A cura di Daria Pau
Elena Laurenzi è una filosofa e docente specializzata in teoria femminista e nel pensiero di alcune grandi pensatrici del Novecento, come María Zambrano, Simone Weil e Iris Murdoch. Insegna alla Universitat de Barcelona e fa parte del centro di ricerca ADHUC. Ha pubblicato numerosi studi su Zambrano e ha curato diverse sue opere, tra cui il carteggio "Hasta pronto, pues, y hasta siempre" (2020).
L'intervista si riferisce al volume su Marìa Zambrano della collana Mujeres y pensamiento politico, scritto da Elena Laurenzi per la casa editrice spagnola Altamarea.
Segnalibri Filosofici - In più frammenti emerge con forza l’esperienza dell’esilio come qualcosa che Zambrano non subisce passivamente, ma che arriva a definire come «como mi patria» e come «una dimensión esencial de la vida humana». C’è però un paradosso molto interessante: da un lato lei afferma «amo mi exilio», dall’altro dice «yo querría que no volviese a haber exiliados», auspicando che tutti fossero «seres humanos y a la par cósmicos». Come si concilia questo amore per l’esilio con il desiderio che esso scompaia? E in che modo questa tensione può aiutarci a ripensare, oggi, non solo l’esilio politico in senso stretto, ma anche una certa condizione esistenziale di sradicamento che Zambrano sembra trasformare in una cifra ontologica dell’umano?
Elena Laurenzi - Come prima cosa, il paradosso; chiaramente l’esilio come esperienza storica e politica, come condanna, è qualcosa che appartiene a una storia che Zambrano definisce sacrificale. Una storia che in nome di ideali assoluti, di Idola, di tanti assoluti come religiosi, storicamente produce l’esilio, la cacciata. Questa dimensione è quella di cui si auspica il superamento, ed è interessante che dica non solo che tutti siamo liberi di pensare di essere, ma che ci pensiamo come esseri cosmici. L'esilio è uno strumento che passa come un ripensamento delle frontiere, per una comunità tanto umana come non umana, che comporti il pensarci «in comune». “Perché amo il mio esilio?”, proprio perché l’esperienza dell’esilio da questa possibilità di superare l’appartenenza, superare un ordine identitario storico, sociale e avvicinarci a questa distinzione dell’essere umano cosmico insieme. Questa è una condizione dell’esilio accettata da noi e da lei stessa, sul quale riflette molto, come i saggi “L’exiliado” incluso nei «beati». Un esilio eloquente, accettato, che non comporta il rifarsi una vita. L’esperienza a cui lei si riferisce è questa esperienza radicale, esilio accettato e vissuto fino in fondo. Come tutto questo ci aiuta a pensare lo sradicamento? L'esilio a cui Zambrano si riferisce non si può analizzare in questi termini di sradicamento, secondo me. Lo sradicamento è un’analisi più di Simone Weil, è questo pensarsi senza radici, è questa condizione dell’umanismo occidentale che sradica l’essere umano da questa sua dimensione cosmica universale e lo esalta come individuo. Questo produce i fenomeni di sradicamento, migrazione. La dimensione di Zambrano invece non esclude il radicamento ma lo fa scoprire. Però è un radicamento cosmico, non identitario.
Tutta questa riflessione ci fa riflettere sulla resistenza all’oppressione e può passare anche sull’esilio accettato, per quest’esilio che si risolve nel chiedere ragione, nel mettersi in una dialettica con il potere. Il punto è che ci sono forme di resistenza e rivoluzione che passano per delle scelte non eroiche. Se ripercorriamo le figure non eroiche l’esiliato appartiene a questa costellazione che passa per l’idiota, il pagliaccio, le donne umili, invisibili, tutte queste vite minuscole apparentemente senza valore, dove Zambrano ci invita a scoprire un orizzonte diverso.
SF - Leggiamo: «Ser hombre es ser persona, y persona es soledad. Una soledad en que cada hombre se mira y se ve; luego piensa». Ma poco dopo il testo aggiunge che le persone sono «seres singulares, irrepetibles» e allo stesso tempo «entidades abiertas, inéditas y en continuo desarrollo». In un altro frammento, la verità stessa ha bisogno di «un silencio donde pueda posarse» e di un «ser sediento y solitario». Mi colpisce come Zambrano non presenti la solitudine come un isolamento dal mondo, ma anzi come una condizione preliminare per pensare e per entrare in relazione con le cose e con gli altri. Lei, Elena Laurenzi, come interpreta questa solitudine feconda? E in che rapporto sta con la dimensione della «convivencia» che pure viene citata come lo spazio-tempo che «permite tener perspectiva de las cosas»? Non c’è il rischio che questa solitudine originaria renda poi difficile la costruzione di un autentico essere-con?
