi Sposi...

 

Paola Italia insegna Letteratura Italiana Scholarly Editing all'Università di Bologna. Si è occupata di vari autori e tematiche dell'Ottocento e del Novecento. Dal 2015 al 2020 è stata consigliera del Centro Nazionale di Studi Manzoniani. Ha curato, con Barbara Colli e Giulia Raboni, l'edizione critica del Fermo e Lucia diretta da Dante Isella (Milano, 2006) e curato Manzoni (Roma, Carocci, 2020). All'interno del DHaRc coordina il progetto Philoeditor.

 

28 settembre 2002