A cura di Anna Viola
Claudio Paolucci è professore ordinario di Filosofia e Teoria dei Linguaggi presso il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna, dove insegna Semiotica e Filosofia del linguaggio. Presidente della Società Italiana di Filosofia del Linguaggio (SFL), è stato coordinatore del dottorato in Philosophy, Science, Cognition and Semiotics dell’Università di Bologna, è il coordinatore scientifico del Centro Internazionale di Studi Umanistici “Umberto Eco” e membro della giunta del dottorato di interesse nazionale “Immagine, Linguaggio, Figura. Forme e modi della mediazione”. Allievo di Umberto Eco, a cui ha dedicato una monografia, è studioso di Peirce e Hjelmslev, si occupa di semiotica generale, scienze cognitive, pragmatismo, teoria dell’interpretazione, intelligenza artificiale, filosofia e teoria dei linguaggi e semiotica del cinema e degli audiovisivi.
Il libro di Claudio Paolucci, Nati cyborg (Luca Sossella Editore, Roma 2025), si concentra sulla rivoluzione che l’intelligenza artificiale ha generato. La posizione dell’autore nel dibattito contemporaneo si qualifica per essere discontinuista, ritenendo che la svolta apportata dall’intelligenza artificiale sia qualcosa di eterogeneo rispetto alle precedenti tecnologie: l’IA generativa, infatti, ci mostra il nostro modo di pensare e di agire, al contrario delle precedenti. Questo libro vuole mostrare come da sempre l’essere umano deleghi all’esterno delle parti di sé attraverso utensili, scrittura e tecnologia, ma sia stato spesso anche ostile nei confronti di tutto ciò che costituisce una novità. Lo stesso Platone, nel Fedro, paventava che la scrittura potesse rivelarsi qualcosa di pericoloso per l’uomo, in quanto avrebbe potuto creare menti deboli e pigre e ridotto lo sviluppo della memoria, favorendo un apprendimento passivo attraverso dei testi “morti”, andando così a compromettere il dialogo e la ricerca della verità attraverso di esso. A parere di Paolucci, però, l’IA generativa non deve essere considerata estranea alla nostra esperienza e pertanto qualcosa da cui essere spaventati; infatti, proprio come grazie alla scrittura, attraverso l’IA generativa possiamo riconoscere noi stessi: in questo testo Paolucci vuole anzitutto sottolineare come, prima di ogni altra cosa, l’intelligenza artificiale parli di noi stessi.
Segnalibri Filosofici - Quando nel libro lei parla di “rivoluzione” non si riferisce a quella delle macchine bensì alla rivoluzione umana, in quanto lei stesso nel testo parla di come l’intelligenza artificiale generativa ci abbia maggiormente fatto riflettere sul funzionamento dell’intelligenza umana. Si potrebbe dire che questo libro ha forse l’intenzione di mostrare come l’IA generativa sia uno specchio della nostra intelligenza?
