Intervista a Fernanda Gallo

A cura di Giovanni Bonacina

Fernanda Gallo è una storica dell’Italia moderna e del Mediterraneo, con un particolare interesse per gli scambi intellettuali transnazionali nell’area mediterranea e per le interconnessioni tra il pensiero politico dell’Europa settentrionale e meridionale nel lungo XIX secolo. Attualmente sta lavorando a un nuovo progetto sulle rivoluzioni nell’Europa meridionale tra gli anni Ottanta del Settecento e gli anni Sessanta dell’Ottocento (Italia, Grecia, Spagna e Portogallo), esplorando le connessioni tra costituzioni, liberalismo e dominazioni imperiali nella regione da una prospettiva di genere.
Ha studiato, svolto attività di ricerca e lavorato in Italia, Germania, Svizzera e Regno Unito. Dopo essersi laureata presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha trascorso periodi di ricerca presso le Università di Heidelberg e Tübingen e ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Lugano (Svizzera) nel 2015. Prima di entrare a far parte della Facoltà di Storia dell’Università di Cambridge nel 2019, ha lavorato presso la Queen Mary University of London e l’Università di Bath. La sua ricerca è stata sostenuta dal Fondo Nazionale Svizzero per la Ricerca Scientifica, dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e dalla Fondazione Baggiolini.
È coinvolta in diversi progetti di ricerca internazionali, tra cui “SPAZId’TALIA. “Material and immaterial spatiality of the Italian national construction from the Cisalpine Republic to the end of Fascism”, in collaborazione con l’École française de Rome (gennaio 2022 - dicembre 2026); il progetto SINERGIA “Milan and Ticino (1796–1848). Shaping spatiality of a European Capital”, finanziato dal Fondo Nazionale Svizzero per la Ricerca Scientifica (luglio 2018 - agosto 2022); e la Research Network for the History of the Idea of Europe. A Cambridge coordina il Mediterranean History Research Cluster e il Cambridge Italian Research Network (CIRN). È inoltre membro del consiglio direttivo dell’Institute for the Study of Ideas of Europe e membro fondatore della Society for Political Studies.

Segnalibri Filosofici - Perché l’hegelismo italiano ottocentesco è fiorito nell’Italia meridionale e in particolare a Napoli?

 

Fernanda Gallo - A Napoli, tra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, l’allentarsi della censura e la nascita di numerose accademie private e riviste favorirono una vivace circolazione culturale. In questo ambiente si assisteva a una rinnovata attenzione per il pensiero di Giambattista Vico (soprattutto in ambito storico-giuridico), a una forte influenza della filosofia eclettica di Victor Cousin e alla diffusione del kantismo, grazie all’opera di studiosi come Ottavio Colecchi e Pasquale Galluppi.

La combinazione di questi tre filoni – vichiano, kantiano e cousiniano – insieme alla rinascita delle istituzioni culturali nella capitale del Regno delle Due Sicilie, rese l’ambiente intellettuale napoletano particolarmente sensibile e ricettivo nei confronti dei temi della filosofia di Hegel.

 

SF - Chi sono i suoi esponenti più notevoli?

 

FG - Sebbene i nomi più celebri dell’hegelismo napoletano siano Bertrando Spaventa (1817-1883) e Francesco De Sanctis (1817-1883), il movimento annovera numerosi altri esponenti di rilievo che contribuirono alla diffusione e interpretazione del pensiero hegeliano in Italia. Tra questi si possono ricordare Marianna Florenzi Waddington (1802-1870), Stanislao Gatti (1820-1870), Stefano Cusani (1815-1846), Silvio Spaventa (1822-1893) e Augusto Vera (1813-1885).

 

SF - Quali sono i suoi tratti caratteristici rispetto al pensiero originario di Hegel?

