Lampi di vita di un’italiana in Polonia
Questo articolo nasce dal mio interesse specifico di ricostruire e approfondire l’interessante vita di una mia parente di famiglia, Carlotta Bologna, per uno strano caso del destino vissuta in Polonia per quasi tutta la vita avendo lasciato l’Italia all’età di cinque anni nel 1914 ed essendo morta a Cracovia nel 2001. Dopo il secondo conflitto mondiale è tornata spesso in Italia fino agli inizi degli anni Ottanta, ospite della nostra famiglia a Parma. Io ero troppo piccola all’epoca per avere una conversazione con lei e i nostri contatti sono stati solo epistolari e successivi. Dopo vari viaggi di studio in Polonia e dopo aver conversato con studiosi che l'avevano conosciuta e intervistata e dopo aver letto la sua autobiografia scritta in polacco - Bliski z Zycia, letteralmente Lampi dalla Vita - ho pensato di proporne una traduzione inedita in italiano. Come Carlotta stessa scrive: «Quando parlo dei vecchi tempi, i miei amici e conoscenti mi chiedono di scrivere un diario... È passato tanto tempo che i miei pensieri vagano, dopo vari eventi della mia vita a persone che conoscevo, e un giorno ho deciso che avrei scritto questi flash della mia vita senza seguire alcun ordine». Traducendo e ricostruendo la sua biografia ho cercato di riproporre gli eventi ricordati in un ordine il più possibile cronologico, inserendo in nota delle precisazioni per il lettore italiano circa riferimenti a persone o luoghi che fanno parte più strettamente della cultura polacca del Novecento. Carlotta scriveva i suoi ricordi su fogli di carta sparsi e nella narrazione si passa ad esempio da un flash di ricordo degli anni Trenta al successivo, che può riferirsi agli anni dell'occupazione o agli anni Settanta del Novecento. L’opera è interessante perché attraverso il flusso della memoria l’autrice ridà vita e rivede davanti ai suoi occhi molto spesso personaggi, artisti, musicisti, ballerini e politici le cui vite sono state spesso stravolte e spezzate dall'inizio della Seconda Guerra Mondiale e dalle sue conseguenze in Polonia. Quando si riferisce al periodo dell’occupazione scrive sempre «occupazione tedesca» e non «nazista» e così ho mantenuto in traduzione. Nel passaggio linguistico dal polacco all’italiano ho cercato di mantenere la letteralità del testo rimandando in nota i riferimenti all’edizione polacca. Si tratta della riscoperta per il pubblico italiano di un testo nuovo che ha un ruolo di testimonianza storica importante poiché descrive vicende legate a fatti storici di grande interesse e a personaggi facenti parte anche del mondo ebraico assimilato, soprattutto varsaviano e polacco, spazzato via dagli esiti della Seconda Guerra Mondiale. Gli ultimi ricordi riguardano tempi più recenti e sono legati alla Polonia gravitante nella sfera del Socialismo Sovietico. La scrittura memoriale e autobiografica ha una profonda finalità didattica perché può coinvolgere gli studenti e stimolarli ad approfondire la storia contemporanea con ricadute riflessive sul presente e sul futuro.
Carlotta Bologna nacque in Belgio e visse in Italia, a Parma, fino all’età di cinque anni. Trascorse quasi tutta la sua vita tra Varsavia, dove visse insieme alla madre Lotaria [1], arpista e solista all’opera di Varsavia, e Cracovia, dove si trasferì nel 1935 seguendo il marito, l’attore e regista Wiktor Bieganski, assunto dal Teatro Juliusz Sŀowaki. A Varsavia cambiò diverse residenze nel quartiere elegante tra il Giardino Sassone e il Teatro Grande. Ballerina, cantante, attrice e pittrice, Carlotta studiò all’Accademia di Belle Arti di Varsavia e di Cracovia dove si diplomò nel 1938 e iniziò a lavorare in modo indipendente. Dal 1947 fu membro dell’Associazione degli artisti visivi polacchi. Durante l’occupazione recuperò sei preziosi dipinti di manieristi italiani rubati dal Palazzo dell’Ambasciata. Nel 1966 organizzò una raccolta e un’asta di opere di artisti di Cracovia a beneficio di Firenze alluvionata. Per il suo legame con la Polonia e con l’Italia per il suo contributo per il salvataggio di dipinti e per il suo patriottismo il 16 gennaio 1997 le fu conferita l’onorificenza di “Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana” dal Presidente della Repubblica Italiana Oscar Luigi Scalfaro. L’atto di onorificenza fu officiato dall’Ambasciatore d’Italia Giuseppe Balboni Acqua, presso l’Istituto di Cultura Italiana di Cracovia. Per i suoi servizi alla cultura polacca e gli straordinari risultati in campo artistico, nel 1998 le fu conferita la “Croce di Commendatore dell’Ordine della Polonia Restituta” dal Presidente della Repubblica di Polonia, Aleksander Kwasniewski. Il 17 gennaio 2001 ha partecipato all’inaugurazione di una mostra in cui ha presentato i suoi dipinti del 2000. Ѐ morta il 27 marzo 2001.
Nell’epoca tra le due guerre Carlotta Bologna era considerata una delle donne più belle di Varsavia e, grazie alla madre, ebbe modo di avvicinarsi fin da bambina al mondo dell’arte e dello spettacolo, dimostrando attitudine per varie forme artistiche che, in fasi diverse della sua vita, ha sperimentato e sviluppato. Ha avuto una vita molto lunga, mantenendosi lucida e con ottima memoria. Ѐ stata per questo più volte intervistata da giornalisti a proposito dei ricordi della sua vita e della storia della Polonia. Ha deciso lei stessa di scrivere un libro di memorie, Bŀyski z Życia[2] (Lampi di vita) pubblicato postumo a Cracovia a cura del Centro di Cultura di Nowa Huta.
Ho incontrato a Varsavia la Dott.ssa Renata Piątkowska, storica dell’arte ed esperta della cultura ebraica dell’Ottocento e del Novecento, curatrice capo delle collezioni del Museo Polin, Museo della Storia degli Ebrei Polacchi. Ѐ stata lei che mi ha parlato di un ricco scambio epistolare con Carlotta per la redazione di una sua monografia dedicata al pittore ebreo Roman Kramszyk. Mi ha confermato così che si trattava dello stesso Roman di cui mi aveva scritto Carlotta in una lettera: «una persona spiritosa e molto socievole, morto tragicamente in un momento buio della storia, per cui provo tanto dolore nel ricordo, ma che mi ha fatto amare la pittura».
Carlotta scrive nel suo libro di memorie pubblicato in polacco le motivazioni che l’hanno spinta alla stesura:
Quando parlo dei vecchi tempi i miei amici e conoscenti insistono perché scriva un diario... Ѐ passato così tanto tempo...Sto per compiere 92 anni...I miei pensieri vagano indietro a vari eventi della mia vita e a persone che ho conosciuto, e un giorno ho deciso di scrivere questi scorci della mia vita, senza un ordine particolare...Credo che allora il lettore troverà qualcosa d’interessante per sé...
[…]
Ho un affetto immenso per Cracovia, amo questa città quanto l’Italia. Bona, la mia amata regina polacca, ha lasciato lì tante tracce italiane e ho tanti amici del mondo artistico qui. Che dire di Varsavia dove ho trascorso l’infanzia, la scuola e l’Accademia di Belle Arti sotto Prusz? Ho avuto molti amici in questa città. Le prime rappresentazioni a teatro e il cinema. Durante la seconda guerra mondiale la città ha subito un tragico destino, ma quando ripenso a quella vecchia Varsavia c’erano così poche tracce del passato... C’era una città antica bellissima poi una lunga passeggiata portava fino al Parco Ŀazienki dove si trova il meraviglioso palazzo di Re Staś... e Re Staś è il mio preferito... Varsavia è certamente una bellissima città ma guardo con tristezza all’architettura dei nostri tempi...Scatole, scatole, scatole dove le formiche al piano terra non sanno che molte persone sono bruciate ai piani alti o che metà del grattacielo è allagato...[3]
Ricostruisco in questo articolo le vite di Lotaria e Carlotta Bologna, le parti in corsivo sono mie traduzioni dal polacco delle memorie di Carlotta.
Lotaria Bologna nacque a Parma nel 1885 e studiò al Conservatorio della sua città risultando essere tra le migliori allieve di Rosalinda Sacconi, direttrice della celebre scuola d’arpa e moglie del baritono Innocente De Anna. Si diplomò nel 1904 e tenne diversi concerti in Italia, in Inghilterra, in America, in Messico, a Cuba. Tornò in Europa e iniziò una relazione con Fulgenzio Guerrieri, “il maestro senza partitura”, che Lotaria conobbe durante la sua attività concertistica in Olanda e a Gand, in Belgio. Il 17 gennaio del 1908 nacque la loro figlia Carlotta. Guerrieri tuttavia era già sposato, abbandonò la bambina che crebbe con la madre e ne portò il cognome. Fu battezzata nel Duomo di Parma con tre nomi, secondo l’uso italiano: Carlotta, Virginia, Elvira. Dopo la Seconda guerra mondiale chi veniva dalla Mala Polska, la piccola Polonia, doveva scambiare la kennkarte con la carta d’identità e così ha combattuto contro la burocrazia per non dovere sostituire il suo nome con un nome polacco.
Nel 1913 Lotaria Bologna fu assunta dall’Opera e dalla Filarmonica di Varsavia come migliore arpista e si stabilì in una zona elegante del centro, all’angolo tra le vie Królewwska e MarszałKowska. Quando decise di stabilirsi a Varsavia per un lungo periodo era inverno e Carlotta aveva 5 anni. In quei giorni era Carnevale in Italia e Lotaria era affascinata dai rom e così decise di vestire Carlotta da piccola rom, abbinando il costume con paillettes da teatro e con le collane di legno di Cracovia. E fu così che Carlotta a 5 anni imparò il polacco, più tardi il francese e il tedesco. All’epoca in Italia si diceva che gli orsi potevano aggirarsi per le strade di Varsavia e il freddo era così intenso che se qualcuno sputava un po’ di saliva poteva cadere un pezzo di ghiaccio sul marciapiede. Dopo un anno senza vedere un orso non solo per strada, ma persino nel Giardino Sassone, Lotaria si risolve ad accompagnare i suoi genitori in Polonia. Purtroppo, dopo un anno la madre si trovò in punto di morte all’Ospedale di San Rocco e per le sue condizioni di salute morì a Varsavia. L’ospedale si trovava allora in via Krakowskie Przedemieście, accanto all’università. Fu lì che Lotaria incontrò Andzia che lavorava alla lavanderia dell’ospedale, una vera ragazza di campagna che usava detti e proverbi nelle conversazioni e divenne la governante di famiglia, confidente e amica di Lotaria. Andzia era analfabeta, veniva da Siedlce vicino a Sokoŀów e Carlotta bambina scriveva per lei lettere ai genitori in campagna. Rimase a Varsavia in casa Bologna per 19 anni e fu una seconda madre per Carlotta e una sorella per Lotaria che visse nella capitale polacca fino al 1935, anno della sua morte.
Sorpresa dall’eccellente preparazione dell’intero staff del Teatro Grande, Lotaria constatò con piacere la presenza di vari connazionali tra i suoi colleghi: primo tra tutti il direttore d’orchestra Cimini, che salutò con calorosi applausi l’arpista parmigiana la sera del suo debutto. Inoltre vi erano i cantanti Crotti, Morlatti, Polsinetti, (che sposò la celebre ballerina polacca Casimira Jalowiecka), e Umberto Macnez, rinomato maestro di canto oltre che eccellente cantante, che aveva iniziato la sua carriera nel 1906 al Coliseo di Buenos Aires sotto la guida di Arturo Toscanini, interpretando il Conte di Almaviva nel Barbiere di Siviglia di Rossini.
Frequentatrice assidua di casa Bologna in Ulica (strada) Senatorska, fu Margot Kaftal, cantante di fama mondiale: aveva studiato canto in Italia, dove veniva invitata a interpretare ruoli wagneriani che erano la sua specialità e non tipici dello stile vocale dei cantanti italiani. Margot all’epoca abitava a metà di via Niecała, non cantava, ma insegnava. Il palco era l’unico posto in cui si poteva vedere la signorina Margot senza la sua amica più cara, la signorina Landowa. Alla première, a teatro, nei caffè, nelle passeggiate erano sempre insieme. Margot cercò d’introdurre Carlotta nel mondo del canto dandole lei stessa alcune lezioni, ma parallelamente all’attività vocale la ragazza iniziò la strada della recitazione che l’avrebbe condotta alla carriera cinematografica. Maria Malgorzata (Margot) Kaftal era nata a Varsavia nel 1873, era figlia di un ricco banchiere e commerciante ebreo, Izydor Kaftal e di una giornalista Felicja nata Jolles. La madre era d’origine tedesca, ma dopo il matrimonio con il banchiere polacco, molto presto padroneggiò la lingua, scrivendo articoli per la stampa polacca e aprendo i suoi saloni all’élite varsaviana. Nel 1877 fondò il giornale «Kurier Poranny», distinguendosi come una delle prime donne giornaliste in Europa. Quando il marito perse tutta la sua fortuna aprì un magazzino di mobili d’epoca per avere mezzi di sussistenza e per pagare gli studi vocali alla figlia che aveva una bella voce.
Contemporaneamente all’attività a teatro Margot lavorava anche come giornalista seguendo in ciò sua madre, scrivendo articoli di musica, e insegnando canto a numerose allieve, tra cui Carlotta. A causa delle sue origini ebraiche Margot lasciò Varsavia durante la Seconda guerra mondiale.
Sotto i bombardamenti di Varsavia perse la casa e tutti i beni, rimase salva per miracolo e riuscì a fuggire dalla città in fiamme, camminando per le vie semidistrutte, con soltanto i vestiti indosso, un cofanetto di gioielli, qualche zloty nella borsetta. Scappò dalla Polonia e fuggì in Italia tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre del 1939.
Carlotta ricordò sempre Margot «come una donna modesta, semplice e di enorme cultura, che dopo aver ottenuto successi nei più prestigiosi teatri del mondo, non assunse mai atteggiamenti da diva. Insegnava agli allievi che il canto non è solo un fatto tecnico o d’impostazione vocale, ma come l’arte e la musica è la ricerca della natura interiore dell’uomo[4]». Tuttavia, dopo che la stessa Margot Kaftal aveva classificato la voce di Carlotta come soprano di “coloratura”, in grado di eseguire correttamente una grande quantità di passi virtuosistici, la ragazza manifestò alla madre la decisione di abbandonare definitivamente lo studio del canto e di dedicarsi alla recitazione.
Dopo ogni spettacolo si svolgevano a casa di Carlotta riunioni di artisti di teatro «Veniva a trovarci spesso Tadeusz Orda Zalenski che oltre alla sua splendida voce padroneggiava ogni gesto del suo ruolo, è difficile dimenticare il suo Scarpia in Tosca ma nella vita di tutti i giorni era semplicemente un eccentrico un po’ triste che veniva sempre da noi accompagnato da due topi bianchi che gli uscivano dalla tasca e gli camminavano intorno per tutta la durata della visita. Era pieno di complessi e si suicidò. Dato che fin da piccola assistevo all’opera e al balletto, ho iniziato ad apprezzare le buone interpretazioni in questi ambiti. Del resto, le mie origini non erano probabilmente prive di significato. Parma, da dove viene tutta la mia famiglia, era ed è un habitat per persone con una profonda conoscenza dell’opera. I cantanti più famosi, provenienti da tutta Italia e dall’estero, hanno sempre avuto timore e lo hanno ancora ad esibirsi a Parma. Non a caso i nomi di Aida, Carmen, Tristano, Isotta aleggiano nella vecchia generazione della mia famiglia. Se, scrivendo d’opera, oso scrivere i giudizi che aveva una ragazzina tra l’adolescenza e i vent’anni non c’è da stupirsi. Dopo ogni spettacolo a teatro si svolgevano discussioni a casa: non solo vi partecipavo ma ero anche brava a imitare il gesto caratteristico del direttore d’orchestra o la recitazione di un attore ed ero bravissima a individuare gli errori. Quando arrivava una celebrità dall’estero e il canto era davvero al di sopra di quanto si potesse sentire, avvertivo le formiche arrampicarsi lungo la schiena e tornavo a casa con il volto accaldato. Molto spesso, famosi cantanti italiani venivano a casa nostra dove la mamma li invitava per una spaghettata[5]».
Tra gli incontri più piacevoli con le celebrità straniere c’era stata la visita della cantante Mercedes Capsir-Tanzi. Ricorda Carlotta:
Aveva una serie di spettacoli all’opera di Varsavia e veniva a trovarci ogni giorno con suo marito. Suo marito era di Parma, di una famiglia molto nota lì. Parlavano molto della loro città natale, soprattutto perché era stato un compagno di giochi d’infanzia di mia madre. Come la maggior parte degli italiani era un cuoco eccellente e si divertiva a preparare i pasti a casa. L’italiano medio, soprattutto al Nord, anche se non sa cucinare, sa come preparare un determinato piatto. Il cibo è un argomento di conversazione comune. In realtà non è vero che per un italiano la cosa più importante sia l’amore, perché ne parlano meno, parlano più del cibo!
Della mia formazione liceale ricordo il prof. Jan Chaniecki, uno storico che quando riportava un evento storico lo cospargeva sempre d’informazioni sugli artisti contemporanei - pittori, architetti, scultori - quindi ogni guerra perdeva importanza perché era annullata dalle opere d’arte. Rivolgendosi a me diceva che ero fortunata a venire da un paese che aveva dato al mondo una tale ricchezza d’artisti. Viaggiò molto e fu scrittore e io ricevetti un libro che conservo ancora, un libro di Voltaire pubblicato nella sua traduzione. Mia madre si assicurava che fossi colta proprio come lei e a una certa età avrei dovuto leggere letteratura polacca ma non sapeva cosa... Così portò dei soldi alla mia insegnante e lei mi comprò i romanzi Quo Vadis e quelli che componevano la Trilogia[6]. Li tenevo in una libreria speciale, rilegati e catalogati. Alla domenica andavo con la mia insegnante e mia madre a teatro e a mangiare il dolce o a mangiare fichi con semi di papavero. A scuola vestivamo tutti uguali e lo consideravo eticamente corretto. Ero sempre più felice di indossare un vestito più bello a teatro, di avere i capelli sciolti, non pettinati in modo ordinato e di avere calze di seta non a righe marroni.
All’epoca fu una grande sorpresa scoprire che Stanislaw Gruszczynski avrebbe cantato in Carmen in Italia e dove?! - A Parma, ovviamente! Persino i più grandi cantanti erano terrorizzati da quella città! Dagli intenditori dell’alta società ai tassisti e ai negozianti, tutti sapevano come orientarsi nell’opera! Sapevano dove e quando il pianoforte suonava un’aria, per quanto tempo un buon cantante avrebbe dovuto tenere una nota acuta e quando doveva essere accattivante. Era un pubblico esigente, mia madre chiese alla mia famiglia di andare all’esibizione. Dopo il ritorno di Gruszczynski in Polonia leggemmo articoli meravigliosi a riguardo. Ma com’era andata davvero? Nella frase «Carmen ti amo follemente» invece di incantare il pubblico con una bella tonalità, si affidava esclusivamente alla lettera “r” della parola Carrrrrmen! Nessuna bella tonalità, solo il ringhio di quella “r” infinita! E qual è stato il risultato? Il pubblico lo interruppe impedendogli di continuare l’aria; l’intera sala semplicemente ringhiava! Era così ma giudicavano severamente... Forse lo fanno ancora? So solo che l’opera è una forma d’arte molto importante per loro. Nella mia famiglia i nomi Aida, Tristano, Isotta ecc. persistevano. Ѐ un bene, però, che nessuno si chiamasse Traviata. La fine di Gruszcynski fu triste: perse la voce, un dono di Dio che doveva essere coltivato, cadde in una povertà sempre più estrema e nell’alcolismo e morì in povertà in una delle città vicino a Varsavia, perché lì la vita era più economica.
L’arpa, uno strumento così bello e raffinato eppure così terribilmente capriccioso, richiede una pazienza santa da parte di un’artista! E non si tratta solo di esercizio! Ogni strumento ne ha bisogno, ma anche della sua sensibilità alle intemperie, delle sue smorfie, della sua abitudine a isolarsi. Se non la si accontenta, le corde si rompono, spesso suonando davanti a un pubblico gremito! Se mia madre aveva un concerto da solista, per esempio alla Filarmonica, lo strumento doveva essere in sala il giorno prima. Era risaputo che qualche corda si sarebbe rotta, quindi dovevamo tornare la mattina dopo a sostituirla. Mentre suonavamo, non solo le mani funzionavano, ma anche i 7 pedali; tutti i bemolli e i bequadri richiedevano un lavoro di gambe difficile; si poteva continuare a suonare solo se il pedale era ben saldo, perché altrimenti si sentiva un terribile stridore. Le povere dita di mia madre... A meno che non fossimo in viaggio per l’Italia lo strumento veniva con noi a Radosc. Se non facevamo una pausa i calli erano indolori (i calli sì i calli), ma durante la pausa sanguinavano: il dolore era lancinante finché si formavano nuovi calli. Bisogna essere dei martiri! Nonostante tutto, mia madre voleva farmi diventare arpista! All’epoca avevo probabilmente 9 anni. Mia madre iniziò a studiare al Conservatorio di Parma quando ne aveva 8. Il Conservatorio offriva anche lezioni regolari con un programma scolastico. Ho i voti di mia madre, che mostrano i voti per l’arpa, poi per il pianoforte, la matematica, l’italiano...E solo questi studi le venivano riconosciuti in Polonia e quindi quando le fu chiesto di diventare professoressa al Conservatorio di Varsavia, rifiutò, sostenendo che accettavano come docenti anche studentesse senza esperienza concertistica e con il solo il diploma di scuola superiore. Queste aspiranti insegnanti spesso andavano a fare le audizioni e le selezioni per le graduatorie d’accesso con il fidanzato o il marito al fianco.
Mi ricordo. Pratico l’arpa da circa 6 mesi, ho già suonato vari pezzi. diciamo della prima difficoltà, ma tutte le lezioni si sono concluse con una rissa tutta italiana! Ho suonato un pezzo senza sbagliare e ho sentito: «Sbagliato!»
«Come puoi dirlo? Non ho mai sbagliato, lo so a memoria!?»
«Ma io so che non ti sei esercitata abbastanza...Amen!»
E così ho rinunciato all’arpa, e ne ho avute due dopo la morte di mia madre. Sono fatta così; ultimamente non passo molto tempo neanche al cavalletto[7].
