Virno,"L'idea di mondo, Intelletto pubblico e uso della vita"

Recensione di Marco Iuliano

L’Idea di mondo è un testo nel quale trovano spazio diversi nuclei tematici dell’elaborazione filosofica di Paolo Virno come la dualità timore-riparo, la produzione capitalistica del linguaggio, la pubblicizzazione dell’intelletto, i lineamenti della moltitudine. Nel primo capitolo vengono affrontati Wittgenstein, Kant, Hegel e l’«idea di mondo» che emerge dalle loro filosofie. L’idea di mondo, spiega Virno, è risultato di determinati atteggiamenti e tonalità emotive, primo fra tutti il sentimento del sovrannaturale. Per Wittgenstein sovrannaturale è l’etica, ossia la capacità umana di provare meraviglia nei confronti dell’accadere dell’esperienza mondana. Il fatto di provare meraviglia urta immediatamente con l’esperienza dell’illimitato poiché lo slancio umano del miracolo viene frenato dall’impossibilità di guardare a tutti i fatti del mondo. La meraviglia tuttavia non si verificherebbe se l’umano fosse capace di contemplare il mondo nella sua interezza. A essere sovrannaturale, per Wittgenstein, è anche la sicurezza, cioè «la certezza che nessun pericolo fattuale può compromettere il senso della nostra vita» (Virno, p. 17). Meraviglia e sicurezza poggiano quindi sull’istituzione dell’idea di mondo. Ma è l’esistenza del linguaggio a essere, in ultima analisi, la vera meraviglia. La facoltà di linguaggio permette la sempre costante duplicazione e attualizzazione del mondo stesso. Il linguaggio appare come miracolo perché replica lo stupore del fare mondo. Il miracolo per Wittgenstein ha molte affinità con il sublime di Kant. Entrambi condividono la stessa idea di mondo. Così come il miracolo ha un suo segno nel limite il sublime lo ha nella finitudine della rappresentazione: lo slancio umano vuole osservare la totalità della natura non riuscendoci e in questo tentativo la natura sensibile diventa il presupposto per far emergere il sovrasensibile. Il sensibile e ciò che lo trascende – l’impossibilità e l’oltrepassamento – costituiscono perciò le fondamenta dell’idea di mondo. Virno spiega che il sublime per Kant è di due tipologie: matematico e dinamico. Il primo riguarda l’estensione, però incommensurabile, uguale solo a sé stessa, della natura. Il secondo dipende dalla potenza stessa suscitata dalla natura che però diventa sopportabile nel momento in cui si possiede un riparo sicuro nel mondo. Il sublime è ragione della tonalità emotiva delle idee cosmologiche, come argomentato da Kant nella Critica alla ragion pura. Le idee cosmologiche rappresentano la collezione degli oggetti sensibili ma portano a uno scacco proprio per l’impossibilità di avere una completa sintesi di esse. Kant aggiunge, in un breve scritto del 1794, che a contribuire all’idea metafisica di mondo è anche l’idea della fine del mondo. Quest’ultima suggerisce che il senso dell’esistenza è al di fuori dello stesso mondo delle cose sensibili.

Ritornano qui le lezioni demartiniane e simondoniane concordanti sul fatto che la presenza non sia un dato stabilito una volta per tutte ma necessiti di riconferme costanti. Per Simondon la struttura antropologica è continuamente protesa alla continuazione, per De Martino la crisi della presenza che non trova espressione in un orizzonte culturalmente stabilito può subire lo scacco estremo che è finanche quello della depressione. L’individuo, per entrambi i pensatori, vuole continuare a essere. O sapere che questa possibilità sia sempre attuabile. Un tentativo di separare il miracolo dal sublime, affini per Kant e Wittgenstein, è invece presente nelle Lezioni di estetica di Hegel. Il sublime per Hegel rappresenta il sentimento della finitezza e della distanza rispetto a Dio. L’unico tramite con Dio è allora la parola ma intesa come facoltà generica. E allora la meraviglia per il mondo si traduce nuovamente, anche con Hegel, in meraviglia per il linguaggio.

Il sublime matematico, spiega Virno, produce la regressione all’infinito delle idee cosmologiche. In questa sorta di coazione a ripetere il soggetto vive in una dimensione rappresentativa costantemente frattalica. La noia è il sentimento che emerge dalla ripetizione. Una ripetizione che non è costituita dall’univocità è succube, per Virno, di determinate tonalità emotive:

"Il regresso all'infinito è, insieme, la causa e la forma logica della noia. Sforzandosi inutilmente di conseguire una visione d'insieme del mondo e del linguaggio, esso svuota l'esperienza, ossia allontana e distrae dai concreti fenomeni mondani o linguistici. Il falso movimento, che supera il limite soltanto per confermarlo, genera una profonda indifferenza (se non addirittura un fastidio stizzito) per tutto ciò che accade e per tutto ciò che si dice" (Virno, p. 47).

