Intervista a Carlo Vercellone

A cura di Marco Iuliano

Carlo Vercellone è economista e professore emerito all’Università Paris 8-Vincennes-Saint-Denis e fa parte dell’unità di ricerca Centre d’études sur les médias, les technologies et l’internationalisation (CÉMTI) della stessa università. Si occupa, tra le tante cose, di capitalismo cognitivo, storia delle scienze e delle tecniche, capitalismo delle piattaforme, reddito di base. Ha lavorato a fianco di Antonio Negri, con il quale, non per ultimo, aveva un forte legame di amicizia e tiene conferenze e seminari sul tema dell’operaismo. Tra le sue pubblicazioni più recenti in italiano: "Il comune come modo di produzione", Ombre Corte, 2017 (in collaborazione con F. Brancaccio, A. Giuliani, P. Vattimo); (2020), «Conoscenza e rapporto capitale/lavoro : l’approccio marxista alla dinamica del capitalismo» in Lucarini F., Marramao G., Zanobetti S., "Karl Marx nel XXI secolo", Castelvecchi, Roma, pp.157-169; (2023) (in collaborazione con A. Di Stasio), «La nuova articolazione tra tempo di lavoro e tempo libero nel capitalismo cognitivo. Un approccio marxo-braudeliano», "Rivista critica del diritto privato", Volume: 41 - Fascicolo: 3, pp. 363-390; ( 2026) «Il Free Digital labor come lavoro produttivo e forma di sfruttamento nel capitalismo cognitivo e informazionale. Un’analisi neo-marxista» in (a cura di Raffaele Maria Campanile, Nicola Cirulli, Paolo Polizzi) "Dialettiche marxiane", Orthotes, Napoli, pp. 209-226.

Segnalibri filosofici - Salve professore, grazie per questa calorosa accoglienza. Paris 8 è stata, per alcuni intellettuali italiani, sia un rifugio che un luogo nel quale si sono sperimentate nuove, feconde, modalità di interpretare la macchina capitalistica ma non solo. Penso semplicemente a Marx oltre Marx di Negri, testo scritto proprio durante il periodo parigino, che ha segnato profondamente il dibattito sul post-fordismo. Che rapporto intercorre tra Parigi e la tradizione operaista italiana?

 

Carlo Vercellone - A questo proposito vorrei precisare due cose: la prima è chiaramente il ruolo centrale che ha avuto quest’università su diversi livelli. Paris 8 è nata come un’università sperimentale subito dopo il ’68. Quindi la sua sede è stata spostata da Vincennes a Saint-Denis e ha subito un processo di normalizzazione e di pauperizzazione che oggi procede a tappe forzate perché si trova nell’occhio del ciclone con la guerra in Palestina e l’accusa di essere un’università portatrice di un messaggio islamogauchiste.

In secondo luogo, per quanto riguarda la diaspora intellettuale italiana, effettivamente molti di noi si sono formati e hanno sviluppato delle iniziative a Parigi 8 su cui verrò in un secondo tempo.

Però quando tu mi parli di Negri vorrei precisare che all’inizio, quando Negri venne a Parigi, siamo alla fine degli anni ’70. Se mi ricordo bene deve essere nel 1977-78 quando tenne un corso sui Grundrisse di Marx all’Ecole normale supérieure, comunque prima del 7 Aprile. E venne poiché invitato da Althusser e dalla scuola del marxismo strutturalista che aveva scritto Lire le Capital e Pour Marx, per presentare i suoi lavori sui Grundrisse. E in effetti queste conferenze che Toni ha svolto al Seminario di Althusser e alle quali era presente la crema, si può dire, dell’intellettualità parigina di sinistra, sono state cruciali sia per la sua evoluzione che per quella dell’operaismo. Ed è in questo quadro che Toni sviluppa la sua interpretazione dei Grundrisse come apice del pensiero marxiano, la tematica del general intellect e la sua declinazione intorno al concetto di intellettualità di massa che poi ritroviamo anche al cuore della riflessione di Paolo Virno su cui torneremo. Le conferenze tenute da Negri in questo contesto permettono di comprendere meglio, in questa fase di cambiamento, l’originalità e la specificità del percorso dell’operaismo italiano rispetto ad altre correnti del marxismo in Europa ma anche a livello internazionale.

 

SF - Entrando nel merito, cosa hanno significato i Grundrisse per gli studiosi dell’operaismo e per la critica al capitalismo nelle sue forme attuali? Perché, in Capitalismo cognitivo, raccolta di saggi curato da lei ed edito in Italia per Manifestolibri, definisce la svolta post-fordista come un vero e proprio capovolgimento storico?

