Galli, "Tecnica"

Recensione di Marco Iuliano

Tecnica di Carlo Galli è un testo che si situa in una posizione mediana rispetto alle tendenze tecnofobe e tecnofile odierne e che ha un immediato pregio: quello di introdurre nella filosofia un ragionamento sulla Tecnica che non sia soltanto metafisico ma anche antropologico e politico. Dinnanzi alla questione della tecnica si manifestano due tipologie di atteggiamenti: uno totalmente orientato ai pericoli che essa può provocare, dalle argomentazioni più lucide come quelle di Mazzarella che propone, contro l’ipotesi del Metaverso, l’interruzione della sperimentazione (Contro Metaverso, 2022), fino alle distopie più note e diffuse circa il futuro automizzato delle società umane. Un altro orientato all’immaginare un futuro totalmente artificiale partendo dalla considerazione della tecnica come fine e punto di arrivo dell’umanità. A queste ultime appartengono per certi versi le ideologie transumaniste (spesso fraintese o sovrainterpretate) nonché le teorie della singolarità che prevedono un vero e proprio salto di specie dell’umanità attraverso l’ibridazione. Galli espone un’evidenza che trova molto spazio nell’ambito delle STS ma poco nel dibattito pubblico ossia che intorno alla tecnica sopravviva un certo istinto di arbitrarietà, una volontà di potenza. Una tesi che già dall’inizio va in contrasto con l’ormai classica interpretazione heideggeriana della tecnica. Galli infatti ridimensiona la valenza simbolica attribuita alla tecnica affermando che «non vi è cura per la tecnica in quanto questa non è una malattia ma è il “fare produttivo” rivolto a un’utilità concreta, pratica» (Galli, Tecnica, 2025, p.10). Dunque «il kratos non è della tecnica ma di chi la produce e la impiega» (Galli, 2025, p. 11). Heidegger nella sua nota conferenza del ’53 aveva tentato di dimostrare come il problema della tecnica fosse nella sua essenza. La critica alla modernità tecnica, uno dei temi classici della rivoluzione conservatrice della Germania di Weimar, trova in Heidegger un importante alleato. Nei riguardi della Tecnica Heidegger utilizza lo stesso procedimento utilizzata anche nei confronti dell’analisi dell’ebreo (Di Cesare, Heidegger e gli ebrei, 2014) si chiede cosa essa sia, cioè la estrapola dalle sue caratteristiche contingenti per elevarla a essenza. Secondo Galli è «una posizione, quella di Heidegger, che rifiuta le contrapposizioni tra Kultur e Zivilisation, fra soggetto e oggetto, fra Uomo e artificio» (Galli, 2025, p.101). Ma è possibile invece concepire l’interpretazione della tecnica heideggeriana come portato del romanticismo e proprio della Kultur. Con questa la premessa di Galli si rischia di scagionare il pensatore dall’implicazione politica che Heidegger ha avuto durante il regime nazista oltre che smentire uno dei punti fondanti del testo, e cioè, che la tecnica ha sempre una scaturigine politica. Per Lacoue-Labarte il pensiero politico di Heidegger ha obiettivi programmatici simili a quelli del romanticismo se per romanticismo, sulla scorta di Benjamin, si intende l’ultimo momento rivoluzionario della modernità interessato alla salvaguardia della tradizione (La Germania segreta di Heidegger, 2001, p. 14). Se l’ethos della modernità consiste nell’estromissione del radicamento e della possibilità di esperire il fondamento (Losurdo, La comunità, la morte, l’Occidente, 1991, p. 197) compito essenziale dell’anarca-pensatore è quello di accedere in maniera diretta all’origine della propria tradizione geografico-filosofica. Infatti sembra che Heidegger voglia dire che chi si oppone eroicamente alla completa oggettivizzazione (informatizzazione, nozionismo) del mondo è libero. La ricerca della poesia per il filosofo tedesco è un modo per sfuggire alla metafisica occidentale che ha come destino la tékhne (evidente nelle contrapposizioni tra scienza e meditazione/heimat e planetarismo) per potersi riappropriare del pensiero puro. La tecnica infatti, che sia il linguaggio o la tecnologia, porta in grembo il suo stesso compimento, ossia, la filosofia dell’ente. Infatti per Heidegger il pensiero occidentale, tenendo in considerazione il modo in cui si è articolato nel tempo, arriva al proprio compimento. Ma il destino fatale stesso della metafisica occidentale porta con sé anche la possibilità di riscoprire un pensiero di tipo differente (Heidegger, Filosofia e cibernetica, 1989, p. 30). Il dominio del mondo degli enti minaccia infatti la possibilità del disvelamento di una verità più originaria (Heidegger, Saggi e discorsi, 1976, p. 21). 

