Recensione di Sarah Calderoni
Può la psicoanalisi essere presa in considerazione in campi ulteriori rispetto alla dimensione esclusivamente clinica? Lo psicanalista e filosofo francese Félix Guattari fornisce la sua risposta nel volume Psicoanalisi e trasversalità. Saggi di analisi istituzionale, recentemente ripubblicato in Italia da Orthotes. Guattari si propone di superare la visione strettamente clinica della psicoanalisi, scegliendo di ampliare la prospettiva secondo dimensioni sociali, politiche e istituzionali. Lo psicanalista, infatti, critica fortemente l’orientamento tradizionale della psicoanalisi poiché questo tenderebbe a concentrarsi unicamente su due aspetti: sulla figura dell’individuo e sull’aspetto prettamente privato della terapia.
Il volume Psicoanalisi e trasversalità si apre con un’introduzione di Gilles Deleuze, celebre filosofo che con Guattari inizia ufficialmente a collaborare nel 1972 scrivendo a quattro mani L’Anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia. Deleuze, attraverso un percorso esemplificativo, sottolinea il carattere rivoluzionario del percorso di ricerca dello psicanalista francese che ha come obiettivo quello di introdurre, nella Francia degli anni Settanta attraversata da profondi movimenti di critica sociale e politica, afferenti alle tendenze vicine alla cosiddetta “anti-psichiatria”, una struttura psichiatrica sperimentale che restituisca i percorsi di cura individuali al campo sociale in cui prendono forma le singolarità dei pazienti, prefigurando così un possibile intervento reale nei gruppi e nelle istituzioni.
Deleuze evidenzia come Guattari cerchi di trovare una soluzione al problema del “desiderio” e della “soggettività inconscia”, immersi in un contesto collettivo; si domanda se il gruppo possa riuscire a portare il proprio desiderio mettendolo in connessione con quello di altri gruppi, così da evitare effetti di repressione e strutture di assoggettamento.
Deve entrare qui in gioco un altro concetto fondamentale, quello di trasversalità, che indica, agli occhi di Guattari, una maniera di relazione che si pone come superamento delle logiche gerarchiche e a struttura piramidale che seguono l’asse della verticalità e come superamento delle “situazioni di fatto”, spesso senza via di uscita, a vantaggio di una pratica terapeutica fondata sull’orizzontalità.
Un ulteriore aspetto introdotto dal filosofo riguarda il ruolo che le istituzioni politiche, educative, sociali e psichiatriche hanno; esse infatti non devono più essere motivo di repressione, bisogna che avvenga un processo trasformativo che permetta di procedere secondo nuove sperimentazioni. In questo senso, Guattari raggruppa molteplici saggi che affrontano tematiche differenti, benché legate da una trama teorica comune.
Il primo capitolo, intitolato Sui rapporti tra infermieri e medici, tratta le dinamiche di ruolo e di potere, così come le strutture gerarchiche presenti all’interno delle istituzioni mediche, specialmente tra infermieri e medici. I medici, argomenta Guattari, sono tradizionalmente visti come gli unici detentori del potere decisionale. Gli infermieri, al contrario, si ritrovano limitati nelle loro possibilità di azione, spesso limitate all’esecuzione degli ordini impartiti dal medico. Questa divisione del lavoro, scrive Guattari, segna un’impossibilità di cooperazione, limitando relazioni funzionali e autentiche; la comunicazione tra il personale risulta priva di un vero scambio. All’interno della clinica si creano allora vari livelli di alienazione: quello della malattia, quello del paziente, quello dell’infermiere; si ha poi l’alienazione del medico e, infine, l’alienazione complessiva dell’istituto rispetto allo Stato.
Il cambiamento deve essere radicale, argomenta lo psichiatra: bisogna infatti compiere un salto radicale dal modello di rapporto clinico soggetto-oggetto a una forma di rapporto esistenziale tra persona e persona, che permetta di intervenire nei processi di soggettivazione. La società del gruppo deve costituire così un preliminare assoluto a ogni forma di soggettività individuale e tale idea sottintende l’elaborazione di una teoria del significante nel campo sociale.
Il secondo capitolo, Monografia su R.A., racchiude un esempio pratico, esemplificativo dell’approccio innovativo che Guattari compie alla psichiatria. R.A. è un paziente affetto da disturbi psichiatrici e Guattari lo analizza non solo come individuo, ma come prodotto di dinamiche familiari e sociali, e gli chiede di trasferire le sue emozioni su un quaderno, in modo tale che arrivasse a una comprensione profonda del suo essere e della sua malattia.
