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Alessandra Di Tella - POK Scuola Digitale

Uno strumento per popolare di contenuti didattici le infrastrutture scolastiche digitali

 

L’emergenza che ha portato, ormai più di tre mesi fa, alla chiusura delle aule scolastiche, ha imposto all’attenzione del mondo della scuola italiana una serie di questioni e problemi, che serpeggiavano in maniera più o meno latente e che oggi appaiono più attuali che mai.

È noto che, da anni a questa parte, le istanze della didattica si evolvono con rapidità assoluta, convergendo inevitabilmente verso la dimensione del digitale. A non essere altrettanto chiari, tuttavia, sono i modi, i metodi, gli strumenti e i passaggi che dovrebbero favorire la transizione e portare risposte soddisfacenti ed efficaci ai docenti e agli studenti.

I primi passi compiuti dal MIUR nella direzione del digitale hanno riguardato l’acquisizione massiccia e capillare di dotazione tecnologica da mettere al servizio della didattica. Ci riferiamo alla messa a disposizione di device quali lavagne multimediali, pc, tablet ecc., e software per la didattica o per il registro elettronico. All’esordio del digitale nelle scuole, però, non è seguito un percorso lineare e strutturato che portasse a maturazione il processo, né indicazioni condivise su come sfruttare le potenzialità dell’infrastruttura digitale nell’innovazione didattica.

Come riempire questi contenitori vuoti? Di quali contenuti popolare gli ambienti digitali?

Come innestarli nella quotidianità della didattica e nel rapporto tra docente e discente? Queste ed altre le domande e le criticità con cui gli insegnanti si sono scontrati nel corso degli ultimi anni. Nei migliori dei casi le risposte sono state demandate alla buona volontà dei singoli, che hanno accolto la sfida e tentato variamente di sperimentarsi, ognuno in base alle proprie competenze e attitudini digitali. E-book, materiali didattici creati dagli stessi insegnanti (power-point, video-lezioni ecc.) e materiali multimediali reperiti in rete sono stati alcuni dei tentativi fino ad ora messi in atto per sopperire alla mancanza di contenuti digitali per la didattica.

Non è difficile, tuttavia, cogliere i limiti di tale modus operandi: un insegnante non è un editore, né un redattore, e così come non è suo compito redigere i libri di testo per gli studenti, non può esserlo nemmeno occuparsi sistematicamente di creare materiale didattico digitale da destinare alla fruizione della classe.

I nodi sono venuti al pettine, in tutta la loro urgenza, quando, due mesi fa, la chiusura delle scuole ha fatto esplodere la didattica a distanza (DAD), accelerando forzatamente quei processi di digitalizzazione e dematerializzazione che da anni procedevano a singhiozzo.

Come utilizzare al meglio gli strumenti digitali di cui siamo dotati? Come valorizzare la virtualità didattica? Quali contenuti didattici adottare? Come arginare il problema della scarsa “presa” della video-lezione classica sugli studenti?

In questo orizzonte sfaccettato si colloca POK Scuola Digitale, uno strumento progettato per venire incontro alle esigenze didattiche nell’infosfera.

POK è una scuola digitale per gli istituti secondari di secondo grado italiani: il suo sito web è un’applicazione web e mobile, di immediato utilizzo, rivolta a scuole, insegnanti e studenti. Lo strumento propone una versione digitale, audio-visiva e interattiva, dei programmi scolastici di licei e istituti tecnici e professionali, nelle principali discipline di studio comuni a tutti gli indirizzi scolastici: Matematica, Fisica, Chimica, Biologia, Scienze della terra, Filosofia, Storia, Letteratura italiana, Divina Commedia, Lingua e letteratura greca, Lingua e letteratura latina.

Ognuna delle migliaia di video-lezioni è stata creata da artisti dell’animazione, ed è corredata da testi, risorse aggiuntive, mappe concettuali, infografiche e quiz interattivi. Le lezioni sono ospitate su una piattaforma ben progettata, con interfaccia user-friendly, in cui è facile orientarsi. Viene offerta all’utente la fruizione di contenuti digitali di qualità conformi alle indicazioni ministeriali, ideati da docenti e ricercatori e sottoposti ad un’accurata revisione tra pari; il tutto strutturato secondo una forte visione di insieme che rende possibile un utilizzo costante e sistematico dei contenuti da parte di insegnanti e alunni.

La qualità dei contributi proposti è uno dei punti di forza di POK, ed è garantita poiché i content expert, che si sono occupati dell’ideazione e realizzazione delle lezioni, provengono per la maggior parte da un background di ricerca accademica. Dottorandi, assegnisti, ricercatori - molti di loro della Scuola Normale Superiore di Pisa - dunque, hanno collaborato per creare i materiali oggi a disposizione. Gli autori hanno messo a disposizione non solo le loro competenze nelle singole discipline di riferimento, ma hanno hanno apportato il valore aggiunto di chi ha familiarità quotidiana con la ricerca e con meccanismi fondamentali come la peer review, le logiche di pubblicazione, la messa in discussione del principio di autorità. Questi, in un momento storico in cui la competenza scientifica e l’attendibilità delle fonti sono tornate prepotentemente nel dibattito pubblico, possono fare la differenza e agire non solo sul ‘cosa’, ma anche su ‘come’ un argomento curriculare può essere veicolato agli studenti. In aggiunta, favorire lo scambio tra la scuola e l’accademia può rappresentare, oggi, un valore aggiunto per l’evoluzione dei paradigmi educativi.

