Dizionario del grafomane (2025) è una delle ultime fatiche di Antonio Castronuovo, scrittore, traduttore e bibliofilo, che con questo volume edito da Sellerio dà seguito al precedente Dizionario del bibliomane (2021): due vasti e godibilissimi campionari di monomaniaci legati al mondo delle lettere. «Griseldaonline» non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di intervistarlo.
Bonazzi
I tuoi ultimi fortunati libri – il Dizionario del bibliomane e il Dizionario del grafomane – sembrano segnalare una certa refrattarietà alla forma compiuta. Ma, per come sono costruiti, suggeriscono che anche l’attività della lettura può essere più piacevole se svolta saltabeccando di libro in libro...
Castronuovo
La diagnosi che sospetti è quella corretta: sono davvero refrattario alla forma compiuta. Mi sono interrogato a volte su questa mia inclinazione e credo di poter dire questo: chi si applica alla scrittura sente il richiamo di un’intima inclinazione, sceglie dunque il genere letterario in cui mettersi alla prova, quello in cui esprimere la volontà di narrare, inventare, strutturare una lingua, anche la propria sintassi. In altre parole: chi si offre alla passione della scrittura, tende a conseguire una peculiarità, e percepisce che può riuscire se percorre un tragitto a lui confacente, in consonanza col proprio sentire.
Questo preambolo per dire che se sono refrattario alla forma compiuta, lo sono per sensibilità, per un’attitudine istintiva: sono capace di fare bene o male questo, non sono capace di fare altro, nel mio caso produrre forme compiute, intendo dire un romanzo, una corposa narrazione o un saggio ampio e articolato. Proprio no: sono nato per le forme brevi, per gli sfoghi emotivi che diventano agglomerati di corto respiro. Al punto che se mi trovo per mano una pagina un po’ troppo lunga per i miei gusti, tendo a rifarla spezzandone i componenti. Ricordi quel che faceva Pontiggia con i saggi brevi? quelli ad esempio raccolti nel Giardino delle Esperidi? Nascevano già brevi, e lui, non ancora soddisfatto, li frammentava ulteriormente.
Ciò si riflette in me sull’attività della lettura, hai ben individuato la questione: per me è più piacevole rimbalzare da un libro all’altro, per cui sul comodino ho venti libri che sto leggendo in contemporanea. Quel che il romanticismo francese aveva battezzato – pensando al coinvolgimento sentimentale tra lettore e romanzo prediletto – livre de chevet, libro che si adora e che si tiene con sé, portandoselo a letto e poggiandolo sul piano del comodino, per me corrisponde a una pile de chevet, in certi momenti addirittura a un amas de chevet.
Concordo dunque sul fatto che una lettura che saltella da un libro all’altro sia cosa più piacevole che leggere un libro alla volta da capo a coda, ma vorrei aggiungere un’osservazione: una lettura così realizzata è anche molto più stimolante per chi, come me, scrive a frammenti. Leggere disordinatamente produce idee, genera pensieri, diventa stimolo di annotazione e scrittura come non lo è la lettura “lineare” di un libro, dall’inizio alla fine. Insomma: scrivo come leggo.
Bonazzi
Restando sul “primo mondo” che hai narrato: cosa è la bibliomania e chi è bibliomane? E per contro: in cosa i due fenomeni si distinguono dal grado della bibliofilia e dal bibliofilo?
Castronuovo
La risposta più semplice è contenuta negli etimi di quei termini: presumo sia noto il termine greco biblion, che sta ovviamente per libro. Nei vocaboli che stiamo esaminando funziona da semantèma, da radice che poi si sposa con quei magnifici suffissi, anch’essi greci, che ne determinano la sostanza funzionale.
Il primo è un suffisso di natura sentimentale, anche passionale, è la philia, termine che origina dal verbo philein, cioè amare, e che addita le forme amorose non erotiche, quelle in cui prevale la dimensione affettuosa della relazione, fondata sull’attrazione e sulla simpatia: la bibliofilia è appunto l’amore per i libri, la passione di averli e curarli, l’attenzione agli esemplari, alla qualità editoriale e a molto altro. Il bibliofilo è insomma uno che ama i libri, li accoglie negli ambienti di vita, se ne alimenta. Il secondo suffisso, mania, sta in greco per “frenesia, invasamento, entusiasmo”: la bibliomania è la passione irrefrenabile per i libri; il bibliomane, specularmente, è un dionisiaco invasato.
