Recensione di Marco Iuliano
Grammatica della moltitudine è la trasposizione di un seminario che Paolo Virno tenne presso l’Università della Calabria nel 2001. La prima edizione di questo testo risale a quell’anno. L’analisi del filosofo parte dall’introduzione dei concetti di popolo e moltitudine che fanno da sfondo al dibattito filosofico sulla razionalità politica moderna già a partire dal XVII secolo. A prevalere, insieme alle diverse teorie del governo e dello Stato, sono due modi essenziali di elaborare quella che a tutti gli effetti emerge come una nuova “ontologia politica”: da una parte la forma spinoziana, per la quale la moltitudine è ciò che non converge mai definitivamente in “Uno”. Dall’altra quella hobbesiana per la quale il concetto di moltitudine è un fattore negativo per rapporto allo Stato centrale e alla sua tenuta. Per Hobbes, infatti, popolo e Stato sono uno la ragione dell’altro: il popolo tende all’unitarietà intesa come sintesi in una volontà unica. La moltitudine, ciò che precede la nascita dell’unità popolo-Stato, è descritta invece come un’entità direttamente legata allo stato di natura o come fattore negativo per lo Stato quando la sua unità è in crisi. La moltitudine è ciò che non si fa trasformare in Stato e che mantiene viva la sua pluralità.
Spiega dunque Virno, la risoluzione liberale al problema della moltitudine è stata quella di inserire tale categoria nella sfera del privato in contrapposizione a quella pubblica nella quale è collocata quella di popolo. Privato è appunto ciò che è privo di esistenza pubblica. La risoluzione democratico-socialista è stata invece quella di relegare la moltitudine alla sfera dell’individuale, in contrapposizione al primato del collettivo. Virno cerca di introdurre l’idea che le forme di vita contemporanee siano più complesse e che il concetto di moltitudine si presti a un rinnovato uso nel presente. La moltitudine, spiega, «non si contrappone all’Uno ma lo ridetermina» (Virno, p. 13) in un modo diverso rispetto a quello pensato dai sistemi liberali e democratici: essa non converge verso lo Stato ma verso «il linguaggio, l’intelletto comune, le comuni facoltà del genere umano» (Virno, p. 13). La moltitudine è così, simondonianamente, il risultato del processo di individuazione collettivo a partire dall’insieme delle componenti preindividuali.
Per descrivere la moltitudine contemporanea Virno parte dal rapporto tra paura e ricerca di sicurezza, tra paura e angoscia. La paura ha cause concrete, alle quali un ethos può rimediare (si veda a tal proposito E. De Martino, La fine del mondo, 2016), e rinvia allo Stato al quale il popolo richiede una funzione di regolazione e protezione. L’angoscia è a sua volta un terrore generale nei confronti dello stare al mondo ed è comunemente attribuita alla sfera dell’individuale. Virno riformula entrambe le categorie: laddove la paura era considerata appartenere alla sfera del pubblico e l’angoscia all’individuale, il rapporto oggi è rovesciato. È l’angoscia a essere divenuta pubblica. Paura e angoscia si vengono anzi a sovrapporre: l’individuo scivola nell’angoscia anche quando, almeno in teoria, dovrebbe soltanto provare paura:
"la perdita del posto di lavoro, l’innovazione che cambia i connotati alle mansioni lavorative, la solitudine metropolitana prendono su di sé molti tratti che, in precedenza, appartenevano ai terrori provati fuori dalle mura della comunità" (Virno p. 17).