A questo capitolo si collega il terzo, intitolato Lo S.C.A.J. signore-signori, dove Guattari presenta un esempio di come le istituzioni possano organizzare e canalizzare il desiderio, reprimendo così la creatività. Lo S.C.A.J. (Sotto-Commissione d’animazione della giornata) porta a una repressione di qualsiasi forma di espressione non conformata alle regole delle istituzioni, riflettendo le dinamiche di controllo e di potere della società contemporanea.
Il quarto capitolo, Introduzione alla psicoterapia istituzionale, segna un momento fondamentale di Psicoanalisi e trasversalità poiché Guattari vi presenta le basi del nuovo modello terapeutico in risposta ai limiti della psicoanalisi e della psichiatria tradizionali, che tendono a trattare il disagio provato dal paziente solo come un problema individuale, rafforzando così le relazioni di potere alienanti. La “psicoterapia istituzionale” evidenzia come non si possa pensare una cura psicoterapeutica senza tenere conto delle istituzioni. Diventa importante il ruolo dei gruppi che garantiscono sostegno.
Questo tema si connette al capitolo successivo che tratta la tematica del transfert, letta da Guattari sotto la lente del “transfert nel gruppo” e del transfert istituzionale. Nella psicoanalisi tradizionale il transfert era inteso come processo nel quale il paziente proiettava le proprie emozioni e i propri conflitti interni all’analista. Guattari sostiene che sia nella psicoanalisi di Freud, sia in quella di Lacan, ci sia una chiusura univoca verso una prospettiva individualista, e questo non permette di risolvere lo stato alienante in cui il paziente malato si ritrova.
Lo psicanalista quindi sostiene che il transfert non possa essere una relazione duale, ma al contrario deve essere inteso come collettivo, coinvolgendo dinamiche di gruppo e società; si possono creare dei gruppi terapeutici solo dove il transfert sia distribuito tra i membri del gruppo creando così relazioni reciproche.
Nel sesto capitolo Guattari amplia la riflessione sulla psicoterapia istituzionale applicandola al contesto specifico dell’ambiente studentesco. Le istituzioni universitarie sono viste come luoghi in cui è presente una dinamica di potere che causa alienazione. Servono spazi di riflessione critica e un coinvolgimento di tipo collettivo-partecipativo, dove gli studenti possono partecipare attivamente al proprio percorso formativo.
Il settimo capitolo, centrale per l’opera, sviluppa il concetto di trasversalità che promuove relazioni creative criticando le strutture di potere e rompendo la rigidità delle gerarchie istituzionali. Guattari conia il concetto di trasversalità nel gruppo, che si pone in opposizione sia a una verticalità, basata su una struttura piramidale e gerarchica, sia a una orizzontalità che identifica una parità solo apparente. Lo psicanalista introduce la distinzione centrale, su cui ritorna anche la riflessione filosofica e politica condotta con Gilles Deleuze negli anni Ottanta nella raccolta di saggi che segue l’Anti-Edipo, ossia Millepiani. Capitalismo e schizofrenia, tra gruppi soggetto e gruppi assoggettati: i primi stimolano l’autonomia dei membri e favoriscono la produzione di nuove possibilità di espressione basandosi sul desiderio collettivo, gli altri si ritrovano invece bloccati e dominati da gerarchie che non permettono lo sviluppo della comunicazione e l’autonomia. Le istituzioni tradizionali reprimono l’autonomia sia individuale che collettiva, rendendo così invisibili le connessioni trasversali. Lo psicanalista propone dunque un’immagine diversa delle istituzioni, che dovrebbero essere pensate come spazi aperti al dialogo che favoriscano la sperimentazione collettiva, senza che sia presente una determinazione gerarchica. Il desiderio, sostiene Guattari, non riguarda una dimensione strettamente privata e individuale, difatti esso risulta essere una potenza collettiva. Il desiderio, infine, non risulta mai politicamente neutro, poiché rimane sempre inscritto all’interno di una rete sociale.