EL - Io obietterei che questa solitudine non è originaria, è una tua interpretazione. Per Maria Zambrano questa solitudine è qualcosa che va tenuto e difeso contro la pressione sociale. Questa solitudine, questa dimensione della sospensione dell’azione sociale, è un modo per entrare in una dimensione di autenticità, di non automatismo. Allora, nello stesso tempo va chiarito che non è la solitudine dove si trova l’autocoscienza. È dove si arriva alla piena coscienza e controllo di dove una è eccetera. In questo senso quello che noi troviamo è questa verità di un «ser sediento y un ser solitario». È una ricerca, un punto interrogativo quello della persona a cui Maria Zambrano ci chiede o ci invita a prestare attenzione per non rimanere personaggio, in un ruolo di maschera sociale e non vivere quello che Ortega chiamava la pura «alteración», cioè essere un dispositivo di risposte automatiche, un senso di esigenze alle alterazioni e richieste dell’ambiente.
SF - Uno dei frammenti più potenti è quello in cui Zambrano descrive la donna: «Solo en su dependencia del varón sin vida, cobraba ser y sentido; mas en cuanto asomaba en ella el cuarto del propio destino, podía convertida en un extraño ser sin sede posible». Subito dopo si accenna al fatto che l’esperienza femminile nella cultura non ha «dónde expresarse», diventando un «hueco al donde agrega el cuerpo». Mi sembra che qui Zambrano stia facendo qualcosa di più di una semplice denuncia della subalternità femminile: sta indicando una vera e propria dislocazione ontologica, un non-luogo che però diventa anche possibilità di un altro sapere. In un altro frammento si parla di come le cose appaiano come «cosas» solo se aspettiamo da loro una risposta, sovvertendo la tradizione filosofica. C’è un legame, secondo lei, tra questa critica della cosalizzazione operata dalla filosofia occidentale e la condizione della donna come «ser sin sede»? E in che modo il pensiero di Zambrano può essere letto come un tentativo di dare una lingua e una sede a ciò che è stato reso muto e senza luogo?
EL - È molto ben visto questo fatto che lei non pone la questione femminile nel senso per me “banale” del genere, ma mette al centro della riflessione questa mancanza di luogo, di sede, in termini anche aristotelici: luogo come spazio qualitativo dove poter sviluppare la propria potenza. Il suo modo di porre il problema è molto attuale. Come Carla Lonzi, qual è il luogo della donna in questo universo?, un ordine simbolico, non ha una propria dimensione perché non lo ha costruito. È anche un luogo fecondo, una posizione feconda per un diverso sapere, sì però se lo pensiamo come un non luogo. Perché un non luogo totale e assoluto rispetto alla cultura é niente. Non hai con che costruirlo questo diverso sapere. Lei invece da questa mancanza di luogo riconosciuto nella cultura, sposta lo sguardo a tutta un’eredità che ci viene da altri tipi di saperi. Questa ricerca di questi spazi apparentemente marginali dentro alla stessa tradizione Occidentale, questa ricerca agli sbandi della filosofia che sconfina con tradizioni spirituali mistiche ma non solo. Sono tutti modi per ripensare la cultura, dare spazio, dignità e significato al luogo e dare senso a ciò che non ha riconoscimento in questo alto sapere.
C’è un legame fra critica alla cosalizzazione. Lei critica nella cultura moderna questo ridurre le cose a esseri schiavi. Fissare le cose nella loro utilità per la vita umana. Le donne condividono questa dimensione della riduzione a cose? Si in parte. Anche lì, attenzione sennò scivoliamo nel discorso della oggettificazione della donna nell’immaginario culturale e filosofico, nonostante ci sia chiaramente. C’è un parallelismo, ma bisogna stare attenti perché le donne possono assumersi come soggetti di cultura e Maria Zambrano ha questa sfida. Effettivamente la sua è come una proposta poetica, «tentativo di dare lingua e sede a ciò che è stato reso muto e senza luogo». Lei ne parla molto, delle donne e mancanza di sé, «hacía falta la poesia, este lenguaje capaz de dar voz a las cosas esclavas y sacarla sede de su mutismo», perché la poesia ascolta, più che la filosofia che fa domande in cui è già predisposta la risposta.
SF - Un frammento autobiografico mi ha colpito molto: Zambrano dice che le persone che l’amavano le chiedevano di scegliere tra «la literatura, la filosofía y la política», ma lei non poteva, perché «todavía más irrenunciable era la vida» e «el mundo». Non poteva «aislarse de lo que sucedía en el mundo» né considerarsi «aparte, desvinculada». Questa affermazione mi pare rivoluzionaria rispetto alla tradizione filosofica accademica, che spesso pretende confini netti. Nel libro lei, Elena Laurenzi, sottolinea che per Zambrano la filosofia era una vocazione, non una professione. Può aiutarci a capire meglio in che modo questa indecidibilità tra generi letterari e forme di pensiero diventi, per Zambrano, un vero e proprio metodo politico? E come si riflette, per esempio, nella sua scrittura frammentaria, aforistica, che non cede alla sistematicità della filosofia accademica?
