Recensione di Diego Donna
La monografia di Riccardo Campi, La saggezza del filosofo ignorante. Voltaire e la filosofia, rappresenta un contributo di alto valore storico-filosofico e storiografico nell’ambito degli studi voltairiani. Campi esplora non solo alcuni snodi essenziali della produzione storica, letteraria e politica di Voltaire offrendone un’attenta disamina dello stile, dei registri di scrittura e dei bersagli polemici, ma assume l’interesse di Voltaire per la ricerca storica e il suo metodo storiografico come cartina di tornasole del più generale progetto di riforma politica e culturale dell’Illuminismo. Uno dei meriti più importanti di questo studio è valutare infatti la peculiare “filosofia della storia” che emerge dal metodo storiografico voltairiano, con particolare riferimento al dibattito che la razionalità settecentesca consegna ai secoli successivi sulla plausibilità di un’idea di razionalità del decorso storico.
Punto di forza della postura intellettuale di Voltaire è la “saggezza del filosofo ignorante”, figura apparentemente ossimorica che Campi utilizza come il filo di Arianna per guidare il lettore nell’oceanica produzione letteraria, filosofica e politica del filosofo, di cui ricostruisce le forme e gli stili di scrittura in alcune delle opere più diffuse nel suo tempo e ancora oggi tra le più lette come le Lettres philosophiques e Candide. Il “filosofo ignorante” è non solo la figura che interroga le certezze della propria epoca investendo la filosofia di un nuovo ruolo critico e trasformativo della società, ma è il grimaldello di una concezione non sistematica della filosofia stessa, che sfida i sistemi metafisici della tradizione e inaugura nuove forme di scrittura e trasmissione del pensiero filosofico. Quella di Voltaire è del resto un’epoca impegnata a ridisegnare lo statuto del filosofare partendo dall’analisi critica della sua storia, foriera della nascita della “storia della filosofia” come genere disciplinare. Ne è un esempio Brucker, che definisce tale comprensione della filosofia “storia critica della filosofia”, da cui il titolo della sua opera maggiore – Historia critica philosophiae – nel momento in cui, tra la fine XVII secolo e l’inizio del XVIII, i “sistemi” filosofici perdono, sotto i colpi inflitti da Pascal, Bayle e Gassendi, il loro statuto di scienza perfetta per divenire sinonimi di ostacolo alla ricerca della verità. È in questo contesto che si inserisce la peculiare operazione teorica di Voltaire che risuona nell’Histoire critique de la philosophie di Deslandes, o nell’articolo “Éclectisme” dell’Encyclopédie che Diderot consacra all’individuazione dello stile filosofico delle Lumières. Voltaire, ben prima di Rousseau, Diderot e d’Holbach introduce in Francia un pensiero anti-metafisico e deista, mutuato dalla tradizione britannica, che riformula il modo di intendere la funzione e lo scopo della filosofia. Come rileva Campi nel primo capitolo del volume, i numerosi tentativi degli interpreti di pervenire a una sintesi organica e sistematica del pensiero del filosofo si scontrano con opere così varie per genere, stile e destinazione, dalla scrittura privata alla scrittura letteraria, da quella polemica al saggio storico: “il saggio è, per sua natura, una forma aperta, che non vincola il pensiero al rigore formale della consequenzialità deduttiva. La scrittura saggistica procede per tentativi, saggiando la tenuta teorica di un’ipotesi, sviluppando una linea di indagine, i cui esiti non sono garantiti a priori” (p. 17). La libertà del filosofare è dunque espressiva di più generi e stili, dal racconto al romanzo, fino al trattato di metafisica, che sconvolgono i canoni retorico-letterari della tradizione classicista orientandosi a un pubblico nuovo, lo stesso che Descartes invocava nel Discours de la méthode contrapponendo alle “categorie dei filosofi” una philosophie pratique, incardinata al buon uso naturale dell’intelletto umano. La peculiarità dello sforzo ermeneutico di Campi consiste nel sottolineare come questo rinnovamento della pratica filosofica, dei suoi metodi e dei suoi oggetti risponda non solo a un impegno militante – Voltaire “agitatore di idee”, nella formula di Serini (p. 21) – ma si configuri dal punto di vista epistemologico come una rivoluzione di pensiero che rimanda a un “sistema aperto”, non