Recensione di Francesco Bellumori
Pensare le arti con Spinoza, uscito nel 2020 in Francia e nel 2023 in Italia per Mimesis, è una raccolta di saggi che tenta di approfondire il rapporto tra Spinoza, le arti e l’estetica. Se da un lato la filosofia spinoziana pare essere priva di un’esplicita indagine estetica, dall’altro possiamo rinvenire in essa degli elementi che ci consentono di parlarne; d’altronde, è la vita stessa di Spinoza a restituirci l’importanza che questi accordò alle arti, tanto fu immerso in esse e le praticò. La raccolta, che si apre con un’introduzione scritta dai curatori Moreau e Vinciguerra, è suddivisa in tre sezioni, ognuna delle quali si prefigge di indagare la questione sotto punti di vista diversi. Il primo capitolo è intitolato «Spinoza e le arti» e cerca di tracciare le esperienze tecniche e artistiche fatte da Spinoza durante la sua vita, mettendole in relazione al contesto storico, sociale e culturale dell’Olanda e dell’Europa del XVII secolo. Il secondo capitolo, invece, si intitola «Le arti e Spinoza» e tenta di approfondire come la riflessione filosofica di Spinoza abbia influenzato le pratiche e le teorie artistiche nei secoli successivi e se si possa, quindi, trovare in esse degli elementi estetici spinoziani. Infine, la raccolta si conclude con «L’estetica di Spinoza», in cui viene articolata la domanda presente nel titolo stesso, cioè se ci sia un’elaborazione estetica all’interno della filosofia spinoziana e nel qual caso in che termini si presenti.
L’indagine che innerva la raccolta muove anzitutto dallo scolio della proposizione XLV di Etica IV, dove Spinoza, come ben evidenziato da Moreau e Vinciguerra, da un lato critica norme morali e ascetismo che fanno della privazione e della proibizione del piacere una virtù, dall’altro propone un’interpretazione antropologica secondo cui è proprio dell’essere umano, e in generale dell’essere vivente, ristorarsi e rinforzarsi attraverso cibi, bevande, profumi, arti gradevoli, e attraverso ciò ri-crearsi (cfr. pp. 15-16). D’altronde, soltanto ricomponendosi e riattualizzandosi possiamo perseverare nel nostro stesso essere. Da questo scolio emerge nell’umano, così come nel vivente in generale, una vera e propria esigenza estetica, importante tanto quanto le altre esigenze di cui fa esperienza un essere vivente, poiché anch’essa una delle molteplici espressioni della natura, una delle infinite forme che essa assume (cfr. p. 16). Che l’estetica occupi un posto centrale all’interno della prospettiva filosofica spinoziana, seppur mai posta in questione direttamente, è suggerito dal fatto che essa si presenti innanzitutto come un’etica, intesa come arte di vivere. Una questione che attraversa i diversi saggi e che rimane, almeno in parte, aperta e problematica è concernente il rapporto tra etica, arte e i confini che le differenziano, in una prospettiva filosofica che, come ben esposto nel testo, conferisce senso alle arti nella misura in cui assumono un portato etico e all’etica nella misura in cui risulta essere una pratica, un’arte in senso proprio, capace di trasformare le cose difficili in facili, la passività in attività, la tristezza in gioia, tramite l’accrescimento di potenza.
I contributi della prima parte sono scritti, in ordine, da Pierre-François Moreau, Pina Totaro, Roberto Bordoli, Filip Buyse, Maxime Rovere e Andrea Sangiacomo, e ripercorrono i rapporti che Spinoza ebbe durante la sua vita con le arti: a partire dal teatro, centrale nella società di Amsterdam dell’epoca e nell’incontro fra le diverse comunità che animavano la città, fino alla pittura, di cui ci è giunto un possibile autoritratto del filosofo nelle vesti di Masaniello, dalle arti liberali e meccaniche, tra cui la diottrica, fino all’abbozzo di una possibile teoria dell’arte narrativa, con le sue cause e conseguenze in seno alla reciproca interazione tra intelletto e immaginazione. Quel che emerge dalle pagine in esame è l’importanza che la libertà dell’espressione artistica e delle diverse forme d’arte assunse nella società olandese dell’epoca. Un’anomalia, citando Antonio Negri, che non investì solamente l’ambito economico e politico della libera repubblica in cui visse Spinoza, ma anche la creazione estetica e artistica. Baruch Spinoza, dalle ricostruzioni storiografiche e dall’analisi filosofica dei suoi testi condotte nel libro, sembra essersi cimentato in una molteplicità di arti, passando dall’una all’altra, l’una rinforzando l’altra e la possibile creazione e ri-creazione dell’uomo Spinoza.
