Virno, "Dell’impotenza. La vita nell’epoca della sua paralisi frenetica"

Recensione di Marco Iuliano

Dell’impotenza può sembrare a primo impatto un manuale per affrontare l’era del nichilismo ma è la proposta di una filosofia militante della vita. Una vita che trovandosi all’interno della società capitalistica però la contrasta. Virno rifiuta l’idea che dopo il crollo delle grandi ideologie che hanno attraversato il ‘900, filosofiche e politiche, e l’avvento del cosiddetto post-moderno, l’individuo e le collettività siano in balia di un Nulla che pervade la vita quotidiana e blocca qualsiasi tentativo di azione. Quella che viene meno insomma non è la potenza. La fine della storia non coincide con il raggiungimento della stabilità di un sistema, con il ridursi della sua energia: non si è raggiunto il culmine dell’evoluzione al quale può solo seguire l’entropia. L’analisi sull’impotenza si colloca in uno studio dell’energia potenziale che è uno dei presupposti del filosofare di Virno. Una tematica simondoniana applicata alle forme di vita contemporanee. In effetti per Simondon, caro a Virno, l’essere in quanto processo è stato sempre descritto dalla metafisica occidentale come sistema statico a bassa energia potenziale. Allora è importante dimostrare che invece esso è produzione costante: tutti gli equilibri che innervano l’umano sono metastabili, danno costantemente ragione del suo divenire (Simondon, 2021). Dell’impotenza è dunque un testo sullo straripamento del potenziale. Impotente, dice Virno, non è colui che per definizione non può, colui che è privato di dynamis, ma colui che può così tanto da paralizzare la sua prassi. L’impotenza rovesciata è per Virno il risultato di un eccesso di competenze che non trovano l’attualizzazione in gesti o opere. La moltitudine contemporanea ha la sua appartenenza in luoghi comuni e non in luoghi speciali (Virno, 2023). Condivide un intelletto pubblico.

Doppio volto del General Intellect: riserva di possibilità o caduta nell’anonimato del si. L’impotenza, anche quella di subire, che per Virno si manifesta nell’accogliere, sottrarsi, aderire, resistere, è data non dalla mancanza di possibilità di gestire le offese della vita ma, secondo lo stesso approccio, da un eccesso di capacità. Un eccesso di capacità che non trova la sua canalizzazione in un orizzonte valoriale (o forse, sarebbe meglio dire, in una prassi rivoluzionaria). Non a caso, Virno cita De Martino: il venir meno di istituti atti alla comprensione del mondo lascia l’individuo in balia della possibilità dell’apocalisse del senso. Si manifesta così lo spettro dell’angoscia. L’angoscia è la caduta nello sfasamento del preindividuale. Preindividuali sono i rapporti di produzione esistenti. Preindividuale, per Virno, è tutta la storia (Simondon, 2021). De Martino si affida all’analitica esistenziale di Heidegger per ricavare delle analisi fenomenologiche che partono dall’assunto che il Dasein è Mitsein in uno spazio-tempo e che l’essere-con nel mondo è un’evidenza che porta con sé tutto il bagaglio emotivo di coloro (ogni essere umano) che fanno esperienza dei cosiddetti vissuti di fine mondo. Vivere nel mondo è possibile soltanto con la garanzia della potenzialità, cioè dell’operabilità/agentività al suo interno, la consapevolezza che ciò che si fa abbia una risposta valoriale nello spazio-tempo che occupo. Le privazioni che gli individui subiscono durante il loro vissuto, «la perdita del poter essere» (De Martino, 2019, p. 113) chiudono le porte dell’individualità, ridotta a monade, al self-made man, alla consapevolezza che l’ambiente e gli altri siano soltanto un limite e un pericolo da cui difendersi e che il mondo sia inabitabile, inoperabile.

Virno pensa così che i luoghi della dynamis siano contraddistinti da atti mancati. La ricezione perciò, che sia un pugno o una bella notizia, non trova una sistematizzazione all’interno dell’universo significante dell’individuo che non è in grado di accogliere quello che subisce. Seneca insegnava a Lucilio che «se uno non sa a quale porto dirigersi, non gli va bene nessun vento» (Seneca). Così le possibilità della vita scorrono velocemente davanti agli occhi senza l’eventualità di catturarne un significato per agire. A godere dell’impossibilità di subire è, per Virno, il capitale. Proprio perché una soggettività che non aderisce a una forma di vita è schiava degli slogan sulla flessibilità e sulla formazione ininterrotta:

"Finché non percorreranno molti viottoli e qualche strada maestra per turbare il rapporto capitalistico di produzione, incutendo il timor panico in coloro che gli sono avvinghiati, le creature part-time sconteranno l’atroce connubio, ben noto al vecchio, di rivolta e rassegnazione" (Virno, p. 45).