La natura grezza si presenta, agli occhi di Virno, come l’istituzione di alcune facoltà umane pure. Tra queste la felicità che rimane incompiuta poiché non trova un’espressione in un contesto localizzato ma soprattutto non eguale rispetto alla regressione all’infinito. Ed è perciò sopraffatta dalla possibilità della caduta nel Nulla. L’idea di mondo sottoposta alla tonalità del sublime «presuppone l'assenza di forma, l'illimitatezza, il caos» (Virno, p. 50). La natura, dice Virno, appare come un’apparenza potenziale indeterminata ma per il fatto stesso che l’esperienza del sensibile è deficitaria. Il sublime provoca un’alterazione della vista, abolisce la media distanza e la prospettiva. La natura concreta sparisce in un’idea di orizzonte. A tal proposito sembrano calzanti le parole di Merleau-Ponty, di certo politicamente meno interessate, ne La prosa del mondo rispetto alla prospettiva che è «la realizzazione stessa e l’invenzione di un mondo dominato, posseduto da parte a parte, in un sistema istantaneo» (M. Merleau-Ponty, 2019, p. 91). Virno ritorna costantemente sulla doppiezza rappresentata dalla meraviglia: un a priori che apre l’orizzonte delle possibilità ma che necessita di un passo ulteriore, cioè la presa di posizione nei confronti delle cose del mondo. È come se il filosofo suggerisse che limitarsi allo stupore del mondo, lo stesso stupore che per Aristotele e Platone è l’inizio della filosofia, senza farne parte provochi talvolta tragiche esperienze nella vita.

Dell’idea di natura grezza fa parte il concetto di materia che per Virno è un sensibile non-empirico, ridotta a pura dynamis, cioè potenzialità. Per Kant, ricorda Virno, un ente reale esiste soltanto nella sua caratteristica presa di forma. La reificazione della natura, la sua riduzione a entità spettacolarizzata, apre anche alla possibilità della vita resa “nuda” di essere governata da un potere ingiusto. Tematiche affrontate anche da Agamben che costituiscono quella che viene comunemente chiamata Italian Theory. Ne L’idea di mondo si cerca di proporre una filosofia che parta da una critica dell’idealismo come sdoppiamento e perciò annichilimento della realtà. Althusser a tal proposito sosteneva che «esiste una sola realtà, un solo processo, che è, contemporaneamente, reale e conoscitivo, nient’altro: ogni forma di dualismo è idealismo» (Althusser, 2017, p. 133). Il linguaggio viene presentato allora non come facoltà generica ma come chiara continuazione della realtà: «perché abbiano gli stessi bordi e un limite comune, occorre che linguaggio e mondo siano coestensivi e si corrispondano biunivocamente punto per punto» (Virno, p. 60). Come per Wittgenstein «l'evento della Creazione […] si duplica nell'evento della Parola» (Virno, p. 58).

La pura potenzialità, dice Virno, smette di essere pericolo incombente per presentarsi come possibile riparo attraverso quello sdoppiamento che è la sfera pubblica. L’umano è costantemente alla ricerca di un riparo che sia assoluto, dal quale l’io morale possa guardare, senza parteciparvi,alla natura e alla sua potenza. Il sublime dinamico genera il sentimento dell’angoscia che non trova una rassicurazione in un riparo temporale. L’angoscia infatti è sentimento di impotenza esteso all’infinito. Virno sembra riprendere ancora Simondon nel discorso sull’angoscia. Il filosofo francese infatti sosteneva che quando essa si manifesta

"Questo qui e questo ora impediscono la manifestazione di una infinità di altri qui e di altri ora: il soggetto prende coscienza di sé come natura, come indeterminato (apeiron) che non potrà mai attualizzare in un hic et nunc, che mai potrà vivere" (G. Simondon, 2021, pp. 102-103).