La seconda parte è costituita dai saggi di Ariel Suhamy, Laurent Bove, Adrien Chassain, Sergio Rojas Peralta, Cristina Zaltieri e Mèriam Korichi. Qui vengono tracciate analogie tra le riflessioni spinoziane e il portato artistico di pittori quali Piero della Francesca – nei cui quadri irrompe la potenza ontologica dei corpi, la loro solidità e la loro viva consistenza – e Pieter Bruegel, il pittore dell’immanenza moltitudinaria della vita, così efficacemente espressa nei suoi dipinti (cfr. pp. 141-168). Ma ancora, viene approfondita anche la pittura di Pieter De Hooch, interpretando in senso spinoziano, relativamente alla fisiologia dei corpi e alla prospettiva sociale e politica, i giochi tra gli interni delle case e gli esterni, il pubblico e il privato, onnipresenti nei suoi quadri (cfr. pp. 187-197). Vi è poi un’analisi degli elementi filosofici rinvenibili ne Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, posti in tensione con lo spinozismo tra i punti di contatto e quelli di divergenza, e la presentazione di Spinoza a Kiev, opera teatrale di Korichi, la quale tenta di riflettere attorno alla filosofia spinoziana e ai suoi presupposti, nonché alle sue conseguenze in relazione all’arte e alle teorie estetiche ad essa connesse (cfr. pp. 169-185, 217-229).
L’ultima parte, più prettamente filosofica e di analisi testuale delle opere di Spinoza, comprende i saggi di Lorenzo Vinciguerra, Philippe Drieux, Nathalie Chouchan, Julie Henry, Céline Hervet, Sophie Laveran e Filippo Mignini. Qui, gli autori tentano di delineare quella che potremmo definire una vera e propria estetica, non riconosciuta fino ad ora come tale e non approfondita poiché così eterodossa rispetto alla tradizione estetica occidentale, egemone negli ultimi tre secoli. In questa sede, infatti, viene approfondita l’origine corporale e fisiologica che l’arte possiede in seno all’orizzonte spinoziano, la sua dinamica costitutivamente relazionale, la sua natura immaginifica e totalmente ancorata all’attributo estensione. Così, l’estetica viene posta nel dominio dell’immaginazione e ne vengono indagati la natura, i presupposti, i limiti e il funzionamento. Troviamo l’analisi della costituzione e della potenza dei corpi, dei meccanismi, propri dell’immaginazione, di costruzione del bello, di produzione del piacere e del dispiacere, della gioia e della tristezza, della loro origine nell’appetitus proprio di ogni modo finito. È presente l’indagine del ruolo che gioca la sensazione, l’analisi del linguaggio in senso estetico e artistico, così come la proposta per un’interpretazione “musicale” dei rapporti tra modi finiti della sostanza sulla base della concordanza e discordanza reciproca (cfr. pp. 287- 318).
È importante notare che, tra le altre cose, in queste pagine vengono indagate filosoficamente la natura etica dell’arte e le fondamenta estetiche dell’etica. Estetica, etica e arte risultano essere tra loro connesse e costitutivamente in tensione. Infatti, come spiega Vinciguerra, il termine ars è impiegato da Spinoza per riferirsi in generale alla tecnica o alla padronanza di una tecnica, cioè a un metodo o un’abilità capace di rendere facili le cose difficili (cfr. p. 238). Il termine ars pare essere, per come viene utilizzato da Spinoza, un sinonimo di forza, di potenza, finendo per poter essere applicato a qualsiasi attività del corpo, umana e non, capace di trasformare la passività in attività, cioè qualsiasi attività capace di essere vettore di liberazione, in stretta correlazione con la trasformazione della tristezza in gioia per pervenire a una maggiore potenza e perfezione (cfr. pp. 238-251). E cos’è tutto questo se non il senso della stessa etica spinoziana? Ciò «comporta una rifondazione dell’estetica nell’etica, più precisamente in un’etica del corpo e dell’immaginazione come potenza del corpo» (p. 254), conclude Vinciguerra. Allo stesso tempo, l’etica risulta essere un’arte a tutti gli effetti, se si estende il senso del termine anche all’attributo pensiero. Un’arte che non si limita alla sola potenza del corpo e alle sue leggi, ma che coinvolge la totalità di un essere vivente, compresa la potenza della sua mente.