Claudio Paolucci - Da un lato sì, dall’altro io, da mediologo in tutte le cose che ho fatto nella mia vita, sono sempre stato convinto che le tecnologie abbiano un aspetto rivelatore di moltissime cose: rivelano le mediazioni e il nostro bisogno costitutivo di mediazioni. Le mediazioni sono spesso silenti e inconsce, ce ne accorgiamo soltanto quando non funzionano più: si pensi alle scarpe che sono una cosa che usiamo regolarmente e quasi non ce ne rendiamo conto, se non quando ci fanno male i piedi. Nel dibattito sull’intelligenza artificiale generativa mi colloco come un discontinuista, nel senso che credo che essa sia una svolta, sia radicalmente diversa rispetto all’intelligenza artificiale precedente, in quanto ci mostra tutta una serie di cose riguardo al nostro modo di funzionare e di pensare. La mia idea è da sempre che noi dobbiamo pensare dentro la relazione. Gli essere umani non sono in opposizione alle macchine, come spesso si tende a credere, ma devono essere pensate a partire dalle relazioni; per questo fin dal titolo il libro convoca la centralità della forma cyborg, la quale è una relazione, ove l’intelligenza artificiale generativa è un dispositivo cyborg complesso che è accoppiato con un ambiente strutturalmente umano. Questo ambiente strutturalmente umano poi è un ambiente con cui noi abbiamo nutrito la macchina, la quale è accoppiata con le migliori idee della nostra cultura; se cade questa componente umana, cade anche l’intelligenza artificiale generativa, che non è una macchina, ma appunto un dispositivo che si appoggia e che parassita la conoscenza umana per produrre nuovi enunciati; quindi pensare a partire dalla forma cyborg ci permette di non deresponsabilizzarci. Se però si prende una teoria che va molto per la maggiore come quella di Floridi, il quale pensa che esista una macchina capace di agire in modo efficace a intelligenza zero, emerge una narrazione completamente ansiogena oltre che problematica a livello filosofico. È ansiogena perché noi stiamo delegando alle macchine una grandissima quantità di cose e la loro dimensione sta intervenendo sempre di più dentro la nostra vita: sostenere che questa macchina agisca completamente in modo stupido, a intelligenza zero, ci porta a sostenere che serva una élite illuminata di filosofi eticisti dell’IA che se ne prendano cura. Invece l’idea a mio avviso più suggestiva è tutt’altra: se si pensa che la macchina non è una macchina, ma un cyborg la componente umana non perde di centralità e il funzionamento AI risulta tutt’altro che deresponsabilizzante; l’IA è una cosa che rimanda a ciascuno di noi singolarmente, a ciascun individuo, e non dobbiamo delegare l’IA a una élite di filosofi o di eticisti. Ad esempio, se uno studente si fa fare le tesine da ChatGPT, è chiaro che verranno peggio di come venivano prima; se invece usa ChatGPT per studiare, per fargli domande e per andare a fondo nei problemi il risultato è la possibilità di avere nelle proprie tasche un professore che ha molta più cultura di tutti noi professori messi insieme. Questa è una possibilità straordinaria, ove tuttavia deve risultare chiaro che ci sono degli usi corretti che potenziano le nostre capacità cognitive, e degli usi scorretti che, rimpiazzando il contribuendo umano, le depauperano. Io per questo sono sempre stato molto perplesso da tutte le narrazioni apocalittiche che sono repliche della vecchia idea platonica della scrittura, così che l’intelligenza artificiale sarebbe è una tecnologia esterna che si sostituirà a noi e ci renderà più stupidi perché non riusciremo più a ricordarci certe cose. Pensare che la scrittura ci abbia reso più stupidi, ad oggi fa quasi ridere, essendo stata una tecnologia che a un certo punto ci ha rivelato un determinato fondamento dell’essere umano e che noi abbiamo preso responsabilmente e individualmente: non a caso la scrittura viene insegnata a scuola ai nostri cuccioli fin dalla prima elementare e così facendo sono state potenziate anche le nostre capacità cognitive. L’IA deve essere trattata come la scrittura, noi dobbiamo prenderla e insegnarla a scuola dalla prima elementare, dobbiamo stare con l’intelligenza artificiale e non farci sostituire dall’intelligenza artificiale, solo questo potenzierà le nostre capacità cognitive come tutte le tecnologie hanno sempre fatto. Noi siamo la specie cyborg per eccellenza e da qui appunto l’idea che in qualche modo queste tecnologie riveleranno il modo in cui noi abbiamo pensato, non da ora in avanti, ma in realtà fin da sempre.
SF - Nei primi capitoli del libro si ripercorre anche il concetto di soggetto in semiotica e molto interessante è la questione legata alla creazione della soggettività nel neurosviluppo attraverso la capacità del “pretend play”, del “fare finta di…” che i bambini sviluppano. Ad oggi le macchine e l’IA generativa sono state dotate di questa capacità, lei stesso fa l’esempio di ChatGPT che produce una Bustina di Minerva come se fosse Umberto Eco. Dunque, dotare la macchina di questa capacità ci potrebbe far pensare che già nel neurosviluppo essa sia una forma originaria di esternalizzazione tecnica del senso, il quale vive fuori attraverso oggetti, gesti, regole e artefatti, come il gioco per il bambino?