 

FG - L’hegelismo italiano sviluppò una lettura critica e originale del pensiero di Hegel, differenziandosi da esso su vari punti fondamentali. Tra gli aspetti più rilevanti figurano l’interpretazione delle categorie iniziali della Logica, la riflessione sul ruolo del protestantesimo nella formazione della modernità, la concezione dello Stato, della monarchia e della pena di morte, nonché la rilettura del pensiero di Machiavelli e, più in generale, del Rinascimento all’interno della filosofia della storia.

 

SF - In quale rapporto gli hegeliani italiani del Risorgimento amavano situarsi rispetto all’età del Rinascimento e ai suoi filosofi?

 

FG - Gli hegeliani italiani del Risorgimento tendevano a considerare l’età del Rinascimento come un momento fondamentale della formazione dello spirito nazionale e della modernità, ma anche come un’epoca che doveva essere superata dialetticamente. Nel Rinascimento essi riconoscevano la prima affermazione dell’autonomia della ragione e dell’individuo, ma ancora priva di un principio etico e politico universale.

Seguendo la lettura hegeliana della storia come processo dello Spirito, gli intellettuali italiani – in particolare Bertrando Spaventa e Francesco De Sanctis – vedevano nei filosofi rinascimentali (da Machiavelli a Bruno, da Campanella a Vico) l’inizio di un cammino che avrebbe trovato compimento nella filosofia moderna tedesca, culminante in Hegel. Il Rinascimento, dunque, rappresentava per loro l’origine di una tradizione italiana di pensiero razionale e laico che il Risorgimento avrebbe dovuto riprendere e sviluppare, realizzandone finalmente le potenzialità politiche e morali. In questo senso, l’hegelismo italiano riscopriva il Rinascimento, e lo reinterpretava come una fase necessaria e preparatoria della coscienza moderna, di cui la filosofia hegeliana costituiva la piena realizzazione.

 

SF - Che cosa si intende per teoria della circolazione delle idee?

 

FG - La teoria della circolazione delle idee è un concetto elaborato da Bertrando Spaventa e rappresenta uno dei nuclei più originali dell’hegelismo italiano del Risorgimento. Secondo questa teoria, lo sviluppo della filosofia non procede in modo isolato all’interno delle singole nazioni, ma attraverso un continuo movimento di scambio e rielaborazione delle idee tra i diversi paesi europei.

Spaventa sosteneva che la filosofia italiana del Rinascimento, con pensatori come Bruno, Campanella e Vico, avesse dato origine ai principi della modernità, poi sviluppati e portati a piena

maturazione in Germania con Kant, Fichte, Schelling e Hegel. Con il ritorno in Italia del pensiero hegeliano, queste idee “circolavano” nuovamente verso la loro terra d’origine, completando un percorso storico e dialettico di andata e ritorno. In tal senso, la teoria della circolazione delle idee serviva anche a rivendicare il contributo dell’Italia alla costruzione della filosofia moderna e a inserire il pensiero nazionale all’interno della più ampia storia europea dello spirito.

 

SF - Stato etico: qual è il significato di questa formula? bisogna per forza pensare al fascismo?

 

FG - Nell’hegelismo italiano del Risorgimento, la formula “Stato etico” indicava non uno Stato autoritario, ma una comunità politica fondata su valori morali condivisi e sulla realizzazione della libertà razionale dei cittadini. Per i filosofi hegeliani italiani, come Bertrando Spaventa e Francesco De Sanctis, lo Stato era l’espressione più alta dell’eticità (Sittlichkeit), cioè della vita morale concreta in cui individuo e collettività trovano una sintesi armonica. Per questi autori, lo “Stato etico” non aveva nulla a che vedere con le interpretazioni totalitarie del Novecento: era invece concepito come uno Stato liberale, in cui le istituzioni politiche promuovono l’educazione civile, la libertà di pensiero e la partecipazione attiva dei cittadini alla vita pubblica.