Ripercorrere in modi con cui sono stati differenziati i due mondi è divertente, se non altro per l’enorme varietà delle risposte che sono emerse. A me piacciono molto gli argomenti addotti nel racconto-saggio L’amante dei libri del grande bibliofilo francese ottocentesco Charles Nodier. Mi piace proprio perché spiega narrando, è una lettura dolce che non pretende di risolvere le cose. L’autore afferma – e lo cito sommariamente a memoria – che il bibliofilo è uno che sa scegliere i suoi libri, il bibliomane invece li accumula; il bibliofilo mette in movimento i sensi e l’intelligenza e aggiunge alla sua collezione un pezzo per volta, mentre il bibliomane li accatasta senza guardarli; il bibliofilo soffre di una febbre innocente, il bibliomane cade nel delirio; il bibliofilo è uno che apprezza il libro mentre il bibliomane lo giudica oggetto da misurare e pesare. Nodier dice una cosa bellissima, che dobbiamo tener ben presente come osservazione basilare: il bibliofilo è uno che usa la lente, il bibliomane il righello; il primo analizza e studia, il secondo misura i metri quadri. Non male.
Ora, voglio farti notare una cosa che certamente conosci. La questione della bibliomania desta interesse in chi studia il fenomeno per una ragione curiosa: perché il termine appare nell’Europa illuministica alla metà del Settecento prima ancora che si parli di bibliofilia, e appare in due sedi quasi contemporaneamente. L’occorrenza del lemma Bibliomania è infatti attestata nel Supplemento alla Cyclopaedia del signor Chambers pubblicato a Londra nel 1753, e appare – facendo ironia su chi colleziona i libri senza leggerli – nell’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert, i cui volumi sono pubblicati a partire dal 1751. Bene: in entrambe le opere il lemma Bibliofilia è ignorato: per quale ragione? Forse perché i redattori dei lemmi erano ben consapevoli che dalla condizione di bibliofilo a quella di bibliomane, vale a dire dal sublime al ridicolo, non c’è che un passo?
Lascio la risposta a chi studierà se quella lacuna fu volontaria o meno, a me interessa notare un ultimo particolare: il bibliofilo è un tale che manifesta un certo rigore scientifico e acquisisce anche una buona capacità di osservazione degli uomini, tale da fargli cogliere il limite oltre il quale comincia la bibliomania. Voglio insomma dire che conviene sempre restare dalla parte delle passioni non ossessive: si coglie anche meglio il crinale oltre il quale si rischia l’esagerazione.
Bonazzi
Tutto chiaro: il termine “mania” rimanda etimologicamente a una forma di invasamento. Ma sono davvero invasati i bibliomani e i grafomani a cui ti sei dedicato? O occorre essere più indulgenti, soprattutto se a un certo punto della vita ci si scopre bibliomani o grafomani, e dunque che si parla di se stessi?
Castronuovo
Da buon volterriano, la mia scelta è sempre l’indulgenza verso qualunque forma di ossessione, a meno che essa non crei un danno o una violenza ad altri. Però credo anche che, una volta concessa indulgenza ai bibliomani e grafomani, sia necessario distinguere tra le due forme. Ma prima ancora vale notare un particolare molto interessante, a mio parere.
Ho parlato di mania e affermato che nel vocabolario greco si assegnano al termine i significati di “frenesia, invasamento, entusiasmo”; se non fosse che quelli citati sono i significati accessori, mentre il primo – il più diffuso peraltro nella cultura greco-antica – è “follia, demenza”. Soffermiamoci su questo particolare di rilievo: i bibliomani e i grafomani non sono soltanto degli entusiasti o degli invasati, no: sono folli, dementi.