Nel capitolo successivo, intitolato Riflessioni per dei filosofi a proposito della psicoterapia istituzionale, lo psicanalista compie una critica verso la filosofia tradizionale, poiché spesso si distacca dalla realtà concreta, rimanendo fossilizzata sui sistemi teorici. La ricerca filosofica deve quindi preoccuparsi di adottare la trasversalità come metodo.
Nove tesi dell’opposizione di sinistra vengono esposte nel nono capitolo, nel quale Guattari presenta un susseguirsi di riflessioni sociali e politiche legate al suo impegno politico e alla sua esperienza nell’ambito psichiatrico. Queste tesi affrontano ognuna un tema specifico, ed evidenziano l’interesse dello psicanalista verso il movimento operaio e nelle battaglie per una società più libera.
Nel decimo capitolo, intitolato Da un segno all’altro, Guattari propone una riflessione sui segni intesi come strumento di potere nella costruzione della realtà sociale. I segni infatti partecipano alla costruzione di realtà condivisa, e la trasformazione della società ha necessità di passare attraverso una ridefinizione dei segni che rompa i codici dominanti per creare nuove forme di soggettivazione. Guattari compie un’analisi del rapporto tra desiderio e segni, ed evidenzia come questi siano legati al processo desiderante tanto come strumento di repressione, quanto come mezzo di espressione. Si può parlare di una rivoluzione semiotica, in cui la significazione viene definita nuovamente per favorire una nuova forma di esistenza collettiva.
L’undicesimo capitolo, Il gruppo e la persona, analizza il rapporto dinamico tra l’individuo e il collettivo in cui esso è inserito. La soggettività rimane sempre co-determinata dai legami con il gruppo e tra individuo e gruppo permane una sorta di interdipendenza. Guattari schematizza una separazione tra gruppo-soggetto, che si propone di ricomprendere la propria legge interna e la propria azione sugli altri; e il gruppo-oggetto, che riceve le determinazioni dagli altri gruppi. Secondo il pensiero dello psicanalista, la creatività delle masse è sempre stata proiettata più in avanti rispetto al partito e ai sindacati; queste infatti hanno creato nuove forma di lotta e hanno organizzato comitati di sciopero inventando anche le occupazioni. I gruppi posseggono il potenziale di diventare agenti di cambiamento sociale, poiché possono opporsi alle strutture oppressive.
Nel dodicesimo capitolo, La causalità, la soggettività e la storia, Guattari compie una critica ai modelli deterministici della causalità, sviluppando una visione più ampia e non lineare, dimostrando che la soggettività e la storia si intrecciano soprattutto attraverso il desiderio e la trasversalità, che permette di vedere possibilità di cambiamento all’interno delle strutture storiche. La causalità è infatti un processo complesso, che viene influenzato da molteplici fattori che riguardano l’individuo, i gruppi e la storia.
Il tredicesimo capitolo, La controrivoluzione è una scienza che si impara, vede un’analisi del movimento del 22 marzo che viene considerato come simbolo esemplificativo di rivolta sociale e politica che racchiude in sé il potenziale del desiderio collettivo. Il movimento del 22 marzo risulta essere una vera e propria sfida contro gli strumenti di controllo delle istituzioni quali università e sistema economico; era richiesto un radicale cambiamento delle condizioni di vita e delle relazioni umane.
Un altro breve capitolo si concentra sulla tematica dell’autogestione: per Guattari non esiste una “filosofia generale” che possa renderla applicabile a qualsiasi situazione, e per questo motivo servirebbe chiarire i termini e i limiti delle forme di autogestione sociale e politica, pena il rischio di renderla confusionaria e poco efficace come strumento di liberazione individuale e collettivo. Un capitolo esemplificativo del tentativo da parte di Guattari di collegare la componente teorica con quella pratica è il quindicesimo, Stralci da discussioni: fine giugno 1968, che mantiene come focus la trasformazione sociale per la liberazione del desiderio e l’importanza del costruire movimenti collettivi che incidono sul sistema dominante. Nel maggio del 1968 la Francia si ritrovava infatti ancora scossa da scioperi e mobilitazioni studentesche. Emerge l’esigenza di una trasformazione, una necessità di modificare le istituzioni dall’interno, rompendo le dinamiche di dominio. Nel movimento del 22 marzo era avvenuto tale fenomeno di trasversalità: non si possono avere divisioni interne nei movimenti, perché questo fa sì che diminuisca la loro possibilità di vittoria sul piano politico. Successivamente, in Lo studente, il pazzo e il katanga, viene rappresentata la marginalizzazione che porta al conflitto sociale. Guattari prende in considerazione tre forme di soggettività per compiere un’indagine sulle dimensioni sociali, psichiche e politiche dei movimenti del ’68 che mostrarono una volontà profonda di messa in discussione delle istituzioni educative, ma non riuscirono a trasformare tale energia in un cambiamento sistemico; il “pazzo” non è solo una vittima della psichiatria e delle sue istituzioni, ma una figura che si distacca dalla normalizzazione sociale con la sua esistenza, evidenziando la sua esclusione nel sistema; i “katanga”, prototipi del militante rivoluzionario e del nuovo uomo della società socialista futura, sono altrettante forme di sclerotizzazione del conflitto sociale e politico.