Tra i numerosi cantanti che frequentarono casa Bologna uno dei più assidui fu Waclaw Brezinski, grande amico di Lotaria, ineguagliabile interprete de Il Barbiere di Siviglia. Divenne professore di canto di Jan Kiepura, astro nascente destinato a diventare protagonista del mondo lirico polacco. Il giovane Jan quando era ancora studente all’Università di Varsavia si innamorò di Carlotta: era invitato alla sua festa di compleanno e alla fine la sua compagnia lo spingeva sempre a cantare qualcosa accompagnato da Lotaria all’arpa o al pianoforte. Carlotta ricorda una curiosità: prima di cantare cercava in sala da pranzo una ciambella o un panino (per un problema che aveva alla laringe) e – solo dopo aver mangiato - cantava. Dopo una serie di ruoli episodici a Varsavia, Kiepura debuttò l’11 febbraio 1925 nel Faust al Teatro dell’Opera di Varsavia. Quella sera Carlotta era nel backstage e pochi minuti prima di salire sul palco il cantante le chiese di portargli un panino al prosciutto dal buffet. Carlotta rifiutò sempre le sue numerose avances dell’artista che successivamente divenne famoso per le sue esibizioni in vari teatri europei e fece anche carriera come star cinematografica, lavorando in studios tedeschi e americani. Una volta ritornò a Varsavia dove diede un’esibizione trionfale. Nel frattempo, Carlotta si era sposata il 24 gennaio 1927 con Wiktor Bieganski, attore, regista e pioniere del cinema polacco. Dopo il primo atto durante un intervallo Kiepura scese nella buca dell’orchestra dove i musicisti si riunivano durante la pausa e disse a Lotaria: «Bene, ora sua figlia si pentirà di non aver sposato me, ma il Signor Bieganski». Caratteristica di Kiepura fu il proporsi come modello di celebrità mediatica con la massiccia utilizzazione di radio, dischi e cinema. Fu soprattutto quest’ultimo a lanciare Kiepura, il quale a differenza di molti tenori italiani, era disinvolto davanti alla macchina da presa. Era bello da vedere e bellissima era la moglie, l’ungherese Marta Eggerth di dieci anni più giovane, che egli sposò nel 1936, quando lei aveva ventiquattro anni. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale era uno dei primi tenori al mondo, anche sotto il profilo commerciale. A causa del crescente antisemitismo Kiepura e la moglie lasciarono la Polonia poiché le madri di entrambi erano ebree. Nel 1938 si trasferirono nel Sud della Francia e nel 1939 emigrarono definitivamente negli Stati Uniti. La madre di Jan, Miriam Neuman era una suonatrice di violino e una cantante di famiglia ebrea che, per sposare Franciszek Kiepura, si era fatta battezzare. Dopo il trasferimento negli Stati Uniti, all’inizio degli anni Quaranta, abbandonata l’opera, si dedicarono all’operetta, facendo tournée con La vedova allegra e Il paese del sorriso, sempre con il pensiero alla madrepatria, dove nel dopoguerra rientrarono ricevendo accoglienze trionfali.
Carlotta ricorda Nora Ney, attrice di talento che ha recitato in molti film muti polacchi come «una personalità, molto formosa con belle gambe e occhi belli ed espressivi, il suo viso non era dolcemente bello, ma recitava con nervosismo, aveva semplicemente un temperamento».
Nora era di origine ebraica e nel 1939, allo scoppio della guerra, per salvarsi attraversò il confine orientale della Polonia e sopravvisse stabilendosi in Russia. Alla fine del conflitto ritornò in patria, ma non più per recitare.
Ho stretto amicizia con Nora quando abbiamo interpretato insieme i due ruoli principali nel film di Wiktor Bieganski, che aveva un titolo orribile: La donna che desidera il peccato. Il titolo fu imposto dal Centro Noleggio Film e questo titolo forse non aiutò il film perché fu l’ultimo film muto polacco e non arrivò mai nella Polonia meridionale, ad esempio, perché tutti i cinema stavano sonorizzando. Il film è stato girato in studio con esterni a Zawoja, vicino a Babia Gora. Il regista Bieganski amava la città con tutto il cuore e scrisse la sceneggiatura che si svolgeva lì. Gli esterni di Zawoja erano esattamente come quelli dei western contemporanei di Tom Mix. La sceneggiatura presentava panorami di montagna, ruscelli e vaste distese. Nora interpretava una donna assetata di peccato e aveva frequenti scene a cavallo. I cavalli venivano presi in prestito dai contadini che li usavano per trasportare i tronchi dalla foresta alla segheria. Ricevevano 2 zŀoty al giorno di paga, mentre nel film un cavallo guadagnava 10 zŀoty per quasi niente, dando al contadino qualcosa da guardare a bocca aperta. Aspettare il sole per le riprese era straziante, piovve per diversi giorni. Vivevamo e mangiavamo nella cosiddetta Fiszerowka, facevamo battute e ci abbuffavamo di fragole con la panna. Una volta abbiamo girato una scena in cui il fidanzato di Nora la portava in braccio attraverso un ruscello. Purtroppo Nora è caduta in acqua e suo marito Seweryn ha continuato a filmare: “Voglio mostrarti che aspetto hai quando sei arrabbiata!” In effetti quando abbiamo visto il filmato prima del montaggio Nora aveva un’espressione insolita sul viso. Un giorno a casa sua aprì un armadio e mi mostrò un’enorme pila di quaderni su cui aveva scritto i suoi diari... Peccato, pare che siano andati persi da qualche parte durante la guerra. Disse che li scriveva solo per sé e che a nessuno era permesso leggerli. A Seweryn era persino proibito avvicinarsi a quell’armadio... Qualche anno fa ho scritto a sua figlia a New York e le ho chiesto di questi diari...Lei non ne sapeva nulla e a quel tempo Nora non poteva più rispondere al telefono, aveva passato tante cose e Nora non parlava con nessuno ed erra chiusa in se stessa.
Dal 1946 si stabilì negli Stati Uniti, ma per le difficoltà linguistiche non riuscì a fare una brillante carriera nei film sonori di produzione americana.
Il famoso regista italiano Carmine Gallone aveva una moglie polacca che aveva recitato sia al cinema che a teatro con il nome d’arte di Soara Gallone. Quando stava per girare un film intitolato Dal Paradiso bolscevico, contattò un membro della sua famiglia per scegliere una location per le riprese. Questo parente era un caro amico di Carlotta e Wiktor Bruno Winawer, che chiamò immediatamente Bieganski perché Gallone voleva un assistente polacco e qualcuno con contatti militari. Le scene principali della fuga si sarebbero svolte su un lago: si concordò che Suwaŀki sarebbe stata la scelta migliore perché gli inverni sono i più pericolosi e c’è un lago, il Wigry, molto grande, dove era di stanza un intero reggimento militare. Ricorda Carlotta:
Wiktor partì per Suwaŀki, ma due giorni dopo mi chiamò perché lo raggiungessi subito, dato che quello era un periodo in cui eravamo inseparabili. Quando venne a prendermi alla stazione mi portò subito a comprare qualche maglione pesante, calzini spessi e stivali, perché a quanto pareva l’inverno a Varsavia era un gioco da ragazzi rispetto a Suwaŀki.
Protagonisti del film erano Olga Tschechowa, negli anni Trenta stella del cinema del Terzo Reich, Hans Stüve, attore e cantante lirico tedesco e l’attore francese Henri Baudin. Le riprese si svolsero esclusivamente sul Lago Wigry con la scena principale che vedeva Tschechowa e l’attore francese fuggire in slitta con il figlio, ruolo interpretato dall’undicenne Stefek Rogulski. Carlotta scrive:
Per descrivere la scena culminante devo descrivere i preparativi. Per prima cosa, un pezzo di ghiaccio rettangolare fu scalpellato fuori dal ghiaccio superficiale, e poi una slitta con una coppia di cavalli e l’attore francese fu lanciata su questo strato. Gallone acquistò i cavalli dai loro proprietari a un prezzo ragionevole, dicendo che se li avessero salvati, sarebbero stati i loro. Ho visto la scena da lontano con un binocolo. I cavalli furono salvati e Baudin fu portato al galoppo a una vicina banja, un insediamento abitato dai russi. E in qualche modo evitò l’influenza.
Come ricorda Carlotta:
Trascorrevamo l’intera giornata in riva al lago, aspettando mezzogiorno che arrivasse la cucina da campo dell’esercito, di solito con la famosa zuppa di piselli, con contorno di patate e carne. Con quel freddo gelido, aveva un sapore migliore di cibi lussuosi come salmone, bistecca, aragosta, asparagi e Dio solo sa cos’altro! La sera, prima di andare a letto, biscotti, biscotti, biscotti fino a sentirci male. L’arrivo di donne provenienti da un mondo diverso da quello locale significava il caos nel reggimento... C’erano sempre bouquet per Čechova alla porta, persino per me...Quando finirono le riprese, l’esercito organizzò un ballo nella sala della caserma, e Čechova e io ballammo con tutti i gradi. La povera Čechova che soffriva il freddo sul lago e voleva apparire snella nel film indossava un cappotto leggero, così durante le pause del film si sdraiava sul motore dell’auto per scaldarsi. Ho molte foto, inclusa una di lei sdraiata sull’auto. Ho parlato francese con Olga e una volta mi chiese di andare dal parrucchiere per una manicure. La ragazza intelligente mi diede il suo posto in coda, ma quando vide il sangue su ogni dito a causa della rimozione delle cuticole annullò l’appuntamento. Dopo Suwaŀki, Gallone trascorse alcuni giorni a Varsavia, e ogni giorno cenò con noi, e la mamma si assicurava che sulla tavola ci fossero piatti italiani[8].
La diva tedesca fu in seguito molto apprezzata per la sua bellezza da Joseph Goebbels. Dopo questa esperienza in Polonia, successivamente, nel 1929, Carmine Gallone andò in Germania e girò Terra senza donne, film ricco di maestria drammatica e di originali contrappunti immagine-suono, rimanendo sempre in contatto con Carlotta e Viktor.
Carlotta Bologna recitò nel primo film sonoro polacco realizzato nello studio di Joinville vicino a Parigi, in uno studio utilizzato dalla casa americana Paramount. Qui conobbe e divenne amica di Carmen Boni, attrice italiana che girò diversi ruoli di garçonne e fu diva della Berlino degli anni Venti. Scrive:
Io e mio marito alloggiavamo in un Hotel sulla Chaussée d’Antin vicino all’Opéra. Nel negozio dall’altra parte della strada di solito compravamo Jambon in grande quantità e sorprendevamo sempre il commesso perché – a quanto pare- i francesi lo mangiavano a fette. Abbiamo convinto tutta la troupe a partecipare al ballo dei neri, un ballo che durava tutto il giorno...Alcuni mulatti blu cenere con nasi minuscoli, mani bellissime, occhi enormi azzurri ballavano scatenati! Alla sera ci incontravamo alla Chaumière Polonaise a mangiare una buona costoletta di maiale...
La partecipazione di Carlotta a un film sonoro mostrò al pubblico le sue doti vocali e canore e le vennero dedicati vari titoli nei quotidiani polacchi: «Il pregio del cinema di Biegański è la scoperta di una nuova stella[9]». Come ricorda ancora Carlotta nelle sue memorie:
Mio marito Viktor era un uomo geloso della mia bellezza e del mio successo, dopo la registrazione del film conobbi Maurice Chevalier al ristorante della Paramount s’incontrava un miscuglio di attori, ma mio marito mi impedì di dedicarmi ulteriormente al cinema e fu così che abbandonai definitivamente la mia promettente carriera da attrice. Da quel momento non ho potuto capire come ho potuto essere così completamente sotto il dominio di qualcuno! È vero che ero innamorata e i 17 anni di differenza devono avere avuto la loro importanza... Mi dedicai alla pittura e Viktor favorì il mio ingresso all’Accademia di Varsavia come in un Convento.
I sette anni di carriera hollywoodiana moltiplicarono la già vasta fama di Maurice Chevalier. Il genere film-operetta, nato con il sonoro gli deve le sue opere più brillanti da Il principe consorte a L’allegro tenente, da Amami stanotte a La vedova allegra. Quel genere di film di cui Carlotta voleva essere una star le era ormai precluso per sempre. In un passo delle memorie annota:
Di tanto in tanto possiamo vedere film polacchi prebellici: i migliori, i peggiori, gli orribili, ma La donna che desidera il peccato di Wiktor Bieganski non può essere proiettato... È stato distrutto dal regista stesso. Qualcuno mi diede parte del ricavato a condizione che nessuno tranne me interpretasse uno dei due ruoli principali. Dopo il montaggio, si scoprì che recitavo bene in modo naturale. Alla proiezione di gala ero in tribuna con gli attori ma il regista non si presentò... Ogni volta che apparivo sullo schermo ci furono applausi e il giorno dopo ricevetti offerte di lavoro da vari registi. Le recensioni furono entusiastiche. Ma quando i cinema di altre città ci offrirono di proiettare il film questo sparì. Il cugino del regista, Mieczyslaw Bieganski, fu mandato con tutto il girato in via Nalewki, dove i nastri furono venduti per 60 zloty, presumibilmente fusi per farne dei pettini...
Vorrei descrivere un’avventura accaduta a Varsavia a quattro persone del mondo dell’arte. Mio marito e io eravamo a una festa all’Hotel Europejski organizzata dal famoso attore Jozef Wegrzyn- forse era il suo anniversario. Ce ne siamo andati con Jadwiga Smosarska[10] e un attore teatrale dell’epoca purtroppo non ricordo più il nome… È stato tanto tempo fa... A quei tempi era di moda andare al pub di Josh in via Gnojna a tarda ora. C’era un piccolo bancone e solo due tavolini e arrivavano i tassisti in ritardo e le ragazze di strada per mangiare un pezzo d’oca all’ebraica e sorseggiare vodka. Ci siamo seduti a uno dei tavoli. Abbiamo girato entrambi i nostri anelli per nascondere i diamanti (oh che ingenuità!) e abbiamo iniziato ad osservare. Un uomo stava chiacchierando seduto al bancone e ha finito la frase già seduto al nostro tavolo! Ha parlato in modo colorito ma abbiamo pensato che ne avevamo avuto abbastanza di Josh ed era ora di tornare a casa... Ma il tipo ci stava seguendo, non riuscivamo a liberarci di lui, non c’erano taxi... E abbiamo raggiunto il Giardino Sassone a piedi. Era inverno e siamo scesi su lago ghiacciato e i nostri uomini hanno iniziato a spingerci su sedie di ferro, usate da chi impara a pattinare. Erano già le 6 del mattino. Le uniche persone che passavano vicino al lago erano le donne dirette alla Messa del Rorate. Ci guardavano come se fossimo pazzi. Abbiamo lasciato il lago e siamo riusciti a prendere un taxi in via Niecala ma il tipo è rimasto indietro... Non c’era posto per lui... Qualche giorno dopo la signora Jadzia mi chiama: «Per favore compra subito il giornale. troverai una foto del nostro amico di Gnoja!» Era il famoso “Jack lo Squartatore” che la polizia alla fine aveva catturato... Si infiltrava nelle case dei ricchi e se trovava qualcuno in casa, lo uccideva tagliandogli la gola!
L’incontro con la danza
A Varsavia Carlotta, nel frattempo, si diplomò alla scuola di ballo di Janina Mieczynska-Lewakowska danzatrice coreografa e insegnante. La Lewawkowska fondò a Varsavia una scuola privata di Ritmica e Belle Arti trasformata nel 1912 in una filiale dell’Istituto Jacques – Dalcroze di Ginevra dove ella stessa studiò, sotto la sua direzione divenne una delle istituzioni più importanti di danza prima della Prima guerra mondiale. Una ballerina è una donna disonorata e pericolosa, questo era lo stereotipo con cui le più importanti ballerine d’avanguardia polacche dovettero lottare a lungo. L’emancipazione della danza femminile non ha avuto luogo nel mondo dell’arte in modo isolato, ma in uno stretto rapporto con le condizioni sociali e politiche, il ballo libero era inteso come la storia di una donna che determinava le condizioni per la bellezza della danza, sia per quanto riguarda il rapporto con il corpo di ballo che per danzare da sola. Durante la Prima guerra mondiale la Lewakowska studiò danza classica presso l’istituto musicale Szora di Mosca (1915-1918). Nella stagione 1918-1919 riprese il suo lavoro ed estese il programma ai metodi di Isadora Duncan che aveva imparato a Berlino. Nel 1921-1932 tenne lezioni di ritmo al dipartimento di arte drammatica di Varsavia e dal 1932 al 1939 al Conservatorio e continuò la sua attività d’insegnamento durante la Seconda guerra mondiale. L’Istituzione di Ritmica e Belle Arti operò regolarmente fino al settembre 1939 e diede un grande contributo allo sviluppo del paese. Come nel caso di molti artisti e scienziati la minaccia della Seconda guerra mondiale non impedì a Janina di continuare a insegnare all’istituto di arte teatrale, dove tenne incontri e corsi ritenuti cospiratori perciò continuamente interrotti da ricerche e arresti. Carlotta ricorda che le sue lezioni le installarono la passione per la danza, che lei definiva «la vitamina della vita».
Mi ero iscritta alla scuola di ritmo ed arti visive di Janina Mieczynska perchè volevo diventare una vera attrice cinematografica. Ho imparato a nuotare, a sciare, ad andare a cavallo, ho praticato la scherma e ho perfezionato la mia voce con la famosa cantante Margot Kaftal. Tuttavia, poiché lei ha fatto emergere il soprano di coloratura che è in me ho smesso di studiare perché mi piace ascoltare l’opera con un bel soprano di coloratura ma non volevo sviluppare questa capacità...
La moda e l’incontro con Tadeusz Pruzkowski
Nel 1929 si organizzò il primo concorso polacco di Miss Polonia, i giornali pubblicizzarono il concorso, le aspiranti inviarono le loro foto che vennero pubblicate sulle riviste, la competizione ottenne grande successo. In totale apparvero sulle riviste 90 fotografie, i lettori dopo le diverse selezioni scelsero le dieci candidate finaliste che si recarono il 27 gennaio 1929 al Polonia Hotel di Varsavia per la presentazione di persona alla giuria. Le finaliste sfilarono individualmente e poi in due gruppi. La giuria era composta da scultori, scrittori e pittori, tra cui figurava Tadeusz Pruszkowski, fotografo della manifestazione Benedykt Jerzy Dorys che immortalò Carlotta in tante celebri immagini. Lo studio di fotografia artistica “Studio Dorys” era l’atelier di ritratti più importante della capitale, visitato da molte personalità eminenti dell’epoca, e realizzò numerose foto per la pubblicità. Una serie di fotografie di Dorys che ritraggono la vita prebellica è considerata il primo reportage fotografico polacco.
Nel 1930 Carlotta si iscrisse alla Scuola di Belle Arti di Varsavia (che divenne Accademia nel 1932) diretta dal rettore Tadeusz Pruszkowski di cui divenne allieva e modella. Nel 1934 Pruszkowski partecipò alla XIX Biennale di Venezia e il 19 dicembre di quell’anno ebbe il titolo di professore ordinario. Amava la pittura di Bruegel, Rembrandt, Rubens e amava Parigi dove aveva conosciuto sua moglie. Ha lasciato molti ritratti femminili: la sua modella preferita era la moglie ritratta in Melancholia, Madonna e Cactus. Era in grado di mettere in risalto il sentimentalismo, la fragilità, la finezza dei personaggi femminili con grande maestria. Instillò l’amore della tradizione olandese nei suoi studenti ai quali si dedicò completamente. Amava ripetere che il suo obiettivo principale era educare gli studenti al mestiere della pittura in modo che in qualunque situazione si fossero trovati non avessero bisogno di fare affidamento sulla clemenza e sulla protezione delle persone.
Kazimierz[11] immediatamente assorbì Pruszkowski e Pruszkowski conquistò del tutto Kazimierz. Da quel momento in poi tutto cambiò nel paesino di cui si diceva che una luce così delicata e pittorica poteva esser vista solo a Gerusalemme o a Parigi. Anno dopo anno gruppi di artisti trascorrevano qui le estati, mentre i turisti li seguivano sedotti dall’atmosfera bohemienne. Pruszkowski era appassionato di tecnica pittorica e sperimentò molto in questo settore. Conduceva gli allievi allo studio senza disciplina accademica in un’atmosfera di ricerca collettiva, li forzava a padroneggiare perfettamente le tecniche pittoriche perché sosteneva che le opere d’arte più eccezionali sono sempre accompagnate da un perfetto laboratorio. Carlotta ricordò che: «dipingeva onestamente e laboriosamente, a volte come un pazzo, a volte con deliberazione e intuizione, sempre con coraggio e con gusto». Diceva agli studenti di disegnare e dipingere allo stesso tempo. Imbrattava con le dita sporche di vernice le tele in esecuzione e diceva di dipingere, usando un pennello, un dito, un gomito, una gamba, un bastone, qualunque cosa potesse andare bene per dipingere. Iniziò la pittura en plein air con gli studenti a Kazimierz Dolny nel 1923, come ricordò Carlotta:
La disciplina era militare, gli studenti attendevano la pallida alba delle 4.30 del mattino e dipingevano all’aperto mezz’ora dopo. Il professore appariva per le prime correzioni alle 7.30 e poi più tardi andavano insieme al mercato e al ristorante del signor Frankowski e poi di nuovo lezioni all’aperto fino a sera. Dopo una giornata così intensa l’artista invitava tutti a casa sua dove per ore discuteva circa le loro passioni artistiche, l’amore di Hals e Rembrandt, le correnti culturali, le mostre e le ultime tendenze dell’arte.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale si trovava a Kazimierz Dolny dove aveva fatto costruire una villa, una residenza d’artista colloquialmente detta il Castello di Prusz. Lì si svolgevano le serate con i giovani studenti che si organizzarono in quattro gruppi: La Confraternita di Varsavia, La Scuola di Varsavia, La Loggia della forma libera e Il quarto gruppo. Carlotta ricorda che si sedevano intorno a lui ascoltando un’interessante chiacchierata, a volte in giardino sull’erba, tra i gelsomini. In autunno si sedevano ad ascoltare il crepitio del fuoco, felici e distaccati da tutto ciò che non li riguardava. La villa era progettata con alti soffitti in modo da contenere enormi tele e nei dintorni era possibile dipingere en plein air. Gli artisti erano tutti felici per questa casa, ma fu ampiamente criticata dai benpensanti perché l’architettura non corrispondeva al paesaggio di una piccola città ebraica, ricordava piuttosto le fortezze arabe che Pruszkowski aveva visto durante i viaggi in Algeria. Egli rispettava molto la cultura ebraica e per questo godeva di grande rispetto tra i residenti. Esigeva dai suoi studenti un comportamento responsabile e discrezione per lo stile di vita ebraico, chiedeva considerazione per tutti a prescindere dallo stato sociale e dall’origine prestando attenzione alle abitudini di vita degli abitanti della zona. Si trattava di regole da ottemperare durante le residenze d’artista a Kazimierz Dolny. Per sua iniziativa insieme al rettore della chiesa riformata aveva fondato nel 1925 la Società degli amici di Kazimierz che si occupava dei monumenti della città. Secondo la tradizione la cittadina era stata fondata nel XIV secolo dal re Casimiro il Grande che fece costruire il castello e qui si narravano le vicende del buon re della Polonia e di Esterka, la sua bellissima amante ebrea. Queste leggende alimentarono la fama del luogo idilliaco dove polacchi ebrei e cristiani convivevano in pace e in grande familiarità: qui, dove tetti di piccole case rilucevano come fuochi magici, dove la povertà, la virtù, la devozione ebraica si trovavano insieme, i pittori dipinsero le rovine storiche, i castelli degli antichi re della Polonia, il fiume Vistola e le colline. Dal primo mattino le strade, le alture, perfino i tetti delle case, erano pieni di pittori. C’era un cavalletto posizionato vicino ad ogni arbusto e pittori con la tavolozza in mano intingevano colori indossando grembiuli e vestiti estrosi e luccicanti, tenendo in testa grandi cappelli di paglia. Quando la temperatura diventava insopportabile abbandonavano la loro opera e scendevano verso il lungo Vistola dove si mettevano in costume sulla bianca banchina. Durante l’estate il ritmo della piccola città cambiava completamente. All’inizio gli abitanti del luogo e gli stranieri si osservarono a distanza, poi rapidamente provarono piacere nel trascorrere del tempo insieme e nacquero amicizie strette. Gli studenti avevano bisogno di luoghi in cui mangiare e dormire e ciò favorì la socializzazione. Subito gli abitanti furono esterrefatti dagli atteggiamenti dei giovani di città, ma poi ne furono conquistati e così poveri calzolai divennero pittori. Alcuni trovarono l’arte così pervasiva da decidere di dedicarsi ai pennelli e ai colori. Come successe a Szmul Wodnicki che mostrò i suoi lavori a Pruszkowski, il quale gli consigliò di lasciare la sua piccola città e dedicarsi completamente alla pittura. Nel 1934 decise di andare in Palestina e lì continuò a dipingere i paesaggi della sua infanzia e la sua vecchia casa distrutta dai nazisti. Così come Chaȉm Goldberg figlio di un povero ciabattino che divenne studente dell’Accademia d’Arte di Varsavia e artista negli Stati Uniti.