Virno ricorda che c’è però una distinzione tra paura e angoscia. La paura infatti è quell’angoscia contornata da argini che di volta in volta le culture si preoccupano di costruire. Ma nell’assenza di questa delimitazione emerge in maniera prepotente l’angoscia. La caduta degli istituti magico-rituali, come diceva De Martino, comporta un’esperienza diretta con la possibilità della nullificazione. La continua lotta contro la lamentazione funebre condotta dal cristianesimo ad esempio ha comportato un mutamento del rapporto con la morte che ha iniziato a presentarsi sempre più nella sua espressione di grezza materialità. Potremmo dire che anche le tecnoscienze contribuiscano a questo processo nel momento in cui riducono l’umano e la natura a qualcosa di statisticamente determinato, trattando la materia come un generico astratto, essenzialmente come morta. Paura e angoscia possono fondersi, dice Virno, generando quel sentimento che è il perturbante. Il perturbante si manifesta all’attualizzarsi di un certo evento particolare che conduce allo smarrimento totale e alla perdita di tutte le coordinate. L’analisi di Virno sul perturbante ha qualche affinità con quella di Freud. Il perturbante trova la sua origine nel sentimento stesso della protezione. Per Freud perturbante è la ripetizione che può diventare segno di una sciagura o di un destino. Ma tuttavia la ripetizione ha avuto, nelle società arcaiche, una funzione apotropaica. Serviva a scacciare la pericolosità. Il rituale, nella sua struttura fatta di ripetizione, ha una forma rassicurante. Come nel disturbo ossessivo-compulsivo, gli atteggiamenti reiterati servono a scacciare possibili rischi immaginati e avere il controllo sul mondo circostante. Virno si concentra, a questo punto, sull’azione del ripetere facendo riferimento agli studi di Benjamin sull’infanzia. La ripetizione infinita del gioco per il bambino è una fase che viene poi superata dall’acquisizione di un ethos. Ma Benjamin riconosce alla riproducibilità tecnica proprio la resistenza della fase infantile nell’età adulta. La riproduzione del mondo appare, ancora una volta, come modalità di riparo dal terrore. Allora una delle caratteristiche delle moltitudini contemporanee è per Virno proprio questa coazione a ripetere dell’uguale.

L’ultimo capitolo si sofferma sulla questione de l’uso della vita. Virno rovescia il primato dato alla vista dalla filosofia occidentale proponendo il tatto come senso primario. È un’idea che, ancora, converge con quella che Simondon propone nel suo corso sulla percezione in cui tenta di rovesciare proprio il primato della percezione visiva a favore della motricità. Per Virno non abbiamo a che fare con oggetti che stanno di fronte a noi ma con un uso di essi che però è sempre reciproco. L’uso e il tatto non completano lo statuto di un ente poiché la sua essenza sta in quello che Virno chiama interesse, l’essere-tra, «assorbimento, in una relazione che lede l’autonomia dei poli correlati» (Virno, p. 117). Questa interpretazione si colloca perfettamente all’interno della logica delle ontologie relazionali per le quali le individualità non si trovano in una posizione isolata ma prendono senso soltanto nel loro reciproco incontro. L’uso, dice Virno, ha una funzione retroattiva. Come per Simondon, l’oggetto tecnico è capace di feedback e dunque le strutture stesse dell’umano:

"La cosa utilizzata retroagisce sul vivente che la utilizza, trasformandone la condotta. È la medesima riflessività che contraddistingue l’esperienza tattile: chi tocca un ramo è toccato a sua volta dal ramo che sta toccando" (Ibidem).

Spostare il focus sull’uso permette di vedere anche qualcosa come il potere come una realtà relazionale. Potere, pensava Foucault, non è qualcosa che si possiede, un’entità astratta, ma qualcosa che avviene sempre nel contatto con l’altro. Idea che converge con l’interesse del filosofo francese verso l’epimeleia heautou che, secondo la sua disamina sul mondo classico, precede il gnothi seauton: la prima è una manipolazione della vita mentre il secondo, erede della preminenza della vista, suddivide l’esistenza umana nei tre grandi assiomi: Politica, Lavoro, Intelletto. Attività che si poggiano ancora sulla separazione tra dynamis ed energheia.

 

BIBLIOGRAFIA

G. Simondon, L’individuazione psichica e collettiva (L’Individuation psychique et collective à la lumière des notions de Forme, Information, Potentiel et métastabilité, 1989), a cura di P. Virno, DeriveApprodi, Roma 2021

P. Virno, L’idea di mondo. Intelletto pubblico e uso della vita, Quodlibet, Macerata 2021

L. Althusser, Essere marxisti in filosofia (Être marxiste en philosophie, 2015), trad. di V. Carrassi, Edizioni Dedalo, Bari 2017

E. De Martino, Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, Einaudi, Torino 2022

M. Merleau-Ponty, La prosa del mondo, (a cura di) P. Dalla Vigna, Mimesis, Milano 2019.

Marco Iuliano, 28/09/96. Da Settembre 2024 si trova a Bologna per conseguire la Laurea Magistrale in Scienze Filosofiche. Dopo la maturità classica ha conseguito la Laurea in Filosofia all’Università di Catania (2024) con una tesi a metà tra antropologia e filosofia sulla questione dell’“ontological turn”. Ha fatto parte del Direttivo dell’Associazione Studenti di Filosofia Unict (ASFU) dal 2021 al 2024. Ha pubblicato articoli per riviste come “Il pensiero storico”, “Vita Pensata”, “ilPequod”. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente su questioni come tecnica, metafisica, potere, filosofia politica, postumanesimo, pensiero della Differenza, storia della cultura tedesca, paganesimo. Attualmente si sta occupando del pensiero di Gilbert Simondon e di Paolo Virno.