A cura di Daria Pau
Iñigo González Ricoy è professore associato di filosofia politica e fellow ICREA Academia presso l’Università di Barcellona. È inoltre membro del “Barcelona Institute of Analytic Philosophy” e membro esterno del gruppo “Law & Philosophy” dell’Universitat Pompeu Fabra, nonché della Chaire Hoover d’éthique économique et sociale dell’Università di Lovanio, dove in passato ha svolto incarichi post-dottorato. È stato visiting fellow presso la “London School of Economics” e la Columbia University, oltre che presso le Università di Oxford, di Madrid e Francoforte. Durante il dottorato di ricerca, conseguito nel 2012 presso l’Università di Barcellona, è stato visiting student alla New York University, University College London e Università del Minho. La sua ricerca si concentra sulla teoria democratica, sulla teoria politica dell’impresa sulle teorie della giustizia intergenerazionale e del lavoro. Attualmente sta lavorando a due libri: una monografia sulle imprese autogestite, sotto contratto con Oxford University Press, e un volume curato collettivamente sul repubblicanesimo nel luogo di lavoro, sotto contratto con Routledge. È inoltre co-editore della rivista Law, Ethics & Philosophy.
Segnalibri Filosofici - Nel suo articolo [N. d. R.: Iñigo González-Ricoy, "Self-Employment and Independence", in Julian D. Jonker & Grant J. Rozeboom, Working as Equals: Relational Egalitarianism and the Workplace, New York: Oxford University Press (2023)] lei esamina e respinge la versione dell’argomento dell’indipendenza basata sul cosiddetto “potere bruto”, secondo cui essere sottoposti al potere di un capo sarebbe di per sé discutibile, indipendentemente da come tale potere venga controllato. Lei sostiene che questa visione è “poco discriminante” e produce “falsi positivi”, poiché porterebbe a contestare anche relazioni di dipendenza necessarie o benigne in altri ambiti (come la famiglia o lo Stato). Tuttavia, non esiste una critica intermedia tra questa posizione di tipo anarchico e quella repubblicana (centrata sull’arbitrio) che potrebbe essere rilevante? Mi riferisco a una critica che non contesta ogni forma di subordinazione, ma solo quella che si dà all’interno di strutture socio-economiche specifiche (come il capitalismo), che generano sistematicamente asimmetrie di potere e vulnerabilità. Dal punto di vista delle sue “Razones Publicas”, non dovrebbe essere valutata come potenzialmente problematica l’istituzione del lavoro salariato capitalistico, al di là della bontà o arbitrarietà dei singoli datori di lavoro?
Iñigo González Ricoy - Iniziamo definendo che cos’è il lavoro autonomo: si tratta di una forma di lavoro svolta in modo indipendente da un capo, con la possibilità di assumere propri dipendenti. Nei paesi OCSE il lavoro autonomo rappresenta circa il 12% della forza lavoro, con molte variazioni: in Italia, ad esempio, arriva al 20%.
Negli ultimi anni il lavoro autonomo è aumentato molto, ma in parte si tratta di un fenomeno “falso”, nel senso che molte persone formalmente autonome hanno in realtà un capo, come accade nel caso di Uber o Glovo. Poiché questo tipo di lavoro è in crescita, alcuni ritengono che debba essere promosso. In Spagna, il 38% delle persone dichiara che vorrebbe essere lavoratore autonomo. Da qui l’idea che i governi dovrebbero facilitare il lavoro autonomo invece del lavoro dipendente.
Qui entra in gioco l’idea di potere bruto: lavorare per qualcun altro sarebbe di per sé qualcosa di discutibile. Tuttavia, essere sottoposti a un potere non è necessariamente sempre discutibile; lo diventa quando si crea una situazione non solo non arbitraria, ma sfruttatrice, alienante o oppressiva. Se si è sottoposti all’autorità di un capo nel capitalismo, allora sì, questo è problematico. In questo senso, il lavoro salariato nel capitalismo è sempre discutibile.
Occorre però distinguere tra le diverse forme di subordinazione: ciò che conta davvero sono le condizioni in cui i lavoratori salariati operano. Se tali condizioni sono sfruttatrici, allora si può sostenere che una possibile soluzione sia promuovere il lavoro autonomo. Ma se il lavoro salariato è regolato correttamente, allora le ragioni per promuovere il lavoro autonomo risultano molto più deboli.