Pruszkowski ritrasse Carlotta, che fu tra le sue modelle preferite, in almeno cinque ritratti; uno di essi, un quadro famoso di enormi dimensioni, La pittrice con le ceramiche, era appeso nel salone del transatlantico Batory, gloria della flotta navale polacca di cui il pittore supervisionò l’intera decorazione. Nel quadro Carlotta appare bellissima in primo piano mentre regge un pennello sorridendo verso l’osservatore, in secondo piano si trova una tela ancora bianca adagiata su un cavalletto colmo di vasi di terracotta e di boccette di colore. Carlotta ricorda di aver posato come modella per il quadro solo due volte sabato e domenica dalle 10 alle 17: durante uno dei soggiorni a Kazimierz fu raggiunta da sua madre insieme al figlioletto Zbyszek; il pittore di nascosto dipinse un piccolo ritratto di sua madre, lo fece incorniciare e glielo regalò.
Il prof. Pruszkowski - Prusz come lo chiamavamo - aiutava gli studenti poveri di tasca propria quando li vedeva in difficoltà e denutriti, spesso lasciava loro soldi, portava provviste e inviava persino un carro carico di carbone. Bellezze di ogni tipo erano le sue studentesse e modelle: bionde, rosse e brune. Si riunivano per il festeggiamento del suo compleanno quando gli venivano preparati un trono e una corona speciali. Non apprezzava la pompa professorale, le occasioni formali, amava fare scherzi e non si arrabbiava se veniva preso in giro. Nonostante ciò, era un insegnante esigente e severo.
Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento l’antico porto fluviale di Kazimierz Dolny[12] vicino a Lublino è stato una colonia per artisti e un paradiso per liberi pensatori, poiché si trova in una posizione pittoresca lungo le sponde della Vistola. Il Secondo conflitto mondiale ebbe esiti particolarmente tragici sulla vita della cittadina. Qui gli ebrei della città convivevano pacificamente con i cattolici e contribuirono alla modificazione del paesaggio agrario. I ricchi mercanti ebrei importarono nuovi frutti dall’Ungheria e impiantarono frutteti nei dintorni; Kazimierz divenne famosa per le prugne dette ungheresi che erano essiccate nei forni e stipate insieme alle mele invernali e alle pere nei granai di pietra e trasportate a Varsavia con le chiatte ormeggiate lungo la Vistola. Era nato nella città uno stile neoromantico che si mescolava armoniosamente alla natura. Le strade con le case di legno dai tetti di paglia, le une attaccate alle altre, si disperdevano nella campagna di rose e pruni selvatici. Le donne ebree facevano marmellate di bacche e di petali di rosa canina. Sulle colline intorno al paese crescevano meli, peri, noci e arbusti di frutti di bosco. Nella vallata si sentiva forte il ronzio delle api e le serate erano dominate dai richiami dei gufi e di altri uccelli notturni, il buio profondo della notte era rischiarato dalle lucciole. Kazimierz durante l’estate era il posto che ogni pittore voleva dipingere da centinaia di prospettive ed era un luogo di fusione sociale, religiosa e storica dove era viva la cultura dello sztetl, la città ebraica ashkenazita. Prima della guerra gli ebrei costituivano il 50% della popolazione, ma i nazisti deportarono sistematicamente l’intera comunità ebraica di Kazimierz nel campo di sterminio di Belzec, gli ultimi trecento ebrei rimasti nel ghetto furono deportati il 31 marzo del 1942.
L’estate del 1939 fu bellissima, la luce splendeva a Kazimierz sui tetti e sul verde della campagna, nessuno avrebbe potuto credere che tutto sarebbe stato distrutto. Come accadeva ogni anno artisti giovani e vecchi andarono a Kazimierz per dipingere, suonare ed amare. Nell’autunno del 1939 quando iniziò a circolare la voce che sarebbe stato creato un ghetto in città, molti fuggirono da lì e tornarono a Varsavia o in altre località. Da lì a poco vi fu solo distruzione e senso di perdita e di vuoto. Rimasero nei ricordi dei sopravvissuti che non tornarono più là: il profumo del pane nei forni, l’aroma delle prugne in essiccazione, il negozio di gelati della signora Tobcio, le candele dello Shabbat sulle finestre, i funamboli delle fiere del paese, i prati fioriti di velo da sposa. Lo scrittore Szmuel Lejb Sznajderman nel libro Il fiume ricorda[13] scrisse pagine piene d’amore e di sentimento verso il suo paese natale, e raccontò dei pittori con una nota di simpatia e di nostalgia. Scrisse di Pruszkowski mostrandolo come un guru di grandi pittori, e dicendo che grazie alla sua grande apertura mentale focalizzò l’attenzione dei suoi studenti verso gli aspetti estetici dell’arte ebraica, iniziando a far notare loro le caratteristiche architettoniche delle costruzioni e introducendoli alla comprensione dell’atmosfera delle feste e dei riti. Szajderman si ricordò delle visite all’appartamento di Pruszkowski a Varsavia dove accanto a un dipinto di Nicolas Poussin che rappresentava Mosè si trovavano appesi alle pareti diversi suoi lavori dedicati ai temi ebraici, e dove le stanze erano piene di oggetti rituali ebraici che spesso l’artista riproduceva nei suoi quadri. In quel tempo la comunità ebraica in Polonia era molto diversificata: al vertice c’erano classi ricche, mentre le masse vivevano in una squallida povertà. I tedeschi sceglievano di solito le zone più povere abitate dagli ebrei per creare i ghetti. In Polonia la Shoah portò allo sterminio di un’intera nazione di ebrei polacchi. L’orrore lasciò tracce durevoli sia morali che psicologiche. La presenza degli ebrei in Polonia si sente oggi in tanti luoghi, come ad esempio a Kazimierz Dolny (dove io sono stata ricercando visibili tracce della città ebraica) in ragione, paradossalmente, della loro assenza. A Kazimierz i pittori s’incontravano nei caffè, come ad esempio al Paradis, sul lungo fiume, nelle sessioni en plain air organizzate dalla società degli amici di Kazimierz dal 1932 al 1935 e così poterono vedere e confrontare i loro nuovi lavori. Il dualismo della campagna attraeva gli artisti: chiese maestose dai muri bianchi e dai tetti rossi, eleganti facciate delle abitazioni dei mercanti si mescolavano alle abitazioni tradizionali ebraiche di legno e di paglia. La chiesa dal gusto rinascimentale dominava una collina e la sua ombra scendeva verso la piazza del mercato, che, animata dai commerci settimanali, taceva il sabato e durante le altre festività.
Nel periodo della residenza d’artista Carlotta dipinge soprattutto paesaggi, villaggi, la campagna lungo il fiume, in diverse condizioni di luce. Il pittoresco paese di case basse tradizionali è raffigurato in un quadro di Carlotta in stile post-impressionista del 1932 intitolato Kazimierz Dolny. Nel 1933 la società degli amici di Kazimierz organizzò la mostra Kazimierz sul fiume Vistola nella pittura e i membri affermarono che «il Professor Pruzkowski ha fatto di Kazimierz l’aria aperta obbligatoria per ogni pittore che si rispetti». Durante l’evento tra gli altri presentarono i loro lavori i fratelli gemelli Efraim e Menasze Seidenbeutel che in molti consideravano i pupilli di Pruszkowski. Carlotta ricordava che erano suoi amici e firmavano i dipinti solo con il cognome. Quando si avvicinava a uno di loro e diceva che quello esposto era un dipinto interessante riceveva la risposta «Non sono stata io, è stato mio fratello a dipingerlo» e correva dall’altra parte della stanza per raggiungere l’altro. Dipingevano a quattro mani. Il loro fratello maggiore Josef, morto prematuramente, fu il precursore della moderna grafica ebraica in Polonia. I fratelli erano tra i noti animatori dell’annuale ballo degli artisti che aveva luogo nelle rovine del castello e si esibivano in scherzi sfruttando la loro somiglianza. Un fratello poteva cominciare un dipinto che era finito dall’altro e la firma era sempre il loro cognome; uno era più sensibile alla forma, l’altro al colore. Appartennero all’elitario gruppo artistico dei Quattro, ma ebbero un tragico destino: furono rinchiusi nel ghetto di Białistok. Avevano anche fatto parte di un atelier di pittori (La manifattura di Tiziano) allestito dal tedesco Oskar Steffen. Nella bottega di Ulica Kupiecka furono costretti a copiare e riprodurre opere di Rubens, Tiziano, Murillo. Isaac Celuiker, che all’epoca aveva sedici anni e faceva l’aiutante di bottega, ricordò che arrivava periodicamente un camion a ritirare le copie terminate: queste venivano trasportate nel palazzo di Dojlidy dove c’era il quartiere generale nazista e da lì le opere erano inviate in Germania. Nel novembre del 1943, quando vi fu la liquidazione del ghetto di Białistok, i Seidenbeutel furono deportati al campo di concentramento di Stutthof e da lì a Flossenbürg. Secondo Isaac Celuiker, che fu testimone della loro morte, una guardia del campo di sterminio colpì un fratello e l’altro lo difese, e furono così uccisi insieme a colpi di calcio del fucile. Ciò avvenne durante la liquidazione del campo nell’aprile del 1945 poco prima della liberazione.
Pruszkowski era sempre molto impegnato, aveva più interessi oltre la pittura: aveva scritto per i giornali, e gli piaceva la musica e il teatro. Ma più di tutto era appassionato di donne. Dipingeva in modo caratteristico e audace, usando pennellate larghe e inquiete strisce di colore che gettava bruscamente sulla tela nelle parti volutamente non finite del dipinto. Diceva ridendo che faceva la miglior vita possibile perché era circondato da belle donne e dipingeva tutto il giorno. Nel 1926 come regista, cameraman e produttore realizzò un film, California in Polonia, girato a Kaziemerz con gli studenti dell’accademia di Belle Arti come attori perché considerava la zona una terra dell’oro. Il film fu proiettato più volte a Varsavia al cinema Splendid, ma l’originale fu bruciato durante la guerra e non è noto se ne siano sopravvissute copie. Era un uomo che scoppiava di energia, appassionato dilettante di rally automobilistici e di spettacoli aerei e costruì un aeroporto privato. Quando soffriva della sua cronica mancanza di adrenalina faceva cavatappi. Era alto e di corporatura robusta così appare in un autoritratto: un uomo alto, bello, vestito sempre sportivo o in divisa da aviatore con alti stivali stringati. Una volta quasi morì durante un’acrobazia in cielo: a causa di un’avaria del motore precipitò al suolo. Il pittore uscì da sotto l’aereo e felice di essere sano e salvo chiese ai contadini, che vedendolo cadere erano scappati dal campo, dove si trovasse perché non conosceva la zona. Loro risposero seri «A Raj» che significa Paradiso e lui svenne di colpo. Alla fine, fu ricoverato in ospedale e così si convinse di essere ancora sulla Terra.
Come ricordò Carlotta, sfortunatamente non gli fu concesso di godersi la vita per molto tempo. Allo scoppio della guerra Pruszkowski decise di abbandonare il Castello di Kazimierz e di tornare con la moglie a Varsavia dove rimase spesso chiuso in casa, un piccolo appartamento in una casa popolare a più piani da dove organizzò attività clandestine in favore degli ebrei. Non dipingeva quasi più, non socializzava con nessuno, diceva agli amici di stare tranquilli che non lo avrebbero mai preso vivo. La notte del 30 giugno del primo luglio 1942 la Gestapo lo fece uscire di casa a Ulica Łuwoska insieme a molti altri residenti del palazzo. Carlotta ricorda che i nazisti trovarono una radio nell’appartamento del custode dove viveva e prelevarono tutti gli occupanti dello stabile, che scomparvero senza lasciare traccia. In realtà, scoperto nelle sue attività clandestine dalle SS, fu sottoposto a un duro interrogatorio nel quartiere generale della Gestapo. Durante il trasferimento al carcere di Pawiak tentò di fuggire insieme a un suo vicino di casa, un ingegnere, ma non ebbero fortuna e furono uccisi per strada. Fu sepolto nelle vicinanze del ghetto. Gli amici del pittore non ricevevano sue notizie da molto tempo e il fratello visitò più volte gli uffici della Gestapo per conoscerne il destino appellandosi al fatto che era stato presidente della società per la cultura tedesco-polacca, ma senza alcun risultato. Fu solo dopo pochi giorni dai fatti che i testimoni dell’incidente dissero alla famiglia che il professore era stato sepolto nel campo dello Skra, la squadra di calcio di Varsavia, dove venivano gettati in fosse comuni i cadaveri degli ebrei del ghetto. Dopo la guerra, sulla base delle affermazioni di alcuni testimoni oculari, le sue spoglie furono individuate, traslate e sepolte al cimitero di Powązki, luogo fondamentale dell’identità della capitale polacca dove sono sepolte le più importanti personalità del mondo culturale varsaviano.
Il Pawiak era una prigione costruita a Varsavia nel XIX secolo tra le vie Dzielna e Pawia da cui prendeva nome. Durante l’occupazione nazista fu una delle principali carceri istruttorie della polizia politica tedesca nel territorio del cosiddetto Governatorato Generale; venne distrutta il 21 agosto del 1944 da un Sonderkommando. La tragica fine del suo secondo maestro di pittura con il quale condivideva interessi e visioni di pensiero rappresentò per Carlotta un grande dolore da sopportare. Vent’anni dopo, nell’ottobre 1963, grazie agli sforzi di un nipote e dei suoi studenti fu installata una targa commemorativa nella villa di Prusz[14] a Kazimierz; così ha detto il pittore Antoni Michalak durante la cerimonia di commemorazione:
Ha costruito una casa in alto, su una roccia per vedere ampi orizzonti. Ha costruito uno studio alto e ampio perché sognava grandi opere creative. Era un grande uomo del Rinascimento. Libero come un uccello, indipendente da tutte le dottrine, artista, cantante, poeta. Non si separò mai da un piccolo libro, L’ultima lezione di Leonardo. Prese il volante e seguì il desiderio di Leonardo di andare verso il cielo. La poesia, il teatro, il cinema e la pittura lo hanno commosso fino alle lacrime. Quando il nemico calpestò il nostro paese i suoi teneri occhi grigio blu si fecero inflessibili. Come la corrente della Vistola il sangue della nazione è mescolato con la terra. Vivi in mezzo a noi, caro professore, amato amico.
Con la morte di Pruzkowski l’atmosfera unica dell’anteguerra di Kazimierz scomparve, non c’era più tra le sue strette vie quel signore gioviale, sorridente, dal viso paffuto e dagli occhi azzurri che guardavano maliziosamente da sotto l’ampio sombrero verso il magnifico panorama della città che aveva scoperto e reso famosa e in cui ancor oggi se ne avverte la mancanza. A Carlotta restò il ricordo del Maestro da cui imparò a disegnare mani allungate dalle dita affusolate alla maniera di Leonardo, a stendere il colore in modo non omogeneo, mettendone di più dove ne sentiva il bisogno, usando la spatola per fare certe parti e non altre, mescolando le tecniche e i colori come si sentiva di fare al momento. Gli incarnati molto chiari, molto bianchi o molto rosei che tornano spesso nei personaggi tristi, malinconici e meditativi dei personaggi della commedia dell’arte e nelle allegorie di Carlotta, che hanno in sé qualcosa che ricorda la stagione libera e creativa sempre rimpianta e raggiunta solo nel soggetto fissato in azione sulla tela.
La moda
L’Hotel Europejski dagli inizi degli anni Venti fino al 1939 ospitò l’evento annuale del ballo delle presentazioni delle nuove creazioni d’abbigliamento più chic della capitale. La partecipazione alla serata mondana era un dovere sociale e un privilegio per l’aristocrazia, l’alta borghesia e il mondo artistico. Le case di moda, i laboratori di cucito, i negozi di confezioni, i parrucchieri, i negozi di beni di lusso in competizione con Parigi facevano promozione vivente di se stessi utilizzando come donne-immagine le attrici, le artiste. «Niente è troppo bello e costoso nei saloni dell’Hotel Europejski per chi si diverte di notte», si diceva all’epoca. Le creazioni degli stilisti Zmygryder, Mysrkowski, cappelli, pellicce, piume di struzzo, eleganti abiti maschili e femminili e profumi di Guerlain, Coty e Atkinson, riempivano i saloni. Il primo ballo della serata della moda si svolse nel gennaio del 1922 e si continuò a festeggiare l’evento fino allo scoppio della guerra. Come ha ricordato Nina Andrycz, eletta regina del ballo della moda del 1937: «Il titolo di regina della moda e dell’eleganza era in vigore per tutto l’anno, i negozi mi davano tutto quello che volevo».
I protagonisti delle prime sfilate di moda dei grandi marchi polacchi degli anni Venti e Trenta non erano indossatori professionisti, non esisteva ancora il concetto di modello o di modella come professione autonoma, ma erano artisti, ballerini, attori, personaggi del mondo dello spettacolo come Carlotta che conquistò la copertina di molte riviste. Apparve come regina del ballo del 1931 sulla copertina della rivista Swiat nel numero di gennaio e divenne un’icona di stile. In un celebre scatto dello studio fotografico Dorys indossa un abito da sera che le lascia le spalle nude, sorride tenendo con una mano la cloche portata sulle ventitré accennando a un passo di danza. In quegli anni era famosa la contessa Zofia Arciszewska, laureata in pittura, che realizzò soprattutto ritratti e negli anni ‘30 disegnò tessuti dipinti a mano, arredi d’interni, lampade, piccoli mobili e tessuti decorativi. Dal 1933 diresse il caffè di Varsavia Sztuka I Moda nell’Istituto di Propaganda dell’Arte. Era un luogo d’incontro d’élite per artisti e scrittori, un salotto di letteratura e musica. Lì organizzò sfilate di moda, mostre di pittura, con grandi scenografie che avevano come protagoniste le attrici e le artiste che indossavano le sue creazioni. S’ispirava nel design allo stile francese, ma valorizzava i tessuti locali come ad esempio la seta di Milanówek. Carlotta partecipava alle sue sfilate e osava indossare tutti i modelli che le proponeva, amava le invenzioni originali e rivoluzionarie e seguiva le indicazioni dei fotografi, stando ore in posa. Negli anni Trenta furono introdotti altri accessori nell’abbigliamento, ad esempio un cappello a forma di scarpa o a imitazione di gioielli sotto l’influenza dei surrealisti e della stilista italiana Elsa Schiapparelli, l’inventrice del rosa shocking. All’epoca erano considerati arbitri elegantiarum il Presidente, il Ministro degli Esteri, le attrici e gli attori le cui immagini comparivano sulla stampa e al cinema. Nelle serate di gala Carlotta divenne famosa per alcuni abiti audaci che indossò con estrema eleganza: furono famosi i Kimoni giapponesi di seta della casa di moda di Gustaw Zmigryder, editore della rivista femminile «Pani», mecenate delle arti, stilista per attrici, attore di teatro e presidente di giuria del concorso di Miss Polonia. In quegli anni Carlotta fu amica di Wincenty Drabik, pittore, allievo di Mehoffer e Wyspiański autore di oltre trecento scenografie teatrali, che dal 1919 collaborò come scenografo con il Teatro Grande di Varsavia e realizzò una famosa scenografia per la Turandot di Puccini del 1932. Le sue scenografie furono in stile dapprima impressionista, successivamente espressionista con l’uso del gioco di luci come mezzo espressivo. Realizzò diverse scenografie per il cinema, tra cui quella di Pan Twardowski di Bieganski. Lo scenografo creò diverse ambientazioni in cui Carlotta sfilò presentando le nuove collezioni delle case di moda. In quel tempo fu amica di Alina Halska [15], attrice polacca di origine ebrea, allieva di Brydziński, che si esibì nei teatri di Varsavia e fu modella di varie case di moda e modella fotografica di Dorys, il famoso fotografo.
Era una bella figura, di portamento elegante, aveva un volto dai caratteri classici, il suo nobile profilo è stato immortalato in tante fotografie, capelli biondi e occhi verdi, la voce come un suono di violoncello, - ricordò Carlotta - fu arrestata dalla Gestapo e rinchiusa nel Pawiak fu torturata e fucilata nell’agosto del 1942.
I ricordi degli anni Trenta sono legati a ristoranti del centro storico dove diversi artisti trascorrevano serate.
A Varsavia a metà di via Nowy Swiat viveva la signora Skrzypkowa, una donna molto paffuta, ma curata, con i capelli ben pettinati, eccellente cuoca. A pranzo i clienti del ristorante erano comuni mortali ma a tarda sera quando i teatri avevano finito gli spettacoli e i negozi erano chiusi allora c’erano tutti... Famosi scrittori, poeti, il direttore del Museo Letterario di Rapersville, Professori dell’Università di Varsavia; il più allegro di tutti era Wladek Grabowski che chiamava la Skrzypkowa Maman Violon. Era facile intuire che Maman Violon avesse una cotta per Wladek. Alla sera al ristorante sentivamo spesso un leone ruggire... Un leone? Impossibile. Eppure, lì vicino dietro il muro un leone se ne stava sdraiato in una vasca da bagno... Un’amica del direttore dello zoo di Varsavia aveva preso in prestito un cucciolo di leone per un breve periodo, una settimana o due perché la madre non voleva nutrirlo. Lo tenne in una vasca da bagno nutrendolo con cura...Il cucciolo cresceva, cresceva e lei si rifiutò di restituirlo... Arrivò la polizia, i vicini ruggirono più del leone finché i gendarmi non sfondarono la porta, legarono la donna e il leone fu restituito allo zoo[16].