CP - Allora su questo non connetterei il "pretend play" con l’esternalizzazione dei giochi, nel senso che semmai il "pretend play" è una re-interiorizzazione, è la capacità che noi abbiamo di giocare come se fossimo un altro, mentre l’esternalizzazione dei giochi è ciò che ci permette di acquisire questa capacità. Noi tendiamo a delegare le nostre capacità cognitive a oggetti esterni e a potenziarli in questo modo: io dico sempre che, per esempio, nessuno sa fare a mente la moltiplicazione “1250 x 720”, ma con carta e penna è facilissimo, infatti i bambini lo imparano velocemente. La cosa più significativa di questa comune esperienza è però che essa esemplifica il modo umano di pensare, che consiste nel delegare all’ambiente tutta una serie di attività che prima si svolgevano all’interno della nostra testa e del nostro corpo biologico. In tal senso si potrebbe fare anche l’esempio dei tassisti londinesi che avevano sviluppato un’ipertrofia dell’ippocampo a causa della grande quantità di indirizzi memorizzati, ma che è rientrata nel momento in cui hanno esternalizzato la capacità di guardare le strade attraverso l’uso del GPS: da sempre noi esternalizziamo cose che prima svolgevamo meno efficacemente nel nostro corpo biologico e nella nostra mente. Da questo punto di vista, quindi, l'intelligenza artificiale non è affatto una discontinuità, o, quanto meno, lo è solamente rispetto alla precedente intelligenza artificiale con il deep learning, il go e i transformer.
Il "pretend play" è quindi una skill che noi acquisiamo prima di acquisire la soggettività, la quale certamente dipende dal fatto che noi impariamo subito a fare esperienza con il mondo, non esperienza del mondo. In merito a questo, rimando al libro di Giovanni Matteucci sull’estetica della natura umana [N. d. R.: G. Matteucci, Estetica e natura umana. La mente estesa tra percezione, emozione ed espressione, Carrocci, Roma 2019] , ove questa idea della relazionalità viene giustamente presentata come costitutiva: non è un oggetto, ma è un ambiente con cui siamo accoppiati e che ci serve per trasformarci in soggetti cyborg, in una conoscenza che è appunto un accoppiamento strutturale con un ambiente che non è un oggetto, ma una componente cognitiva cui noi ci appoggiamo. Da questo punto di vista, la cosa straordinaria del "pretend play" è proprio la straordinaria capacità delle macchine di catturare uno stile senza passare da un’imitazione: questa è una cosa assolutamente straordinaria perché il "pretend play" non è imitare Batman, ma è giocare come se tu fossi Batman; quindi, è una specie di grande modulazione di un personaggio sociale e relazionale, è non l’imitazione, ma una soggettivazione di Batman. La cosa strana è che queste macchine sono in grado di riprendere i cliché e gli stereotipi umani, catturando ad esempio lo stile di Van Gogh, e li oggettivizzano, cioè li usano come matrice per generare nuovi enunciati “sullo stile di”. Allora ci si può chiedere che cos’è lo stile, la qual cosa, per me che sono un semiologo, è estremamente interessante: Gilles Deleuze e Michel Serres avevano molto lavorato su questa idea. Serres ha scritto un libro che si intitola Il mancino zoppo. Dal metodo non nasce niente, la cui idea è che lo stile sia un’anti-metodologia, perché il metodo è come una strada, che si può percorrere molte volte e che si può applicare a diversi cammini, ed è dunque il contrario della generatività, della novità e dell’invenzione. C'è anche l’idea che la creatività sia un attimo di metodologia e questo perché, semioticamente, è una forma dell’espressione che diventa un modo del contenuto, è una forma del significante che diventa un modo del significato; lo stile di Van Gogh, ad esempio, è una sua particolare forma dell’espressione che a un certo punto diventa un modo della cosa a cui noi attribuiamo il significato di Van Gogh. Questa idea è trasponibile e non è limitata a un enunciato o ad un’opera d'arte, ma è una specie di struttura che può essere usata per generare nuove cose. Allora che questa sia il marchio di fabbrica più riconosciuto