Sebbene sia nato in tempi di non sospetta emergenza, POK si delinea, in questi mesi, come strumento fortemente indicato per far fronte alle necessità della DAD. Essendo popolata di contenuti, la piattaforma fornisce un supporto didattico ai docenti, ponendo fine alla difficoltosa e spesso infruttuosa ricerca di materiali digitali che siano attendibili, conformi ai programmi e utili all’apprendimento. In secondo luogo, le video-lezioni favoriscono l’autonomia dello studente nella fase di apprendimento, che può avvenire anche a web-cam spenta, senza l’intermediazione dell’insegnante. Diretta conseguenza di questa acquisita autonomia è l’ottimizzazione del tempo speso in web-cam nella classe virtuale (in cui, non c’è bisogno di dirlo, il tempo è qualitativamente e quantitativamente inferiore a quello trascorso in una classe reale), che l’insegnante può sfruttare per approfondimenti, discussioni, puntualizzazioni, verifica degli argomenti.

Non solo una risposta all’emergenza, dicevamo, ma soprattutto un ripensamento indispensabile del modo di fare didattica, anche in periodi di normale svolgimento delle lezioni. Lo strumento è pensato per essere il quarto componente nella dinamica dell’apprendimento, inserendosi come un ponte tra studenti, insegnanti e libri di testo e favorendo, col suo utilizzo, la diversificazione degli ambienti e delle attività didattiche (blended learning). Alla base della proposta di POK c’è il concetto di flipped classroom,[1] la cui applicazione è ancora troppo sottovalutata nelle nostre scuole. Teorizzata inizialmente dagli statunitensi Bergmann e Sams, la didattica capovolta ha poi convinto un numero sempre maggiore di esperti e sostenitori, tra cui ad esempio Tullio De Mauro. Questo approccio teorizza il capovolgimento del tradizionale ciclo didattico: prevede una prima fase di ascolto e memorizzazione che lo studente svolge a casa in autonomia (per esempio tramite video-lezioni), e una seconda fase di approfondimento, riflessione e confronto collettivo da svolgere in classe sotto la guida dell’insegnante (tramite attività laboratoriali, seminariali ecc.). Questa dinamica favorisce, evidentemente, una dimensione maieutica dell’apprendimento e, aspetto da non sottovalutare, consente di ottimizzare e rendere più produttivo il tempo speso in classe, evitando quelle pratiche ancora troppo diffuse di “corsa al completamento” di programmi di cui spesso si fatica a vedere la fine.

Ritornando, nello specifico, alle video-lezioni, esse si confanno alla mutata (e mutante) condizione della sfera attentiva dei più giovani. Già nel 2007, Hayles[2] teorizzava l’avvenuto gap tra le due generazioni dell’attenzione: quella della deep attention e quella dell’hyper attention. Secondo la studiosa, l’attenzione profonda prevede un alto grado di concentrazione, portato avanti per un tempo lungo, su un oggetto singolo; si caratterizza per la focalizzazione su un solo flusso di informazioni e riesce a ignorare gli stimoli esterni per tutto il periodo attentivo.

L’hyper attention, invece, sposta rapidamente la messa a fuoco tra diversi compiti, preferisce più flussi di informazioni, cerca un alto livello di stimolazione e ha bassa tolleranza per la noia, o meglio per la scarsa dinamicità degli stimoli. Lo slittamento verso il secondo tipo di attenzione è cominciato quasi due decenni fa con la mutazione del paradigma dei media e l’avvento del digitale, e si fa oggi sempre più imperante. Lezioni come quelle di POK sono progettate per rispondere anche a questo tipo di esigenza, che spesso viene derubricata come un’eccessiva propensione alla semplificazione. Niente di più sbagliato. I nostri modi di apprendimento e le nostre abilità cognitive si modificano anche e soprattutto in base agli stimoli e alle condizioni esterne,[3] e questo processo non va né condannato, né ignorato, ma compreso, accompagnato e valorizzato. Lo si fa proponendo lezioni brevi e condensate, caratterizzate da una forte attenzione allo storytelling visuale (che attiva la memorizzazione per immagini) e alla narrazione argomentativa come strumento per catturare l'attenzione degli studenti. La multimodalità, ovvero la compresenza di più modi semiotici (l’audio e il video) che ugualmente contribuiscono alla creazione di senso, conferisce alle lezioni la forma ideale per risultare incisive e adatte a inserirsi nel processo attentivo degli studenti.

Infine, la piattaforma punta ad abbattere le disuguaglianze educative e le barriere all'apprendimento: coniugando il massimo del rigore scientifico e della chiarezza espositiva con un linguaggio amichevole, lo strumento dei video può risultare adatto anche agli studenti con bisogni educativi speciali, solitamente svantaggiati dall’impostazione didattica “classica”. Fornendo una base di partenza standard e omogenea dei programmi, a cui tutti possono approcciarsi, si favorisce un accesso ampio e ben distribuito che vuole livellare le disuguaglianze e permettere agli studenti di partire da una base didattica comune.

 

Note:

 

[1] J. Bergmann, A. Sams, Flip Your Classroom. Reach Every Student in Every Class Every Day, International Society for Technology in Education, 2012.

[2] K. Hayles, Hyper and Deep Attention: the Generational Divide in Cognitive Modes, «Profession», 2007.

[3] M. Wolf, C. J., Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain,  HarperCollins, New York, 2007.

 

15 giugno 2020