Non lo avrei mai creduto se un giorno, per caso, non avessi sfogliato il DSM5, cioè a dire la quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali che, pubblicato nel 2013 dalla American Psychiatric Association, rappresenta la guida mondiale per la diagnosi psichiatrica. Ebbene, ho trovato la bibliomania catalogata tra i disturbi da accumulo, un disturbo dotato di alcuni comportamenti tipici: la difficoltà persistente a liberarsi di oggetti indipendentemente dal loro valore, lo stato di angoscia provocato dalla separazione; il peggioramento del proprio ambiente di vita causato dall’accumulo degli oggetti; il disinteresse verso la società e il proprio lavoro, con diminuzione della qualità della vita.
Se fino a vent’anni fa non lo era, adesso lo è ufficialmente: accumulare libri è una condizione di interesse psichiatrico. Anche se poi la sua gravità si attenua valutando gli effetti che esercita: il bibliomane raccoglie oggetti che alla sua scomparsa finiranno in altre mani, agendo così in maniera positiva sul piano civile. La patologia del bibliomane ha insomma un vantaggioso effetto post-mortem.
Sulla grafomania il discorso è un po’ diverso: non appare nel DSM5 ed è dunque considerata una nevrosi, meno grave della consorella, una forma per la quale si crea un circolo chiuso, tutto sommato prevedibile: scrivere molto è una nevrosi, il grafomane la patisce e mira a calmarne gli effetti, ma la sola terapia per lui efficace è scrivere. Il grafomane dunque cura la propria malattia coltivandola e proiettandola all’infinito.
Bonazzi
In pratica poni una differenza di gravità tra bibliomania e grafomania, più grave la prima della seconda: la grafomania rientra in certo modo nel recinto in cui sta la bibliomania, ma mentre questa porta la camicia di forza, la grafomania no: dico bene? E siamo così giunti a parlare di grafomania e grafomane, soggetti del tuo nuovo libro, leggendo il quale sembra che tutti i grandi della letteratura siano stati preda di qualche eccentricità di scrittura. Cerchiamo di capire meglio.
Castronuovo
Confermo. Anche a rischio di sollevare malumori tra le due categorie, io credo che il bibliomane soffra di una patologia più grave del grafomane. Per un’ovvia ragione: il bibliomane è uno che accumula oggetti, è il collezionista ossessionato, il bambino con le sue figurine. Il grafomane, se anche esagera, ha invece a che fare con una cosa ben diversa: l’espressione della propria inventiva o il moto del sapere e le curve dello stile.
Il bibliomane costruisce, con pezzi vecchi e nuovi, il suo presepio, il grafomane edifica invece i mattoni del presepio. Il bibliomane costruisce un mondo irreale, suo e solo suo; il grafomane procura le pietre con cui edificare quel presepio, ma la singola pietra è “realtà”: sono cose diverse e tento di spiegarmi.
Io mi sento in sintonia con Manganelli e la sua idea di letteratura come menzogna, come artificio: scrivere è attività artificiosa e dunque è una mezza malattia, ma una malattia che si redime nel momento in cui approdiamo al corollario: la letteratura è artificio ma non è secondo me evasione, non è qualcosa che si contrappone alla mia quotidianità, al mio “voler essere qualcosa”, anzi: la costituisce, ne rappresenta la sostanza, la cosiddetta “massa critica”. Non è solo questione di realismo – che il fare letteratura equivalga a delineare la realtà – è anche questione di realtà diretta: chi scrive si “realizza” mediante la pratica della fantasia, di quel sogno che impedisce di cadere nella voragine del “dolore del nulla”.
Si dice che con l’immaginazione letteraria si descrive meglio qualcosa che «altrimenti sarebbe semplice realtà», ma io non conosco alcuna semplice realtà: conosco solo quella descritta, narrata, catalogata; conosco solo la rielaborazione letteraria del dato sensoriale da parte di chi scrive: la realtà per me non è una cosa “oggettiva”, è un prodotto letterario. Scrivere allora è necessario per ottenere realtà: scrivere libri dona senso a chi lo fa, accumulare libri gli suona come un vizio....