Lo Zoo di Varsavia era all’epoca uno dei più grandi d’Europa e ospitava diverse specie animali. Proprietario e direttore della struttura e degli animali era Jan Zabinski, zoologo e zootecnico che gestiva lo zoo insieme alla moglie Antonina Zabinska. Il direttore era anche sovrintendente dei parchi cittadini. Fu proprio utilizzando questa carica che, quando fu istituito il Ghetto di Varsavia, egli poté entrare con il pretesto di occuparsi della flora e degli alberi del piccolo giardino pubblico in esso ospitato. In realtà Jan, che faceva parte della resistenza polacca, si recava da suoi conoscenti ebrei, amici e fornitori dando loro cibo, notizie e così aiutò a fuggire ben 300 persone nascondendole temporaneamente nel sotterraneo della loro villa all’interno dello zoo.
Roman Kramsztyk
Frequentatore assiduo di casa Bologna fu il pittore Roman Kramsztyk[17] nato a Varsavia nel 1885 da una ricca e antica famiglia di ebrei assimilati. Izaak Kramstyk, nonno di Roman, e i suoi figli Jiulian, Zygmunt, Stanisław e Marceli erano ferventi sostenitori dell’assimilazione degli ebrei polacchi e furono coinvolti in attività patriottiche. Izaak Kramstyk fu il primo a recitare il sermone in polacco nella cosiddetta sinagoga progressista che si trovava in Ulica Daniłowiczowska a Varsavia. Roman rivelò presto il suo talento per la pittura e il disegno e fu considerato per questo un bambino prodigio. Non si diplomò a una scuola d’arte, ma iniziò a dipingere a Varsavia con Zofia Stankiewicz. Nel 1903 iniziò gli studi all’Accademia di Belle Arti di Cracovia nell’atelier di Józef Mehoffer, artista decorativo del movimento della Giovane Polonia. Sebbene avesse iniziato presto a dipingere a Varsavia con Zofia Stankiewicz, Adolf Eduard Herstein e Miłosz Kotarbiński e si fosse iscritto nel 1904 all’Accademia di Belle Arti di Monaco, non completò mai la sua formazione. Trascorse a Cracovia un breve periodo di tempo dal 1903 al 1904: in quegli anni affinò le sue abilità nella pittura, nella grafica e nella scultura e strinse amicizia con Henryk Kuna, Leopold Gottlieb, Wacław Borowski e Władysław Skoczylas, con i quali successivamente nel 1922 fonderà il Ritmo, società di artisti polacchi, uno dei gruppi artistici più importanti degli anni Venti del Novecento.
Negli anni 1910-14 Kramsztyk si trasferì a Parigi, dove scoprì l’impressionismo e si unì alla Società di artisti polacchi, una comunità di pittori e poeti. Fu uno dei pochi artisti polacchi inclusi nel circolo dell’École di Parigi, visse nella capitale francese, ma mantenne un costante contatto familiare, sociale, artistico e culturale con il suo Paese. Considerato uno dei migliori pittori polacchi modellati nel cerchio del post-impressionismo francese, era famoso a Varsavia come ritrattista di medici, studiosi, avvocati, imprenditori. Nel 1918 Roman divenne membro del Gruppo dei Cinque che creò con Tadeusz Pruszkowski, Eugeniusz Zak, Czesław Młodzianowski, Zdzisław Kamiński; organizzò una mostra collettiva alla galleria Zachęta di Varsavia. Intorno al 1920 Roman sposò Bronislawa Markus che aveva un figlio, Jan, nato dal suo primo matrimonio. Dal 1922 al 1923 soggiornò a Berlino con Eugeniusz Zak; qui incontrò tra gli altri Marc Chagall. Nel 1924 i Kramsztyk si trasferirono a Parigi e affittarono uno studio in Rue Denfert-Rocherau 40, che in una lettera al figlio Bronislawa descrisse come bellissimo e molto confortevole. Grazie alle lettere di Bronislawa al figlio si conoscono dettagli della vita quotidiana dei Kramztyk in quei tempi. Bronislawa descrisse tra l’altro le visite ad Olga Boznańska, una donna divertente che sembrava un personaggio uscito da un romanzo, che indossava abiti fuori moda risalenti a cinquanta anni prima, e viveva in uno studio pieno di chincaglie ed invaso dai topi. La pittrice voleva dipingere un suo ritratto, ma Bronislawa si era rifiutata perché era famosa per richiedere tempi di posa molto lunghi. Nel luglio del 1925 Roman e la moglie andarono in vacanza a Collioure e lungo il percorso visitarono Tarascona, Nĭmes, Arles, Marsiglia e Cassis dalle lettere traspaiono le impressioni di Bronislawa sulle meravigliose città della Provenza, l’incontro con il pittore bulgaro Jules Pascin e la partecipazione a un teatro amatoriale a Marsiglia. Il 31 agosto del 1925 Bronislawa morì in una tragedia in mare nelle vicinanze di Colliure e da quel momento Roman non salì più in barca.
Dal 1924 al 1939 l’artista rimase a Parigi tutto il tempo, spesso visitando la Polonia; aveva uno studio a Varsavia in Ulica Buduena 4 dove viveva sua madre. Il suo ultimo studio a Parigi fu in rue des Plantes 26. Dopo la Seconda guerra mondiale lo studio fu occupato dalla cugina di Roman, la pittrice Katarzyna Librowicz e dal marito, il pittore Jean Walker.
La formazione dell’atteggiamento artistico di Kramsztyk è stata influenzata in modo significativo dall’estetica di Cézanne. Nei paesaggi e nelle nature morte, l’artista ha attribuito importanza essenziale alla struttura dell’immagine costruita da forme geometriche: ha dipinto le forme vegetali, architettoniche e oggettuali con pennellate morbide e corte e le ha cerchiate con un contorno delicato. Ha limitato la gamma di colori a blu attenuati, verdi e rossi accentuati con accenti bianchi, nei ritratti ha usato un distintivo chiaroscuro - come ha affermato la critica d’arte polacca Irena Kossowska.
Kramsztyk ha completato la sua formazione artistica visitando musei e gallerie, osservando mostre d’arte contemporanea e studiando la pittura del passato. È stato fondatore e membro attivo dell’Associazione di artisti visivi Ritmo formata da individualità artistiche diverse come, tra gli altri, Władysław Skoczylas, Zofia Stryjeńska, Wacław Wąsowicz, Eugeniusz Zak, Henryk Kuna, Edward Wittig. Il gruppo ha unito le tradizioni del classicismo all’arte popolare e allo stile decorativo della forma alla ricerca di uno stile nazionale separato.
Kramsztyk fu considerato uno dei migliori pittori polacchi modellati nel cerchio del post-impressionismo francese, era famoso a Varsavia come ritrattista di medici, studiosi, avvocati, imprenditori.
Nel primo periodo del lavoro di Kramsztyk, l’evidente influenza di Cézanne è marcata. «Kramsztyk può essere considerato un realista che ha attraversato la scuola di Cézanne, ha sfiorato l’espressionismo e si è fermato sull’orlo del cubismo» ha detto di lui Henryk Anders dell’Associazione Ritmo. Nei paesaggi e nelle nature morte, l’artista ha attribuito importanza fondamentale alla struttura dell’immagine costruita da forme geometriche. Ha dipinto forme vegetali, architetture e oggetti con pennellate morbide e corte, e ha cerchiato gli elementi con un contorno delicato. Ha limitato la gamma di colori a blu, blu e verdi attenuati con accenti bianchi; nei ritratti, ha usato un modellato chiaroscurale.
Nel primo periodo del suo lavoro a Montparnasse, Kramsztyk dipinge immagini di donne anziane, cinesi e nere, sottolineando la specificità delle loro caratteristiche fisiognomiche.
A quel tempo egli dipinse numerosi paesaggi del sud della Francia e della Spagna. Dal 1918 realizzò scene figurative, nudi e ritratti, riferendosi alla tradizione dell’arte antica e tenendo conto delle convenzioni stilistiche dei dipinti rinascimentali, manieristici e barocchi. Motivi ricorrenti sono le scene di musica riprese dal soggetto del concerto del sedicesimo secolo. L’inedita relazione tra personaggio e sfondo nella quale spazio e figura si compenetrano, il dinamismo concitato delle linee curve che compongono la rappresentazione, gli spettacolari effetti illusionistici della luce e l’uso ricco dei colori risentono dello studio dell’opera di Rubens. Il secondo periodo della sua attività inizia alla fine degli anni Venti: in questa fase lo stile dell’artista parla chiaramente di trasformazione. La sua sensibilità, l’alta cultura e l’humanitas si fondono con la tradizione classica della pittura e del disegno europeo, in particolare del Cinquecento italiano. L’armonia dei colori, la delicata modellazione, la classica composizione monumentale e, ciò che fu più acclamato dalla critica, il colore e il dolce disegno a sanguigna, sono derivanti dalle cromie di Leonardo da Vinci e dal pittore del rinascimento francese Francois Clouet. Verso la fine degli anni Venti, Kramsztyk introdusse uno schema cromatico più caldo e armonizzato. I colori modulati trasmettono un bagliore interiore; i motivi paesaggistici sono ravvivati da scintillanti riflessi di luce. Dal punto di vista pittorico non soccombette ai legami familiari con il cognato Louis Marcoussis (Ludwik Markus), pittore cubista polacco.
Nel 1933 Kramsztyk disse:
Stiamo vivendo una svolta significativa nella pittura, i cui interessi sono rivolti all’arte classica. Ciò non significa che essi vadano verso l’accademia: stanno andando verso una vera e buona arte classica. Il ritratto così gravemente trascurato negli ultimi anni viene rianimato, c’è una profonda attenzione al disegno, il tono è approfondito; la macchia colorata, solo come valore decorativo - scompare.
Egli ritrae uomini, donne e bambini ad olio e a sanguigna. Colpisce la capacità di catturare la somiglianza, la devozione pittorica alla psicologia del modello e alla verità del ritratto; il consolidare dell’umore, del temperamento e del carattere del soggetto. Nel caso di donne e bambini, la loro bellezza, il loro calore e la loro grazia lo attraggono. Alcuni amici e notabili sono ritratti dal pittore in diversi dipinti: conosciamo - tra gli altri - cinque repliche della famosa immagine di Jan Lechoń,, repliche del ritratto di Tadeusz Pruszkowski, di sua moglie e di Henryk Kuna e due Maria Strońska.
Kramsztyk considerava se stesso un polacco e si riteneva un artista polacco, apparteneva all’elite assimilata che ebbe impatto sulla vita intellettuale della Polonia del XIX secolo. Tuttavia, nelle recensioni delle sue mostre pubblicate negli anni Trenta nelle riviste e nei periodici nazionaldemocratici erano enfatizzate le sue origini ebraiche ed era definito «alieno dallo spirito artistico della creatività polacca».
Jan Lechoń e i poeti del gruppo Skamander
Un’amicizia speciale unì Kramsztyk, Lottaria, Carlotta e Bieganski con il poeta Jan Lechoń, pseudonimo di Josef Serafinowicz Leszeck, proveniente da una famiglia borghese di origine armena e membro dei poeti Scamandriti. Come scrisse Miłosz [18]a proposito del gruppo poetico Skamander:
Saranno i poeti i tuoi bastioni,
segno che l’unica patria è nella lingua.
Da un buon casato doveva discendere il poeta.
In un paese la cui storia è costellata di tragedie - assalti di potenti Stati confinanti, occupazioni straniere, rivolte contro quelle occupazioni - la poesia aveva una speciale funzione di governo invisibile e come tale era onorata. Era nato a Varsavia un gruppo denominato Skamander come la rivista che essi fondarono dopo la Prima guerra mondiale. Erano esponenti dell’intellighenzia e furono la prima generazione di poeti di origini urbane in un paese sostanzialmente rurale. La poesia era un’esplosione di gioia per la nuova epoca che s’annunciava. La lunga occupazione straniera della Polonia era finalmente terminata e con essa i doveri di un poeta combattente per la libertà. Ora il Poeta si sentiva libero di scrivere su argomenti cari ai poeti di tutti i tempi. «Nella primavera» scrisse «lasciatemi vedere la primavera, non la Polonia». Per ironia della sorte il destino di Lechoń fu quello di idealizzare la Vecchia Polonia e di designare se stesso quale custode della vera polonità e dell’attaccamento tradizionale a «Dio e Patria». Secondo Lechoń il cattolicesimo romano era principalmente una religione nazionale. Le sue poesie devozionali non indagarono a fondo il significato della cristianità. La giovane generazione del tempo riconobbe le capacità eccezionali dei poeti Skamander che in qualche modo assomigliavano a quelli della Pléiade, il famoso circolo poetico del Rinascimento francese; anch’essi si ribellarono ai limiti dell’armonia nelle loro poesie. La Seconda guerra mondiale e i successivi eventi politici avrebbero separato gli amici. Lechoń, negli anni 1930-1939, fu addetto culturale dell’ambasciata polacca a Parigi. Dopo la sconfitta della Francia andò in Brasile e più tardi a New York dove prese parte alla vita della comunità ebraica locale e mantenne una frequente corrispondenza con Ewa Curie Labouisse conosciuta a Parigi, figlia di Marie Sklodowska-Curie di cui scrisse la celebre biografia. Lechoń compì diversi tentativi di suicidio, tormentato dalla nevrosi e dalla solitudine, e morì saltando dal dodicesimo piano dell’Hotel Hudson a New York nel giugno del 1956. Le cause ipotizzate furono diverse: la complicata vita personale, l’omosessualità nascosta alla comunità della diaspora polacca, la disperazione per la sovietizzazione della Polonia, poiché era un conservatore anticomunista e non accettava le condizioni di schiavitù in cui versava la patria.
Il caffè Mala Ziemiańska
Una mantellina nera, un cappello a tesa larga e un’ampia lavallière costituivano la divisa del poeta bohémien dell’epoca. Il caffè era un’istituzione nelle città e nelle cittadine dell’Impero Asburgico. Tutti i movimenti d’avanguardia in poesia e in pittura venivano discussi nei caffè. A volte i caffè ospitavano un cabaret letterario. Il caffè era anche il luogo in cui si leggevano i giornali, fissati a bacchette di legno. Di solito era un Ober, abbreviazione di Oberkeller, o capocameriere, a portarli. Nel centro di Varsavia in Ulica Mazowiecka 12, nel 1918, era stato fondato da due importanti maestri pàtissier il caffè Mala Ziemiańska, notevole luogo d’incontro degli artisti della Polonia nel periodo tra le due guerre. Il caffè si trovava a metà strada tra l’Università di Varsavia, la Filarmonica, la Galleria d’arte Zachęta e molte strutture culturali degne di nota. Tra gli abituali frequentatori vi era il gruppo dei poeti Skamander che occupava i tavoli del primo piano, mentre i tavoli del piano terra erano riservati ai pittori e agli scultori e tra questi Kramsztyk non mancava mai. Un altro gruppo di frequentatori erano i politici compreso il primo ministro Walery Sławek, il ministro degli affari esteri Józef Beck e il generale Bolesław Wieniawa-Długoszowski. Durante l’insurrezione di Varsavia l’edificio fu distrutto e mai più ricostruito. A volte i caffè ospitavano un cabaret letterario, come nel caso del caffè Jama Michalikowa (La buca di Michalik) a Cracovia, sede del Pallone Verde dove nacque il movimento culturale della Giovane Polonia.
Kramsztyk ha anche creato una grande galleria di immagini dell’élite intellettuale e artistica polacca, personaggi che incontrava nel Caffè e nei salotti culturali. Qualche volta ha dato alle composizioni di ritratto una dimensione allegorico-metaforica, introducendo - a parte i puntelli e gli attributi appropriati - titoli con sfumature universali: Poeta (o il ritratto di Jan Lechoń), Smakosz, Lo scacchista o Vanitas vanitatum. Ha realizzato anche disegni con pastelli e sanguigna, ispirati agli studi fisionomici di Leonardo da Vinci di cui amò lo sfumato.
Kramsztyk aveva ampi contatti in campo culturale, economico e politico. Ritrasse diversi artisti: Henryk Kuna, Tadeusz Pruszkowski, Józef Rajnfeld, Efraim Mandelbaum, Mojżesz Kisling, Leopold Gottlieb, Wacław Borowski, Kamil Witkowski, Carlotta Bologna, Eugeniusz Zak, Jan Rubczak, Aleksander Żywa, Józef Tom , Karol Zyndram-Maszkowski, Josip Racica; artisti di scena: Marian Rentgen, Pola Nireńska, Maria Strońska, Maria Brydzińska; musicisti: Artur Rubinstein, Lotaria Bologna; funzionari statali: Franciszek Bujak, Stanisław Wachowiak, Marian Zyndram-Kościałkowski; di scrittori: Witold Hulewicz, Stanisław Wołoszynowski, Bruno Winawer, Józef Wittlin, Irena Tuwim, Jan Lechon.
Kramsztyk - che viveva stabilmente a Parigi - andava ogni anno in estate a Varsavia per visitare la sua famiglia, trascorrere le vacanze e dipingere ritratti di notabili e protagonisti della scena culturale. Ritrasse Lottaria, dipinse il pittore Moȉse Kisling, un uomo elegante e dall’espressione malinconica. La figura di Kisling occupa un posto centrale in quella che è stata chiamata la Scuola di Parigi; appena arrivato là abitò in una mansarda in Rue des Beaux-Arts, partecipò alle serate della baronessa Hélene d’Oettinger, animate da Guillaume Apollinaire, dove incontrò Modigliani, ebreo sefardita, il poeta Blaise Cendras, De Chirico, Max Jacob, Picasso e Zadkine. Kisling formò con Modigliani e Soutine il gruppo “Morbidezza”. Visse a Montparnasse al Bateau Lavoir, dove venne chiamato “il principe di Montparnasse”, fu amico di Chagall e fu sua modella Kiki di Montparnasse. Disse di sé: «Io sono un ebreo in Polonia, tra gli ebrei un pittore, tra i francesi un meteco». Meteci erano definiti con disprezzo dai Francesi gli artisti stranieri residenti a Parigi. L’incontro con Modigliani accese un’amicizia elettiva: un giorno del gennaio 1920, Kisling e Ortis de Zarate trovarono Modigliani a letto, nello studio gelido di rue de la Grande Chaumière. Fu portato all’ospedale il 18 e la sera del 24 gennaio 1920 morì, circondato dagli amici. Kisling si assunse le spese dei funerali e con l’aiuto di Lipchitz realizzò una ventina di copie della sua maschera funebre che distribuì agli amici.
Kramztyk dipinse Tadeusz Pruszkowski, amico di Lottaria e di Roman e maestro di Carlotta. Pruzkowski aveva un innato amore per l’arte, da bambino aveva preso lezioni di canto e suonava il pianoforte, aveva un raro senso per la bellezza, ma dedicò tutto se stesso alla pittura. Lo ritrasse con la pipa in mano e lo sguardo vacuo, le labbra schiuse come per parlare, vestito da pittore con un cappello in testa come portava d’abitudine, circondato da spartiti, giornali, strumenti musicali, tra cui un fortepiano, oggetti allusivi delle sue passioni. Egli aveva viaggiato in Svizzera e in Algeria e poi era stato a Parigi dal 1908 al 1911. Amava ripetere che amava Parigi per due motivi: lì aveva conosciuto il suo secondo amore la sua futura moglie e musa ispiratrice Zofia Katarzyna che posò per lui in diversi dipinti e perché lì aveva trascorso ore in giro per gallerie e musei scoprendo il primo, più grande, amore della sua vita, i dipinti dei maestri olandesi Hugo von der Goes, Quentin Massys, Bruegel, Rembrandt e Rubens. Nel 1918 era assistente alla Scuola di Belle Arti di Varsavia di cui divenne rettore quando fu trasformata in Accademia.
Pruzkowski dipingeva, suonava il violino, cantava, dirigeva e componeva musica. Non filosofava, non difendeva la morale, non idealizzava. Moȉse Kisling vestito alla polacca con una lunga rendigote torna in altri quadri di Kramsztyk; di lui il critico d’arte Florent Fels disse che «era un burbero per difesa, un generoso per natura, dotato di una bellezza sfolgorante che faceva girare le donne al suo passaggio».
I caffè a Parigi diventano punti di incontro tra le culture, sensibili agli influssi che arrivano dall’Europa orientale, dalla grande cultura ebraica, dai colori caldi degli artisti mediterranei. Kramsztyk e i suoi amici frequentano Le Dôme, La Rotonde, crocevia delle sperimentazioni e della perdizione, i luoghi della ricerca artistica e degli eccessi da maudits. Più tardi dal 1927 si sposteranno a La Coupole, caffè, ristorante e sala biliardo con le colonne affrescate dagli avventori e la porta girevole. A Montparnasse Kramsztyk ebbe come modelle tra le altre Kiki e Aȉcha Goblet, l’ispirazione d’ebano di Montparnasse, modella di Modigliani, Man Ray, Kisling, detta La Venere nera che ispirò il romanzo di André Salmon La Négresse du Sacré Coeur.
L’amicizia con Roman Kramsztyk
Carlotta Bologna è stata una grande amica di Kramsztyk e allo stesso tempo la sua modella preferita. Il pittore fu tra i primi a capire l’attitudine alla pittura della giovane attrice. Come Carlotta ha ricordato[19]:
Stavo in posa in media dalle dieci alle due, tutti i giorni e per ciascuno dei miei ritratti ha continuato a dipingere per un periodo di due o tre settimane. Roman mi disse che aveva dipinto per molto tempo anche senza la mia presenza, cosa che capita anche a me quando dipingo un ritratto. Era un uomo di inaudita bontà e delicatezza, per tutto il tempo della posa parlavamo di vari argomenti che ci interessavano allora. Poi compensava il lavoro quando era solo con la tela.
In un’intervista rilasciata nel 1991 in occasione della realizzazione di un film sulla vita di Kramstyk Carlotta ricordò che lo sentì suonare per la prima volta il piano nel giorno in cui lo incontrò nel 1931, quando ebbe il coraggio di suonare alla presenza di Witold Małcuzyński che stava anch’egli suonando. Disse «ebbe il coraggio» perché non terminò mai gli studi di pianoforte. Del resto, come lui stesso disse, suonò più di una volta per Arthur Rubinstein che ammirava non la sua tecnica, ma il sentimento che metteva nell’esecuzione e che appariva straordinario.
Carlotta si scambiava lettere con Roman, si incontrava nei caffè, a Kazimierz era un ospite fisso a casa sua. Quando Roman dipingeva il ritratto di Bartel a Leopoli, Lotaria teneva un concerto lì. Così si incontrarono in un ristorante italiano per una chiacchierata e una volta mente Lotaria era lontano da Cracovia, disegnò un bellissimo ritratto di lei a sanguigna per farle piacere.
Dopo la guerra Krzystof Prochask, un membro della famiglia di Roman Kramsztyk, stava girando un film su di lui. Ricercando documentazione scritta si imbatté in alcune lettere della corrispondenza con Carlotta. Venne così a casa sua a intervistarla e a filmarla con una troupe per raccontare la lora amicizia. Carlotta ricordava che Kramsztik era molto attento a usare vernice fresca necessariamente bagnata quando dipingeva un dipinto ad olio. Dopo aver terminato, appoggiava sempre un panno bagnato sulla tela.
Anni dopo, Carlotta ha ricordato in una lettera a me indirizzata nel 2000:
Nella nostra vita contano gli incontri con le persone. Nella mia lunga vita ho patito molti dispiaceri e perso tante persone care in modo tragico. L’incontro con Roman Kramsztik è stato tra i più belli della mia vita - ho incontrato un uomo molto sensibile, pieno di bontà, arguto, intelligente e un grande artista.
