vai al contenuto della pagina vai al menu di navigazione

Elisabetta Menetti - La lezione di Boccaccio. Dialogo con Marcello Fois

«Tra un buon telefilm o un buon affresco su San Francesco che predica agli uccelli, per esempio, e una pagina ben scritta sullo stesso tema, la differenza consiste proprio nel fatto che solo in quest’ultima possiamo vedere, sentire, annusare, ascoltare, toccare. Un affresco ci dice che vento soffia? Come profuma o puzza l’aria circostante? Un telefilm ci informa sulla consistenza dei piumaggi? Solo la grande scrittura può cimentarsi a mettere in campo tutti i sensi contemporaneamente». Marcello Fois interpreta le riflessioni di Giovanni Boccaccio sull’ immaginazione letteraria: un dialogo con un classico della narrativa italiana che tra il 1350 e il 1370 scrive in latino un trattato di mitografia, diviso in quindici libri. Il quattordicesimo libro rappresenta un capitolo a parte della ‘saga degli dei” e si rivela di una modernità straordinaria: qui Boccaccio affronta il grande tema della verità poetica, ma non solo. Lo scrittore del Decameron (e di altre importanti opere narrative della nostra tradizione letteraria) cerca di spiegare il segreto della letteratura a partire dal potere dei poeti di evocare immagini, suoni e armonie e di far percepire negli ascoltatori e nei lettori persino i sapori, gli odori e la consistenza delle cose del mondo. L’intero universo sensoriale viene coinvolto dalla capacità ‘divina’ dei poeti di raccontare il mondo: e noi restiamo ancora affascinati dalla intelligenza e dalla libertà con cui uno scrittore così lontano nel tempo riesce a spiegarci in modo semplice e illuminante l’incantesimo della scrittura di invenzione.

EM: Commentiamo insieme l’opera latina di Giovanni Boccaccio, la Genealogia deorum gentilium. Nel XIV Libro di questa straordinaria opera latina enciclopedica lo scrittore ha lasciato una sorta di testamento intellettuale. Sono moltissimi gli spunti innovativi, ancora oggi. Ma voglio cominciare da una riflessione sulla natura e discuterla con te, perché mi sembra che ci sia una buona sintonia fra voi! Si tratta di un passo (Gen., XIV, 17, 5) in cui Boccaccio riflette sul fatto che ogni poeta si sforza di descrivere la natura secondo le sue capacità. Ogni scrittore deve cercare di imitare la natura e di renderla viva con le parole: e così, il vero poeta tenta di descrivere nel miglior modo possibile ‘gli impetuosi fragori dei venti’ («ventorum fragores et impetus») oppure il ‘crepitio delle fiamme’ («flammarum crepitus») oppure il dolce rumore delle onde e addirittura le altezze dei monti o l’ombra dei boschi («sonorum undarum  rumores, montium celsitudines et nemorum umbras»). Se si riesce addirittura a far ‘sentire’ al lettore l’ombra dei boschi, si può dire che l’incantesimo del poeta è ben fatto. Anche nel tuo ultimo romanzo (Pietro e Paolo, Einaudi 2019) la natura sarda è vivida, la si vede ma soprattutto si ‘sente’. Un piccolo esempio di ‘visualizzazione’, tanto per cominciare:  «E quei nudi filari di asfodeli che il vento o gli uccelli avevano piantato talmente simmetrici che parevano frutto di un’azione pensata anziché casuale, come se la Natura agisse per sistemi matematici. Poteva vedere inoltre fino a che punto le acque piovane avevano solcato il terreno compatto. Incidendolo come se si trattasse di creta molle per disegnare reticoli in tutto simili ad ali di libellula» (p. 60). Pensi che Boccaccio avesse ragione a indicare la Natura come una prova poetica da superare?

MF : Faccio molta fatica ad accettare qualunque tipo di accostamento. Ma in linea teorica direi che sono totalmente d’accordo col Nostro (io personalmente considero Boccaccio il mio preferito della triade capitolina delle nostre lettere: più “multiforme” di Petrarca, più generoso di Dante). Credo comunque che nella sua considerazione a proposito dell’importanza di saper descrivere la Natura egli ponesse un problema sostanzialmente tecnico sarebbe a dire la capacità di condurre la narrazione nel suo proprio luogo e cioè nel regno della multisensorialità. Quell’intellettuale straordinario aveva capito, secondo me, quale poteva essere la deriva monosensoriale di una narrazione affidata esclusivamente allo sguardo. I suoi tempi non erano molto diversi dai nostri: anche allora molta parte dell’istruzione era delegata alla visione: gli affreschi nelle cattedrali non sono molto diversi dalla televisione. Perciò, io credo, Boccaccio intravede il pericolo che la scrittura, la narrazione, diventi semplicemente un supporto alla vista, mentre rappresenta un territorio assai più esteso, uno spazio per esperienze assai più complesse. Tra un buon telefilm o un buon affresco su San Francesco che predica agli uccelli, per esempio, e una pagina ben scritta sullo stesso tema, la differenza consiste proprio nel fatto che solo in quest’ultima possiamo vedere, sentire, annusare, ascoltare, toccare. Un affresco ci dice che vento soffia? Come profuma o puzza l’aria circostante? Un telefilm ci informa sulla consistenza dei piumaggi? Solo la grande scrittura può cimentarsi a mettere in campo tutti i sensi contemporaneamente.

EM: Un altro passo di grande attualità riguarda il concetto di finzione. Qui Boccaccio riflette da lettore e da scrittore sulla libertà di invenzione. Nel difendere i ‘suoi poeti’ (Virgilio, Ovidio ma soprattutto Dante) dall’accusa di essere dei bugiardi, arriva ad affermare che il compito di ogni poeta non è mentire, ma fingere. E che la finzione non ha nulla a che spartire con il concetto di verità (Gen. XIV, 13, 3 e 4).