Alla luce di questa sovrapposizione la proposta del filosofo è di sostituire il concetto di angoscia con quello di perturbante. Come ulteriore meccanismo di protezione alla pericolosità del mondo Virno fa riferimento alla differenza tra luoghi comuni e luoghi speciali chiamando in causa la topologia aristotelica. I luoghi comuni sono lo scheletro del linguaggio o le strutture logiche primarie. I luoghi speciali esprimono le locuzioni che si addicono a peculiari momenti dell’interlocuzione (linguaggio di partito, il posto di lavoro). Per Virno si verifica una progressiva eclissi dei luoghi speciali che vengono sempre più sostituiti con luoghi comuni. La vita della mente si appresta allora a diventare anch’essa pubblica, come l’angoscia. È quella che Virno chiama pubblicizzazione dell’intelletto. È a questa altezza che si inserisce la critica al concetto di General Intellect di Marx, collocato nel celebre Frammento sulle macchine dei Grundrisse: l’intelletto generale come «molla della produzione della ricchezza» (Virno, p. 21). Se l’essere straniero, per Aristotele, si addice alla figura del pensatore che si allontana dalla moltitudine per dare frutto al lavoro della sua mente, oggi è quella stessa moltitudine a trovarsi senza patria. La moltitudine è sempre pensatrice sulla base di strutture linguistiche generali e condivise. Ma emerge in questo contesto il riferimento di Virno a quell’oggetto tecnico (in senso simondoniano) che è l’algoritmo. L’algoritmo, ossia una sequenza di istruzioni determinate in funzione della previsione, diventa riproduttrice della stessa società, soggiogata a sua volta a un’onto-epistemologia cibernetica, come suggerito recentemente da Bardin, Ferrari e Rodriguez (Bardin, Ferrari, Rodriguez, 2024). Non solo: l’algoritmo è implementato della funzione di feedback negativo, un passo ulteriore per l’accrescimento del capitale:
"Se nel 1949 (anno di pubblicazione della prima edizione di The Human Action), in un frangente di riconosciuto riassestamento su sé stesso dell’ordine del discorso liberale, Ludwig von Mises invitava a non considerare la dottrina del laissez-faire nei termini di «un morto meccanismo o un rigido automatismo» da contrapporre a una «pianificazione cosciente», ma come la possibilità che ogni membro della società potesse pianificare per se stesso, «che ogni individuo [potesse cooperare] come [voleva] alla divisione sociale del lavoro; [...] che i consumatori [determinassero] ciò che gli imprenditori [avrebbero dovuto] produrre». Una decina di anni dopo, Friedrich von Hayek precisava come farlo in base, appunto, a una presunta teoria generale del funzionamento dei sistemi: «Il processo di adattamento funziona, come gli adeguamenti di qualsiasi sistema che si auto-organizza, tramite ciò che la cibernetica ci ha insegnato a chiamare feedback negativo, ovvero la risposta alle differenze fra i risultati di azioni previsti e quelli effettivamente ottenuti, in modo da ridurre le differenze medesime»" (Bardin, Ferrari, Rodriguez, 2024, p. 40)
La dialettica paura-riparo si lega dunque profondamente all’intelletto pubblico che genera richieste ambivalenti: l’essere governati da un lato, anche con modalità estremamente nocive, non esserlo dall’altro. È l’ambivalenza cui guardava Foucault quando sosteneva che l’Illuminismo consiste in una presa di lucidità nei confronti della propria posizione: l’uscita dallo stato di minorità è negazione di un potere che non si vuole più subire, nelle sue specifiche modalità, o in assoluto. Per Virno la moltitudine può farsi forza della propria contraddizione, oppure sprofondare nell’angoscia. L’infantilità degli abitanti delle metropoli può rimanere tale, o produrre circuiti di straniamento: «una sfera pubblica non statale, lontana dai miti e riti della sovranità» (Virno, p. 24). La moltitudine, sin dal periodo delle repubbliche comunali, rappresenta una resistenza alla centralizzazione del potere che prenderà forma nello Stato nazionale, optando per modelli di esistenza istituiti dal basso. Comunque contro-statali. I molti uniti dal General intellect rappresentano la stessa resistenza, in forme diverse, attraverso le spinte emancipative e le ricadute della classe operaia all’epoca del cosiddetto postfordismo. Una “classe” che non si configura più soltanto nella forma del popolo, una repubblica basata sull’intelletto generale e la sua pubblicizzazione, che ripropone frattalizzazioni delle gerarchie e nuove forme di isolamento e anonimato.