Carlotta mi scrisse dei suoi grandi maestri sulla via della pittura, mi raccontò che non sapeva all’inizio usare i colori ad olio con la spatola, ma era così incuriosita dall’osservare i pittori che dipingevano nello studio della casa di sua madre da volere provare lei stessa a disegnare e a dipingere. Mi scrisse dei tanti momenti dolorosi della sua vita e della sua tristezza nel ricordare Varsavia perduta e distrutta. Molti personaggi che conobbe in quegli e che morirono nella devastazione della città rivivono come personaggi che animano i suoi quadri metafisici sospesi tra sogno e realtà.
Fin dall’inizio del suo lavoro, l’argomento più importante per Kramsztyk era l’uomo. Nel corso del tempo, il ritratto (meno frequentemente delle composizioni figurative) ha cominciato a dominare la produzione del pittore ed è questa la parte più interessante della sua produzione.
Nel ritratto - ha detto l’artista Roman Kramsztyk in un’intervista per «Kurier Czerwony» negli anni Trenta - mi riferisco prima di tutto alla divulgazione, all’estrazione del contenuto pittorico, che è inerente al modello. Da qui il fatto che i miei ritratti non sono in realtà cosiddetti ritratti, perché la figura o la testa umana è in essi solo il contenuto organico di un certo complesso compositivo strettamente subordinato alle leggi generali che lo governano [...] Sottolineo con forza che mi interessa solo il lato pittorico, non letterario del modello o dell’argomento. Ecco perché ognuno dei miei dipinti è una composizione, non una copia della natura.
Nel settembre 1938 quando Hitler si era impadronito della regione dei Sudeti, una parte della Cecoslovacchia confinante con la Germania e abitata in prevalenza da tedeschi, Francia e Gran Bretagna avevano dato il loro consenso, ma i polacchi erano preoccupati per i nuovi confini. Il territorio tedesco ceduto alla Polonia negli anni tra il 1918 e il 1922 includeva la Slesia orientale e la regione prima conosciuta come corridoio di Danzica, che separava la Prussia orientale dal resto della Germania. L’importante porto baltico tedesco di Danzica era stato dichiarato città libera aperta sia ai tedeschi che ai polacchi. Il generale Józef Piłsudski fu spesso oggetto di critiche per l’incostanza e lo scarso interesse manifestato nei confronti dei problemi interni di Stato. Quando fece il colpo di stato nel 1926 scelse per sé la parte del protettore. Il suo interesse primario era proteggere i confini della Polonia. Il suo progetto di difenderli a est creando una federazione con la Lituania e la Bielorussia fallì insieme al tentativo di conquistare Kiev e di dar vita a un’Ucraina indipendente. Era ossessionato dall’idea di un attacco alla Polonia da parte dei vicini, orientali come occidentali, le sue paure non erano infondate come avrebbe dimostrato il patto del 1939 tra Hitler e Stalin.
Un mese dopo aver invaso la Cecoslovacchia, Hitler chiese la restituzione di Danzica e il diritto di costruire una strada extraterritoriale attraverso il Corridoio. Le trattative diplomatiche all’inizio del 1939 portarono alle ostilità in marzo, quando Hitler ordinò segretamente ai suoi generali di occuparsi della questione polacca. Le relazioni tra Polonia e Germania gradualmente si deteriorarono e i polacchi cominciarono ad avvertire presagi di guerra: un pensiero spaventoso, ma non nuovo. La Germania aveva occupato la Polonia molto spesso fin dal Medioevo; l’ultima volta era accaduto durante la Prima guerra mondiale. Gli slavi si sentivano di combattere i teutoni come per tradizione patriottica. Per la sua posizione strategica nell’Europa orientale la Polonia era stata invasa, saccheggiata e spartita in più occasioni, i suoi confini andavano e venivano; in alcuni villaggi c’erano bambini che per comunicare con i vicini parlavano cinque lingue.
Nel 1939 Kramsztyk lasciò Parigi e arrivò a Varsavia dalla madre gravemente malata che morì il 10 luglio di quell’anno. Luglio in Polonia è il mese dei tigli, a Varsavia d’estate nelle giornate calde quando le infiorescenze dei tigli riempiono l’aria del narcotizzante odore del miele gli abitanti entrano nei parchi per passeggiare al fresco immersi nel profumo dei fiori. I tigli colgono lo spirito dell’estate, lipa in polacco è il tiglio, Lipiec significa luglio. Una volta consacrati alla dea dell’amore della mitologia slava, all’affermarsi della Cristianità questi alberi divennero rifugio della devozione mariana e nei santuari lungo la strada, nelle piccole edicole devozionali sotto i tigli, i viaggiatori ancor oggi si fermano a pregare la Madonna perché conceda loro una buona sorte. A Varsavia i tigli ravvivavano i parchi, cingevano cimiteri e mercati, fiancheggiavano i viali. Nella città vecchia si svolgeva il mercato dove gli ambulanti vendevano prodotti agricoli e manufatti e le vetrine mettevano in mostra l’ambra del Baltico. Nel quartiere ebraico cuore pulsante della cultura ebraica dell’Est Europa, si trovavano teatri e cinema, giornali e riviste, case editrici e artisti, associazioni sportive e letterarie e movimenti politici. Alcune monete polacche del XII secolo recavano iscrizioni in ebraico e una leggenda narra che gli ebrei trovavano piacevole la Polonia perché il nome del Paese in ebraico e in yiddish è Po-lin che può anche significare «qui possono riposare».
Nell’estate del 1939 l’artista si trattenne a Varsavia per occuparsi delle questioni legate all’eredità della madre e si trovò travolto dallo scoppio della guerra. Il conflitto scoppiò all’alba del primo settembre 1939 con l’attacco alla Polonia da parte di Hitler e le prime bombe caddero su Varsavia. Il 28 settembre 1939 venne firmata la capitolazione. Nei giorni seguenti le truppe tedesche occuparono la capitale. Si cominciarono a rimuovere le macerie. La città ritornò apparentemente alla vita e i suoi abitanti al lavoro. Nell’autunno 1939[20] i tedeschi ordinarono alle autorità dell’amministrazione cittadina di licenziare i lavoratori ebrei e di non fornire più aiuto ai poveri di razza ebraica. Il primo tentativo di creare un ghetto nella capitale venne fatto già il 4 novembre 1939. Dopo alcuni giorni, l’ordine venne rinviato probabilmente a causa di divergenze tra la Gestapo e la Wermacht. Il 1° dicembre 1939 venne introdotto l’obbligo per gli ebrei di portare al braccio una fascia con la stella di David e i loro negozi vennero contrassegnati allo stesso modo. Gradualmente venne confiscata la loro libertà di movimento. Vennero confiscati le loro case e i loro appartamenti, i conti bancari furono bloccati, vennero licenziati coloro che lavoravano nelle istituzioni polacche. Infine, Varsavia venne divisa in tre quartieri: tedesco, ebraico e polacco. Ne seguì il trasferimento da un luogo all’altro della popolazione. Nel marzo del 1940 la zona tradizionalmente abitata dagli ebrei venne definita «Area colpita da epidemia». Lungo la linea di confine vennero esposti dei cartelli esplicativi con una scritta che avvertiva di non entrare. Il 27 marzo 1940 lo Judenrat ricevette l’ordine di costruire un muro intorno al quartiere ebraico, che rappresentava il 4% della superficie della città, e il 10 maggio era stata costituita la pianta del quartiere chiuso. All’inizio di giugno vennero delineati i primi confini del ghetto di Varsavia e vennero costruiti venti frammenti di muro. Il completamento della costruzione del muro venne effettuato durante la sua chiusura. Il 12 ottobre 1940 i tedeschi trasmisero allo Judenrat l’ordine di istituire il ghetto. In un’area di quasi 400 ettari, il 2,4% della superficie della città vennero stipate diverse centinaia di migliaia di ebrei. All’interno del muro alto 3 metri e lungo 18 chilometri, si trovarono 73 delle 1800 vie di Varsavia, circa 27.000 appartamenti, un cimitero e un campo da calcio. Nel quartiere chiuso non c’era nessun parco, né giardino. Quando il pittore si trovò rinchiuso intra muros ridefinì e reinterpretò la sua identità: come ebreo battezzato cristiano era considerato apostata e non conosceva l’yiddish che prevaleva tra le strade del ghetto.
L’ estensione dello “spazio chiuso” era soggetta a continui cambiamenti. Dopo la delimitazione nell’ottobre del 1941, nacquero due ghetti, chiamati grande e piccolo, uniti da un ponte che scavalcava l’ariana Via Chlodna. Il muro era sorvegliato dalla polizia tedesca e da quella polacca all’esterno e da quella ebraica all’interno. Il contrabbando e le operazioni delle organizzazioni di mutuo soccorso non riuscivano a soddisfare i bisogni del quartiere chiuso. La fame nel ghetto era un fenomeno generale. Nel quartiere ebraico vennero portati ebrei da altre regioni del paese.
Il regime di terrore messo in atto in Polonia ai danni di una popolazione che contava tre milioni di ebrei segnalò fin dall’inizio che i tedeschi avevano preparato una soluzione finale. Le nuove frontiere che frazionavano la Polonia in molti settori ben controllati, parvero un’idea irrazionale, ma il loro scopo era quello d’impedire gli spostamenti e di tagliare le vie di fuga. La Polonia era un paese fatto di villaggi, con relativamente poche città e scarsi centri manifatturieri, tenuto insieme dal nazionalismo del popolo e dall’adesione fervente e ritualistica al cattolicesimo romano. Quando tutte le istituzioni crollarono per molti fu il momento dell’incontro con l’aspetto più duro del XX secolo.
Il pittore[21] inizialmente, occupò l’appartamento dei suoi genitori in Ulica Boduena 4, dopo l’inizio della guerra rimase qui e trascorse sempre più tempo dedicandosi alla musica. Durante l’inizio dei bombardamenti e degli attacchi aerei non si staccava dal pianoforte e continuava a suonare, ma nei momenti più pericolosi si rifugiò nel seminterrato della casa di fronte al numero 3 dove viveva suo cugino l’avvocato Andrzej Kramsztyk con la sua famiglia. Dopo la distruzione di entrambe le case, si trasferì in Ulica Smolną 40 da Maria Kon nata Przeworska, nota dopo la guerra con il cognome Kowalska, una giovane donna bellissima e molto intelligente, che si era diplomata alla scuola di Halina Gepnerówna e fu il suo ultimo e grande amore. Quando il ghetto venne chiuso, il 16 novembre 1940, c’erano dentro oltre 400 mila persone di cui 130 mila trasferite a forza. Nel novembre 1940 Roman entrò nel ghetto e visse in Ulica Sienna 7 nell’appartamento di Izabela Gelbardowa, storica dell’arte, scrittrice, amica di pittori, poeti, che nel ghetto frequentava il Cafè bar Capri[22] in Ulica Sienna 59. Dopo pochi mesi, Roman si trasferì quindi in Ulica Elektoralna 5 con il suo amico, l’industriale Wacław Kleinadel. Qui Roman, che era noto per essere un gourmet, con ingredienti molto semplici cercava di preparare piatti per entrambi. Al mattino disegnava o dipingeva, dopo andava al caffè dove osservava e schizzava. Quasi ogni giorno andava a fare visita al medico chirurgo Zygmunt Rothaub nel suo appartamento dove si riunivano diversi esponenti del mondo della medicina e dove si recava spesso il medico e pedagogo Janusz Korczach per richiedere l’intervento di qualche specialista per i bambini del suo orfanotrofio. Nell’appartamento c’era un telefono funzionante e quando Roman era lì spesso attendeva una chiamata da Maria Konowa dalla parte ariana. Costretto a vivere nel ghetto, Kramsztyk condivide il destino di migliaia di ebrei, diventando - per un senso interiore del dovere - un cronista artistico delle sconvolgenti scene della vita nel quartiere chiuso. Direttamente sulla strada o dalle finestre del caffè, creò una serie di disegni a sanguigna, di cui solo pochi sono sopravvissuti fino ad oggi. Disegnò molto; spesso si trattò di registrazioni istantanee del viso, dei gesti, delle situazioni che l’artista raffinò e approfondì.
I temi sono dettati a Kramsztyk dalla tragica realtà che lo circonda. Disegna mendicanti coperti di stracci, piccoli contrabbandieri che contrabbandano cibo; famiglie esauste e tormentate che cercano di salvare i propri figli. Una linea delicata di sanguigna, in contrasto con la brutalità dell’esistenza, perpetua i volti espressivi di donne e bambini. Rappresenta anche attivisti ebrei - tra gli altri Adam Czerniakow - che, ordinando opere per lui, sostengono finanziariamente l’artista. In questo periodo il pittore, deprivato della vicinanza dei suoi affetti più cari, era molto triste e angosciato, ma cercava di essere allegro in compagnia, non mostrava di essere depresso, ma era spesso pieno di verve, raccontava aneddoti divertenti, si mostrava sorridente e benevolo con tutti.
Un’ ordinanza emessa il 15 ottobre 1941 da Hans Frank proibiva agli ebrei di lasciare il ghetto e ai polacchi di prestare loro aiuto. Per queste trasgressioni, per gli uni e per gli altri, vigeva la pena di morte. L’inverno a cavallo tra il 1941 e il 1942 fu il più tragico del ghetto quando la fame e il freddo toccarono il culmine e iniziò, per queste ragioni e per il sovraffollamento, un’epidemia di tifo petecchiale.
Nel periodo della liquidazione del ghetto, Kramsztyk riceve aiuto da più parti. Lo zoologo Jan Żabiński, direttore dello zoo di Varsavia[23], Anna e Jarosław Iwaszkiewicz, tra gli altri, lo avevano inserito in una lista per farlo uscire dal ghetto. In un film sulla vita del pittore trasmesso dalla televisione polacca nel 1992 Maria Iwaszkiewicz raccontò gli sforzi dei suoi genitori:
I miei genitori con Roman Kramsztyk erano ancora in comunicazione quando era nel ghetto. Avevano preparato per lui un appartamento, documenti e una via d’uscita. Lo dovevano chiamare e loro lo hanno chiamato. Non voleva lasciare il ghetto. Qual è stata la ragione? Penso sempre che non volesse abbandonare i suoi fratelli e dimostrarsi vigliacco perché lui era una personalità, era famoso e ricco, aveva tante possibilità di salvarsi al contrario di tanti ebrei senza mezzi che vivevano nel ghetto insieme a lui.
Jan Żabiński, che salvò altri membri della sua famiglia, gli offrì aiuto, così come Maria Konowa che cercò di convincere Roman a lasciare il ghetto dicendo che aveva un posto pronto per lui, ma egli rifiutò affermando che sarebbe stato subito scoperto per il suo aspetto fisico poiché aveva carnagione e occhi molto scuri.
Jan Żabiński era zoologo, ma aveva studiato disegno e pittura all’Accademia di Varsavia e condivideva con la giovane moglie la passione per gli animali. Diventarono i direttori dello zoo nel 1929. Come ricordò Antonina[24]:
il nostro zoo era pieno di vita, veniva un sacco di gente: giovani, amanti degli animali, semplici visitatori. Avevamo molti partner: diverse università polacche ed estere, il Dipartimento per la Salute della Polonia e anche l’Accademia di Belle Arti. Gli artisti del luogo crearono gli stilizzati manifesti art déco dello zoo e invitammo artisti di ogni genere ad andare allo zoo per liberare la loro immaginazione.
Durante la guerra salvarono circa trecento persone ebrei e militanti della Resistenza polacca che transitarono nel loro zoo e riuscirono successivamente ad andare altrove e a salvarsi. Come confessò Jan in un’intervista a Noah Klinger per il giornale israeliano Yediot Aharonot,
la vera eroina fu mia moglie che era tormentata dal timore che i nazisti avrebbero cercato di vendicarsi su di noi e sul nostro bambino, aveva paura da morire, tuttavia continuò per conto suo, mi aiutò nelle mie attività clandestine e non mi chiese mai di smettere.
Tra quelli che Jan condusse personalmente fuori dal Ghetto (attraverso il palazzo dell’Ufficio del Lavoro) c’erano Kazio e Ludwina Kramsztyk, cugini del famoso pittore. Gli amici della famiglia Zabinski chiamavano la loro villa modernista all’interno dello zoo la villa sotto la stella pazza. Prima che lo scoppio della Seconda guerra mondiale fermasse lo sviluppo dello zoo di Varsavia, personalità del mondo della scienza e dell’arte, poeti, pittori, scultori, professori erano ospiti giornalieri della villa. Jan e Antonina ebbero il piacere di ospitare Tuwin, Berezowska, Sztaudynger, Kramstyk, Słonimski, che trascorrevano il tempo ascoltando la musica, ballando e giocando a bridge, mansueti e addomesticati alcuni animali giravano per la casa e i bambini giocavano sotto i tavoli. Durante l’occupazione tedesca gli ebrei che furono nascosti o, come dissero gli Zabinski, ospitati nella casa: si riferirono ad essa come la Villa sotto la stella pazza, ma il nome ebbe un significato del tutto diverso.
Desidero introdurre l’atmosfera del Ghetto di Varsavia con una poesia di Wladyslaw Szlengel, Poeta del ghetto di Varsavia:
Conversazione con un bambino
Ma come spiegare a un bambino
cosa significa “lontano”
lui che non sa cosa sia un monte,
lui che non sa cosa chiamiamo fiume…
e non ha, come la mamma…e non ha,
come me, le immagini nella retina,
e allora, come spiegare a un bambino.
Roman Kramsztyk nel ghetto di Varsavia
Come ricorda Wladilaw Szpilman in un’intervista per il film per la TV Powrót su Roman Kramsztyk del 1992:
Il caffè – incontro dell’intellighenzia ebraica- in via Rymarska si trovava nella casa n°12. Roman Kramsztyk frequentava anche il caffè in via Sienna dove l’intellighenzia ebraica faceva tappa. E c’era un caffè al numero 16 di via Sienna e lui era solito andarci.E una volta venne da me e si presentò e da allora mi donò una sorta di simpatia e amicizia, cosa che mi rese – lo dico onestamente – molto orgoglioso.
Nonostante le condizioni difficili, l’artista ha continuato a disegnare e dipingere. Era un assiduo frequentatore del caffè Cafe-bar Capri in via Sienna 59, dove osservava e abbozzava la realtà del ghetto. Joanna Simon e sua nipote Halina Rothaub hanno scritto delle sue abitudini in questo modo depositando una memoria dei fatti all’Istituto Storico Ebraico di Varsavia:
A Roman piaceva sempre uscire nei caffè e ha continuato a praticare questa attività nel ghetto. Stava seduto alla finestra di un caffè a Ulica Rymarska o Elektoralna proprio accanto al muro di confine. L’occhio dell’artista osservava i contrabbandieri riunirsi lì e il frutto di queste osservazioni era una serie di disegni che descrivevano i contrabbandieri. [...] Era anche interessato ai tipi di poveri ebrei. Disegnò interi gruppi di poveri che si aggrappavano l’un l’altro per riscaldarsi e anche i cadaveri visti così spesso per strada. Credeva che rappresentare questo fosse la sua missione. [...] Ha disegnato molto e molto velocemente, cercando di consolidare ciò che vedeva. Ha mantenuto i disegni in cartelle di cartone legate con nastri. Le cartelle erano ingombranti [...] e man mano che i disegni crescevano, cercava di inviarli al “lato Ariano” il più spesso possibile. A questo scopo, concordava un appuntamento telefonico con Maria Konowa e l’incontrava a Ulica Leszno nei tribunali.
I tribunali Grodzkie erano passaggi a quei tempi relativamente sicuri e le costruzioni erano accessibili sul lato ariano da Ulica Biała e dal ghetto da Ulica Lezno, qui, al luogo convenuto per l’incontro, il pittore le affidava i disegni che lei portava sull’altro lato.
In quel periodo Roman fu assorbito dai ritratti di un paio di bambini che chiedevano l’elemosina e che cantavano per le strade, la bambina era più grande, il maschio più piccolo, li invitò nel suo appartamento e li disegnò in diverse pose utilizzando i pastelli blu e la sanguigna, li aiutò il più possibile fornendo loro del cibo.
Roman Kramsztyk grazie ai suoi amici ha avuto suggerimenti per fuggire dal ghetto e nascondersi sul lato ariano, ma non li ha usati. È difficile determinare chiaramente il perché.
A quel tempo, Kramsztyk disegnava scene tratte dalla vita di ebrei provenienti dal quartiere chiuso del ghetto: bambini mendicanti, persone emaciate e senzatetto. Uno di questi disegni è la famiglia nel ghetto dipinta a sanguigna (Vecchio ebreo con bambini) del 1942, che è nella collezione dell’Istituto storico ebraico di Varsavia. Un gruppo di uomini e donne del ghetto di Varsavia contribuirono alla realizzazione dell’Oyneg Shabes, un archivio segreto creato nel 1940 dallo storico Emanuel Ringelblum. In yiddish, Oyneg Shabbos (Oneg Shabbat in ebraico) significa letteralmente “gioia dello Sabbath”. Ringelblum[25] scelse questo nome in codice, perché i collaboratori dell’archivio si riunivano di solito il sabato pomeriggio. Persone tra loro molto diverse per cultura ed estrazione sociale, fiaccate dalla fame e dalle malattie, distrutte negli affetti e tormentate da domande senza risposta, collaborarono alla raccolta di ogni genere di testimonianza che documentasse in dettaglio le condizioni di vita disumane imposte dalle forze di occupazione tedesche, ma anche la disperata lotta combattuta dagli ebrei per continuare a vivere. Le carte vennero sepolte in bidoni di latta[26] in due momenti diversi nell’agosto 1942 e nel febbraio 1943 affinché non cadessero nelle mani dei carnefici.
Uno degli obiettivi che si era posto l’Oyneg Shabbos[27] era raccogliere il maggior numero possibile di saggi e resoconti sui tanti villaggi di provincia: l’archivio intendeva registrare le esperienze di guerra degli ebrei non soltanto della capitale, ma di tutta la Polonia. Con la prima parte dell’archivio furono sotterrati quasi quattrocento documenti, fra saggi, rapporti e brevi testimonianze sui villaggi e le piccole città. Oltre agli adulti, per l’Oyneg Shabbos hanno lavorato i giovani e, eccezionalmente, anche i bambini. L’Oyneg Shabbos ha cercato di tracciare un quadro globale della vita ebraica durante la guerra. La cosa cui più tenevano era riuscire a trasmettere un’immagine fotografica di ciò che avevano vissuto, pensato e sofferto le masse ebraiche. Quello che avevano visto e passato era importante non soltanto per la storia ebraica, ma per avere la certezza che dopo la guerra, quando il mondo fosse tornato integro, sarebbe stata fatta giustizia. A differenza degli yizker biker, i libri di memorie compilati dai superstiti dell’Olocausto sulle loro città distrutte, gli scritti dell’Oyneg Shabbos furono stilati mentre la guerra era ancora in corso e la maggior parte degli ebrei ignorava che i tedeschi intendevano annientare l’ebraismo europeo. Gli intervistati facevano parte di una comunità viva. L’ebraismo polacco non era stato ancora cancellato. Non si esprimevano come superstiti dell’Olocausto: la loro ottica discendeva non tanto dal bisogno di celebrare e magnificare un’intera civiltà, quanto dal bisogno di rendere testimonianza e documentare episodi ed eventi specifici e, insieme, difendere quello che restava della loro individualità e dignità.