Ecco perché chi scrive, nella foga quasi etica di “fare realtà”, diventa un sacerdote della funzione, e fatalmente le dedica la vita. Non è propriamente vero – come il Dizionario del grafomane, mediante lo stile anche ironico, induce a pensare – che ci sono stati scrittori che hanno scritto troppo. La verità mi pare questa: chi s’investe seriamente della scrittura sacrifica a quel sacerdozio la propria esistenza, anche se pensa di continuo all’eterno conflitto piscologico: «vivere o scrivere?». E se si fanno dei semplici calcoli, messo anche in conto l’abilità di certuni di scrivere di getto pagine “pulite” (l’esempio canonico è Simenon: 400 romanzi nati ciascuno nell’arco di un mese e nati già corretti, senza bisogno di rilevanti revisioni di bozze), è facile ottenere il risultato: il grafomane, banalmente, è uno scrittore che si dedica il giorno intero all’arte e monta un meccanismo produttivo razionalizzato che gli permette di essere efficace e prolifico.
Questo spiega come abbiano fatto i “mostri” che appaiono in questa sorta di liber monstrorum, di bestiario medievale (come il libro è stato definito da un paio di recensori) a scrivere tanto. Solo per richiamare qualche esempio: il patriota Mazzini gode di una Edizione Nazionale delle opere in ben 94 volumi, per cui ho intitolato il pezzo a lui dedicato Grafomania cospirativa. Al gruppo delle 400 opere non appartiene solo Simenon, anche il drammaturgo Lope de Vega e l’abate Mioni, lo pseudo-Salgari italiano. Nel gruppo delle 500 opere vanno ricompresi Varrone per il mondo antico e Asimov per il moderno. La romanziera Barbara Cartland pubblicò circa 730 libri, Kathleen Lindsay 900, i meno noti Lauran Paine 1000 e Ryoki Inoue 1300. La gara è stata però vinta dalla scrittrice spagnola Corin Tellado, oggi defunta, ma capace di pubblicare ben 4000 romanzi “di consumo”: in pratica ne aveva scritto uno ogni dieci giorni. Davanti a questi numeri fatico a integrarmi nella categoria dei grafomani, ma devo però umilmente sentirmene parte con i miei 200 libri scritti, tradotti, curati, prefati e così via.
Bonazzi
Mi incuriosisce sapere come hai costruito questi libri. Sono brani, appunti, memorie di letture che si sono depositate poco a poco e che hai deciso di raccogliere una volta individuata una forma adeguata? Oppure sei andato alla ricerca degli aneddoti giusti in maniera appunto “monomaniacale”?
Castronuovo
Vorrei precisare come sono fatti: sono dizionari a lemmi; entrambi presentano sui 250 “pezzulli” (come li chiamo io: né aforismi né prose brevi ma formule mediane col respiro necessario a “spiegare”) dedicati nel primo libro a figure ed eventi inerenti l’accumulo dei libri, e nel più recente Dizionario del grafomane a una serie di scrittori di cui scruto la bizzarra predisposizione a scrivere troppo: un compendio di metodi e ispirazioni, un catalogo di bramosie e inquietudini. Sono libri di frammenti e spigolature, direi anche minime divagazioni erudite, visti i frequenti rimandi alle fonti cui mi sono rifatto; un libro adatto secondo me a chi ama scendere nel sottoscala della scrittura, seguirne disciplina e delirio.
Su come li ho costruiti, io non so bene come facciano a nascere i libri. Sono organismi che sembrano allargarsi da soli nel momento in cui li posiamo sul tavolo del nostro laboratorio e cominciamo a lavorare sulla materia. Mi rendo meglio conto di cosa sto facendo quando il lavoro è a buon punto, se non proprio alla fine. Perché invero nei due Dizionari sono intervenuti entrambi i meccanismi che richiami: quando leggo, prendo sempre appunti delle cose che in certo modo destano il mio interesse. Cosa desta il nostro interesse? Questione genetica: ciascuno di noi è attirato da determinate cose e non altre. Dunque: schedine di lettura, polizzini di commento, diventati progressivamente elettronici, vale a dire note memorizzate in file, operazione che, a differenza dei quadernetti in cui le cose si accumulano in ordine cronologico, permette di fare già una prima cernita: memorizzare gli appunti in differenti file tematici. Ecco: appunti e note di lettura sedimentate in maniera progressiva in un determinato spazio.