La seconda parte del testo è dedicata alla suddivisione occidentale dell’esperienza umana in Lavoro, Azione politica e Intelletto, tra Aristotele e Arendt, che con l’avvento della figura della moltitudine entra in crisi. I tre ambiti, dice Virno, si trovano spesso a fondersi e intersecarsi. Poiesi e prassi si sovrappongono. Le caratteristiche del lavoro intellettuale iniziano a ibridarsi con le caratteristiche dell’Azione politica. È quello che Virno chiama “virtuosismo”. Virtuoso, spiega il filosofo, è colui che non produce un oggetto esterno a sé stesso, ma colui che fa della performance la sua stessa attività. Un’attività, dunque, che non è più separabile dal soggetto che la pone in essere e dalla presenza di un pubblico cui si rivolge. Il virtuosismo prende forma, oltre che nelle arti, nella figura del politico: «nel postfordismo, chi produce plusvalore si comporta- dal punto di vista strutturale, beninteso – come un pianista, un ballerino ecc. e, quindi, come un uomo politico» (Virno, p. 36). Il virtuosismo ha come suo fondamento, nel postfordismo, il parlare come potenza che si possiede. Enunciare non significa però produrre un’opera in senso generico. La sua attuazione trova ragione in sé stessa. Risulta chiaro, scrive Virno, che «la matrice del postfordismo va reperita nei settori industriali in cui si ha “produzione di comunicazione a mezzo di comunicazione”. Dunque nell’industria culturale» (Virno, p. 38). L’attività politica sconfina nell’industria culturale poiché ai suoi lavoratori sono richiesti dei prerequisiti, come la cooperazione sociale, che non sono direttamente impiegabili nella produzione di oggetti esterni. Virno spiega questo passaggio attraverso le parole del romanzo La vita agra di Bianciardi, in cui si parla di un uomo che emigrato da Grosseto a Milano si impiega nel settore dell’industria culturale e percepisce come il suo nuovo lavoro non coincida con quelli del produrre o del coltivare, ma con l’agire politico stesso. Passando attraverso la lente della Scuola di Francoforte, Virno giunge così a Guy Debord e alla Società dello spettacolo. Nello spettacolo, divenuto merce ed emblema dei rapporti di produzione, sono messe in mostra le generalissime qualità dell’essere umano come la comunicazione, il linguaggio, l’immaginazione. L’industria dello spettacolo è il principio di ogni altra industria, è produzione di realtà e offre alle sue subordinate modelli da impiegare. Infatti «lo spettacolo, secondo Debord, mostra ciò che donne e uomini possono fare» (Virno, p. 42). È «l’inclusione della stessa antropogenesi nel modo di produzione vigente» (Virno, p. 45).
Ciò che conta per il capitalismo (nella forma del neoliberismo) è l’omologazione, un punto di partenza uguale per ogni uomo o donna. Esso non necessita di persone con prospettive, desideri, progetti, capacità diverse poiché il concetto chiave quale ‘la flessibilità’ (anche di matrice comportamentista), di cui si avvale per raggirare il lavoratore contemporaneo, è l’espressione di tutta l’inutilità della differenza che rappresentiamo. Non importa che un individuo sia capace di svolgere una mansione intellettuale o manuale. Importa che questo sia pronto a farsi flettere dal Potere. Il processo di plasmazione prende piede a scuola, attraverso una programmazione standardizzata, e prosegue nel campo del lavoro e delle scelte quotidiane: «la scuola è divenuta la religione universale di un proletariato modernizzato e fa vuote promesse di salvezza ai poveri dell’era tecnologica» (I. Illich, 2010, p. 19). Paolo Perticari sostiene che «la profezia situazionista si è avverata: siamo ormai pressoché completamente afferrati dallo spettacolo, in cui il vero è un momento del falso» (P. Perticari in I. Illich, 2010, pp. 145-146). (Iuliano, 2023).
Sono dunque le generalissime facoltà dell’umano a essere impiegate dal capitalismo: pura potenza, senza specifiche connotazioni. Virno rilegge il concetto foucaultiano di biopolitica sostenendo che è proprio la forza-lavoro a essere interessata dal capitale ed accennando a possibili vie di fuga. Premesse che troveranno un’ulteriore sistematizzazione nell’ultimo libro di Virno: Dell’impotenza. L’idea è di istituire una sfera pubblica e non statale che si leghi al General Intellect. Per fare ciò, sono due le opzioni che Virno evoca: l’esodo e la disobbedienza civile. La prima consiste nel creare cortocircuiti o risposte impreviste. La seconda consiste nel mettere in discussione la possibilità stessa di ricevere ordini. Grammatica della moltitudine si chiude con Dieci tesi sulla moltitudine e il capitalismo postfordista:
1. Il postfordismo come forma moltitudinaria del processo di produzione e valorizzazione capitalista contemporaneo era già stato intercettato in Italia dal movimento di contestazione del 1977 che ne aveva compreso i mutamenti. Movimento che sfociava in un rifiuto radicale nei confronti dell’etica del lavoro, prediligendone la qualità espressiva o virtuosa.