vincolato alla logica deduttiva delle ragioni, ma che segue piuttosto le ramificazioni e le discontinuità del “temperamento filosofico”. Espressione paradigmatica delle tensioni culturali e ideologiche del suo tempo, come sottolinea Lucien Goldmann cui Campi si richiama, lo stile voltairiano si distacca deliberatamente da quello dottrinario e scolastico impartito nelle Università, combinando critica filosofica e sensibilità storica. Già Hegel, nelle sue lezioni di storia della filosofia dedicate al Settecento, coglieva la portata concettuale e il significato storico dell’esprit philosophique di cui le philosophe ignorant è l’emblema e il veicolo, poiché “non c’è verità al di fuori dell’autocoscienza” (p. 25). Se, tradizionalmente, è la “filosofia prima” la scienza che “prepara tutte le altre” come scienza generale dell’essere, quella di Voltaire è una metafisica nuova, estranea ai termini oscuri della scienza dell’essere aristotelico-scolastica; un sistema di conoscenze – les mêmes pour les Philosophes et pour le Peuple, continuerà d’Alembert nelle pagine inaugurali del Discours Préliminaire dell’Encyclopédie – che si appoggia sulla puntigliosa analisi critica dei sistemi “illegittimi” compiuta da Condillac. L’attacco ai sistemi metafisici di Voltaire è ben lungi, come sottolinea Campi (pp. 29-30), dall’avvicinarsi all’ideale kantiano del filosofo “legislatore dell’umana ragione”: effetti e fini sono per lui sempre empirici e pratici; la sua battaglia alla metafisica è piuttosto una questione di stile che infrange l’unilateralità di ogni sapere astratto rendendo “triviali” i “romanzi” metafisici e costringendo gli avversari a cambiare il piano della discussione (p. 36). L’ignoranza del filosofo non è dunque mancanza di conoscenza, ma il punto di partenza della ricerca di una verità aperta al dubbio, opposta tanto all’arroganza dogmatica quanto all’ottimismo metafisico dei sistemi astratti – celebre il caso di Leibniz – fondati sulla falsa metafisica cartesiana delle idee. “Con Voltaire – scrive Campi – la filosofia tornò, per un momento, a essere una forma di saggezza pratica, costitutivamente condizionata e intra-mondana” (p. 37). Campi interpreta così il paradosso di una filosofia che fa del riconoscimento dei limiti della conoscenza umana la base di un pensiero pragmatico, aperto e in situazione; un gesto filosofico, attraversato in fondo dallo “stesso stile, sempre uguale perché sempre diverso nella sua malleabilità e capacità di adeguarsi a temi e oggetti tra loro alquanto disparati” (p. 23).
Figura emblematica delle Lumières e “filosofo senza filosofia”, o di una filosofia irriducibile a sistema, Voltaire incarna le tensioni culturali, etiche e politiche di un’epoca alla ricerca della propria identità, come risulta dall’ampia e sottile disanima delle Lettres philosophiques e di Candide nel secondo e terzo capitolo del volume. Raccolta di riflessioni filosofiche e al tempo stesso atto di difesa dell’umanità contro le ingiustizie e la superstizione, le Lettres di Voltaire sono l’esempio della combinazione tra filosofia, critica sociale e impegno politico secondo una prosa che spazia dalla condanna delle oppressioni sociali e religiose alla difesa della libertà di pensiero, all’insegna di approccio razionale e profondamente umanistico. Acuto il confronto che Campi istituisce tra l’irriverente filosofo dei Lumi e Marx, ugualmente impegnato nella critica radicale alle strutture di potere, che coglierà sotto l’apparente “tolleranza” della Borsa di Londra, cuore pulsante del capitalismo, la realizzazione della nuova fungibilità universale, dominata dalle esigenze dello scambio e del profitto (p. 53). Eppure, se il “partito dell’umanità” ci obbliga a condannare ogni forma di violenza e di sopraffazione, non meno forte è il richiamo di Voltaire a quell’ideale di urbanitas, ossia l’arte di vivere con raffinatezza, equilibrio e saggezza nella società che si rifà a Orazio, in forte contrasto con la “sublime misantropia” di Pascal su cui ritorneranno Baudelaire e Flaubert con le loro analisi impietose della società borghese. Voltaire modello complesso e sfaccettato, dunque, la cui eredità si trasmette in chi continua a usare la scrittura per smascherare l’ipocrisia della società e le sue convenzioni, sfidando le strutture dominanti della propria epoca (p. 66).