L’opera di Galli ha il merito di fornire più interrogativi che delucidazioni. Uno fra questi è infatti se la metafisica sia un modo di abitare il mondo o se in essa sia contenuta l’essenza della verità. La questione, per il filosofo, sta nel cercare di comprendere se la metafisica si ponga al di là della tecnica o se ne sia un potenziamento (Galli, 2025, p. 78). Per Heidegger la metafisica occidentale a partire da Platone è sempre tecnico e orientato da un kratos che pone al centro la questione della Verità in rapporto all’ente (Galli, 2025). Un altro interrogativo sollevato dal Galli è se la tecnica sia una componente metafisica dell’umano o se la metafisica stessa sia una tecnica. A tal proposito la posizione del filosofo, di sapore antropologico, è che il processo di ominazione sia stato garantito proprio dalla capacità dell’umano di estendersi. Tuttavia permane, in alcuni punti dell’argomentazione, lo spettro dell’animale mancante. È vero che intento di Galli è quello di criticare la posizione della Tecnica come Soggetto in generale e come Soggetto anche della storia. Ma altre discipline, si pensi all’antropologia con la sua svolta ontologica, e le filosofie postumaniste, hanno tentato di reintegrare la tecnica affermando che postumana è la condizione ontologica. Galli sostiene che l’uomo è nato privo di istinto, con poche caratteristiche innate e che dunque la tecnica come esteriorizzazione sia uno strumento per la sua sopravvivenza (Galli, 2025, p.26). Al contrario, uno dei massimi studiosi del postumano, Roberto Marchesini, sostiene che l’umano, definito come un miracolo evolutivo dallo studioso, dovrebbe tenere maggiormente in considerazione la sua dotazione biologica proprio perché la sua condizione si accorda perfettamente al mondo in cui vive (Marchesini, Post-Human, 2002, p. 37). Un altro merito di questo testo è, come accennato, quello di togliere ogni pregiudizio in merito alla tecnica riportandola alla dimensione umana, cioè storica e politica. Galli dedica un capitolo alla storia della tecnica, dall’antichità al secondo novecento. Nel mondo antico (greco-romano) la civiltà non ha nella tecnica la sua componente principale. A fare da motore per essa sono altre virtù come la sapienza (Galli, 2025, p. 50). Nel medioevo «le tecniche, non ancora generate dalla scienza ma certo dall’esperienza» (Galli, 2025, p. 52) sono adoperate con più frequenza a causa del neonato accumulo di capitale, quindi dello sviluppo della proprietà. Proprietà che a partire dalla prima rivoluzione industriale porterà allo sviluppo della borghesia che farà della tecnica e della sua precisione uno strumento per accrescere il capitale. Col Rinascimento emerge quel Golem che contraddistingue le società contemporanee, ossia, la tecnoscienza, la scienza (di Bacone, Leonardo, Galileo) applicata alla tecnica. Tema ampiamente affrontato da Foucault secondo il quale l’ordine del discorso porta al disciplinamento dei corpi. Di odore foucaultiano è anche la differenza che Galli individua tra tecnica come "viver bene" e tecnica rivolta all’utile. Si pensi alla divisione che Foucault attua tra ars erotica e scientia sexualis (Foucault, La volontà di sapere, 1978) e al discorso sulle antropotecniche, da Hadot a Sloterdijk. Il motto della seconda rivoluzione industriale per Galli è “la tecnoscienza è il destino”. Da questo momento in poi il piano si inclina fino alla Seconda Guerra Mondiale, momento in cui si affaccia un’altra tecnica fondata sul silicio. 

Il terzo capitolo si occupa del rapporto tra tecnica e filosofia. Lo fa partendo dal frammento 59 di Eraclito che individua un’unica strada per il raggiungimento della verità. Difatti nella modernità «la coincidenza di verum e factum si affaccia all’orizzonte […] e in seguito come coincidenza di poiesis (tecnica) e verità (il pensiero politico della sovranità)» (Galli, 2025, p. 80). L’esempio lampante di questa dinamica è Hobbes che «fa coincidere la politica con la costruzione di un “automa”, di un orologio» (Galli, 2025, p. 81). Molto suggestivo è il pensiero leopardiano in merito all’automazione che Galli riporta. Leopardi «proprio alle macchine che hanno sostituito l’uomo nelle sue facoltà più alte […] affida, antifrasticamente, il compito di incarnare un’umanità rifatta e redenta» (Galli, 2025, p. 83). Macchine capaci anche della spiritualità. Galli, attraverso Leopardi, riporta un leitmotiv nella considerazione nei confronti degli automi digitali: che essi sono, cioè, la proiezione dei più grandi desideri umani. Il sogno di disincarnare l’esperienza identitaria, generare in laboratorio una mente umana o riportare la nostra in un altro supporto resterà, forse, tale. Probabilmente arriverà il momento in cui vedremo passeggiare nelle nostre città entità antropomorfiche alle quali daremo il buongiorno, con le quali empatizzeremo e alle quali ci affezioneremo. Tuttavia quel doppio, quello specchio, in tutta la sua possibile purezza, non farà altro che lasciarci i segni di ciò che siamo noi, delle opportunità̀ che abbiamo perso. Giocando d’azzardo con la tecnica scommettiamo la nostra possibilità̀ di comprenderci e accettarci come specie. 