e più usato dell’intelligenza artificiale generativa non è un caso: qui è lo stile che genera nuovi enunciati, non il metodo. Queste macchine hanno la capacità creativa che è anche nostra, ma al livello dell’intelligenza artificiale è una grandissima svolta tecnologica perché si ha a che fare con macchine che sono in grado di generare nuovi contenuti che non erano presenti nei dati su cui sono stati addestrati. Proprio questa è la straordinaria capacità dell’intelligenza artificiale generativa: essa si porta dietro i dati di addestramento, ma li usa per formulare nuovi enunciati. Questo è anche il motivo per cui Open AI ha rifiutato le violazioni di copyright di cui era stata accusata dal New York Times. Anche se i suoi dati sono stati impiegati per addestrare la macchina, dacché la macchina funziona essa riproduce solo il modello di apprendimento e non i contenuti, ed ecco perché l’accusa non può reggere. L’intelligenza artificiale generativa non è come Google, il quale ha una copia dei dati nel suo server da cui attinge per fornire le risposte alle nostre domande. L’intelligenza artificiale generativa funziona come l’essere umano, che ha una un’immagine più o meno vaga di un qualcosa che si definisce quando la riformula: conoscere non è rappresentare e riprodurre, ma è creare, presentare e produrre. Questa è l’idea che vi è alla base: come gli esseri umani, le macchine generano contenuti a partire da uno stile, non a partire da un metodo.
SF - La tesi che presenta nel libro della “nascita cyborg” implica una continuità tra pratiche culturali e tecnologie determinate storicamente. Come viene articolata questa continuità senza appiattire le differenze storiche tra regimi tecnici diversi, soprattutto tra tecniche analogiche e digitali?
CP - Su questo io credo che la domanda giusta sia chiedersi come mai noi siamo passati dall’essere una preda a diventare il più spietato predatore esistente su questo pianeta senza fare nulla al nostro corpo biologico. Noi sappiamo di avere gli stessi geni dal Pleistocene, epoca in cui eravamo predati; questo significa che senza modificare l’apparato genetico ci siamo trasformati nel più spietato predatore grazie al fatto di avere delegato all’ambiente molte delle nostre capacità cognitive, ovvero tutta una serie di compiti che svolgevamo meno efficacemente dentro la nostra testa. Ovviamente questo vuol dire che una specie di ingegneria dell’ambiente ha portato alla forma cyborg: in questo senso noi pensiamo un accoppiamento strutturale con degli oggetti, con degli artefatti culturali, con degli oggetti tecnologici sempre più potenti e il potenziamento tecnologico dell’ambiente diventa anche il potenziamento tecnologico delle nostre capacità cognitive proprio perché noi siamo un evento collettivo. Io ritengo che questa idea del pensiero critico e del pensare con la propria testa sia l’idea più sbagliata, perché il vero problema della società contemporanea è che noi pensiamo troppo con la nostra testa, ci formiamo delle idee e delle opinioni individuali su tutto. Ad oggi ci sono troppe persone che hanno opinioni su tutto, e infatti io stesso limito il mio opinare perché riconosco che la forza dell'essere umano è invece pensare con la testa degli altri, il pensiero collettivo. Non a caso noi siamo l’unica specie che mette i propri cuccioli in un’istituzione come la scuola o come l’università e insegna loro tutte le migliori idee che sono state pensate prima: questo è proprio ciò che intendo con cultura, questi sono gli artefatti culturali e le pratiche storiche di cui si parlava. Non è un caso che questa straordinaria intelligenza artificiale che abbiamo adesso, quella generativa, sia capace di fare compiti estremamente vicini a quelli umani proprio nel momento in cui noi l’abbiamo addestrata come addestriamo i nostri cuccioli: le abbiamo insegnato tutte le migliori idee che noi abbiamo pensato, come se l’avessimo mandata a scuola e all’università. Questa idea è connessa anche al digitale perché è la marca di riconoscimento dei computer: la macchina di Turing è stata la prima macchina