Tutti gli ebrei sapevano che per sopravvivere dovevano sfidare gli editti tedeschi. Le razioni ufficiali non erano sufficienti a mantenersi in vita. Le aziende erano state requisite, non era permesso tenere con sé più di 2000 zloty in contanti. I conti in banca erano stati congelati. Il ghetto separava gli ebrei dai loro clienti e fornitori polacchi, ma era una formidabile barriera doganale, che trasformava quella zona in un paese straniero nel centro di Varsavia. Tutte le importazioni e le esportazioni, compresi i viveri, il combustibile, le materie prime per la produzione, dovevano passare attraverso un’agenzia tedesca, la Trasferstelle, la quale stabiliva i prezzi e imponeva dazi salati per i suoi servizi. Come ciascuna famiglia ebrea doveva trovare i soldi per comprare il cibo indispensabile per nutrirsi, così l’intera economia del ghetto era costretta a coprire le sue massicce importazioni di viveri con l’esportazione di altre merci o con il pagamento in contanti. Le tariffe fissate dalla Trasferstelle erano esose ed era impossibile riuscire a pagare le spese con mezzi legali. Com’era prevedibile nacque in breve tempo una fiorente economia clandestina. Il commercio illegale con la città ariana superava di gran lunga quello legale. La morte per inedia era lenta e insidiosa, le vittime perdevano reattività ed energia molto prima di esalare l’ultimo respiro. I poveri più intraprendenti, quelli nati a Varsavia, avevano trovato un modo per sopravvivere, sfruttando nuove opportunità: il contrabbando, il lavoro nelle fabbriche tedesche o nei laboratori clandestini. Quando i tedeschi vogliono murarli dentro il ghetto, l’istinto di sopravvivenza spinge gli ebrei a rivolgersi agli ariani al di là del muro e a mettere in piedi attività industriali completamente nuove, indirizzate a clienti polacchi. Non appena entrati in Polonia i tedeschi vietarono agli ebrei il commercio di tessuti, destinandoli alla raccolta di stracci, rottami e materiali usati. Le autorità del Generalgouvernement considerarono il fatto che tra gli ebrei polacchi vi era un’alta percentuale di artigiani e di operai specializzati. In vari settori produttivi, come gli stabilimenti tessili, le fabbriche di scope e spazzole, le falegnamerie, i calzaturifici, gli appaltatori tedeschi e polacchi erano costretti a ricorrere a mediatori ebrei per trovare la manodopera di cui avevano bisogno. Le descrizioni della fabbrica di spazzole e scope, degli speculatori monetari e il reportage sul contrabbando nel ghetto forniscono un’analisi ricca e dettagliata di sotto-comunità dotate di un gergo, di costumi, di un’etica specifici. I contrabbandieri suscitavano una gamma di sentimenti che andavano dall’ammirazione al disgusto. Diversi osservatori stigmatizzarono lo stile di vita lussuoso e sottolinearono l’alta percentuale di malavitosi che controllavano quell’occupazione pericolosa, ma molto redditizia. Altri ritenevano che nonostante tutto si dovesse essere grati a quei trafficanti perché senza di loro il ghetto sarebbe morto di fame.
Alla fine della Seconda guerra mondiale restava in piedi solo il 15% delle strutture architettoniche della città di Varsavia. La distruzione della capitale era così completa che alcuni suggerirono di ricostruire altrove la città, ma alla fine fu deciso di ripristinare una parte delle strutture esistenti prima della guerra in base ai progetti originari e sulla base di fotografie. Tra il 1949 e il 1963 i lavori si concentrarono nella città vecchia con l’obiettivo di ripistinare l’aspetto del ‘600 e del ‘ 700. Oggi non c’è un singolo edificio nella zona che sembri avere meno di duecento anni.
La tragica morte di Roman Kramstyk
Emanuel Ringelblum ipotizzò che nelle ultime settimane della sua vita Kramsztyk fu costretto a stare nel negozio di Karl Heinz Müller in Ulica Mylna 18 dove molti artisti e attori erano costretti a lavorare. Gli ultimi giorni della vita di Roman Kramsztyk possono essere ricreati grazie alle memorie di Władysław Szpilman contenute in La morte della città e Il Pianista, opere pubblicate nel 1946 e nel 1998. Szpilman ricorda[28]:
Trovai lavoro in via Sienna, dove l’intellighenzia ebraica veniva a sentirmi suonare. Fu lì che cominciai a farmi conoscere e che strinsi legami di amicizia con persone con le quali in seguito avrei trascorso ore piacevoli, ma anche momenti di paura. Tra gli habitués del locale, il pittore Roman Kramsztyk, un artista di grande talento, amico di Arthur Rubinstein e di Karol Szymanowski. In quel periodo stava lavorando a un magnifico ciclo di disegni raffiguranti la vita all’interno delle mura del ghetto. Non sapeva che sarebbe stato ucciso e che gran parte dei suoi disegni sarebbe andata perduta. In primavera, quando il mio legame di amicizia con Roman Kramsztyk si era fatto più stretto, spesso dal caffè non andavo direttamente a casa, ma da lui, che abitava in un appartamento in via Elektoralna, dove ci trovavamo e chiacchieravamo fino a tarda notte. Kramsztyk era un uomo molto fortunato: aveva una minuscola stanza dal soffitto inclinato, all’ultimo piano del caseggiato. Una stanza tutta per sé. Lì, aveva raccolto tutti i suoi tesori sfuggiti al saccheggio dei tedeschi: un grande divano ricoperto da un kelim, due vecchie sedie di valore, un delizioso piccolo cassettone rinascimentale, un tappeto persiano, alcune vecchie armi, qualche dipinto, e ogni sorta di piccoli oggetti che nel corso degli anni aveva trovato in diverse parti d’Europa, ciascuno dei quali costituiva un piccolo capolavoro per se stesso e una festa per gli occhi. Era bello stare seduti in quella stanzetta, nella luce gialla soffusa della lampada riparata da n paralume fatto dallo stesso Roman, a bere caffè nero e a chiacchierare allegramente. Prima che facesse buio uscivamo sul balcone a prendere un po’ d’aria, perché lassù era più pura che non nelle strade polverose e soffocanti...il profumo dei lillà saliva al di sopra delle mura, dal vicino Ogród Saski (il Giardino Sassone) per arrivare sino a noi, quaggiù nel quartiere dei dannati.
Un incontro con il pittore si verificò per strada, il 18 luglio 1942, durante la pausa di un concerto presso il Café Pod Fontanną in Ulica Leszno:
Poco dopo io e il musicista Adolf Goldfeder[29] vedemmo venirci incontro Kramsztyk. Fummo felici di ritrovarci. Dovevamo riuscire a farlo entrare a sentire la seconda parte del concerto. Aveva promesso di eseguire il mio ritratto e io volevo discutere con lui dei particolari. Ma non voleva saperne di entrare. Sembrava demoralizzato, immerso nei suoi cupi pensieri oscuri. Aveva appena appreso da una fonte attendibile che l’evacuazione del ghetto era data per certa e imminente. Il commando tedesco delle SS Vernichtungskommando si teneva pronto ad agire dall’altra parte del muro e presto avrebbe dato inizio alle operazioni.
Il 22 luglio del 1942 iniziò la prima operazione di liquidazione del ghetto di Varsavia che continuò fino al 21 settembre di quell’anno.
Il secondo incontro di Szpilman con Kramsztyk è avvenuto circa una settimana prima dell’inizio dell’azione nel ghetto:
Probabilmente fu più o meno una settimana dopo l’inizio dell’azione nel ghetto che vidi per l’ultima volta Roman Kramstyk. Camminava, era stremato, magro e nervoso, benché cercasse di nasconderlo. Fu contento di vedermi. “Non è andato ancora in tournée?” mi domandò, tentando di fare una battuta scherzosa”. “No”, mi limitai a rispondere. Non avevo voglia di scherzare. Poi gli chiesi quello che tutti allora continuavamo a chiederci. “Che cosa ne pensa? Ci deporteranno?” Invece di rispondere alla mia domanda la aggirò dicendo: “Ha un aspetto orribile.” Mi fissò con aria di compatimento. “Prende troppo a cuore questa storia.” “Come potrei fare diversamente?” ribattei stringendomi nelle spalle. Lui sorrise, si accese una sigaretta, rimase un momento in silenzio e poi proseguì: “vedrà che finirà nel giro di pochi giorni perché”, gesticolò con le braccia, “perché in realtà è tutto privo di senso”.
Szpilman commenta questa conversazione: «Lo disse con un tono di convinzione buffa, piuttosto rassegnata, come se l’insensatezza dell’evento potesse essere una ragione sufficiente per impedire il suo accadere».
Il memoriale di Szpilman del 1946 è uno dei numerosi resoconti della morte di Roman Kramsztyk: Kramsztyk morì secondo quanto racconta nel Pianista. La straordinaria storia di un sopravvissuto: «Uno dei primi giorni dell’azione di deportazione. Il caseggiato dove abitava venne circondato ma lui rifiutò di scendere in cortile quando udì il fischio. Preferì essere fucilato a casa in mezzo ai suoi quadri».
Il resoconto di Joanna Simon[30] risolve questo evento in modo diverso, affermando che è accaduto durante la liquidazione del ghetto piccolo, che ha avuto luogo tra il 10 e il 16 agosto 1942:
Roman, che viveva in Ulica Chłodna 17 o 19, era riluttante, ignorando il pericolo [...]. La cosiddetta “azione” avvolse la casa in cui viveva, all’inizio di agosto 1942. Roman fu trascinato fuori dall’appartamento e gli spararono sulle scale.
Nell’ottobre 1942, Antoni Szymanowski scrisse un reportage commissionato dall’Ufficio informazioni e propaganda del distretto AK di Varsavia, intitolato Liquidazione del ghetto di Varsavia. Vi annotò erroneamente un appunto risalente alla data del 27 luglio 1942:
Oggi ho saputo della morte del noto pittore K., prelevato dall’appartamento; non scese abbastanza rapidamente dalle scale e un tedesco gli sparò semplicemente nella parte posteriore della testa. Perché nel ghetto c’è una regola che devi muoverti rapidamente, anche se stai andando verso la tua stessa morte. L’ordine “velocemente”, significa corri.
Il 3 luglio 1951, Jan Lechon annotò nel suo diario[31]:
Il signor Klejmam 35 anni antiquario di Varsavia – il più varsaviano dei Varsaviani newyorkesi – mi ha raccontato della morte di Roman Kramsztyk. I tedeschi gli hanno sparato, sparandogli in fronte proprio mentre stava camminando verso i Klejman, dove probabilmente c’erano vodka e buon cibo ovunque. Il signor Klejman dice di aver scritto Roman Kramsztyk sui suoi vestiti in modo che potesse essere sepolto un giorno nel cimitero cattolico. Tutto questo è accaduto nel ghetto da cui i Klejman sono usciti per un miracolo a me sconosciuto.
L’ultimo a datare la morte dell’artista all’insurrezione del ghetto è Stanislaw Wachowiak[32]:
Soprattutto con la loro grande macchina da guerra, l’artiglieria, migliaia di bombe, hanno commesso un’azione di cui Gengis Khan sarebbe orgoglioso: hanno distrutto il ghetto, bruciando vivo il popolo per l’insurrezione scoppiata. Tra i miei cari amici Roman Kramsztyk è morto lì, un pittore di spicco che ha combattuto fino all’ultimo proiettile.
Mercoledì 22 luglio 1942, di notte, i tedeschi, il reparto ucraino e le SS, diedero inizio alla Grande Azione di deportazione a Treblinka. Essa andò avanti fino al 21 settembre. Ogni giorno dalla Umschlagplatz venivano deportate oltre 6000 persone tra donne, bambini e vecchi.
L’informazione più plausibile riguardo la morte di Roman Kramsztyk fu rilasciata da testimone diretto Samuel Puterman - un pittore che era un ufficiale del servizio dell’ordine nel ghetto. Nel suo diario, Ghetto di Varsavia, il 6 agosto 1942, annotò:
Nella stanza di Kramsztyk e in tutto l’appartamento non c’era nessuno. Il posto sembrava deserto. Ho chiamato a lungo prima di vedere qualcuno dal soggiorno. Un uomo ha sporto la testa da una finestra del seminterrato e mi ha detto di aspettare. Era il custode della casa che mi conosceva di vista. Se volete vedere Kramsztyk venite con me. Mi condusse in cantina attraverso un passaggio tortuoso e lungo un tunnel stretto e lungo e poi dovetti strisciare a pancia in giù attraverso una fessura nel muro. C’erano diverse decine di persone radunate in una spaziosa cantina e in un angolo su una barella giaceva Roman. Il suo viso era pallido quasi bianco. Quando mi vide cercò di sfoderare uno dei suoi sorrisi. Ho chiesto io di accompagnarti qui, il custode ha sentito qualcuno che mi chiamava. Mi hanno ucciso: oggi sono ancora vivo ma non durerò a lungo. Kramsztyk andò nel suo appartamento per recuperare alcune matite alle dieci, fu sorpreso dal blocco, non aveva nessun posto dove nascondersi. Un proiettile vagante si bloccò nei suoi polmoni cadde a terra in una pozza di sangue, incosciente. I tedeschi lo lasciarono disteso in cortile. Solo dopo poche ore, quando le urla e gli spari finirono, coloro che si erano nascosti nei rifugi, uscirono nel cortile e lo portarono nel seminterrato. Un dottore gli aveva fatto delle iniezioni, ma senza alcuna speranza. Mi diceva: “Ho assicurato a queste persone che ti potevano far entrate che non avresti tradito quelli nascosti qui”. Aveva la febbre alta passava dall’incoscienza al delirio. Dovevo giurargli solennemente che avrei persuaso i suoi colleghi a dipingere scene del ghetto. “Di ‘ loro che Kramsztyk ha chiesto loro di dipingere scene del ghetto. Sacrificate tutto, fate sapere al mondo la bestialità dei tedeschi”. Era già in agonia, il sangue gli usciva dalla bocca, soffriva terribilmente, ma ha continuato a parlarmi, ha tirato fuori alcune matite sanguigna dalla tasca, me le ha donate con devozione: “Dalle a loro come ricordo da parte di Kramsztyk, sono buone matite, Lefranc originali”. Morì prima che passasse l’ora e mi regalò questo orologio d’oro, un premio per qualche mostra francese.
Secondo il ricordo di Samuel Puterman questi eventi ebbero luogo il 6 agosto 1942. Tuttavia, alla luce di tutti i resoconti incerti o errati anche questa data non è certa.
La versione della morte di Kramsztyk causata una sparatoria sulle scale avvenuta il 6 agosto del 1942 fu verificata da un testimone oculare, uno dei figli di una lattaia che aveva il negozio presso il quartiere Za Żelazną Bramą a Varsavia, che Carlotta conosceva da prima dell’occupazione e che rincontrò a Cracovia nel primo anno dopo la fine della guerra. Come Carlotta ricordò e scrisse in una lettera indirizzata allo storico Krzysztof Prochaska del 7 agosto 1995 il cui contenuto è conservato nell’archivio dell’Istituto Storico Ebraico di Varsavia:
E quando l’uomo iniziò a parlare dei tempi del ghetto di Varsavia uscì fuori che viveva sullo stesso piano di Roman Kramsztyk. Dalla porta aperta in fessura spiò e vide i tedeschi sul pianerottolo che stavano prelevando Roman dal suo appartamento. Uno dei carnefici stava per mettergli le mani addosso, ma Roman lo scacciò spingendolo via e poi si sentì lo sparo. In quel momento il testimone del fatto chiuse la porta.
Scrisse Władysław Szpilman[33]:
Era un uomo di incredibile cultura, alta cultura in generale, modesto con molto calore. [...] Tuttavia, potevamo parlare di musica per ore, perché non solo conosceva perfettamente la letteratura musicale, ma lui stesso si sedette al piano e suonò alcuni pezzi minori di Chopin.
Roman Polanski, figlio di un pittore che, come tanti artisti polacchi aveva trascorso un periodo a Parigi ed era esperto conoscitore dell’arte di Roman Kramsztyk, nella versione cinematografica del Pianista, vincitore di tre premi Oscar nel 2003 e della Palma d’Oro al miglior film al Cannes Film Festival, quando ricostruisce gli interni della casa della famiglia Szpilman riproduce appesi in salotti e camere alcuni famose opere di Kramsztyk. In particolare, nell’importante scena della discussione familiare sul cosa fare dopo l’ascolto alla radio della dichiarazione di guerra del 3 settembre 1939 da parte di Francia e Gran Bretagna, si vede il quadro ad olio Dama con lo scoiattolo o Ritratto di Maria Brydzinskiej- Potockiej dipinto tra il 1935 e il 1936. Lo stesso quadro riappare in primo piano quando la famiglia riceve in un salottino un amico diventato membro della guardia ebraica del ghetto che, portando dei krapfen per tutta la famiglia, propone quel lavoro anche a Władysław. Altri quadri sono riconoscibili ma rimangono in penombra e in secondo piano: si tratta di oli, carboncini e sanguigne alcuni molto simili ai disegni prodotti nel Ghetto.
Come ricorda Carlotta:
Ho parlato spesso della mia amicizia con Roman Kramstyk, ci siamo spesso incontrati nei caffè e scambiati lettere. A Kazimierz era ospite frequente a casa nostra e a lui e a mia madre piaceva parlare di me...Roman è morto in agonia, assassinato dai nazisti. Dopo la guerra Krysztof Prochaska, un membro della famiglia di Roman stava girando un film su di lui, si imbatté nelle lettere e venne a filmare ciò che so dell’amicizia con lui. Da allora tra me e Krzystof è sbocciata un’amicizia calorosa; ci scriviamo di tutto ciò che ci interessa, ci diverte o ci irrita. È una continuazione della mia amicizia con Roman, con lo stesso tipo di sottigliezza e interesse per quello che faccio.
I ritratti che fece a Carlotta fanno parte del patrimonio perduto dell’arte polacca disperso a Varsavia nel periodo dell’occupazione. Secondo quanto riporta Carlotta nelle sue memorie:
Roman dipinse due miei ritratti; vi era molto affezionato e considerava uno dei due il suo capolavoro, in quel tempo stava dipingendo un ritratto dell’attrice Maria Brydzinska-Potocka che si era stabilita in un palazzo a Jablonna. A Roman piacque la mia pittura e mi incoraggiò a proseguire sulla strada che avevo scelto. Dipinse ogni ritratto per due settimane e io dovevo posare ogni giorno perché lui amava solo dipingere “bagnato su bagnato”. I miei due ritratti non furono fortunati ...Furono “attratti dal fuoco”. Roman mi regalò quello con il cappello. Era appeso in un posto d’onore a casa nostra, ma Roman lo prestò all’Istituto della Propaganda Artistica per una mostra regionale. Se l’opera fosse stata ritirata subito dopo la mostra ci avrebbe guadagnato perché pochi giorni dopo scoppiò un incendio nel magazzino e il mio ritratto andò a fuoco. E il ritratto che considerava il lavoro della sua vita bruciò nell’appartamento dei suoi genitori durante la Rivolta di Varsavia.
Parte dei lavori artistici di Kramsztyk nel ghetto rimasero nel suo appartamento e andarono perduti, qualcuno ne consegnò alcuni a Maria Konowa nata Przeworska[34], una giovane bellissima donna d’intelligenza straordinaria che fu l’ultimo grande amore di Roman e che durante l’occupazione e dopo la guerra assunse il cognome Kowalska. La donna ne portò fuori dal paese almeno 24 attraverso la Svezia in Brasile e nei primi anni dopo la guerra tra il 1946 e il 1947 li mise in mostra a Rio de Janeiro. Esiste una dichiarazione originale depositata e confermata da un notaio svedese nel dopoguerra:
Con la presente confermo che il signor Romamn Kramsztyk pittore ha più volte offerto in mia presenza disegni realizzati a sanguigna e seppia. I soggetti erano schizzi di vita di abitanti di Varsavia perseguitati dai tedeschi, numerosi erano i ritratti della Signora Kowalska. So che il signor Kramsztyk, che spesso creava in mia presenza, ha offerto alla signora Kowalska diversi disegni. E ciò è avvenuto negli anni 1939- 1940 – 1941 fino alla metà del 1942 a Varsavia. I disegni in possesso della signora Kowalska sono di sua proprietà legale incontestabile. Jakob Klejman, antiquario di Varsavia. Stoccolma, 24 ottobre 1946.
Diversi ricordi di Carlotta sono legati ai primi anni del trasferimento a Cracovia negli anni Trenta e Quaranta quando insieme al marito e al figlio viveva in una grande villa con giardino nell’elegante Via Konarskiego.
Prima della guerra nessuno in via Konarskiego a Cracovia conosceva nessuno del quartiere. Zbyszek[35] andava a trovare un compagno di scuola nella casa accanto, io andavo dalla signora Jozia, la modista che mi faceva i cappelli. Durante l’occupazione visitai vari appartamenti, iniziavo con storie su di me e sulla mia sfortuna. Un uomo anziano chiedeva qualcosa da comprare, qualcuno aveva proprio fame. Tra questi il prof. Romer cartografo e geografo. C’era il liutista Panufnik che viveva al piano terra e una figura triste l’anziano scultore Bronislaw Pelczarski che era costantemente ammalato perché soffriva di una mania di persecuzione che lo portava costantemente a temere di essere avvelenato. Per esempio, chiedeva del pane a un negozio e quando glielo portavano ne ordinava un altro tipo. Dopo la rivolta di Varsavia molti amici attori trovarono la loro casa nella nostra villa.
Il ricordo di quel periodo si lega a un episodio particolare:
Mio marito e io abbiamo incontrato il sindaco di Varsavia Stefan Starzynski[36] a una festa al palazzo presidenziale: un uomo così diretto che in pochi istanti stavamo già parlando sui gradini di marmo bianco! Poi ci siamo incontrati a una prima a teatro. Wiktor andava a trovarlo per questioni teatrali e ufficiali. In tempi che stavano diventando tragici per lui è riuscito a trovare l’aiuto per noi. Mio marito, Zbyszek e io vivevamo a Cracovia, ma circa due mesi prima dell’arrivo dei tedeschi mio figlio e io andammo a Varsavia a trovare Wiktor che stava recitando in un film. Fummo colti di sorpresa. Trascorsi così due settimane in una cantina con il bambino e c’erano solo delle caramelle dure da mangiare...Un’anima gentile che viveva di sopra portò una tazza di zuppa d’orzo al piccolo...Dopo aver lasciato la cantina si presentò il problema di come tornare a Cracovia. Wiktor trovò un’auto abbandonata dai tedeschi ma senza documenti. I tedeschi non avevano ancora rimosso il Sindaco dal suo incarico e ci trovò un’autista e dei documenti preziosi. Il più importante dei quali fu un biglietto appeso al finestrino. Durante il tragitto ci furono vari tentativi da parte dei tedeschi e perfino dei russi di fermarci, ma il biglietto aveva un significato estremamente importante perché arrivammo sani e salvi a Cracovia.