Diverse pagine sono dedicate ai filosofi della tecnica, da Jünger alla Scuola di Francoforte. Galli parla di Schmitt e della contrapposizione tra nomos del mare e politica della tecnica. La seconda, per Schmitt, incarna pienamente l’ideologia liberale e suggerisce, in antitesi, una politica della nave. Motivo che verrà ripreso da Jünger ne Il trattato del ribelle. L’opera prodotta da Ernst Jünger a pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale è il risultato estremo del processo di ritorno alla natura iniziato nel romanticismo. Il filosofo infatti sostiene che è necessario scegliere tra due opzioni: o intraprendere la via dell’anarca che si perde nel bosco e rifiuta il parlamentarismo e le elezioni, o imbarcarsi in una delle tante concezioni metafisiche dell’esistenza. Jünger non aderirà al nazismo ma tuttavia appartenne al movimento della «rivoluzione conservatrice» iniziato al termine della prima guerra mondiale durante l’esperienza di Weimar. Quello che Galli nota, partendo dalle opere di Jünger (tecnica come «nuova forma dell’essere»), è che nel ‘900 «il lavoro […] non è praxis […] è “lavoro totale”» (Galli, 2025, p. 97):

 

l’intero hegelo-marxiano è divenuto la Totalità: al pensiero dialettico, che procede attraverso la negazione determinata, si sostituisce lo «sguardo          stereoscopico», capace di abbracciare il Tutto da ogni lato (Galli, 2025, p. 97). 

 

Come sostiene Lacoue-Labarthe anche per Heidegger si è giunti al punto in cui «la tecnica è la verità del lavoro» (La Germania segreta di Heidegger, 2001, p. 13). Questa concezione, che trova già un’origine nelle analisi del rapporto tra natura e lavoro per Aristotele e Marx ben descritte da Hannah Arendt (Arendt, Marx, 2016), combacia con quanto Heidegger dirà nel discorso inaugurale per il Rettorato all’università di Friburgo dove inviterà il Völk a riappropriarsi di un concetto di lavoro differente. Da qui si nota l’ambiguità (forse responsabile) di Heidegger: da un lato uomo romantico vicino alla tecnofobia dall’altro snodo fondamentale del modo di pensare l’apparato (Gestell). 

L’ultimo capitolo è dedicato all’Intelligenza artificiale. Galli riporta lo stato dell’arte ripercorrendo delle tappe del suo sviluppo a partire dalla macchina di Turing fino al termine coniato da Luciano Floridi onlife che porta alla mente l’esistenza dell’umano in un nuovo spazio-tempo, il cyberspazio appunto. Galli coglie uno dei punti fondamentali della rivoluzione digitale e della differenza tra umano e macchina: la seconda propone un’intelligenza basata sulla ratio mentre la prima è composta da una pluralità di alternative e possibilità. Ancora una volta il corpo riprende la sua centralità. Méchane, ricorda Galli, significa “inganno”. Il concetto di Differenza è ancora utile a schiarirci le idee. 

 

BIBLIOGRAFIA

D. Losurdo, La comunità, la morte, l’Occidente. Heidegger e l’«ideologia della guerra», Bollati Boringhieri editore, Torino 1991

M. Heidegger, Zur Frage nach der Bestimmung der Sache des Denkens, Erker-Verlag, St. Gallen 1984, (tr. it. di A. Fabris,  Filosofia e cibernetica, ETS, Pisa 1989)

M. Heidegger, Vorträge und Aufsätze, Verlag Günther Neske Pfullingen, 1957, (tr. it. di G. Vattimo, Saggi e discorsi, Ugo Mursia Editore, Milano 1976

F. Fistetti (a cura di), La Germania segreta di Heidegger, edizioni Dedalo, Bari 2001

D. Di Cesare, Heidegger e gli ebrei. I «Quaderni neri», Bollati Boringhieri editore, Torino 2014

R. Marchesini, Post-human, Bollati Boringhieri, Torino 2002

E. Mazzarella, Contro metaverso. Salvare la presenza, Mimesis, Milano-Udine 2022

Marco Iuliano, 29 anni. Ho vissuto tra Calabria e Sicilia. Da Settembre 2024 mi trovo a Bologna per conseguire la Laurea Magistrale in Scienze Filosofiche. Dopo la maturità classica ho conseguito la Laurea in Filosofia all’Università di Catania (2024) con una tesi a metà tra antropologia e filosofia sulla questione dell’"ontological turn". Ho fatto parte del Direttivo dell’Associazione Studenti di Filosofia Unict (ASFU) dal 2021 al 2024. Ho pubblicato articoli per riviste come "Il pensiero storico", "Vita Pensata", "ilPequod". I miei interessi di ricerca vertono principalmente su questioni come Tecnica, Metafisica, Potere, filosofia politica, Postumanesimo, pensiero della Differenza, storia dei paradigmi scientifici, storia della cultura tedesca, Paganesimo.