progettata non per adempiere ad un compito specifico, come le macchine tradizionali, dove la macchina tessile compiva soltanto operazioni tessili, la locomotiva serviva solo per azioni di trasporto. Il computer è stata al contrario la prima macchina senza un compito speciale o specifico, progettata per svolgere qualsiasi compito se addestrata a farlo. Quindi la svolta di questa macchina sta proprio nell’addestramento, nel training, e nel momento in cui noi siamo riusciti ad addestrare una macchina siamo riusciti a costruire delle cose che pensavamo per tantissimi anni come proprie ed esclusive solo della nostra specie come il linguaggio e il pensiero. Adesso c'è questa battaglia di retroguardia per negare il pensiero e il linguaggio a queste macchine, ma l’unico motivo per cui si fa questa battaglia è perché provoca dei turbamenti. Dobbiamo renderci conto che la cosa con cui ci siamo autorappresentati e che abbiamo considerato per lungo tempo come esclusivamente nostra, ora può essere invece condivisa non solo con qualche animale, ma anche con una macchina.
SF - In chiusura del libro lei scrive “non è mai alle origini che qualcosa di nuovo può rivelare la propria essenza, ma esso può rivelare ciò che era già fin dalle origini soltanto a una svolta della propria evoluzione”. A primo acchito, Nati Cyborg sembra avere un approccio storico lineare che ripercorre le teorie in merito della soggettività dall’antico fino ai giorni nostri con l’IA, ma è chiaro alla fine della lettura che lei utilizza le tecnologie contemporanee e l’IA generativa come un punto di rivelazione retroattiva per comprendere l’intelligenza umana e svilupparne una riflessione a riguardo. Questo suo approccio metodologico che implicazioni potrebbe avere sulla teoria della soggettività?
CP - Al discorso della soggettività è legato il discorso dell'autocoscienza. Una cosa estremamente singolare che possiamo mettere in luce è che ChatGPT, che è la prima macchina che passa il Test di Turing, presenta una concezione searliana del pensiero e del linguaggio; infatti, essa risponde che non pensa perché non ha autocoscienza, non ha soggettività e quindi non ha comprensione. È come se connettesse il pensiero con la comprensione e con l’autocoscienza, ma è chiaro che tale risposta è indotta dall’addestramento, e non è in linea con il suo inventore Alan Turing, cui deve la propria stessa esistenza. Per Turing pensare, infatti, significa saper ingannare un essere umano nel gioco dell’imitazione, cosa che la macchina potrebbe benissimo fare. Se ChatGPT non ci inganna è perché è stata addestrata a non farlo e anche qui c’è, secondo me, la tendenza antropocentrica tipica del dibattito contemporaneo a porre il modo umano di fare le cose come parametro unico utile a sanzionare come non intelligente, non pensante e non parlante tutto quello che magari pensa e usa il linguaggio in un modo diverso dal nostro. Per quanto riguarda poi lo sviluppo storico della soggettività, io penso che la soggettività sia qualcosa che noi abbiamo sempre avuto molto chiaro, è quella cosa che Kant chiamava l'unità sintetica dell’appercezione, anche se non abbiamo sempre avuto idee comuni su quale fosse la sua origine. Nella tradizione semiotica Benveniste faceva emergere la soggettività dal linguaggio, ma ci sono state idee diverse e proprio nel mio testo, Persona, io sostengo fortemente l’idea che invece, da pragmatista quale sono, la soggettività sia legata all’azione efficace, sia connessa con la capacità di offrire al mondo un’immagine diversa con l’inganno. Il mio maestro Umberto Eco diceva, infatti, che la semiotica studia tutto ciò che può essere usato per mentire; quindi uno dei modi più efficaci di agire è quello di offrire un’immagine al mondo che non è necessariamente corrispondente a ciò che abbiamo davanti agli occhi. Ovviamente ci sono ci sono altre posizioni sostenibili, ma quello che è estremamente interessante è che noi abbiamo molto chiara la connessione tra la capacità di riflettere su noi stessi, che noi chiamiamo autocoscienza, e tutta una serie di altre facoltà.