Riccardo Campi dedica una riflessione significativa a Candide, parabola filosofica che sotto l’apparente fluidità narrativa e la trama avventurosa nasconde la celebre critica radicale all’ottimismo metafisico di Leibniz, all’ipocrisia religiosa e all’ingiustizia sociale. Filosofia e narrazione sono nuovamente al servizio della vita pratica di cui il viaggio è metafora come ricerca di senso e filosofia in azione, responsabilmente innervata nella realtà concreta dell’esperienza umana: “l’impareggiabile e innato talento affabulatorio di Voltaire ha dettato le regole all’arte della prosa e saputo combinare tutti i diversi elementi, trasformando la loro eterogeneità in una forma dotata di unità, in un concerto perfettamente armonizzato, nel quale – come voleva Hegel – contenuto e forma dell’arte si plasmano l’uno nell’altro […] La forma della scrittura che Candide incarna in quanto compiuta espressione dell’esprit di Voltaire conferma puntualmente la correttezza dell’affermazione secondo cui lo spirito di Voltaire è uno stile” (pp. 70-71). Contrasti di prospettive, movimenti geografici e culturali contribuiscono a moltiplicare i punti di vista e ad amplificare l’effetto ironico di una prosa che diviene, com’era già nel Dictionnaire di Bayle, agone filosofico e dispositivo di critica dei sistemi del sapere.
In questo quadro, gioca un ruolo essenziale lo statuto dell’aneddoto, che Riccardo Campi esplora non come elemento decorativo ma come figura “macro-strutturale” (il richiamo va alle riflessioni di Georges Molinié nel Dictionnaire de rhétorique), essenziale al progetto narrativo e filosofico di Voltaire. Campi interpreta l’aneddoto nella sua funzione centrale di organizzazione complessiva del discorso voltairiano di cui arricchisce il contenuto e determina il messaggio (pp. 95-96), ma ne ricostruisce anche la storia attraverso l’esame di quei materiali (motti celebri, brevi dialoghi, notizie curiose) che dalla retorica antica arrivano al Settecento consegnando alle opere letterarie, sia poetiche che storiche, uno stile contrario alla forma coerente e organica della poetica classica. Dispositivo filosofico che guida l’architettura dei testi offrendo un punto di partenza per riflessioni più ampie o diventando il fulcro attorno a cui ruota l’opera, l’aneddoto, nella sua apparente semplicità, è lo strumento primo della critica ai sistemi di pensiero che informa il discorso filosofico e narrativo, combinando riflessione critica e narrazione efficace. Lo statuto dell’aneddoto chiama in causa problemi metodologici di cui Voltaire, come sottolinea Campi, è ben consapevole: dettagli accessori e sovente imprecisi esigono di essere verificati, salvando la coerenza e l’unità della narrazione storica rispetto alle digressioni marginali; eppure, continua, ciò non impedisce a Voltaire, perfetto conoscitore degli oratori secenteschi, di cui aveva studiato le strategie retoriche e apprezzava il vigore dello stile, di attribuire all’aneddoto – una volta verificata la sua veridicità – un valore esemplare, “utile per i suoi scopi di storico engagé” (p. 89).
Di particolare pregio sono in questo senso gli ultimi capitoli del volume, dedicati alla riflessione storiografica di Voltaire come cartina di tornasole della sensibilità illuministica verso la storia. La riflessione critica si apre infatti a una nuova “filosofia della storia”, depurata dagli schemi provvidenzialistici della tradizione teologica. Nel capitolo L’invenzione della filosofia della storia. Osservazioni sul metodo storiografico di Voltaire, Riccardo Campi esamina il metodo storiografico di Voltaire confutando l’accusa che il suo approccio sia meramente “anti-storico”. La storia non è semplice cronaca di fatti, né rinvia alla Storia universale di Bossuet come esecuzione del piano divino e provvidenziale in cui ogni evento trova senso all’interno di un disegno superiore. Voltaire respinge ogni visione teleologica e teocentrica: prodotto delle azioni umane, spesso caratterizzate da ignoranza, fanatismo e violenza, la storia è nondimeno il teatro del secolo di Luigi XIV, da cui estrarre una filosofia critica che combina rigore intellettuale, impegno morale e utilità pratica per il presente. L’uso voltairiano della storia è profondamente legato al progetto illuminista di emancipazione e progresso, benché non ancora nella forma storicista di una rendicontazione sistematica e oggettiva dei fatti, ordinata da una ferrea legge del progresso. Mentre lo storicismo successivo, di marca comtiana, tenderà a leggere il decorso storico come sviluppo organico e necessario, Voltaire incardina la propria visione della storia nella contingenza delle azioni umane: spazio di critica e