Gueroult, "Storia e tecnologia dei sistemi filosofici"

Recensione di Diego Donna

«Le verità oggetti di scienza e le verità oggetti di storia si collocano sullo stesso piano, l’interesse scientifico e l’interesse storico si intrecciano e si dividono infinitamente. Perciò lo storico della filosofia non può smettere di essere filosofo: le dottrine precedenti, non essendo respinte in un passato trascorso […] sussistono di fronte a lui in un eterno presente, come un insieme di sapere filosofico, latente e possibile, offerto alla meditazione, e in cui il filosofo può attingere indefinitamente le sue ispirazioni. Dal canto suo, la filosofia non può, anch’essa, isolarsi dalla sua storia» (p. 29). Con queste parole, pronunciate il 4 dicembre 1951 in occasione della lezione inaugurale della cattedra di “Storia e tecnologia dei sistemi filosofici” presso il Collège de France, Martial Gueroult assegnava un nuovo oggetto e un nuovo metodo alla storiografia filosofica francese, divisa in quegli anni tra le grandi tradizioni del positivismo e dello spiritualismo che incrociavano le nuove correnti della fenomenologia, della sociologia di ispirazione marxista nonché la scuola delle Annales. Una temperie culturale frastagliata e conflittuale, nell’ambito della quale la figura di Gueroult appare in un primo momento piuttosto isolata. Studioso austero e riservato, lontano dagli interessi sull’attualità politica e culturale, lo storico della filosofia, che si era limitato a pubblicare ricerche per un pubblico altamente specializzato, sarebbe diventato, soprattutto a seguito della celebre monografia Descartes selon l’ordre des raisons (1953), un faro per generazioni di studiosi: non solo per gli storici della filosofia, da Ginette Dreyfuss, a Geneviève Rodis-Lewis, da Victor Goldschmidt a Gérard Lebrun, tra gli altri, ma anche per filosofi analitici come Jules Vuillemin e Jacques Bouveresse, o per sociologi come Pierre Bourdieu e filosofi marxisti come Louis Althusser e i suoi allievi, tra cui Pierre Macherey e Étienne Balibar o, ancora, per intellettuali e studiosi in varia misura implicati nelle vicende culturali dello strutturalismo, tra cui Michel Foucault e Gilles Gaston-Granger, Alain Badiou e Gilles Deleuze, fino a Jean-Claude Milner.

I testi di carattere metodologico pubblicati in vita da Gueroult, ma non compresi nell’edizione postuma dei suoi scritti – la Dianoématique – rivestono un particolare significato nell’edizione italiana curata da Filippo Domenicali e Andrea Gentili per Orthotes con la postfazione di Gaetano Rametta. Il lodevole sforzo di raccogliere e tradurre alcuni tra i più importanti saggi e interventi dello storico della filosofia permette infatti al lettore italiano di orientarsi per la prima volta tra i percorsi di un progetto intellettuale vasto e ambizioso, che pretende di sostituire l’unità architettonica e le concatenazioni deduttive dei “monumenti” filosofici a una storia della filosofia pensata come una storia lineare delle influenze e delle continuità culturali tra gli autori.