Dunque, non bisogna affatto pensare al fascismo: l’uso che ne fece il pensiero politico del XX secolo fu una distorsione successiva. Nel contesto del Risorgimento, lo “Stato etico” significava piuttosto la sintesi tra libertà individuale e bene comune rappresentato in una istituzione collettiva basata sulla legge, in vista della costruzione di una nazione libera e moralmente consapevole.

 

SF - In che misura Croce, Gentile e Gramsci devono considerarsi gli eredi dell’hegelismo italiano ottocentesco?

 

FG - Benedetto Croce, Giovanni Gentile e Antonio Gramsci possono essere considerati, ciascuno a suo modo, gli eredi dell’hegelismo italiano ottocentesco, ma anche i suoi rielaboratori critici, grazie soprattutto alla mediazione filosofica di Antonio Labriola. Essi raccolgono l’eredità del pensiero della tradizione hegeliana napoletana, soprattutto per quanto riguarda l’idea che la filosofia debba esprimere la vita morale, storica e politica della nazione. Tutti e tre continuarono, in forme diverse, la missione dell’hegelismo risorgimentale: quella di un pensiero filosofico critico, radicato nella storia, nella moralità e nella costruzione della nazione, trasformandolo però secondo le esigenze culturali e politiche del Novecento.

 

SF - Fino a che punto questa tradizione è conosciuta e come viene giudicata oggi nel mondo culturale anglosassone?

 

FG - La tradizione dell’hegelismo italiano ottocentesco è poco conosciuta nel mondo culturale anglosassone, dove la storia della filosofia ottocentesca è stata per lungo tempo interpretata quasi esclusivamente in chiave tedesca, francese o britannica. Il contributo dei pensatori italiani del Risorgimento è stato spesso trascurato o ridotto a un fenomeno marginale, privo di autonomia rispetto all’hegelismo tedesco.

Negli ultimi anni, tuttavia, questa situazione sta cambiando grazie a studi più recenti su questi temi in lingue inglese, la tradizione hegeliana italiana viene oggi rivalutata come un momento originale di elaborazione filosofico-politica, capace di collegare idealismo, liberalismo e costruzione nazionale. Gli studiosi anglosassoni iniziano a riconoscere in essa un modello alternativo di ricezione di Hegel, più attento alla dimensione etica, storica e civile della filosofia, e fondamentale per comprendere la formazione del pensiero di Croce, Gentile e Gramsci. Particolarmente all’interno dell’approccio "contestualista" alla storia delle idee e delle dottrine politiche tipico della cosiddetta "Cambridge School" c’è una attenzione molto recente a questi temi. Possiamo dire che questa tradizione è ancora poco conosciuta ma in via di riscoperta, e viene oggi giudicata con crescente interesse come parte integrante della storia europea dell'idealismo. L'auspicio è che questo mio volume possa contribuire a tale riscoperta.

Giovanni Bonacina ha condotto i suoi studi all’Università Statale di Milano, dove si è laureato a pieni voti in filosofia sotto la guida di Livio Sichirollo; poi all’Università di Torino, dove ha conseguito il dottorato di ricerca sotto la guida di Luigi Marino. Dal 2023 è professore ordinario di storia della filosofia presso l’Università degli Studi di Bologna, dopo esserlo stato a lungo presso l’Università degli Studi di Urbino. I suoi interessi si rivolgono alla storia della filosofia moderna e contemporanea, alla filosofia della storia, alla teoria e storia della storiografia, alla storia della storiografia filosofica, alla storia della filosofia politica, alla storia delle religioni e dei viaggi di esplorazione. È membro della «Internationale Hegel Vereinigung», della «Società Filosofica Italiana», della «Società Italiana di Studi sul Secolo XVIII», del comitato direttivo della «Società Italiana di Storia della Filosofia». Fa parte del comitato direttivo del «Giornale Critico della Filosofia Italiana» e di quello di «Dianoia. Rivista di filosofia».