I poeti non sono bugiardi, scrive chiaramente: la menzogna (mendacium) è una certa ‘fallacia’ molto simile alla verità, mentre le finzioni dei poeti (poetarum fictiones) non si avvicinano a nessuna specie di menzogna perché non assomigliano alla verità. I poeti non hanno intenzione di ingannare e se venisse tolta ai poeti la licenza di vagare per ogni genere di finzione il loro compito sarebbe del tutto annullato. Tu scrivi e inventi: in che modo riesci a liberarti dal giogo della verità?

MF: Altro argomento di modernità sconcertante. La verità non è mai un assillo dello scrittore. Per lo meno non è un assillo degli scrittori che piacciono a me. E dunque neanche il mio. Egli, lo scrittore, si dovrebbe limitare, come direbbe Shakespeare, alla “scimmia della verità” e cioè ad una forma verosimile tutt’altro che veritiera. La verità è come la felicità: non fa letteratura. La verità può fare comunicazione, la felicità può fare invidia. In nessuno dei due casi però si ottiene un prodotto letterario. La scrittura è un atto artistico e in quanto tale deve ottenere una specie di verità a prezzo di molte menzogne. Qualunque performance ben riuscita mima la normalità, la verità, la linearità. Ma tutte queste qualità sono il frutto di enormi ripensamenti, aggiustamenti in corso d’opera, sistemazioni del carico mentre si viaggia. Qualunque performance ben riuscita deve giungere al massimo col minimo di sforzo apparente. Eppure per ottenere quella sicurezza, quella precisione, occorrono ore e ore di studio o di allenamento. Verità, semplicità, felicità in letteratura si ottengono a patto di essere disponibili a fare sacrifici enormi, anche fisici. Si ottengono a fronte di competenze straordinarie, di letture profonde, di revisioni continue, di continue forzature. In taluni casi la realtà è persino più inverosimile di qualunque realtà: irraccontabile. Anche in quel caso paradossalmente possiamo “comunicarla” ma non narrarla. Per narrarla occorre un atto di adattamento, il recupero di una misura contro la smisuratezza. Ancora una volta occorre non tanto trasmettere la verità quanto una verità narrabile, quindi verosimile, quindi adeguata alla gittata della storia che si sta narrando. Lo scrittore diceva Marguerite Yourcenar non fa altro che stringere e allargare bulloni. Lavora di fino, ci fa sembrare semplice qualcosa che è assai complesso. Fa in modo che nella sua storia sia vero tutto quello che il lettore crede sia vero.

EM: La finzione dei poeti, dice Boccaccio, ha bisogno di buon lettori, ossia di interpreti. Infatti ogni finzione ha una ‘corteccia’ che richiede competenze ed analisi da parte di chi legge. Si tratta di un energico richiamo alla responsabilità del lettore ed alla sua intelligenza critica, che è necessaria per attivare quel legame speciale con il ‘suo’ autore. Qui Boccaccio diventa divertente. Ai lettori deboli di mente (imbecilles), e persino suggestionabili, lo scrittore sconsiglia vivamente di avventurarsi in letture troppo difficili che non possono capire. La metafora è bella, e desidero commentarla con te: a questi lettori poco intelligenti Boccaccio sconsiglia di entrare con un ‘elmo di vetro’ in una ‘battaglia di pietre’. Ma, al contempo, si domanda: coloro che sono capaci di comprendere questo artificio e restano affascinati dalla dolcezza dei poeti, per quale motivo dovrebbero essere considerati peccatori? E se un ‘cristiano’, magari un poeta cristiano, ama le invenzioni poetiche, che male ci sarebbe?

L’immaginazione è il demone dei poeti, ma un demone innocuo e innocente che solletica l’intelligenza di chi ama studiare, interpretare e cercare le verità nascoste sotto le finzioni (Gen. XIV, 18 7- 8).

MF: Tempo fa in un volume uscito per Einaudi dal titolo Manuale di lettura creativa (Einaudi, 2016) avevo ipotizzato la necessità di un “lettore creativo” di un individuo cioè che nel leggere cercasse il proprio libro, la propria storia e persino una certa dose di co-autorialità. Un lettore attivo, anzi attivissimo, che voglia mettere le mani nel libro che sta leggendo rivendicandone la proprietà piena. Un lettore che rivendichi la sua parte di responsabilità anche nella qualità della scrittura che si pubblica. Credo che Boccaccio si riferisse a questo quando costruì quella magnifica metafora dell’andare alla guerra di pietre con l’elmo di vetro. Il lettore incauto, passivo, disinformato, può affrontare solo una guerra di piume. Una scrittura volatile, stagionale, passeggera, attuale. La buona lettura, come la buona scrittura, necessita di elmi e consapevolezze più solidi. In questo senso la responsabilità del lettore è capitale per la qualità della scrittura. Quanto più peggiorano i lettori tanto più peggiora la proposta editoriale e dunque si abbassa il livello della scrittura. Leggere e scrivere non sono atti naturali, sono geneticamente artifici. Il lettore di talento è un lettore molto allenato. Chi ha un buon elmo spesso può passare indenne sia dalla guerra di sassi, sia da quella di piume. Il contrario è periglioso. Per questo si ha il sospetto che l’odierno mercato editoriale tenda a produrre quasi esclusivamente piume. Il lettore forte è di per sé senza peccato: ha materiale di riferimento, mondi paralleli, nozioni tecniche, tante vite. Un lettore debole ha poco fiato, pochi lemmi, pochi riferimenti. Ma pecca della presunzione, e della pigrizia mentale, di pensare che la lettura o ce l’hai o non ce l’hai. Un peccato mortale, per la cultura.