Dalla lezione inaugurale, tenuta in occasione dell’insediamento al Collège de France, fino all’introduzione al celebre volume Descartes selon l’ordre des raisons passando per i contributi dedicati al problema della legittimità della storia della filosofia, l’insieme degli interventi gueroultiani editi da Domenicali e Gentili offrono una panoramica del suo metodo strutturale, teso tra l’unità architettonica dei sistemi e il rapporto alla storia. L’approccio strutturale o architectonique ai testi filosofici inaugurato da Martial Gueroult si proietterà su una larga fetta della storiografia filosofica francese, contribuendo alla trasformazione dei metodi della ricerca e dell’insegnamento nelle cattedre del Collège de France in cui la candidatura di Gueroult si opponeva a quella di Alexandre Koyré e di Henri Gouhier, allievi e colleghi del famoso storico della filosofia Étienne Gilson, a sua volta titolare della cattedra di Filosofia medievale al Collège fino al 1950. La posizione di questi attori nell’economia complessiva del sapere e delle discipline in seno alle istituzioni più importanti dell’educazione universitaria in Francia è centrale per comprendere l’impatto che la cattedra in “Storia e tecnologia dei sistemi filosofici” riveste nell’arco di circa trent’anni di battaglie accademiche e culturali. L’approccio teorico e storiografico di Gueroult si contraddistingue infatti come una possibile sintesi tra l’idealismo tedesco degli anni ’30, cui lo stesso filosofo aveva dedicato le sue due tesi, dirette da Léon Brunschvicg e Léon Robin – L’Évolution et la structure de la doctrine de la science chez Fichte, e La Philosophie transcendantale de Salomon Maimon (1930) – e una riflessione originale sul rapporto tra il tempo storico della formazione dei concetti e il tempo logico o sincronico delle catene dimostrative.

È in questa cornice che le nozioni kantiane e post-kantiane di problema (Aufgabe), concetto (Begriffe), architettura (Architektur) e sistema (System) incontrano una “tecnica” o una “tecnologia” dei sistemi filosofici che dialoga a distanza con la storia delle scienze promossa da Gaston Bachelard, teorico di una “fenomenotecnica” che prelude all’epistemologia storica del suo celebre successore alla Sorbona, Georges Canguilhem, e a una storia del macchinismo che Pierre-Maxime Schuhl poneva in dialogo con l’Histoire des tecniques di Lucien Febvre e Marc Bloch, incrociando i rinnovati sforzi enciclopedici di Pierre Ducassé e Gilbert Simondon, o la problematizzazione della tecnica come problema filosofico da parte André Leroi-Gourhan, professore di “Préhistoire” al Collège de France tra il 1969 e il 1982. Gueroult diffida tuttavia dei cosiddetti nouveaux positivistes, come li chiama, i quali pretendono di ricondurre la struttura logica dei sistemi a una storia delle idee e delle mentalità. È del resto lo spirito di Lévy-Bruhl, sottolinea lo storico della filosofia, a informare una storia del pensiero intesa come storia degli autori e delle biografie intellettuali, che «riposiziona le filosofie non soltanto all’interno della corrente dell’evoluzione continua dello spirito umano, ma in seno all’universo dato ad ognuna» (p. 41); un universo di cui ricostruire il processo spirituale e storico nel quadro di una determinata Weltanschauung che riemergeva anche nella storia della filosofia medievale praticata da Étienne Gilson, subordinata alla «rappresentazione che l’epoca e l’ambiente tendono ad imporgli» (p. 41). La tecnica di ogni filosofia va invece concepita, secondo Gueroult, come un metodo essenzialmente logico e costruttivo che punta alla scoperta, alla comprensione e alla soluzione di un “problema” delineando un mondo di concetti (Gedankenwelt) prima ancora che una visione del mondo (Weltanschauung).

È in questo contesto che matura la difesa di una storia della filosofia come “disciplina autonoma”, culminante nell’opera postuma, la Dianoématique, che testimonia la definitiva presa di distanza dello storico francese dallo spiritualismo di Émile Boutroux e Louis Lavelle, così come dall’idealismo di Victor Cousin, Charles Renouvier e Octave Hamelin. Se già Condillac aveva stabilito che «una scienza debitamente trattata è un sistema ben costruito» (p. 84), Gueroult rimarca che tale sistematizzazione scientifica non equivale al “sistema” filosofico. Lungi dal limitare il compito della filosofia, sulla scorta dell’eredità illuminista e kantiana, alla sola definizione delle condizioni di possibilità del pensiero scientifico e del pensiero in generale, la «filosofia della storia della filosofia» praticata da Gueroult sulle spalle di Fichte si presenta come una storia pragmatica dello spirito umano che pone la questione della “legittimità” della stessa storicità dei sistemi di pensiero nei termini di una storia differenziale, segnata dalla lotta per la determinazione del carattere di verità espresso da ciascun ordine di ragioni. L’ispirazione fichtiana di questa riflessione sulla storia della filosofia consiste nello sganciare la nozione di verità da quella di adeguazione, intesa come rispecchiamento del pensiero a una realtà esterna o presupposta, in nome di una “dottrina della scienza” come principio produttivo del reale. Quella di Gueroult non è nemmeno una filosofia della storia di matrice hegeliana, che riconduce la dimensione propriamente storica e plurale del pensiero all’automanifestazione dell’unica radice logico-speculativa, ma una storia “dianoematica”, che muove alla ricerca della legittimazione trascendentale della pretesa di verità di ciascun sistema filosofico.