SF - L’oggetto della giustizia sono le grandi istituzioni che distribuiscono diritti e vantaggi della cooperazione. Nel suo articolo lei segnala un rischio del lavoro autonomo: le dipendenze alternative. Questo mi ha ricordato il concetto di effetto cobra, in cui un incentivo ben intenzionato produce risultati controproducenti. Non crede che, da questo punto di vista, promuovere il lavoro autonomo come soluzione alla dominazione nel lavoro possa essere un vero e proprio effetto cobra istituzionale? Non sarebbe più produttivo, per una teoria della giustizia, concentrarsi sul domare il potere all’interno dell’impresa tradizionale, invece di incoraggiare una soluzione che spesso precarizza e isola?
IGR - Bisogna distinguere tra diversi tipi di lavoratori autonomi. In molti casi ciò che accade è che i lavoratori hanno una visione piuttosto ingenua del lavoro autonomo. I lavoratori salariati pensano che il lavoro autonomo risolverà tutti i loro problemi: più denaro, flessibilità totale, autonomia per tutta la vita. In realtà non è così. Se ho un negozio, ad esempio, devo rispettare gli stessi orari degli altri negozi.
Esiste uno studio condotto in Finlandia che mostra come, alla fine, gli orari dei lavoratori dipendenti siano molto simili a quelli dei lavoratori autonomi. Inoltre, queste persone finiscono per avere altre forme di dipendenza, ad esempio dalla famiglia o dalle banche, dalle quali devono ottenere finanziamenti. Il lavoro autonomo produce quindi conseguenze indesiderate: buone intenzioni che si traducono in effetti molto negativi per gli stessi lavoratori.
SF - Uno degli strumenti che lei ha messo in evidenza per pensare l’imparzialità nella giustizia è l’idea di Rawls del velo di ignoranza. Se mettessimo delle persone dietro questo velo, senza che sappiano se saranno datori di lavoro o lavoratori, quali principi sceglierebbero per regolare il potere nel lavoro? Il suo articolo distingue tra il potere in quanto tale e il potere arbitrario. Da questa posizione di imparzialità, crede che sceglierebbero un principio volto a eliminare ogni subordinazione, oppure uno – come quello repubblicano – che mira solo a eliminare l’arbitrio? Perché?
IGR - Rawls ci dice che questi principi dovrebbero essere scelti in una situazione in cui le persone non sanno se saranno ricche o povere, sane o malate, religiose o atee. Sotto il velo di ignoranza non conoscono nemmeno le proprie convinzioni politiche, come essere capitalisti o repubblicani.
Alcuni potrebbero pensare che, in questa situazione, i lavoratori sceglierebbero di avere molte possibilità di essere autonomi. Tuttavia, c’è un dettaglio importante: le persone sotto il velo non conoscono le proprie circostanze individuali, ma conoscono i fatti di base sul funzionamento dell’economia in cui vivono. Se conoscessero anche la realtà concreta delle condizioni di lavoro, non è affatto certo che sceglierebbero il lavoro autonomo. In ogni caso, si tratta chiaramente di un esperimento mentale.
SF - Nella Sezione 2 del suo articolo lei analizza se una preferenza individuale marcata per l’indipendenza (evitare un capo a ogni costo) generi ragioni per cui la società debba promuovere il lavoro autonomo. Lei esamina e respinge due strade: la libertà occupazionale e i doveri di fair play legati alle esternalità positive. Questo mi sembra una critica molto forte a un approccio utilitarista alle preferenze. Dal suo punto di vista repubblicano e delle ragioni pubbliche, come si giustifica il fatto che lo Stato non debba sovvenzionare preferenze puramente soggettive per l’indipendenza, anche quando sono molto sentite? Non è questo un esempio di come una concezione pubblica della giustizia debba talvolta proteggere gli individui dalle proprie preferenze adattive, formate in contesti di disuguaglianza?
IGR - A volte i governi impediscono il lavoro autonomo, altre volte lo rendono molto difficile, altre ancora non lo promuovono, ad esempio offrendo crediti agevolati. Il principio fondamentale della libertà occupazionale è che le persone possano lavorare come dipendenti o come preferiscono: questo non è in discussione.
La questione è se i governi debbano promuovere il lavoro autonomo utilizzando risorse pubbliche che potrebbero essere destinate ad altro, come la sanità. È possibile che io abbia una forte preferenza per il lavoro autonomo, ma questo non implica automaticamente che lo Stato debba aiutarmi a realizzarla.