Successivamente ricorda un avvenimento di cui venne a sapere e che accadde durante la Rivolta di Varsavia:
Wiktor e io conoscevamo la signora Pudrowa e suo figlio, che era sacerdote. Ci ha mostrato una foto del ricevimento che aveva organizzato dopo l’ordinazione del figlio...Una lunga tavola imbandita, tutti i posti d’onore, un vescovo, alcuni sacerdoti, suo fratello, la sua famiglia, dieci ebrei con i riccioli laterali e la kippah e uno con il cappello da rabbino. Era il prediletto del cardinale Kakowski[37] era immensamente rispettato ma aveva la sua Via Crucis. Quando ci trasferimmo a Cracovia venne a trovarci due volte e facemmo lunghe conversazioni. Era interessato ai miei dipinti e al lavoro teatrale di Wiktor. Poi del tutto per caso ho saputo della sua morte durante la Rivolta di Varsavia. Un testimone oculare lo vide disteso sul ponte Kierbedz[38]; morì sorridendo, benedicendo la persona che gli stava strappando le scarpe.
Un ricordo molto particolare legato al periodo dell’occupazione è stato scritto alternando presente e tempi del passato. Nella traduzione ho preferito mantenere i tempi che Carlotta aveva scelto come se attraverso il meccanismo della memoria rivedesse i momenti dell’episodio in svolgimento davanti ai suoi occhi:
C’è l’occupazione viviamo a Cracovia in una villa in via Konarskiego. Per sopravvivere abbiamo venduto i gioielli miei e di mia madre che erano molti. Poi abbiamo venduto 12 vestiti nuovi di zecca di mio marito poiché essendo un uomo cosiddetto molto bello interpretava spesso ruoli del seduttore sebbene fosse eccellente nei ruoli di carattere. C’era in casa nostra una biblioteca molto ampia e Marian Krzyzanowski comprò alcuni dei libri rilegati per la sua libreria. Cos’altro si poteva vendere? Con il cuore che batteva forte ho letto un annuncio su “Dziennik”[39] che compravano pianoforti. Ne avevo uno della ditta Kerntopf[40] che mia madre aveva comprato da una fabbrica di Varsavia. Io stavo imparando a suonarlo e Zbyszek lo suonava già piuttosto bene... Per lui questa decisione fu una tragedia...Il giorno in cui lessi l’annuncio, sentii suonare il campanello del cancello. A quei tempi andavamo alla finestra se suonavano il campanello e vedevamo chi stava arrivando dal vialetto del giardino. Questa volta era una figura perfettamente grigia con un abito grigio e un cappello grigio calato sulla testa, non riuscii a vederlo in faccia nemmeno quando entrò nell’appartamento. Lo feci entrare nella stanza dove da un lato c’è un pianoforte e dove dall’altro un cavalletto, su cui è dipinta una natura morta appena abbozzata e leggermente colorata... L’uomo non guarda nemmeno il pianoforte e si avvicina al cavalletto, prende una grossa somma di denaro dalla borsa e me la porge e, quando cerco di discutere la data di completamento del quadro per ritirarlo se ne va senza nemmeno salutarmi. Bellissimo. Difficile da spiegare perché nessuno mai ha reclamato il dipinto finito...Penso che possa esser stata la silenziosa cura della resistenza polacca, che si preoccupava del destino degli artisti”.
Carlotta ricorda la bottega di un incisore a Cracovia dove il marito durante l’occupazione andava ad ascoltare notizie e un episodio particolare che accadde:
Durante l’occupazione tedesca nella piazza del mercato di Cracovia in viale Bielaka, il signor Trebacz, un incisore, aveva un piccolo laboratorio. Questo piccolo spazio era così disordinato che poteva nasconderci una radio e ascoltare le notizie proibite dal fronte. Incontrò notevoli difficoltà, tuttavia, perché i tedeschi venivano spesso lì; dopo aver sfrattato i polacchi dai loro appartamenti, avevano fatto in modo che i loro biglietti da visita fossero appesi alle porte di casa. Bieganski visitava questo piccolo spazio quasi ogni giorno, ascoltando buone notizie e condividendole con altri per rallegrare tutti. Un giorno Trebacz andò a caccia e riuscì ad uccidere diverse lepri. A casa prepararono dei patè e degli arrosti e poiché ce n’era così tanto, invitò una dozzina di persone. Ricordo ancora oggi il trangugiare ed eravamo così assorti nel divorare che ci dimenticammo perfino del coprifuoco. Tutti erano sconvolti. C’era un medico tra il gruppo e chiamò un’ambulanza e saltammo tutti dentro, ma dovemmo sdraiarci insieme uno sopra l’altro, il che era difficile con lo stomaco pieno. E così, sdraiati, abbiamo visitato molti quartieri di Cracovia.
Durante l’occupazione la giovane pittrice fu artefice del salvataggio e del recupero di alcuni dipinti trafugati dalla sede dell’Ambasciata italiana a Varsavia e così ricorda il fatto:
Descriverò il caso di diversi dipinti che appartenevano all’Ambasciata italiana a Varsavia. Durante l’occupazione tedesca, ho incontrato la nostra ex domestica al mercato. Mi ha detto che la conoscenza dell’italiano le tornava utile, lavorava per un italiano il signor G., viveva da sola in una villa e spesso faceva visita a Hans Frank[41] al Castello di Wawel. Ho visto la villa, era molto vicina a noi. Ben presto scoppiarono rivolte a Cracovia, i tedeschi fuggivano, i russi attaccavano. I tedeschi che vivevano a piano terra scappavano, i soldati russi suonavano il campanello chiedendo se avevamo della vodka. Suonò il campanello e la mia ex domestica mi rispose che il signor G. temeva per la sua vita e chiedeva di essere ospitato da noi, da me, una sua connazionale e accettai. Con grande rischio portò diversi dipinti – sei- e un grande rotolo di pittura da soffitto. Senza guardarli li misi dietro gli armadi nascosti perché potevo vedere i russi dalle finestre. Mi disse che quando scoppiò la rivolta a Varsavia prese un camion e andò a Varsavia. All’Ambasciata non c’era il personale e prese i dipinti. Beh, un po’ strano...Un camion intero e soli pochi dipinti. Poi venne a sapere che un monastero aveva accolto degli italiani in attesa di essere trasportati in Italia. Infilò uno dei dipinti il più piccolo in uno zaino e mi disse di tenere d’occhio gli altri e che appena possibile sarebbe venuto a prenderli. Costui li avrebbe venduti e mi avrebbe dato una parte del ricavato, poiché temevo che le mie lettere venissero censurate chiesi al prof. Zdislaw Jachimecki[42] di scrivere all’Ambasciata italiana che avevo i loro dipinti e di farli ritirare il prima possibile. Il camion arrivò molto rapidamente e Venturini, il segretario dell’ambasciata, ne confermò la ricezione. Successivamente quando andai in Italia mi procurò sempre i visti senza aspettare un attimo, nonostante la folla dei richiedenti.
Mi ero completamente dimenticata di tutto l’episodio. Appartenevo già all’Associazione Pittori e Designer polacchi e un giorno, mentre dipingevo in silenzio nel mio studio, ho sentito suonare il campanello. Un italiano che non conoscevo mi ha detto che il signor G mi stava aspettando al piano di sotto. Naturalmente non sapevo cosa mi sarebbe potuto succedere, sapevo solo che il signor G. sarebbe rimasto sorpreso. Ci siamo salutati senza stringerci la mano: gli ho dato una lettera dell’Ambasciatore, dicendo che volevo restituire i dipinti all’Ambasciata... E ho confermato la restituzione. Se n’è andato senza dire una parola e per molto tempo noi tutti abbiamo semplicemente avuto paura.
Avevo ancora in tasca la chiave della villa del signor G. quando incontrai per caso il mio amico T., uno scultore dell’Accademia di Belle Arti di Varsavia, che mi disse che dormiva alla stazione ferroviaria con la sua famiglia: non avevano un posto dove vivere. Così tirai fuori la chiave dalla borsa e lo scultore si trasferì con la famiglia al piano di sopra, mentre il mio amico K., un grafico, si traferì al piano di sotto. Solo un anno fa la moglie dello scultore mi raccontò cosa avevano fatto ancora con quel camion: andarono a Varsavia e ripulirono un negozio ormai fatiscente in via Marzalkowska[43] dove prima della guerra vendevano mobili, esclusivamente oggetti d’antiquariato di grande valore.
Carlotta ricorda l’amicizia con i coniugi Jachimecki e la tragica riunione a cui furono chiamati a partecipare i professori dell’Università Jagellonica di Cracovia:
Ho sempre festeggiato il mio onomastico con gli amici. Durante l’occupazione tedesca, non ci pensavo nemmeno. Quel giorno Maria, la mia cara Mitzi, nella cui villa alloggiavamo, mi ha portato dei cioccolatini, mentre giacevo a letto con l’influenza. Non ero sola, Kikus, il mio canarino domestico si rannicchiava sul mio collo. Non avevo invitato nessuno, non aspettavo nessuno. Poi ha suonato il campanello e i miei fedeli amici, gli Jachimecki sono arrivati per farmi gli auguri... Era il 4 Novembre e due giorni dopo ci fu una riunione[44] inaugurale dei Professori all’Università Jagellonica, ricordiamo bene che da questa riunione i tedeschi portarono i professori a Sachsenhausen e alcuni non tornarono mai più... Il signor Zdzislaw Jachimecki[45] arrivò in ritardo alla riunione, il tedesco che sorvegliava l’ingresso si rifiutò di farlo entrare, ignaro della situazione, ma il professore insistette che doveva essere presente alla riunione organizzativa...Alcuni professori morirono di sfinimento, Jachimecki tornò con una spalla e un braccio danneggiati. All’anziano Rettore[46] fu ordinato un giorno di portare un grande e pesante calderone con un po’ di sostanza per i prigionieri. Jachimecki corse in suo aiuto e un tedesco allora lo colpì alla spalla con il calcio del fucile spezzandogliela. Andavo spesso a trovare la signora Zosia, che era molto, molto infelice quando era sola, perché erano molto innamorati. Mi chiamavano affettuosamente ciliegia in italiano che in polacco si dice wisienka.
Carlotta ricorda con stima l’ex marito Wiktor Bieganski per il rifiuto della proposta di lavoro che gli fece Hans Frank a Cracovia durante l’occupazione:
L’associazione degli artisti teatrali polacchi vanta una tradizione antica e gloriosa e vorrei aggiungere l’importante contributo dato a questa durante l’occupazione e nel dopoguerra da Wiktor Bieganski, stimato attore e regista scomparso il 19 gennaio 1974 a Varsavia. A Cracovia durante l’occupazione, Wiktor, che all’epoca era mio marito, incontrava spesso Jan Wiktor e Stanislaw Witold Balicki. Sognavano e parlavano dell’euforia che sarebbe seguita alla fine dell’occupazione e di come sarebbero stati il nuovo teatro e il nuovo cinema polacco. Per il momento il mio allora marito lavorava come cassiere principale nei tram di Cracovia perché cercava a tutti i costi di evitare così l’offerta di lavoro del governatore Frank, imposta con insistenza, di esibirsi nel teatro pseudo polacco Powszechny nei locali del vecchio teatro della città. Grazie al sostegno del direttore dei tram di Cracovia gli fu assegnato un incarico come capo cassiere dell’istituzione. In mezzo al fiume di denaro che gli scorreva tra le mani gli venne l’idea di conservare i grosz[47] con l’aquila polacca in modo che alla fine dell’occupazione servissero come una specie di francobollo commemorativo. Nacque così l’idea di argentare queste modeste monete e saldarvi degli anelli in modo che dopo la guerra potessero essere utilizzate per scopi caritatevoli come una sorta di emblema patriottico. Come cassiere era costretto a consegnare l’incasso settimanale dei mezzi pubblici alla banca di via Basztowa sotto stretta sorveglianza. Dopo aver versato l’incasso della settimana in banca, pagando di tasca propria, si ricomprava un sacchetto con uno o due groszy adducendo come scusa al cassiere che gli sarebbero serviti per dare il resto alla cassa agli utenti del servizio tram. Poi li portava da un incisore di sua conoscenza Jozef Trebacz che aveva la bottega nel Passaggio Bielaka. Tra l’altro, molti cospiratori si trovavano lì perché Jozef aveva una radio nascosta al piano di sopra, sintonizzata su Londra. A casa sua le monete erano placcate in argento e saldate ad anello. Il mio lavoro consisteva nell’acquistare i nastri bianchi e rossi[48]. Mai nello stesso negozio, li compravo bianchi in uno, rossi in un altro per non destare sospetti. All’epoca versavamo in difficili condizioni economiche e queste spese rappresentavano un onere notevole ma facevamo di tutto per far dispetto ai tedeschi! Finita l’occupazione Wiktor fu eletto presidente degli Artisti di Cracovia e organizzò un concerto al Teatro Juliesz Slowacki con artisti illustri, cantanti, ballerini di spicco. Il concerto durò oltre tre ore e durante l’intervallo gli artisti vendettero le monete placcate in argento e decorate con i nastri bianco rossi. Tutto il ricavato fu devoluto all’associazione degli artisti polacchi per sostenere attori, musicisti e ballerini giunti al Castello del Wawel dopo la Rivolta di Varsavia e per quelli che tornavano dai campi di sterminio nazisti.
Carlotta torna con la memoria a un ultimo episodio accaduto al tempo dell’occupazione:
Un giorno durante l’occupazione la famiglia Brodzisz venne a trovarci. Lui era un magnate del cinema e proprietario dello studio e laboratorio cinematografico “Falanga”. Alle 7 di sera era in vigore il cosiddetto coprifuoco e i polacchi dovevano rimanere in casa. Prima che suonasse la campana delle 18.00 arrivò Antek Wawrzyniak, direttore della fotografia. All’epoca viveva vicino a Cracovia con un macellaio, quindi arrivò con un regalo che fu molto prezioso durante l’occupazione. Era semplicemente un grosso pacco d’ossa, ma molte di esse avevano ancora la carne attaccata. Presi una pentola grande, trovai delle verdure per insaporire e, in un attimo, un profumo gradevole cominciò a diffondersi per tutto l’appartamento. Quando portai in tavola l’enorme piatto di quelle ossa tutti si illuminarono soprattutto perché Antek aveva con sé qualcosa di più forte... Il mio Zbyszek era orgoglioso che delle star dormissero sul suo divano!
Carlotta racconta di un accordo stipulato tra il Ministro della Cultura e dell’Arte ed una controparte pubblica che prevedeva la costruzione di un caseggiato imponente a fronte della concessione e dell’utilizzo di un intero piano alla pittrice per il suo lavoro:
Dopo l’occupazione tedesca, quando ero già membro dell’Associazione degli artisti polacchi e avevo persino un incarico nel consiglio direttivo, veniva spesso l’allora ministro della cultura e dell’arte, Lucjan Motyka[49]. Una volta si comportò con me come un mago in una fiaba. Ho scritto molte volte che in via Konarskiego vivevo al primo piano di una villa con giardino che si estendeva fino alla strada. Un giorno, metà del giardino fu sottratto al proprietario della villa per costruire un caseggiato a tre piani per un importante istituzione. Con le lacrime agli occhi guardai il palazzo crescere, immergendo nell’oscurità la stanza dove dipingevo. Il miracolo avvenne senza intervento da parte mia. Leonard Buczkowski e sua moglie incontrarono Motyka e chiacchierarono di amici comuni di Cracovia. Si parlò anche di quella sfortunata pittrice che avrebbe smesso di dipingere. Cosa fece il Ministro? Arriva un ordine all’istituzione: questi tre piani saranno per te ma devi costruirne un quarto con uno studio per C. B.! E c’era uno studio splendidamente progettato, con una vista ampia, angoli per i quadri, una camera da letto e persino una soffitta per modanature, telai e così via...
Dopo il mio arrivo a Cracovia, ma dopo l’occupazione tedesca sono iniziate le mie amicizie con i pittori...In qualche modo accadde che furono proprio loro, in modo molto semplice e diretto, a stringere amicizia con me, confessandomi di aver incontrato la poesia nella mia pittura... Mi rammarico profondamente di non aver avuto l’opportunità di incontrare Wislawa Szymborska o Jan Twardowski e... Michelangelo, che scrisse anche poesie.
Carlotta ricorda come avvenne la rinascita del cinema polacco mediante questo ricordo:
Alla fine dell’occupazione tedesca abitavo ancora in via Konasrskiego dove Leonard[50] e Halina Buczkowski furono accolti dopo la rivolta di Varsavia. Furono informati che nelle vicinanze in via Lea c’erano appartamenti vuoti, precedentemente occupati dai tedeschi, con tanto di ninnoli e mobili, mentre gli Herrenvolk fuggivano in preda al panico. Così il Progetto del film polacco, in fase di sviluppo, offrì ai registi che lo desideravano la possibilità di soggiornare a Cracovia. Dopo aver visitato gli appartamenti, i Buczkowski tornarono di ottimo umore. In una delle stanze, su un tavolo, in un posto ben visibile, c’era il libro Mein Kampf, l’opera di Hitler. Il libro sembrava invitare ad essere aperto, e lo fu, c’era una dedica in tedesco e la firma dell’autore: “Al mio amato e devoto amico Antek Wawrzyniak. Adolf Hitler”. Antek rise, ma conservò il libro come ricordo. Tutti i registi si trasferirono da Cracovia a Varsavia perché sapevano che lì sarebbero stati girati i film, Cracovia sarebbe diventata la base principale.”
In merito al primo dopoguerra le sovvengono ricordi di diversi episodi:
Dopo la guerra ho trascorso le vacanze a Zakopane[51] alloggiando al Kaprys. Era un centro per gli artisti teatrali polacchi creato da Wiktor Bieganski. Di tanto in tanto andavo in un caffè del centro per incontrare il mondo artistico... Ci sentivamo benissimo insieme sulla veranda piena di nasturzi con fragole e panna. Ci raccontavamo le varie barzellette che avevamo sentito...
Un giorno mentre ero al caffè Noworolski[52] a Cracovia, incontrai la regista Wanda Jakubowska che stava girando Ostatni etap (“L’ultima tappa”) ad Auschwitz ed era tornata a Cracovia per la giornata. Mi invitò ad andare da lei un giorno per vedere come procedevano i lavori. Qualche giorno dopo andai con Janek Chlebowski, che era più qualificato di chiunque altro per guidare le visite di questo campo di sterminio. Aveva il numero 622 tatuato sul braccio (preso a Tarnów[53] con il primo trasporto di prigionieri), e i tedeschi non lo finirono perché lo stavano assumendo per ristrutturare e tinteggiare le loro ville e appartamenti ad Auschwitz.
Assistemmo a una scena di prigionieri all’appello, con Roma Rudecka[54] e Aleksandra Slaska[55] che fungevano da kapò, ma poi Janek, sopraffatto dall’emozione, iniziò a mostrarmi il campo. In uno degli uffici a piano terra, mi indicò un palo attaccato al muro, dove un tempo doveva essere rimasto così a lungo che, semi- incosciente, perse la conoscenza del tempo...A un certo punto, ci ritrovammo in un bellissimo prato, dove crescevano enormi margherite bianche, come non ne avevo mai viste prima. “Non c’è da stupirsi”, disse Janek. Si sporse e scostò l’erba e i fiori, e al posto della terra, vidi un piccolo mucchio di ossa umane triturate. Disse che qui facevano pire di legna e cadaveri umani e, dopo averli bruciati completamente, li facevano a pezzettini.
Wanda Jakuborska, regista ebrea polacca nata a Varsavia, prima donna regista nel suo paese, fu attiva nelle due fasi di rinascita del cinema polacco ad inizi degli anni Trenta e a fine anni Quaranta.
Il suo film Ostani etap, è il primo film sul tema del lager e tratta delle donne internate ad Auschwitz. Nel 1942 Wanda, militante comunista, membro della resistenza durante la guerra, fu arrestata dai nazisti, imprigionata sei mesi al Pawiak e condotta ad Auschwitz Birkenau «dove» - disse - «decisi di fare un film appena varcai il cancello del campo». Fu spostata a Rajsko, una stazione di agricoltura sperimentale e uno degli oltre quaranta sotto-campi, agli inizi del 1945 fu trasferita a Ravensbrück dove fu liberata dall’esercito russo. Una volta libera iniziò immediatamente a lavorare alla sceneggiatura insieme a un’altra sopravvissuta Gerda Schneider, una comunista tedesca, prigioniera politica. La vicenda è basata unicamente su eventi di cui furono entrambe testimoni insieme alle loro compagne nel Blok. Alla fine dell’anno avevano prodotto un primo testo e ritornarono ad Auschwitz nella primavera del 1946 dove decise di filmare.
Il film fu interpretato da alcune sopravvissute, non attrici professioniste, costrette a indossare le divise delle guardiane del campo, per mancanza di comparse disponibili. Si trattava di persone comuni, perciò il linguaggio era più vicino al parlato polacco o addirittura al dialetto. Il tono della narrazione è quasi documentaristico e fortemente influenzato dalle teorie di Usevolod Pudovkin che la Jakuborska considerò sempre suo maestro.
Le protagoniste, molte delle quali erano state deportate ad Auschwitz, si trovarono così a rivivere nelle baracche e ad indossare le uniformi originali a righe delle internate. Le sopravvissute erano ancora terrorizzate e mostrarono sguardi e reazioni di spavento alla vista delle uniformi delle SS e dei Kapò, della Blokowa e di conseguenza ogni scena risultò realistica. Un’attrice notò che «l’aria era piena di un tremendo odore fastidioso che aveva un effetto deprimente su di noi». Mentre girava il film la Jakubowska rifletté sul fatto che «la realtà quotidiana del campo era costituita da scheletri umani, pile di cadaveri, ratti, pidocchi e sintomi di varie disgustose malattie». Sullo schermo la cruda realtà avrebbe causato repulsione e terrore poiché si trattava d’ immagini insopportabili per il pubblico del dopoguerra e così decise di eliminarle.
Realizzato in Polonia il 28 marzo 1948 tre anni dopo la liberazione di Auschwitz, fu il secondo film prodotto dal cinema polacco nel dopoguerra e il primo con distribuzione internazionale.
Nella prima parte del film si descrive il funzionamento di Birkenau e nella seconda si tratta della resistenza delle prigioniere politiche, nella parte finale si descrive la vicenda realmente accaduta della partigiana polacco – belga di origini ebree Mala Zimetbau fuggita dal lager nel 1944, catturata dalle SS, condannata a morte per impiccagione. La donna riuscì a tagliarsi le vene prima di salire nel patibolo e schiaffeggiò un SS prima di essere uccisa dicendo al suo aguzzino «morirete tutti da assassini». Sebbene la regista fosse stata costretta a mantenere nel film una certa natura di propaganda filo-sovietica, l’opera rappresenta un documento importante per l’immaginario di numerosi film successivi su Auschwitz.