In questo quadro, l’elemento della contingenza è la condizione positiva o “evenemenziale”, come avrebbe sostenuto Foucault, dell’emergenza dei cosiddetti “monumenti” filosofici, che Gueroult ascrive alla creazione concettuale confrontandola al criterio estetico della “bellezza” richiesto per le opere d’arte. Sarà lo stesso Michel Foucault, appellandosi esplicitamente alla storia dei sistemi praticata da Gueroult, a metterla al servizio di un’archeologia del sapere volta a scardinare le tradizionali teleologie della storia e le sue varianti secolarizzate in chiave storicista; l’“idealismo radicale” di Gueroult si prolunga allora in una storia dei saperi che evidenzia discontinuità e “dispersioni”, mobilizza le strutture chiamando in causa le nozioni di serie ed evento. Gilles Deleuze enfatizzerà, a sua volta, l’importanza degli studi gueroultiani sull’ontologia (Dieu) e la teoria della conoscenza (L’Âme) in Spinoza, rintracciando in essi un metodo strutturale-genetico già operativo nella dottrina spinoziana della causa sui. La teoria genetica e non rappresentativa della conoscenza spinoziana è adeguata non all’ordine delle cose (l’adaequatio rei et intellectus di matrice scolastica), ma alla potenza espressiva del pensiero in quanto attributo infinito dell’unica sostanza.

Nelle parole di Gaetano Rametta, che chiudono questa raccolta di interventi, il grande merito della “dianoematica” di Gueroult è stato di rivendicare l’“eternità immanente ai sistemi filosofici” e costruire su di essa una «teoria radicalmente anti-relativistica della pratica storico-filosofica, sottolineando al tempo stesso il carattere eminentemente filosofico del lavoro specifico dello storico della filosofia» (p. 200). In quest’ottica, il volume edito per Orthotes non soltanto getta nuova luce su uno dei protagonisti di una stagione intellettuale tra le più significative della Francia del secolo scorso, ma è gravido di spunti e riflessioni per il futuro della pratica storico-filosofica, segnata ancora oggi dalla crisi del suo statuto e della sua legittimità in seno all’enciclopedia dei saperi.

Diego Donna è Professore associato presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna dove si occupa di storia della filosofia moderna e contemporanea. Doctor Europaeus di ricerca (Università di Bologna/Utrecht) e ricercatore nel quadro del progetto Herméneutique des Lumières (FNS, Université de Genève/Bologna), è stato Visiting Scholar di numerosi centri di ricerca internazionali, fra cui IRPhiL, Université Lyon III, Birkbeck College of London, Princeton University, Utrecht University. Presso il Dipartimento di Filosofia (Unibo) è membro fondatore del Centro Internazionale di Studi Spinoziani “Sive Natura”, membro del Centro di ricerca Knowledge and Cognition e del gruppo di ricerca Filosofie in traduzione. È coordinatore del gruppo di ricerca "Illuminismo. Storie e filosofie". Tra le sue pubblicazioni: "Spinoza and the Rise of Systems. Reception and Critique in the French Enlightenment" (EUP, 2026); "I diagrammi della filosofia. Una storia eretica della filosofia contemporanea in Francia" (Mucchi, 2024); "Dispersione, ordine, distanza. L’Illuminismo di Foucault, Luhmann, Blumenberg" (Quodlibet, 2021).