di libertà orientato da un approccio selettivo e finalizzato al presente, il metodo offerto da Voltaire racchiude in embrione l’intero progetto illuminista di un sapere critico rivolto all’attualità, che troverà risonanze significative fino al Novecento, ad esempio nelle osservazioni di Jean-Paul Sartre e Michel Foucault sull’eredità dell’Illuminismo. Sartre sottolinea l’emersione nel XVIII secolo di una nuova concezione del tempo storico che assume la forma di una risorsa da interrogare facendo del passato lo specchio critico del presente (p. 104). Foucault si concentra, a sua volta, sia nel corso intitolato Il faut défendre la société, sia negli ultimi interventi dedicati all’eredità dell’Aufklärung, sulla “polarizzazione verso il presente” tipica degli storici borghesi del XVIII secolo. In questa inclinazione è presente una precisa strategia politica: gli storici illuministi non si limitano a descrivere la realtà, ma partecipano attivamente alla costruzione di un discorso che legittima una nuova visione del mondo. Analogamente, in Voltaire, l’uso della storia destabilizza le narrazioni del passato e rilancia l’azione umana selezionando episodi, personaggi e momenti che servono a illuminare i problemi della contemporaneità: “la filosofia della storia consiste nell’indagare il passato per reperirvi le tracce di questo germinare della ragione” (p. 109) che Foucault trasfigurerà nella pratica genealogica appoggiandosi alle riflessioni di Nietzsche sull’uso della storia. Il presente cui Voltaire rivolge la propria attenzione è insomma il momento della critica e della riflessione: “qualcosa di più” rispetto alla semplice descrizione dei fatti e “qualcosa di meno” rispetto all’“ontologia dell’attualità” che Foucault assumerà come modalità di interrogazione e scoperta delle forze che strutturano l’adesso in cui siamo coinvolti. L’uso della storia da parte di Voltaire è in altri termini l’esempio paradigmatico della tensione tra sapere e potere in cui si riflette una modernità inquieta, divisa tra la dimensione emancipatoria dei Lumi e i suoi limiti intrinseci: non un’“architettonica della ragion pura”, com’è l’“arte del sistema kantiano”, ma rivendicazione del carattere apertamente selettivo del metodo storiografico: “ogni elemento del discorso storico voltairiano viene intenzionalmente scelto (scartato o conservato), in quanto coerente e funzionale al progetto filosofico che presiede al suo lavoro di storico” (p. 122). Momento denso di significato e di potenzialità critica, in cui passato e futuro si intrecciano come nel concetto di Jetztzeit (tempo-ora) di Walter Benjamin, l’attenzione al presente di Voltaire, lungi dall’essere anti-storica, prevede così un rapporto costruttivo e inventivo con la storia, in cui convergono memoria e trasformazione. La critica voltairiana del presente non è certo rivoluzionaria nel senso benjaminiano, come sottolinea Campi, ma profondamente emancipatoria; una forza vivente, pungente e razionale, che fa del passato un’eredità da considerare e riscrivere alla luce delle esigenze attuali (pp. 147-152).
Anche per questo il volume di Riccardo Campi esprime non solo il valore di una “cassetta per gli attrezzi” indispensabile agli studiosi del pensiero voltairiano, costruita a partire da una conoscenza esemplare delle fonti e del dibattito storiografico, ma rilancia la sfida dell’“intempestività” che rappresenta tutt’oggi l’atteggiamento storico-critico di Voltaire. Del resto, di un Voltaire travesti, adattato ai gusti della moda e celebrato dall’ideologia di turno, non sapremmo che farcene.
Diego Donna è Professore associato presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna dove si occupa di storia della filosofia moderna e contemporanea. Doctor Europaeus di ricerca (Università di Bologna/Utrecht) e ricercatore nel quadro del progetto Herméneutique des Lumières (FNS, Université de Genève/Bologna), è stato Visiting Scholar di numerosi centri di ricerca internazionali, fra cui IRPhiL, Université Lyon III, Birkbeck College of London, Princeton University, Utrecht University. Presso il Dipartimento di Filosofia (Unibo) è membro fondatore del Centro Internazionale di Studi Spinoziani “Sive Natura”, membro del Centro di ricerca Knowledge and Cognition e del gruppo di ricerca Filosofie in traduzione. È coordinatore del gruppo di ricerca Illuminismo. Storie e filosofie. Fra le sue pubblicazioni: I diagrammi della filosofia. Una storia eretica della filosofia contemporanea in Francia (Mucchi, 2024); Contre Spinoza. Critique, système et métamorphoses au siècle des Lumières (Georg, 2021), Dispersione, ordine, distanza. L’Illuminismo di Foucault, Luhmann, Blumenberg (Quodlibet, 2021).