Per ritornare alla sua domanda, non è casuale che questo libro sull’intelligenza artificiale generativa nasca dopo la pubblicazione del mio libro Persona, dove mi occupavo di una teoria del soggetto e del linguaggio nell’essere umano. Persona esce prima dell’IA generativa, ma appena l’IA generativa emerge, molte persone che lavoravano con me mi hanno detto che sembrava stessi descrivendo proprio quello che fa l’IA generativa. Proprio da lì mi è nata la voglia di scrivere questo libro e di mostrare la connessione tra temi umani e temi non umani. È centrale l’idea di voler partire dalla relazione, cioè dalla forma cyborg, tra esseri umani e macchine. Noi siamo cyborg complessi che delegano le proprie funzioni all’ambiente, le macchine sono parimenti cyborg assai complessi che occupano un ambiente costituito dalla cultura umana con cui sono accoppiati e che usano per produrre enunciati.
SF - Dunque, se oggi l’IA ci fa riflettere sull’intelligenza umana, cosa potrebbe essere ciò che, in un futuro, ci potrebbe far riflettere in modo retroattivo sullo sviluppo e la nascita dell’IA generativa?
CP - Secondo me già è successo, nel senso che proprio nel momento in cui l’IA va a toccare delle skills che da sempre noi pensiamo come esclusivamente nostre essa ci induce a riflettere sull’intelligenza artificiale stessa. Si tratta del discorso che facevamo prima sullo stile, ovvero la capacità di queste macchine di ricreare a partire da immagini vaghe, in cui risiede la loro straordinaria capacità molto umana di dover dare una risposta anche senza avere una copia esatta o una conoscenza perfetta dell’informazione. È in questo senso la capacità di andare oltre i dati di addestramento e credo che già queste capacità ci facciano riflettere sull’IA, tenendo comunque in considerazione che la tesi centrale del libro è che noi facciamo le stesse cose, ma le facciamo in modo diverso; quindi, non c’è la necessità di dover sanzionare la diversità come inferiore o stupida. Questo è secondo me il messaggio centrale del libro: stiamo già riflettendo moltissimo sull’intelligenza artificiale, la quale cambierà tutta le nostre vite, i nostri lavori, le nostre pratiche e le attività quotidiane. Nel libro mi occupo, per esempio, di come si danno i mutui, ma anche la scuola sarà radicalmente trasformata in pochi decenni, così come l’università. In qualche modo, sarà proprio la trasformazione delle nostre pratiche di tutti i giorni che ci farà riflettere e ci farà capire in che modo l’intelligenza artificiale generativa sia stata una svolta che noi non possiamo ricondurre a nessuna tecnologia, compresa l’intelligenza artificiale precedente. La svolta dell'intelligenza artificiale generativa non è la svolta del digitale, ma è qualcosa di altro: per la prima volta noi abbiamo macchine dotate di linguaggio capaci di passare il test di Turing, il che è un evento del tutto inedito nella storia dell’umanità.
Anna Viola è studentessa in Scienze Filosofiche presso l’Università di Bologna, dove nel 2025 si è laureata in Filosofia. I suoi interessi sono rivolti agli ambiti della storia della filosofia moderna e contemporanea, della filosofia della storia ed in particolare nei confronti delle riflessioni in merito allo stato e al soggetto della storia.