Inoltre, se per estetica intendiamo la «dottrina della sensibilità o dell’immaginazione, del piacere, delle rappresentazioni di bello, brutto, ordine, confusione ecc.» (p. 320) e se teniamo in considerazione il fatto che è l’appetitus a determinare le rappresentazioni estetiche sopra indicate e il piacere, allora risulta evidente perché estetica ed etica finiscono per essere tra loro in un rapporto di continuità: entrambe si occupano delle modalità di espressione dell’appetitus atte a ricrearsi e liberarsi attraverso un processo di movimento dello stato sensoriale, affettivo e percettivo. Se però l’estetica si trova sotto il segno dell’immaginazione, finendo per coincidere con la stessa dottrina dell’immaginazione, l’etica è tale nella misura in cui è sotto il segno della ragione, e l’unica differenza presente è il differente grado di conoscenza che da esse possiamo trarre (cfr. pp. 322-324). Ma, lungi da essere considerate tra loro in opposizione, la ragione con l’immaginazione, l’etica con l’estetica, in Spinoza emerge l’idea che soltanto assieme, con un corpo e una mente capaci di fare e pensare più cose possibili, esse possono costruire quella pratica vitale che è la liberazione di un essere vivente nella sua totalità. Una pratica vitale capace di renderlo attivo, e dunque beato, nell’espressione artistica, affettiva e politica; in definitiva, nella ricreazione di se stesso, cioè delle proprie relazioni. L’estetica trova il suo senso in un processo etico, spinozianamente inteso, cioè volto alla conservazione e alla riproduzione dell’essere, alla trasformazione sensoriale e affettiva, individuale e collettiva. Allo stesso modo l’etica – che è una pratica – trova se stessa nell’essere un’arte, quella di vivere e di condurre l’esistenza propria verso la beatitudine, cioè la gioia di agire secondo le leggi della propria natura, attraverso la conoscenza adeguata delle cause e il piacere che ne è connesso. Piacere che è dato anche dall’accordo con gli altri modi della sostanza che possiedono un rapporto analogo di moto e quiete. In questi termini, l’etica, che è un progetto costitutivamente relazionale di accrescimento della potenza che produce piacere e gioia, assume in sé connotati propriamente estetici e potrebbe essere importante comprenderne il significato più profondo in relazione alla Lettera 32 esaminata da Buyse in questa stessa raccolta.
In virtù di tutto questo, l’estetica spinoziana potrebbe significare la dissoluzione dei pregiudizi fallaci di stampo “teologico” che culturalmente continuiamo a reiterare in ambito estetico, esattamente come il progetto dell’etica significò distruggere il portato metafisico-teologico della morale. Ipotesi, questa, avanzata anche da Vinciguerra nel suo saggio (cfr. pp. 251-254). Quel che è certo è che questa raccolta, che risulta essere un prezioso mosaico polifonico, riesce a rispondere adeguatamente agli obiettivi prefissati, dando al lettore un chiaro quadro della questione “Spinoza e le arti”, a partire dal contesto di vita in cui operò Spinoza fino alla reciproca influenza di filosofia e arte, in seno sia al suo pensiero sia alle espressioni artistiche dei secoli successivi. Questo testo apre un nuovo e fecondo campo d’indagine, ponendo già le coordinate di una ricerca ancora tutta da fare, in un orizzonte di immanenza in cui l’estetica è destinata a cambiare connotati, dominio e significato, sempre più in profonda tensione con i suoi portati ontologici, etici e politici.
Francesco Bellumori è uno studente del corso di Laurea Triennale in Filosofia presso l’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. I suoi interessi vertono principalmente sulla filosofia politica, sui suoi presupposti e le sue implicazioni di carattere ontologico, etico ed estetico.