Il capitolo Macchina e struttura sottolinea l’importanza di adottare un approccio aperto verso il cambiamento; si analizza il funzionamento delle istituzioni che Guattari vede come operanti in strutture chiuse, incapaci di adattarsi alle necessità dei loro membri; mentre il capitolo Riflessioni sull’insegnamento come inverso dell’analisi vede la necessità di pensare nuovamente l’insegnamento secondo modelli più partecipativi, l’attenzione è qui diretta all’emergenza del desiderio e della creatività, che ritorna nell’importante capitolo diciannovesimo, Guerriglia nella psichiatria, dedicato alla svolta in campo psichiatrico impressa da Franco Basaglia a partire dal 1961. Il movimento aperto dallo psichiatra italiano esigeva infatti l’apertura di tutti i reparti e l’intensificazione delle comunicazioni e delle assemblee generali fino a chiamare in causa un vero e proprio “rovesciamento istituzionale” nel campo della psichiatria. Guattari parla di U.T.B., ovvero “unità terapeutiche di base”, costituite come famiglie artificiali che consentano una migliore guarigione e presa in carico del paziente bisognoso di cure.
Nel capitolo ventuno si parla del “Gruppo giovani” dell’Hispano che “hanno rappresentato un tentativo eccezionale per la sua riuscita, di radicare nell’ambiente operaio un modo di vita militante, in rottura marcata e cosciente con le pratiche staliniste e socialdemocratiche nell’azione detta di massa” (p. 315). Il ventiduesimo afferma che il maoismo neo-stalinista segna l’ultimo baluardo di una immagine della persona inserita nel movimento operaio che si ritrova a sottostare agli imperativi della buona condotta. Quello che le masse rivoluzionarie vogliono riguarda la caduta dei rapporti di produzione e della loro alienazione immaginaria, ma, prosegue Guattari nell’ultimo capitolo, Siamo tutti dei gruppuscoli, il movimento rivoluzionario deve costruirsi una forma di soggettività altra, che metta in crisi e ripensi in profondità le forme di alienazione e di dominio che dal campo familiare e privato si riflettono nella sfera pubblica e politica.
Servono insomma degli “agenti collettivi d’enunciazione”, di cui Psicoanalisi e trasversalità risulta la chiave espressiva: inscritta nella temperie delle battaglie culturali, politiche e filosofiche che hanno mutato in profondità la mentalità collettiva e le istituzioni a seguito dei grandi movimenti di “soggettivazione” politica a cavallo tra gli anni ’60 e ‘70 del secolo scorso, questa raccolta di saggi e interventi militanti presenta una di rottura radicale con paradigmi consolidati della critica politica proponendo una psicoanalisi integrata al tessuto sociale. L’opera, insieme ai testi che accompagnano la biografia dello psichiatra e filosofo, culminante alla metà degli anni ’90 nel suo impegno per l’ecologia come l’altra faccia di una concezione sistemica e molteplice della realtà tecnica e naturale – “caosmosi”, parafrasando il titolo dell’ultimo, densissimo contributo del filosofo – permette di comprendere l’evoluzione di uno dei pensieri critici più radicali del Novecento.
Sarah Calderoni (2002), è studentessa magistrale in Scienze Filosofiche presso l’Università di Bologna. Ha conseguito la laurea triennale in Filosofia presso lo stesso ateneo con una tesi in Storia della Filosofia intitolata Causa sui e Autopoiesi. Da Spinoza a Maturana e Varela sul rapporto mente e corpo. I suoi interessi principali vertono sulla Storia della Filosofia Moderna, Contemporanea, e la sociologia.