EL - La citazione del frammento autobiografico si riferisce soprattutto alla sua esperienza politica. «Mi juventud era politica» diceva. Ma Lei dall’altra parte si pensava nella carriera accademica, a dare lezioni di filosofia, all’università. Quando le propongono un posto nell’assemblea costituente, lei ci pensa molto, questo durante la repubblica. Lei ci pensa ma poi decide che si dedica alla filosofia. La filosofia è da sempre la sua prospettiva, fin da piccola lei racconta. Dall’altra parte c’è questa discordanza rispetto alla filosofia egemonica, a questo modo di fare filosofia legittimato nella tradizione occidentale. Le due cose non sono identiche, una cosa è non riconoscersi come filosofa in senso stretto, perché si sente come riduttiva e quindi si cerca ai margini di questa tradizione. Questi generi letterari, questa filosofia è una specie di ascesi, è attitudine ascetica del sentirsi nella/dentro la vita, ma è una sfida che assume dentro la tradizione filosofica, anche se si schernisce nel dire “no, io non mi identifico come filosofa” ma di fatto il suo pensiero è in continuo dibattito e tensione con la tradizione filosofica.
Un’altra cosa è la filosofia come professione, questa è un’altra cosa e ha a che vedere con l’esilio: possiamo immaginare che se fosse rimasta a Madrid e non ci fosse stato esilio e guerra civile lei poteva diventare docente universitaria e magari avrebbe fatto un’altra filosofia, perché la sua viene proprio dall’esperienza dell’esilio. Già da Saber sobre el alma, tradizione filosofica non egemonica, una linea o costellazione di pensatori che la portano e la accompagnano in altri sentieri.
SF - In un frammento dedicato alla «mujer» si parla di un cambiamento epocale: la donna «camina en su evolución, apunta personalidad da la cara a la vida». E l’autrice commenta: «No se le escapa el carácter revolucionario de este cambio, que implica la auténtica revolución ontológica». In particolare, si evoca la reazione maschile di «asombro» di fronte a una donna che «no agote su existencia en la servidumbre», e si citano attiviste come Emmeline Pankhurst. Mi sembra che Zambrano stia suggerendo che il movimento femminile non sia solo una questione di diritti o di legislazione, ma qualcosa che tocca le radici stesse dell’essere, dell’ontologia. Può spiegarci meglio cosa intende Zambrano per «revolución ontológica» legata alla condizione femminile? E in che modo questa rivoluzione si differenzia (o si integra) con le altre rivoluzioni politiche del Novecento, che pure Zambrano ha vissuto intensamente, come la guerra civile spagnola e la lotta al franchismo?
EL - Hai risposto in parte alla domanda, È una rivoluzione ontologica, non è sociale o culturale, perché ha a che vedere con il cambiamento, con l’acquisizione di un luogo, ha a che vedere con il passaggio dallo status di oggetto a soggetto. Asombro dell’uomo, uomo che si sente interpellato; e sappiamo dall’esperienza del femminismo del ‘900, a posteriori ma anche da Zambrano, lei è avanguardista delle inquietudini del femminismo Radicale degli anni ‘70, che mette a tema che una volta conquistati tutti i diritti nell’era della cittadinanza compiuta, come direbbe Maria Luisa Boccia, in cui formalmente non c’è una sanzione di emarginazione e di esclusione, lì si presenta il problema: il problema è ontologico nel senso che nell’ordine simbolico, non è scontato questo passaggio da oggetto a soggetto. Questo è anche interessante, non basta che le donne prendano la parola. Possono parlare con la “lingua del padrone”. Per Zambrano il fatto é che ci sia un movimento emancipazionista, quello citato è un frammento vecchio, le donne avevano avuto possibilità di iscriversi all’università dieci anni prima, avevano diritto al voto, sente che il passaggio è molto radicale. Non è solo una questione formale di diritti o sociale, di acquisizione di lavoro, è una questione culturale in senso profondo, simbolica e ontologica.
In che modo questa rivoluzione si differenzia? Non è una risposta che ti posso dare a partire da Zambrano. Se vuoi ti rispondo con le parole di Francois volen: la rivoluzione femminista è l’unica rivoluzione del ‘900 che non ha fatto sangue e che si è realizzata. Una rivoluzione realizzata non risolve tutto, è appunto quella che cade poi nell’irrigidimento del sistema. Una politica autenticamente rivoluzionaria si ispira a questa caratteristica elastica della vita. Se pensiamo a quello che Zambrano definisce come politica rivoluzionaria, il femminismo è la rivoluzione per eccellenza ed è non conclusa come tutte le vere rivoluzioni.
Daria Pau è una studentə del terzo anno del corso di laurea in Filosofia presso l’Università di Bologna. Attualmente svolge un periodo di Erasmus presso l’Universitat de Barcelona.