 

     Dall’althusserismo alla Scuola della regolazione 

CV - Partiamo dunque da questo primo punto che, per essere ben compreso, richiede di ricordare innanzitutto il ruolo dell’althusserismo e del marxismo strutturalista di Lire le Capital e Pour Marx. In effetti quando Negri sviluppa la sua interpretazione dei Grundrisse ha indirettamente come obiettivo anche di definire la particolarità dell’operaismo rispetto all’approccio althusseriano che afferma che il capitalismo è un processo senza soggetto. L’althusserismo  si è costruito intorno a una serie di tesi fondatrici ben precise che è utile ricordare per capire poi meglio come si situa l’approccio di Negri ma anche quello di altre scuole eterodosse che nasceranno negli anni 80 : mi riferisco alla Scuola della regolazione e, beninteso, anche agli sviluppi dell’operaismo in Francia, nella seconda fase, quella della vera e propria diaspora dell’esilio di numerosi italiani in Francia che daranno in seguito anche luogo allo sviluppo della tesi del capitalismo cognitivo.

Ma torniamo alle conferenze di Negri nella seconda metà degli anni 1970. Quindi la tesi fondatrice di Althusser può essere riassunta in tre punti principali: 1) con il Capitale Marx opererebbe il passaggio verso una vera teoria scientifica della società capitalista. In questo quadro, secondo Althusser, Marx si libera di tutte le scorie umaniste ed hegeliane che caratterizzavano gli scritti di giovinezza e fa compiere al marxismo il passaggio dalla filosofia alla scienza, dalla critica umanistica dell’economia politica ancora fondata su concetti come quelli di alienazione a una visione epurata in cui quanto conta è solo l’analisi strutturale delle logiche del sistema capitalistico; 2) Il capitalismo, o meglio, il modo di produzione capitalistico è compreso dunque come un insieme di logiche: l’accumulazione del Capitale che non è semplicemente un modo d’accumulare delle ricchezze, ma veramente un sistema che trova la sua sintesi nella formula generale del Capitale, Denaro-Merce-Denaro, che funziona per usare una metafora attuale, come l’algoritmo del sistema capitalistico.  Si tratta di una logica associata a un sistema organizzato in strutture. Queste strutture, o invarianti strutturali, sono fondamentalmente due: i rapporti mercantili e il rapporto salariale che ne assicurano, altro punto centrale, la riproduzione quasi in modo automatico; 3) il processo di riproduzione del Capitale è infatti considerato come un processo senza soggetto. In altri termini, nel marxismo strutturalista, i soggetti, gli attori che abitano le strutture del capitalismo ne sono un prodotto e non dispongono di alcun margine di autonomia, ivi compreso, se non in termini molto relativi, al livello della coscienza. In altri termini si tratta di quello che possiamo chiamare, dal punto di vista metodologico, un olismo strutturalista. In questo approccio, sono la logica e le strutture del Capitale che determinano precisamente la posizione, i comportamenti dei soggetti sociali e individuali all’interno del sistema capitalistico, che in questo modo ne assicurano quasi automaticamente la riproduzione all’identico. L’identico, vale a dire: gli invarianti strutturali che designano i rapporti sociali fondamentali che definiscono il modo di produzione capitalista.

 La critica di questi assunti alla base del concetto marxo-strutturalista di riproduzione avrà un’influenza determinante nello sviluppo di altre due eterodossie marxiste: la teoria della regolazione e l’approccio del capitalismo cognitivo su cui torneremo in seguito.

La Scuola della regolazione, fondata da autori come Michel Aglietta, Robert Boyer, Benjamin Coriat, Alain Lipietz, Pascal Petit, André Orléan, raccoglie ricercatori, spesso economisti, che andando con Althusser al di là di Althusser, si propongono di sviluppare un approccio marxo-strutturalista ma storicizzato al fine di comprendere la crisi del modello di crescita fordista. La critica principale che è indirizzata al marxismo strutturalista de Lire le Capital è di concentrarsi quasi esclusivamente sugli invarianti strutturali e di analizzarne la logica e il modo di riproduzione. Ma, su questa base, si perdeva di vista come il capitalismo, nel corso della sua storia, ha cambiato incessantemente forma pur mantenendo in piedi gli invarianti strutturali che assicurano il sistema. La Scuola della regolazione, ha come testo fondatore Régulation et crises du capitalisme, pubblicato da Michel Aglietta nel 1976. Un altro testo di riferimento – che costituisce un po’ un ibrido tra operaismo e la nascente Scuola della regolazione, è il libro La fabbrica e il cronometro di Coriat, figura che inizialmente è molto vicina a Negri. Questo testo pubblicato da Feltrinelli è uno di quelli che mi aveva formato in Italia quando ero ancora giovanissimo.