Per capire se questa preferenza debba essere soddisfatta, bisogna valutare come essa incida sul benessere generale della società. L’evidenza empirica mostra che i lavoratori autonomi sono mediamente meno produttivi e generano meno ricchezza. Ci sono certamente persone che trarrebbero beneficio dalla promozione del lavoro autonomo, ma queste preferenze devono essere bilanciate con l’insieme delle preferenze sociali.
I governi non hanno l’obbligo di promuovere il lavoro autonomo quando ciò implica l’uso di risorse pubbliche che potrebbero essere impiegate per altri fini, come la promozione delle cooperative.
SF - Uno dei suoi contributi più interessanti è l’analisi della dipendenza orizzontale. Lei sostiene che anche in mercati competitivi (dipendenza “anonima”) la concorrenza può trasformare il potere arbitrario verticale all’interno delle imprese in un potere arbitrario orizzontale sui lavoratori autonomi, costringendoli ad adottare orari e condizioni abusive. Questo sembra suggerire che il mercato stesso possa essere una fonte di dominazione, non solo le gerarchie. Non implica questo che qualsiasi progetto di emancipazione del lavoro debba andare oltre il semplice controllo dei capi e affrontare anche la struttura dei mercati e della concorrenza? Come si potrebbe fare senza sacrificare l’efficienza economica, che lei riconosce come un interesse legittimo dei lavoratori?
IGR - Ci sono due questioni distinte. La prima è che i mercati hanno la capacità di trasferire le forme di dominazione presenti nelle imprese tradizionali al contesto del lavoro autonomo. Per esempio, se dei supermercati autonomi iniziano ad aprire la domenica o 24 ore su 24, finiranno per espellere dal mercato gli altri.
Per evitare questo fenomeno, è necessaria una regolazione legale, ad esempio vietando l’apertura continua. In questo modo si proteggono i lavoratori delle franchigie.
La seconda questione riguarda il fatto che il mercato e la concorrenza possano generare strutturalmente forme di dominazione. Questa è un’idea controversa, che troviamo in Marx: nel capitalismo non solo i lavoratori sono dominati, ma anche i capitalisti stessi, che diventano strumenti della dinamica del capitale.
Si tratta però di due approcci diversi: il primo ritiene che la regolazione sia sufficiente a proteggere lavoratori dipendenti e autonomi; il secondo sostiene che la regolazione non sia sufficiente e che sia necessario un cambiamento del modo di produzione e del sistema economico.
SF - In conclusione, il suo articolo presenta un dilemma strategico per le politiche pubbliche: in contesti in cui il potere manageriale è poco controllato (ad esempio nelle economie in via di sviluppo), promuovere il lavoro autonomo può offrire una via d’uscita ai lavoratori e fare pressione sui datori di lavoro. Tuttavia, ciò indebolisce la base per costruire forti tutele del lavoro ed espone i lavoratori a dipendenze orizzontali. Nelle società con stati sociali robusti, le ragioni per promuovere il lavoro autonomo si indeboliscono. Alla luce di questa tensione, verso dove dovrebbero orientarsi le principali energie riformiste? Verso la generalizzazione di un lavoro salariato “dignificato” (con democrazia interna, sindacati forti, ecc.) o verso la costruzione di un lavoro autonomo protetto e collettivizzato (cooperative, economia sociale)? È possibile una terza via?
IGR - Penso che una terza via sia possibile, per una ragione semplice: le realtà economiche sono complesse e una stessa soluzione non può funzionare ovunque. È necessario adattarsi alle circostanze locali di ogni paese e di ogni settore.
In alcuni ambiti il lavoro autonomo funziona bene, ad esempio in professioni molto intensive come quella degli avvocati. Al contrario, un’impresa petrolifera o una compagnia aerea richiedono grandi capitali e funzionerebbero male se composte solo da lavoratori autonomi.
Queste imprese possono essere organizzate in molti modi: società per azioni, imprese familiari, società di lavoratori, cooperative. L’importante è analizzare le circostanze specifiche di ciascun contesto e individuare le strategie migliori per proteggere l’interesse dei lavoratori a non essere dominati dai propri capi.
La teorizzazione filosofica deve sempre tener conto dell’evidenza empirica e dei contesti economici concreti in cui i principi filosofici vengono applicati.
Mi chiamo Daria Pau e sono studentə del terzo anno del corso di Filosofia e Comunicazione presso l’Università di Bologna. Attualmente svolgo un periodo di Erasmus presso l’Universitat de Barcelona, con cui collaboro nell’ambito del mio percorso formativo.
Per il mio tirocinio sto realizzando una serie di interviste ai docenti, a partire dal professor Iñigo González Ricoy.