2. Il postfordismo realizza la profezia contenuta nel celebre Frammento sulle macchine di Marx: la produzione si basa sulla scienza, dipende dallo sviluppo tecnologico dell’intera società, l’essere umano ne sarà il regolatore. Sarà il comunismo l’esito naturale di tale processo?
3. La società del lavoro entra in crisi perché è la scienza a produrre plusvalore, incardinata nella cooperazione sociale. Il singolo, ancora sottoposto al lavoro salariato, vive il tempo in eccesso come cassa integrazione o disoccupazione. Momenti che corrono in parallelo alla fenomenologia di ciò che Marx chiamava «esercito industriale di riserva».
4. Il tempo di lavoro si protrae al di fuori dell’attività lavorativa proprio perché partecipa ormai della vita della mente. È il cosiddetto lavoro sommerso, che impegna la vita incessantemente ma non è catalogato come lavoro produttivo.
5. Il tempo di lavoro, rispetto a quello di produzione, muta il suo valore, traducendosi in manutenzione e affiancamento alla macchina.
6. Il lavoro postfordista si caratterizza per un’integrazione di diversi stili lavorativi che hanno come presupposto comune il General Intellect.
7. Il General Intellect è lavoro vivo, non solo capitale fisso. I suoi subordinati si esprimono attraverso attività cooperative, giochi linguistici, immaginazione. L’interazione è la sua prassi.
8. La forza-lavoro è così «intellettualità di massa», ossia applicazione delle generalissime attitudini dell’essere umano.
9. La forza-lavoro, in quanto intellettualizzata, va oltre la teoria della proletarizzazione poiché si contraddistingue sempre come lavoro complesso.
10. Si profila, con l’inizio del welfare di stato, un comunismo del capitale. Esso si appropria di istanze tipiche del comunismo classico come l’abolizione del lavoro salariato e la valorizzazione del singolo. Le istanze del movimento del ’77, conclude Virno, si proiettarono oltre il socialismo di matrice sovietica per tentare forme di lettura e di agibilità politica adeguate alla grande trasformazione del lavoro e dei processi produttivi su scala mondiale. «Il postfordismo, ossia il “comunismo del capitale”, è la risposta a questa rivoluzione sconfitta» (Virno, p. 90).
BIBLIOGRAFIA
P. Virno, Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee, DeriveApprodi, Bologna 2023
A. Bardin, M. Ferrari, P. Rodríguez, Governamentalità algoritmica e governo degli algoritmi. Implicazioni epistemologiche e prospettive politiche (a partire da Gilbert Simondon), in SCIENZA & POLITICA, vol. XXXVI, no. 70, 2024, pp. 33-47.
M. Iuliano, La Paidéia e lo spirito dello spettacolo, Il Pensiero Storico, 2023 (https://ilpensierostorico.com/la-paideia-e-lo-spirito-dello-spettacolo/).
Marco Iuliano, 28/09/96. Da Settembre 2024 si trova a Bologna per conseguire la Laurea Magistrale in Scienze Filosofiche. Dopo la maturità classica ha conseguito la Laurea in Filosofia all’Università di Catania (2024) con una tesi a metà tra antropologia e filosofia sulla questione dell’“ontological turn”. Ha fatto parte del Direttivo dell’Associazione Studenti di Filosofia Unict (ASFU) dal 2021 al 2024. Ha pubblicato articoli per riviste come “Il pensiero storico”, “Vita Pensata”, “ilPequod”. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente su questioni come tecnica, metafisica, potere, filosofia politica, postumanesimo, pensiero della Differenza, storia della cultura tedesca, paganesimo. Attualmente si sta occupando del pensiero di Gilbert Simondon e di Paolo Virno.