L’operazione della Scuola della regolazione, che ebbe un’influenza molto importante sul marxismo economico ma anche indirettamente sull’operaismo nel dibattito intorno al post-fordismo, è dunque di integrare l’approccio strutturalista dentro una visione storicizzata e dentro un approccio macroeconomico che associa strettamente l’analisi marxiana dell’accumulazione del Capitale e Keynes, soprattutto per quanto riguarda i paradossi del passaggio dal livello microeconomico a quello macroeconomico. Mi spiego. Se per la teoria economica mainstream il mercato è autoregolato e i comportamenti individuali vanno a dar luogo a un ordine generale, per l’approccio keneysiano, combinato a quello di Marx, la razionalità dei comportamenti individuali a livello microeconomico può dare un risultato totalmente opposto a quello che anticipavano gli agenti economici del Capitale. Per prendere un esempio: come nasce la crisi del ’29? Una delle sue cause è il fatto che si sviluppa la produzione di massa col taylorismo e il fordismo, con enormi guadagni in termini di produttività. Ford ha l’intuizione che l’aumento dei salari sarebbe l’anello che connetterebbe produzione e consumo di massa ma è furiosamente contrario all’intervento dello Stato e ai sindacati. Allora tutti gli attori economici si comportano con una razionalità microeconomica, si dicono cioè: aspettiamo che gli altri aumentino i salari, beneficiamo di questo aumento in termini di domanda, e potremo conseguire il massimo dei profitti rispetto ai concorrenti. Ma se tutti si comportano in questo modo il risultato è che tutti comprimono i salari e quindi non si sviluppa il consumo di massa. Solo in seguito al New Deal e poi all’instaurazione di un modo di regolazione Keynesiano e/o Socialdemocratico nel dopoguerra queste contraddizioni potranno essere superate dando luogo a un’articolazione coerente tra produzione e consumo di massa. L’intento della Scuola della regolazione è dunque di sviluppare una teoria della variabilità nel tempo e nello spazio delle dinamiche economiche e sociali. E quindi sviluppano una periodizzazione del capitalismo industriale distinguendone differenti fasi: 1) la prima rivoluzione industriale che si fonda su un’accumulazione essenzialmente estensiva senza consumo di massa, dove domina la logica del plusvalore assoluto e i salariati sono poco integrati all’accumulazione del capitale dal punto di vista delle norme di consumo; 2) La seconda rivoluzione industriale che vede lo sviluppo dei metodi tayloristi e fordisti della produzione di massa, un’enorme crescita della produzione di beni di consumo durevoli ma tuttavia la regolazione dei salari resta concorrenziale e impedisce lo sviluppo di una norma di consumo di massa. Dunque si giunge alla Crisi del ’29, con la seguente grande depressione degli anni ’30 che mostrerà anche tutti i limiti della pace di Versailles : come aveva sottolineato Keynes, condurrà al tracollo socio-economico e politico della Germania da cui nascerà il nazismo; 3) infine, il modello di crescita del dopoguerra sviluppa in pieno la logica del plusvalore relativo nel capitalismo industriale: grazie a delle norme che indicizzano la crescita dei salari sui prezzi e la produttività e permettono di articolare produzione e consumo di massa realizzando l’integrazione piena del lavoro salariato dentro la logica dell’accumulazione del Capitale in quanto consumatore. Questo modello d’accumulazione e il suo modo di regolazione entrano in crisi, secondo i paesi, a partire dagli anni ’60-inizio ’70.

Sulla base di questa periodizzazione, i teorici della Scuola della regolazione, sostituiscono dunque il concetto a-storico e statico di riproduzione con quello di regolazione. Questo vuol dire che la storia del capitalismo è strutturata da differenti modelli di sviluppo che si succedono, alternati da grandi crisi di mutazione che ne marcano l’esaurimento socio-economico. Ora questi modelli di sviluppo sono ciascuno caratterizzati da un regime d’accumulazione e da un modo di regolazione specifici. La funzione del modo di regolazione è duplice: da un lato un modo di regolazione deve assicurare, nonostante i conflitti intrinsechi al rapporto capitale-lavoro, la riproduzione dei rapporti sociali fondamentali in coerenza con il regime di accumulazione; l’altra funzione più strettamente economica è di permettere, non attraverso gli automatismi del mercato ma attraverso istituzioni specifiche, l’adeguazione tra i meccanismi della formazione dell’offerta e della domanda globale. E quindi interpreteranno in questo modo la crisi del fordismo che nasce da un esaurimento del serbatoio tayloristico-fordiano dei guadagni di produttività e dalla saturazione delle norme del consumo di massa.