Un giorno mi accorgo che la materia ha un’omogeneità tematica ed è sufficientemente ampia: in quel momento intuisco che esiste una forma. Quando poi ho cominciato a lavorarci con l’idea di farne libri è intervenuto anche il secondo procedimento: cercare altre suggestioni, coprire lacune. A costruire un libro in questa maniera concorrono altri meccanismi più oscuri: è come se, una volta imboccata una strada di scrittura, siano poi certe cose a venirti: che sia il caso, una convocazione inconsapevole o magnetismo non lo so, ma accade.
Ho accennato prima alle fonti, e su di ciò credo aver profilato uno stile strutturale se non altro singolare, anzi: approfitto di questa intervista per brevettarlo: le mie sono scarne prose incardinate in una nota bibliografica tenue ma pur sempre erudita, collocata – a provare che ho proprio letto quell’opera – al piede della pagina. Non so come definire questa procedura, che non mi pare inventariata tra i generi letterari, e corro il rischio di battezzarla “frammentismo erudito”.
Bonazzi
Lascio cadere le modalità dell’oggi, quando i mezzi elettronici (di traduzione e di scrittura...) spalancano la possibilità di diventare davvero grafomani, nel senso quantitativo del termine. Resto sulla tua casistica, che è “classica”, nel senso che si ferma alle soglie del nuovo millennio e guarda essenzialmente a un mondo in cui si scriveva a mano o battendo sull’Olivetti 22 e chiedo: come hanno fatto questi scrittori a scrivere tanto? E ancora: hanno seguito regole rigide? osservato un rituale? hanno avuto bisogno di atmosfere e ambienti specifici per scrivere?
Castronuovo
Sì: per scrivere molto bisogna attenersi a norme abitudinarie, sono necessari dei rituali, serve rinchiudersi in certe specifiche atmosfere, le famose torri d’avorio degli scrittori. Esistono ad esempio ritmi inesorabili: svegliarsi la mattina e lavorare per ore rispettando pause puntuali. Esistono tattiche strutturali, come le duecentocinquanta parole ogni quindici minuti che Trollope s’imponeva di scrivere; oppure i progressivi ampliamenti di un testo mai del tutto abbandonato, come per i Fratelli d’Italia di Arbasino, ampliati dalle 530 pagine della prima edizione alle 660 della seconda e alle 1370 della terza. In alcuni casi si sono formati gruppi di produzione simil-industriale, come il lavoro a cottimo che Alexandre Dumas padre somministrava a una trentina di scrittori-ombra, il che gli permise di pubblicare 450 tra romanzi, drammi e libri di storia. E come tralasciare la cruda verità per cui la grafomania ha bisogno di neurolettici, vale a dire di stimolanti psichici? E qui si spalanca la cateratta dei fumatori, dei dipendenti dal caffè (le 50 tazze quotidiane di Balzac...), dagli alcolici o dalle sostanze euforizzanti: oppio, assenzio, amfetamina e combinazioni varie, come il Corydrane di Sartre o la Benzedrina di Wystan Hugh Auden...
Bonazzi
Tra i tanti casi di bibliomani e grafomani che citi, ce n’è qualcuno che ha suscitato maggiormente le tue simpatie o i tuoi interessi? O a cui ti senti più vicino?
Castronuovo
Più che la quantità di scrittura, mi colpisce – perché del tutto distante dal mio modo di lavorare, lentissimo – la velocità con cui alcuni riescono a produrre: penso ai due mesi occorsi a Stendhal per stilare la Certosa di Parma o alla singola notte che è servita a Ryoki Inoue per finire Kidnapping Fast Food: era una scommessa con un giornalista, ma sta di fatto che ha scritto duecento pagine in dodici ore... E sono anche ammirato (anche adesso per il totale contrasto con me, bradipo che lavora rinchiuso per ore) dal famoso Running novelist, intendo lo scrittore giapponese Haruki Murakami, che è un ottimo maratoneta e che divide la sua giornata correndo la mattina e scrivendo il pomeriggio. Un sogno.