Questa palude che inghiotte qualsiasi azione possibile, qualsiasi prassi rivoluzionaria, è una delle affezioni mentali più diffuse nelle società contemporanee. Il capitale genera e si nutre della spaesatezza: «“flessibilità”, “nomadismo”, e “spontaneità” sono gli imperativi gestionali che caratterizzano tutta la società del controllo postfordista» (Fisher, 2018, p. 70). Dunque il capitale agisce sul concetto di potenziale: la biopolitica, nel nucleo essenziale foucaultiano, non è soltanto gestione dei corpi ma possibilità di impiego, forza-lavoro (Virno, 2023). La nuova soggettività del lavoratore postfordista emerge dalla virtualità e non più dal diretto impiego della sua base biologica. Dalla sua condizione neutra che è quindi neutralizzazione. Alla luce di questo si potrebbe sostenere che il lavoratore contemporaneo sia un soggetto neutralizzato.

Ci sono altre condizioni che Virno mette accanto a quelli del subire. Sono le azioni negative: omettere, astenersi, evitare, rinunciare, trascurare, differire, indugiare, esitare, tollerare, eludere, serbare un segreto. L’atto di sospendere non è negazione che si presenta come una diversa affermazione: «la rinuncia a ricevere non promuove la realizzazione di una ulteriore e diversa capacità, bensì favorisce la conversione in comportamenti empirici della stessa capacità di ricevere» (Virno, p. 50). Sospendere significa «bloccare tutto». Un bloccare che per Virno non ha una risoluzione nel ritorno alle leggi ordinarie. Essa è una «duplicazione dell’eccezione» (Virno, p. 60): bloccare perché si è bloccati. A proposito delle azioni negative Virno compie un bell’excursus sulla filosofia di Simone Weil. Nella creazione, per Weil, Dio si nega, manifestando così la sua impotenza. Si nega per non occupare, in quanto totalità, tutto e perciò manifestare la sua egemonia. Virno vede in questo movimento divino un suggerimento di depotenziamento dell’Io a favore, invece, della permanenza nel preindividuale. Il preindividuale è per Virno un Giano bifronte: angoscia o speranza, anonimia distruttrice o anonimia creatrice. Le moltitudini mostrano il rischio della dispersività ma al contempo sono fucina di innovazione. D’altronde Heidegger, studiato a fondo da Virno, al termine del suo discorso sulla tecnica diceva che dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva (citando un famoso passo di Hölderlin). La parabola di Weil suggerisce a Virno che «il vivente che ha la propria natura o essenza deve evitare di immedesimarsi con ciò che si limita a possedere» (Virno, p. 62). Sembra ripetersi il tema dell’individualità che Simondon sviscera all’inizio della seconda parte de l’Individuazione.

Per i megarici potenza è quasi un flatus vocis. A esistere, per questa scuola, sono solo gli atti. Aristotele invece propone la tesi che potenza sia qualcosa che si possegga: dynamin echein. Potenza non è solo la condizione di partenza di qualcosa che deve essere attualizzato nella prassi. L’avere potenza dipende per Aristotele anche dalla modalità – dal come – nella quale si ha. Cioè «dalla relazione con la cosa posseduta» (Virno, p. 67). Questa relazione è l’hexis, cioè, l’uso. Cosa significa però usare una potenza? Virno ricorre all’esempio del linguaggio:

"Usare la facoltà di parlare significa provocare la sua trasformazione in enunciati agili o claudicanti. La hexis-uso garantisce il passaggio dall’amorfo poter-dire, privo di data e di luogo, a un discorso accidentale, che istituisce un ‘qui’ e un ‘ora’"(Virno, p. 76).

Nel quarto capitolo Virno ritorna sull’analisi del capitale contemporaneo partendo dal presupposto che ciò che contraddistingue la nostra specie attualmente sia da una parte l’aumento dell’amministrazione della potenza generica, che Virno definisce come un teorema senza dimostrazione, e da un’altra la costante diminuzione della possibilità del loro utilizzo effettivo. La crescita costante delle capacità linguistiche che contraddistingue quella che Virno chiama la moltitudine part-time si manifesta sia nei luoghi di lavoro ormai robotizzati che nella lotta politica: «un sovrappiù magmatico di significati indefiniti che cede il posto a frasi telegrafiche, scarne etichette apposte su eventi e stati di cose» (Virno, p. 78). Sembrano a tal riguardo calzanti le parole di Marcuse: le abbreviazioni, figlie della scienza applicata, sono totalitarie e pragmatiche, sostituiscono la complessità del linguaggio:

"L’abbreviazione può servire ad eliminare domande non gradite. Una sigla come NATO non dice quel che dice North Atlantic Treaty Organization, menzionando un trattato tra le nazioni che si affacciano sull’Atlantico del Nord, nel qual caso uno potrebbe chiedere perché ne siano membri la Grecia e la Turchia […] ONU evita di por l’accento su «unite» […] le abbreviazioni denotano solo e soltanto ciò che è istituzionalizzato in modo tale da tagliar fuori ogni connotazione trascendente. Il significato è rigido, manipolato, caricato ad arte. Una volta diventato un vocabolo ufficiale, continuamente ripetuto nell’uso comune, «sanzionato» dagli intellettuali, esso ha perso ogni valore cognitivo e serve solamente per richiamare un fatto fuori discussione" (Marcuse, 1999, p. 106).