Nonostante questi apporti, il problema dei regolazionisti è che, nonostante la storicizzazione, del capitalismo restano, secondo me, in gran parte prigionieri della concezione oggettivista del marxismo strutturalista. Anche per loro il Capitale in fondo resta, tranne eccezioni, un processo senza soggetto. Le lotte, i conflitti, appaiono solo al momento delle crisi per poter definire funzionalmente dei nuovi compromessi che potranno dare luogo a un nuovo sistema.

Nell’epoca della diaspora italiana, gli anni 80, la tesi principale difesa dalla scuola della regolazione era quella che il successore del fordismo sarebbe stato il toyotismo: un modello di accumulazione di massa flessibile a cui i regolazionisti, in particolare Coriat, proponevano di integrare un modo di regolazione cogestionale, alla tedesca. Solo successivamente metteranno sempre più l’accento sul processo di finanziarizzazione.

Questa insistenza sul ruolo centrale della fabbrica e del toyotismo, dico questo anticipando sul seguito del discorso relativo all’operaismo, spiega come nasce il concetto di lavoro immateriale. Il lavoro immateriale è una forzatura, una provocazione teorica, che viene fatta perché durante gli anni ’80-’90 gran parte della Scuola della regolazione e tutti gli altri approcci marxisti continuavano a insistere sulla centralità del lavoro materiale, di fabbrica. Per criticare questo assunto viene coniato il concetto di lavoro immateriale che si propone d’indicare un cambiamento di paradigma più profondo: stiamo andando al di là del modello della società fabbrica che state riproponendo sotto nuove vesti. Per definire il post-fordismo ci vogliono altre categorie, analisi più approfondite delle trasformazioni del lavoro legate alla cosiddetta terziarizzazione dell’economia e allo sviluppo della dimensione intellettuale e cognitiva del lavoro. In questa scia svilupperemo in seguito anche la tesi del capitalismo cognitivo per qualificare una nuova tappa post-industriale del capitalismo fondata sulle forze produttive di una economia fondata sulla conoscenza e il digitale.

 

     Grundrisse e operaismo

Quando dunque Negri viene invitato da Althusser all’école normale supérieure si inserisce in questo dibattito che all’epoca era dominato dal marxismo strutturalista anche se era già nata la Scuola della regolazione ma ancora muoveva i suoi primi passi. Negri, a partire giustamente da una rilettura dei Grundrisse e dalla tradizione operaista, mostra come i Grundrisse e non Il Capitale sono per molti aspetti l’apice del pensiero di Marx. E direi che introduce diverse innovazioni fondamentali sia rispetto alla lettura di Marx che all’interpretazione della nuova fase del capitalismo aperta dalla crisi del fordismo. Althusser consigliava di saltare, ne Il Capitale, il capitolo sulla merce e di cominciare dal quarto capitolo sulla formula generale del Capitale. Secondo me a ragione, anche se il problema è complesso. Da un lato, Marx, partendo dalla merce ricalca lo schema di Ricardo che anch’egli parte dalla merce, per mostrare la superiorità del suo approccio. Dall’atro, resta vero, a mio avviso, che bisogna partire dalla merce se si vuole vuole comprendere lo sfruttamento. La ragione è semplice: se è vero che il Capitale si presenta come une gigantesca accumulazione di merci, questa accumulazione non comprende solo merci prodotte in vista di una vendita ma integra anche quelle che Polanyi chiamerà le ‘merci fittizie’, in primo luogo la merce fondamentale che è alla base dell’esistenza stessa del capitalismo: la forza lavoro. È quindi l’analisi della merce che permette di capire metodologicamente l’origine del plusvalore a partire dal duplice carattere della merce: valore d’uso e valore di scambio. Infatti la forza-lavoro è l’unica merce il cui valore d’uso, cioè il lavoro stesso  è suscettibile di produrre un valore superiore al suo valore di scambio (beninteso se il capitalista riesce a farla funzionare come vuole).

Comunque è vero che da un punto di vista logico partire dalla merce può dare l’impressione di un’analisi tradizionale condotta nei termini dell’economia politica e anche per questo Althusser consigliava di partire dal capitolo quattro dedicato alla formula generale del capitale per poi tornare successivamente al capitolo sulla merce. A questa ragione si aggiungeva in Althusser una certa “diffidenza” sulla sezione relativa al feticismo della merce.