Vorrei aggiungere, se permetti, che oltre ai grafomani sono affascinato dall’ampia strutturazione che a volte assumono le loro opere. Resto sgomento al cospetto di cattedrali come la Commedia umana di Balzac, il ciclo dei Rougon-Macquart di Zola, la Ricerca di Proust o Zettel di Arno Schmidt; ma anche davanti alla parete di scaffali che serve a custodire le Patrologie latina e greca dell’abate Migne: certo, lui non fu l’autore, solo lo schedatore e curatore di tutti i testi patristici, ma che immenso lavoro! Sono anche sbigottito da come possano aver costruito opere così complicate uno Joyce col suo Ulisse, uno Stefano D’Arrigo con Horcinus Orca o un Berto col Male oscuro. Se mi concedi un neologismo: la scrittura, quando è esagerata, porta all’edificazione di grafopiramidi. Sono insomma colpito dai grandi cantieri e dalle grandi opere che si ergono: vivendo in area bolognese, là dove è sorta la figura dell’umarell, direi che mi trovo proprio nel posto giusto.
Bonazzi
Per terminare la nostra conversazione, mi sorge spontaneo chiederti come tu autore consideri questi tuoi ultimi lavori, e poi: sei già impegnato su un’altra mania, e nel caso quale...?
Castronuovo
Beh, mi piacerebbe che si notasse, anche solo per via generica, che ho inteso fare un pizzico di letteratura, ho voluto calarmi con levità nel mio tema – le goffe complicazioni della scrittura, i tic di chi genera le opere, di chi ha l’assillo di lasciare lungo il suo cammino dei segni – e farlo mediante una ricercata snellezza della pagina, in cui inseguo i sostantivi, tentando per quanto possibile di rinunciare agli aggettivi, mie bestie nere.
E poi aggiungo che sono ben consapevole di produrre cose di disagevole schedatura. Prima ho fatto cenno al saggismo: si tratta di una ampia famiglia che raccoglie prodotti riflessivi e autoriflessivi ma sempre informali e soggettivi. La sola cosa che so di me è che produco cose informali e soggettive, abbastanza inclassificabili e perciò mal vendibili, per cui vivo ciò che la cultura eroica definisce la “mistica della sconfitta”, la quale può però avere un interessante rovescio, che ti narro. Nelle librerie non sanno dove collocare i miei titoli: tra la saggistica? nel settore antropologico? tra le autobiografie? oppure anche nel raro settore delle forme brevi, semmai con sottofondo filosofico (penso alla fatica che avranno fatto a metà Novecento per capire dove collocare i Minima moralia di Adorno). Alla fine, chi ne vuole una copia deve cercarla tra i libri bislacchi, tra le scritture ibride e divaganti, quelle che il libraio fatica a collocare, e che a volte tiene vicino alla cassa tra quei prodotti bizzarri che qualcuno, annoiato dall’omogeneità dell’offerta, acquista all’ultimo istante, e sia detto: che enorme favore mi fanno i librai!
Infine, mi hai chiesto se sto lavorando su un’altra mania. Sì, certo, ma per ora ho un brogliaccio troppo primitivo, e chi scrive sa bene quanti scartafacci vengono abbandonati per strada. Vista la larghezza di tempo che mi hai concesso, mi concedo una finale divagazione: il vero collezionista, una volta conclusa una specifica collezione, la cede di colpo e ne comincia un’altra. Ecco, diciamo che dopo aver traversato i mondi dei bibliomani e dei grafomani, sto veleggiando in uno specchio marino di tutt’altro colore...
Bologna, 27 gennaio 2026
Nota biografica
Antonio Castronuovo è critico e traduttore. Scrive di cultura per la «Gazzetta di Parma» e per riviste di bibliofilia. I suoi ultimi lavori: Dizionario del bibliomane (Sellerio) e Dizionario del grafomane (Sellerio). Ha da ultimo curato Ossessione bibliofila (La nave di Teseo). Altri suoi saggi sono nei cataloghi Elliot, Quodlibet, Rubbettino, Pendragon.