L’uso della potenza è impedito non solo dalla sua pervasiva amministrazione ma anche dal suo legame con il concetto di infinito. Il rapporto tra apeiron ed energheia. A tal ragione Virno muove una critica a questo concetto sostenendo che l’infinito non può avere uso nell’atto poiché non è sostanza misurabile, non ha una collocazione spazio-temporale che promuove un possibile attrito con altro. Caratteristica essenziale del capitale: tendere all’infinito in un mondo che però è finito. Questa tendenza è chiaramente evidente nel General Intellect che coincide con «la scienza incorporata nel sistema automatico di macchine» (Virno, p. 92).

Nelle ultime pagine, riferendosi ancora ad Aristotele che di questo testo è punto di partenza essenziale, Virno insiste sulla primarietà dell’atto rispetto alla potenza e del comune errore di sostituire temporalmente i due processi. La potenza anteriore infinita è individuata oggi nella performance. Concetto largamente diffuso nella nostra quotidianità, la performance si distingue sia dalle mansioni che dai giochi linguistici. Le prime, che hanno caratterizzato l’era del fordismo, erano un’espressione di energheia, seppur controllata e sfruttata. I secondi sono luoghi speciali del discorso in un determinato contesto e non generica potenza linguistica. Per Virno la performance si sostituisce a entrambi riproducendo quella potenza inarticolata che può soltanto generare impotenza e afasia. La performance costringe a uno stato psicofisico che è quello del tenersi pronti. L’individuo, in tale situazione, vive di un’ansia di energheia che però non si attualizza mai, e tuttavia «coltiva il sentimento dell’urgenza e l’istanza della tempestività» (Virno, p. 106).

L’ultimo capitolo è dedicato a delle possibili vie di fuga rispetto all’impotenza pervasiva. Virno chiarisce subito che esse non possono e non devono configurarsi con un ripristino dei vecchi rapporti di forza, seppur colmi di energheia, e nemmeno dei vecchi luoghi speciali. Un’istituzione di questo genere, libera dalla scaturigine dello stato centralizzato, deve essere un organismo. Un organismo amorfo che con provvedimenti non totalizzanti abolisca lo stato di paralisi. Una nuova istituzione di questo genere ha il compito di governare la tendenza all’infinito della potenza, smascherandone l’evanescenza di struttura. Ciò che avviene è che «all’uso in quanto istituzione spaziale e temporale si affianca l’istituzione in quanto uso delle più diverse capacità appartenenti all’animale umano» (Virno, p. 112). Performance e istituzione sono contrari, non possono coesistere. Perciò alla presenza di una l’altra deve sopperire. L’istituzione divenuta res tangibile, utilizzabile, si adopera attraverso le tecniche, abbandonando perciò lo spazio dell’impotenza causata dalla performance. Le tecniche permettono l’uso delle facoltà. Attraverso di esse si possono, per Virno, compiere degli esperimenti che mostrino il campo di azione di una potenza: «degli atti potenziali, ormai sbiaditi o irreperibili, i fenomeni artificiali prodotti dall’esperimento ereditano con naturalezza il ruolo» (Virno, p. 118).

 

BIBLIOGRAFIA

E. De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali (La fin du mond. Essai sur les apocalypses culturelles, 2016), trad. di A. Iuso, Einaudi, Torino 2019

M. Fisher, Realismo Capitalista (Capitalist Realism: Is There No Alternatives?, 2009), trad. di V. Mattioli, NERO, Roma 2018

H. Marcuse, L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata (One-dimensional Man. Studies in the Ideology of Advanced Industrial Society, 1964), trad. it. di L. Gallino e T. G. Gallino, Einaudi, Torino 1999.

G. Simondon, L’individuazione psichica e collettiva (L’Individuation psychique et collective à la lumière des notions de Forme, Information, Potentiel et métastabilité, 1989), a cura di P. Virno, DeriveApprodi, Roma 2021

P. Virno, Dell’impotenza. La vita nell’epoca della sua paralisi frenetica, Bollati Boringhieri, Torino 2021

P. Virno, Grammatica della moltitudine. Per un’analisi delle forme di vita contemporanee, DeriveApprodi, Bologna 2023

Marco Iuliano, 28/09/96. Da Settembre 2024 si trova a Bologna per conseguire la Laurea Magistrale in Scienze Filosofiche. Dopo la maturità classica ha conseguito la Laurea in Filosofia all’Università di Catania (2024) con una tesi a metà tra antropologia e filosofia sulla questione dell’“ontological turn”. Ha fatto parte del Direttivo dell’Associazione Studenti di Filosofia Unict (ASFU) dal 2021 al 2024. Ha pubblicato articoli per riviste come “Il pensiero storico”, “Vita Pensata”, “ilPequod”. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente su questioni come tecnica, metafisica, potere, filosofia politica, postumanesimo, pensiero della Differenza, storia della cultura tedesca, paganesimo. Attualmente si sta occupando del pensiero di Gilbert Simondon e di Paolo Virno.