Fu costretta dal regime a mettere sullo stesso piano gli ebrei e tutti gli altri deportati negando che la situazione degli ebrei fosse particolarmente segnata in quanto al loro ingresso nel campo erano destinati senza eccezioni allo sterminio. Il film arrivò in Italia nel febbraio 1951, la commissione per la censura lo visionò e lo respinse. Il 17 marzo dopo la visione dell’edizione originale, la censura espresse parere contrario per il contenuto: «contiene scene truci, ripugnanti, di scarso valore artistico, ha un tono violento. un’atmosfera da incubo». La decisione era in linea con l’atteggiamento dei commissari nei confronti di pellicole che rievocavano una ferita aperta qual era il nazismo. La casa di distribuzione, la Herald, presentò ricorso il 7 aprile 1951 e vi fu l’appello: il 18 maggio la censura diede un parere positivo condizionato: era necessario eliminare le scene truci e ripugnanti, l’iniezione letale ai bambini, la tortura delle donne, la scena in cui una donna viene chiamata fuori dai ranghi e uccisa. Il 21 novembre 1951 uscì la versione con i tagli, doppiata con i sottotitoli.
Ci sono ricordi che si riferiscono ai viaggi in Italia per visitare la famiglia a Parma:
C’era un tempo in cui andavo in Italia ogni anno, dove ho ancora una famiglia numerosa. A quei tempi andavo spesso al mercato e ammiravo non solo la frutta ma anche una vasta gamma di tipi diversi di lattuga, verde, bianca, una leggermente più spessa di un capello si chiama barba di cappuccino. Tra tutte le verdure che non conoscevo affatto mi innamorai delle zucchine, così portai dei semi in Polonia e li seminai sul mio terrazzo. Crescevano, fiorivano e producevano frutti! Ero in contatto con il direttore di Przekroj – pubblicava le mie ricette per preparare piatti italiani su quel settimanale. Veniva spesso a trovarmi, partecipava alle feste onomastiche e quando vedeva le zucchine in terrazza non esitava a scrivere su Przekroj e subito ricevetti una chiamata dall’istituto di orticultura di Skierniewice[56]. Il Direttore mi chiamò chiedendomi dei semi. Glieli spedii e da allora ci scriviamo lettere. In primavera chiederò ai miei parenti in Italia semi di fagiolino che si chiamano anche cornetti, molto piccoli, bulbosi, senza venature.
Carlotta compie delle considerazioni sui cambiamenti della pittura in Polonia:
All’istituto del cinema Wiktor Bieganski, conobbi la signora Sadowska che mi disse essere originaria di Cracovia, di avere una sorella sposata e di aver scritto molto su di me nella sua corrispondenza. Quando ci trasferimmo a Cracovia nel 1935 una coppia molto elegante mi si avvicinò alla prima al Teatro Slowacki: lei era sua sorella, lui era il famoso pittore Alfons Karpinski[57]. Lei lo chiamava Alfie e lui chiamava lei Lala. Ancora oggi non so il suo nome, Lala era perfetta! Iniziammo a incontrarci alla prima, a visitarci a vicenda, e il loro appartamento in via Florianska era come un negozio di antiquariato, bellissimo. Mobili antichi, tappeti, porcellane antiche in tutte le stanze. Tra i dipinti di valore era appeso un ritratto di due bambine di Olga Boznanska. Con abiti rosa, capelli sciolti decorati con fiocchi: queste piccole signore erano Sadowska e Karpinska! Nella piccola stanza c’erano cavalletti, telai, una vecchia poltrona e una finestra così ampia che chiunque dalla strada avrebbe potuto intuire che al secondo piano c’era uno studio. Karpinski mi chiese di posare per un ritratto vestita come all’ultima prima. Fin dal primo momento rimasi stupita che dipingesse seduto su una comoda poltrona, senza una tavolozza in mano. Sotto il quadro era stato posizionato un tavolo con tavolozza e colori. Grazie a questa tecnica anch’io oggi posso ancora dipingere perché il corpo è debole, ma il cervello, per fortuna, non fa fatica.
Ora salteremo i vari sistemi politici che hanno attraversato la Polonia e siamo in un’epoca in cui i pittori di Cracovia si chiedono cosa inviare all’annuale mostra nazionale di Varsavia. E nel consiglio direttivo dell’Associazione degli Artisti Polacchi ci sono colleghi che vigilano affinché nessuno si perda questa magnifica occasione dove vengono dipinti muratori e trattoristi. Stalin stringe le mani, Stalin sorride con un tosaerba. Se non parteciperete alla mostra di Varsavia, il vostro diritto a uno studio verrà revocato e verrete sfrattati.
Un importante sostenitore del regime una volta chiese bruscamente a Alfi: “Perchè non dipingi Chicherin[58]?!” “Perchè non lo conosco - disse Alfi con modestia e calma. Quando me lo disse capii la situazione e iniziai a raccogliere vario materiale fotografico e corsi da lui in via Florianska e gli dissi: “Dipingi un ritratto di Victor Hugo!”. Dipinse un ritratto eccellente, vinse il secondo posto a Varsavia! Non solo dipinse splendidamente donne, uomini e fiori bellissimi, ma aveva anche un’intera collezione di cani e gatti che vagavano per casa.
Carlotta racconta del periodo in cui ha iniziato ad insegnare italiano per sopravvivere:
Dopo la guerra diversi miei colleghi dell’Associazione degli Artisti polacchi ricevettero una borsa di studio per un breve viaggio in Italia. Mi chiesero di dettare loro alcune parole essenziali in italiano. In seguito questi viaggi durarono più a lungo; era necessario un vocabolario ampio e venivano nel mio studio per delle lezioni. Iniziai a cercare libri per imparare l’italiano nelle librerie. Non riuscivo a trovare nulla del genere da nessuna parte perché il tedesco e il russo erano più popolari. Così mi sedetti alla scrivania con un quaderno e come potei, scrissi qualcosa che si poteva definire un corso di lingua italiana, il che rese più facile l’insegnamento. E queste lezioni mi interessavano davvero, perché all’epoca non avevo una pensione e, dopo la guerra, la gente non correva a comprare i quadri.
Carlotta fu contattata dal Direttore della Scuola di Musica di Nowa Huta:
Negli anni Sessanta mi contattò Antoni Mroczka, direttore della Scuola di Musica di Nowa Huta. L’idea era dare risalto alla lingua italiana negli spartiti musicali. Facevo lezione in prima elementare ed è stato allora che ho conosciuto due adorabili bambine Jola e Roma... Da quel tempo conosco Jola Weislo, vicedirettrice del Centro Culturale di Nowa Huta che da diversi anni organizza una mostra delle mie opere il 17 gennaio, giorno del mio compleanno e le opere esposte sono state dipinte nel corso dell’anno. Di solito ce ne sono circa 30. Durante un’inaugurazione c’è stata persino la consegna della Croce di Commendatore dell’Ordine della Polonia Restituta da parte del Ministro della Cultura e dell’Arte Joanna Wnuk. Nazarowa. Vorrei cogliere l’occasione per ricordare quali altre onorificenze possiedo oltre a questa: quella italiana corrispondente: Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (consegnata dall’Ambasciatore della Repubblica Italiana, Giuseppe Balboni Acqua); il Premio Onorario della Fondazione per la Cultura Polacca (consegnato dal Presidente della Fondazione, Rafal Skapski) e sono membro Onorario della Società degli Amici delle Belle Arti. Per ora è tutto...
Sorta nel 1949 a soli dieci chilometri da Cracovia come organismo amministrativo separato, Nowa Huta (Fonderia Nuova) già a partire dal 1951 venne incorporata nella città divenendone un quartiere. L’insediamento fu progettato dall’inizio per 10.000 abitanti, in prevalenza lavoratori assunti nella grande acciaieria costruita nei suoi pressi e intitolata un tempo a Lenin, poi, dopo il 1989, a Tadeusz Sendzmir. Una delle ragioni, non ufficialmente dichiarate, ma risapute, della nascita di Nowa Huta fu la volontà da parte del governo comunista di contrapporre alla borghese, intellettuale e religiosa Cracovia un forte centro urbano proletario fedele al governo degli operai e dei contadini. Si decise di costruire dalle fondamenta per i lavoratori questa città ideale specchio e fondamento dell’idea del socialismo: un complesso urbanistico completo di tutto, edifici di abitazione, scuole, negozi, luoghi di svago, di cultura, di ritrovo e una grande quantità di parchi e aree verdi dove i lavoratori e le loro famiglie si potessero svagare e riposare. Seguendo i dettami per l’architettura proclamati a Mosca «Socialisti nella forma, Nazionale nel contenuto» i migliori architetti con Tadeusz Ptaszycki nel ruolo di timoniere, diedero vita a un progetto innovativo che coniugava il razionalismo della concezione socialista con elementi decorativi ispirati agli stili rinascimentale e barocco caratteristici del tessuto urbano storico di Cracovia. Operai miserrimi che venivano dalle campagne povere della Polonia avrebbero avuto a disposizione comodità e lussi fino ad allora riservati alle élite borghesi, compresi arredi moderni e funzionali appositamente realizzati, spesso su misura, nei singoli appartamenti.
L’ultimo ricordo di Carlotta ripercorre e rivive tutti i luoghi in cui ha vissuto dal tempo del suo primo arrivo in terra polacca:
Ho smesso di scrivere; non c’è più una scrivania perché stanno costruendo una cornice per i miei quadri, una cornice alta, e lo spazio intorno al mio spazio per scrivere è diventato ingombrante. E ieri sera pensavo a me stessa, una bambina di cinque anni che si è ritrovata a Varsavia, in via Senatorska, poi in via Krolewska, angolo via Marzsalkowska, poi in via Poleslska a Saska Kepa...Strade ancora oggi molto eleganti...E poi c’era la mia amata Cracovia e un meraviglioso appartamento all’angolo tra via Florianska e piazza Mariacki, un palazzo chiamato Pod Nerynami[59] (“Ai Mori”). Dal mio divano potevo sentire il trombettiere[60] come se fosse in piedi accanto a me. Poi c’era via Konarskiego, e non un via qualsiasi...E ora sono qui in via Ugorek nel quartiere residenziale di Wieczysta[61]. Ma ho la vista di Babia Gora[62] dalla terrazza come consolazione e a volte riesco perfino a vedere i monti Tatra![63]
Bologna, 27 gennaio 2026
[1] Per una breve nota biografica su Lotaria Bologna si rimanda a Lasagni R., Dizionario biografico dei Parmigianu, PPS Editrice, 1999, I (s.v. Bologna Lotaria, 576) e a Dalcò F., Dizionario biografico delle Parmigiane, Provincia di Parma Editore, 2012.
[2] Carlotta Bologna, Blyski z Zycia, Nowohuckie Centrum Kultury, Krakow, 2006
[3] Per le considerazioni dell'Autrice su Cracovia e Varsavia si rimanda a p. 43 dell'edizione polacca
[4] Per i riferimenti a Margot Kaftal si veda p.27 dell'edizione polacca.
[5] “Spaghettata” è in italiano nel testo dell'edizione originale polacca (p. 15).
[6] Il riferimento è a una famosa trilogia romanzesca di Henryk Sienkiewicz.
[7] I ricordi sugli studi d'arpa sono contenuti a p. 59 dell'edizione polacca.
[8] La conoscenza con l'attrice Olga Čechova è ricordata a p. 87 dell’edizione polacca, a p.86 ci sono foto delle pause di lavorazione del film realizzato insieme a lei.
[9] L'affermazione apparve in un articolo pubblicato su «Swiat», rivista polacca di moda e costume nel 1931 che Carlotta conservò.
[10] Divenne famosa in Polonia negli anni Venti dopo che Pola Negri lasciò il paese per la Germania, nel 1939: abbandonò Varsavia, si rifugiò in Lituania e arrivò negli Stati Uniti attraverso la Scandinavia. Tentò la carriera a Hollywood ma aveva un marcato accento polacco, raccolse fondi per immigrati polacchi in Canada e ritornò a Varsavia dove morì nel 1971.
[11] Kazimierz o Kazimierz Dolny è una cittadina della Polonia orientale sulla riva destra della Vistola, isolata dalle città circostanti (Lublino è a 50 km) e definita in yiddish Shtetl, un piccolo centro abitato in cui convivevano ebrei ashkenaziti e gentili
[12] Durante un viaggio in Polonia a Kazimierz Dolny ho acquistato un libro di Waldemar Odorowski sui pittori ebrei che furono parte della colonia artistica della città in polacco con testo a fronte in inglese pubblicato dal Museo Nadwislanskie di Kazimierz Dolny, il cui titolo in inglese è In Kazimierz the Vistula River spoke them in Yddish. Il titolo è una metafora allusiva del fatto che l'atmosfera della città e il suo ambiente erano così infusi di cultura yiddish da creare un’atmosfera spirituale profonda. Il testo seguente è una mia ripresa di alcuni contenuti del volume.
[13] S. L. Shneidermann, The River Remenbers or When the Vistula spoke Yiddish, Tel Aviv, I. L. Peretz 1970.
[14] Oggi la Villa–Castello è una residenza privata non visitabile, circondata da un ampio parco e da una recinzione ma ha mantenuto – almeno per quanto riguarda la struttura esterna – l’architettura originaria.
[15] I ricordi su Alina Halska sono a p. 79 dell'edizione polacca.
[16] Le vicende delle Zoo di Varsavia dopo il 1939 sono descritte nel film La signora dello Zoo di Varsavia del 2017, basato sui diari di Antonia Zabinska.
[17] La ricostruzione della biografia di Roman Kramsztyk e del mondo dei caffè letterari della capitale polacca ha come fonte principale l’opera monografica a lui dedicata da Renata Piatkowska Między Ziemianską a Montparnasse'em, Neriton, 2004 e una lunga conversazione tra me e l’autrice presso il Museo Polin a Varsavia nell'estate 2019.
[18] C. Miłosz, Trattato poetico, Milano Adelphi, 2012
[19] I ricordi di Tadeusz Pruszkowski si trovano alle pp 42-43 dell'edizione polacca.
[20] La ricostruzione storica delle vicende del ghetto di Varsavia è frutto di ricerche da me effettuate nell’estate 2019 visitando il Jewish Historical Institute di Varsavia creato nel 1947 e noto anche come Emanuel Ringelblum Jewish Historical Institute, che contiene il prezioso archivio del Ghetto di Varsavia. Esso sorge nei pressi del luogo dove si trovava la Sinagoga Grande distrutta nel 1943 durante l’occupazione nazista di Varsavia
[21] La ricostruzione della vita di Roman Kramsztyk nel Ghetto è stata possibile grazie al prezioso contributo del prof. Michal Krasicki del Jewish Historical Institute di Varsavia e di un articolo della prof. Renata Piatkowska conservato nell’archivio dell'Instituto e intitolato Roman Kramsztyk in the Warsaw Ghetto.
[22] Si tratta dello stesso caffè in cui si esibiva Wŀadyslav Szpilman autore del memoriale Il pianista ed è un luogo che appare anche nella versione cinematografica Il Pianista di Roman Polanski del 2002.
[23] La vicenda di Jan Żabiński è raccontata nel film del 2017 La Signora dello zoo di Varsavia. diretto da diretto da Niki Caro e tratto dall’omonino romanzo. La villa della famiglia Żabiński all’interno dello Zoo di Varsavia è oggi una casa museo visitabile dove è possibile vedere all’interno anche gli spazi dove gli ebrei si nascondevano e il tombino d’uscita in giardino.
[24] Le memorie diaristiche di Antonina Zabinska sono contenute nel libro di Diane Ackerman La Signora dello Zoo di Varsavia, Roma, Newton Compton, 2008.
[25] Samuel D. Kassow, Chi scriverà la nostra storia? L’archivio ritrovato dal Ghetto di Varsavia, Milano, Mondadori 2009
[26] La parte più preziosa della collezione dell’Istituto Storico Ebraico di Varrsavia è l’archivio del Ghetto di Varsavia, oltre 6.000 documenti ritrovati nei bidoni di latta.
[27] Oyneg Shabbos in ashkenazita, Oneg Shabbat in ebraico moderno.
[28] Le citazioni sono tratte da: Władysław Szpilman, Il Pianista, Baldini & Castoldi 2008.
[29] Goldfeder avvocato, procuratore e pianista, insieme a Szpilman si esibì in duo pianistico. Fucilato dai tedeschi a Pruszkow poca prima dell’ingresso dell’esercito sovietico.
[30] Le diverse e divergenti versioni della morte di Roman Kramsztyk sono riportate in: Krysztof Prochaska, Roman Kramsztyk in the Warsaw Ghetto, Warsaw 2004.
[31] Jan Lechon, Dziennik, Warsawa, 1992.
[32] Stanislaw Wachowiak, Wispommienia, Zezsty Historyczne, Paris, 1975.
[33] W. Szpilman, Il Pianista, Baldini e Castoldi 2017, p. 123
[34] Maria Kowalska era una ballerina diplomata a Varsavia e dopo la guerra con suo figlio aprì fondò un gruppo di black dance “Brazyliana” con cui si esibì in Sud America, Stati Uniti. Europa e Polonia. Morì a Rio de Janeiro nel 1978.
[35] Si tratta del figlio di Carlotta e Viktor Bieganski. Zbyzek è diminutivo frequente del nome Zbigniew.
[36] Stefan Starzynski è stato un politico, economista, ufficiale militare prima e durante l'assedio del 1939. Durante il suo governo furono pavimentate 2.000.000 di km di strade, aprì 44 scuole, costruì il Museo Nazionale e iniziò la costruzione della metro di Varsavia. Fu arrestato il 27 ottobre 1939 e condotto alla prigione di Pawiak. Sulla sua morte esistono diverse versioni: gli sparò la Gestapo tra il 21 e il 23 dicembre 1939 a Varsavia o nelle vicinanze, o fu trasferito nella prigione Moabit a Berlino e poi a Dachau o morì in una miniera di potassio a Baelberge o tenuto in ostaggio a Varsavia fino alla Rivolta. In base a queste differenti versioni potrebbe essere morto a gennaio 1940 o ottobre 1943 (Dachau), 1944 (Baelberge) agosto 1944 (Varsavia)
[37] Arcivescovo metropolita di Varsavia dal 1913 al 1938. Il 28 ottobre 1919 nella cattedrale di Varsavia consacrò arcivescovo Achille Ratti poi Papa con il nome Pio XI all’epoca nunzio apostolico in Polonia.
[38] Il ponte Kierbedz fu il primo ponte in acciaio sulla Vistola a Varsavia e fu distrutto il 13 settembre 1944 quando l'armata tedesca era in ritirata e l'Armata Rossa si stava avvicinando sul lato sinistro della Vistola.
[39] Giornale quotidiano.
[40] Si tratta di una famosa ditta di pianoforti molto attiva tra Otto e Novecento con sede a Varsavia.
[41] Hans Frank è stato avvocato del Partito Nazista e di Adolf Hitler, governatore della Polonia durante la Seconda Guerra Mondiale, creatore dei ghetti di Varsavia e di Lodz. Fu processato a Norimberga per il ruolo avuto nella Shoah, condannato e giustiziato tramite impiccagione il 16 ottobre 1946. Nel 1939 si insediò nel Castello di Wawel a Cracovia: l’area era destinata a diventare dopo la guerra riserva di manodopera per l'industria del Reich e colonia germanica.
[42] Zdzislaw Jachimecki studiò con Arnold Schoenberg a Vienna e fu uno storico polacco della musica, compositore, professore all'Università Jagellonica e all'Accademia di musica di Cracovia.
[43] Importante via del centro di Varsavia.
[44] L'Obersturmbannführer delle SS Bruno Müller convocò al Collegium Novum, sede del Rettorato il 6 novembre 1939 tutti i Professori dell’Università Jagellonica nell'Aula Magna per una conferenza sule idee di insegnamento della Germania. Si trattava in realtà dell'episodio più clamoroso di sradicamento della cultura polacca, nome in codice dell'azione Sonderaktion Krakau, i 160 professori che si presentarono volontariamente all'incontro furono arrestati e deportati al campo di concentramento di Sachsenhausen / Oranienburg.
[45] I fatti del 6 novembre del 1939 sono ricordati a pagina 83 dell'edizione polacca.
[46] Il rettore era il prof. Tadeusz Lehr Splawinski che, malgrado tutte le scuole del Governatorato fossero state chiuse, aveva deciso di riprendere i corsi regolari il 13 novembre 1939 ma questo non poté avverarsi.
[47] Moneta di scarso valore.
[48] I colori della bandiera polacca.
[49] Lucjian Motyka fu un politico socialista, Ministro della Cultura e dell'Arte dal 1964 al 1971 e successivamente Ambsasciatore in Cecoslovacchia e Bulgaria.
[50] Leonard Buczkowski è stato uno sceneggiatore polacco. Ha diretto 23 film tra il 1928 e il 1966. Il suo film del 1959 L'Aquila è stato inserito nel primo Festival Internazionale del Cinema di Mosca.
[51] Zakopane è la località di villeggiatura di montagna più famosa della Polonia, ai piedi dei Monti Tatra, famosa per le imponenti ville in legno di fine Ottocento- inizi Novecento.
[52] È il caffè più antico ancora esistente sulla piazza del Mercato di Cracovia, durante l’occupazione l’accesso fu permesso solo ai tedeschi. La famiglia Noworololski perse il locale di nuovo nel 1949 quando i caffè vennero nazionalizzati e dopo la caduta del Comunismo il caffè è stato restituito alla famiglia solo nel 1992.
[53] Tarnów, importante centro industriale regionale, si sviluppò lungo una via commerciale che univa Cracovia a Kiev. La comunità ebraica costituiva metà della popolazione urbana. Dei 25.000 ebrei che vivevano in città nel 1939 (il 45% della popolazione sopravvisse alla guerra solo un esiguo numero di persone.
[54] Attrice polacca nacque a Varsavia nel 1909 e morì nel 1966. Ostatni etap è il suo film più famoso
[55] Attrice polacca nata nel 1925 a Katowice in alta Slesia, partecipò a 18 film tra il 1948 e il 1983, visse a Varsavia da dopo la Seconda guerra mondiale e vi morì nel 1989.
[56] Città a metà strada tra Varsavia e Lodz.
[57] Nacque nel 1875 e studiò pittura all'Accademia di Cracovia e di Vienna, fu specializzato in ritratti di donne, nature morte e paesaggi morì a Cracovia nel 1961.
[58] Diplomatico russo fu scelto come commissario del popolo direttamente da Lenin, fece parte della delegazione russa che siglò la pace con gli Imperi Centrali a Brest Litovsk e nel 1922 firmò il trattato di Rapallo con la Germania.
[59] Il palazzo ancora oggi esistente affaccia sulla basilica di Santa Maria ed è detto “Ai Mori” per una terracotta dipinta rappresentante due mori murata sulla facciata. La costruzione è legata all’antico mondo commerciale dei mercanti di Cracovia un tempo attivi nella piazza che mantenevano scambi commerciali nel mondo mediterraneo e orientale.
[60] Dalla torre più alta della Basilica di S.Maria un trombettiere ogni giorno risuona una breve melodia interrotta detta hejnal - chiamata a raccolta - come avviene secondo la leggenda dal 1241 quando la sentinella di guardia suonò il corno per dare l'allarme alla popolazione dell'arrivo delle orde mongole.
[61] Quartiere residenziale periferico di Cracovia in stile sovietico in direzione dell’agglomerato di Nowa Huta.
[62] Massiccio montuoso al confine tra Polonia e Slovacchia
[63] Catena montuosa più elevata dei Carpazi, l’unica di tipo alpino le cui località di villeggiatura sono facilmente raggiungibili da Cracovia in due ore di viaggio.