Detto questo, con la sua lettura dei Grundrisse, Negri in fondo ci dice: si, bisogna ripartire dalla formula generale del Capitale e dal denaro come struttura fondamentale del comando capitalistico e della logica che anima il capitalismo. Il capitalismo lo si può definire come una logica fondata sulla ricerca dell’accumulazione illimitata del Capitale o più precisamente della ricchezza nella sua forma astratta incarnata dal denaro e del potere che questo detiene sul lavoro e sull’insieme della società. Dunque Negri fa notare ad Althusser che quello che Marx non ha fatto ne Il Capitale, cioè partire dal denaro, lo ha fatto invece nei Grundrisse e che dunque sia possibile e necessario ripartire da essi. E nel proseguimento di questo ragionamento, mostra anche come il marxismo avesse compiuto un errore fondamentale impuntandosi sull’idea che la legge del plusvalore nascerebbe dallo sviluppo della legge del valore. È piuttosto vero il contrario: è l’affermazione della legge del plusvalore e dell’accumulazione del capitale che ha condotto alla generalizzazione della logica della merce e sussunto la legge del valore alla logica dello sfruttamento.

Questa posizione di Negri si oppone alla vulgata di Engels che sosteneva che la legge del valore è una legge eterna e solo poi, con il capitalismo è integrata nella legge del plusvalore. E questo rischiava di far perdere la comprensione dell’essenza del capitalismo che si presenta immediatamente come un rapporto sociale di sfruttamento che genera anche la sussunzione di tutta la società alla forma merce, ivi comprese le merci essenziali per il capitalismo che sono le cosiddette merci fittizie: il lavoro, la terra e il denaro.

In questo modo Negri dimostra come sia proprio nei Grundrisse che Marx sviluppa in tutte le sue conseguenze la coniugazione dell’analisi oggettiva del Capitale - quella su cui insisteva tanto Althusser quanto anche poi la Scuola della regolazione - e l’analisi soggettiva dei comportamenti di classe e dell’antagonismo capitale/lavoro. E lì si articola quanto già c’era nell’operaismo fin da Panzieri e Tronti, vale a dire la grande rottura epistemologica operata contro tutta la tradizione del marxismo oggettivista, sia quello della II e III Internazionale, sia quello di Lenin, sia quello althusseriana che consideravano lo sviluppo del capitalismo come determinato da una logica oggettiva che, come un rullo compressore, pianificava il lavoro e la società a sua immagine e somiglianza. Rottura epistemologica e rovesciamento significano invece che sono le lotte che precedono e determinano lo sviluppo capitalistico, almeno quanto ne sono determinate. Questo significa anche reintrodurre nella dinamica del capitalismo il ruolo motore dell’antagonismo e quindi quello della soggettività: da qui l’idea che il capitalismo non sia un processo senza soggetti. Esso è sempre attraversato da un dualismo tra la logica del Capitale e la logica del lavoro vivo il cui scopo è emanciparsi proprio dal lavoro capitalistico e di riappropriarsi del sovrappiù, dei mezzi di produzione, secondo una logica che si dipana fino ad arrivare a oggi, alle tesi del comune come modo di produzione al centro del mio lavoro di ricerca.

 

SF- Nel saggio Elementi per una lettura marxiana dell'ipotesi del capitalismo cognitivo dello stesso testo lei critica la lettura di Virno del General Intellect apparsa in Future Antérieur nel ’92 poiché, secondo la lettura del filosofo italiano, Marx lo avrebbe associato al capitale fisso, cioè, al sistema delle macchine. Alla luce di questo, viste anche le integrazioni di Virno negli scritti successivi, può spiegarci brevemente in cosa differisce invece la sua interpretazione de il General Intellect?

 

CV - In vista dell’analisi della crisi del fordismo e dell’evoluzione del post-fordismo c’è subito questa apertura fondamentale sulla rilettura del celebre Frammento sulle macchine dei Grundrisse nella quale Marx annuncia dopo la sussunzione formale, quindi reale del lavoro al Capitale, un terzo stadio dello sviluppo di quest’ultimo in cui la legge del valore entra in crisi e la conoscenza, il sapere sociale generalizzato della società, diviene la principale forza produttiva. In questo quadro, il valore di scambio non può più essere la misura della ricchezza e si passa a una società che deve essere fondata sui valori d’uso e governata a partire dai bisogni. Qui ci sono alcune differenze tra la mia interpretazione e quella di Virno. Virno vede il General Intellect come capitale fisso. A mio avviso invece si trovano moltissimi passaggi in Marx, negli stessi Grundrisse, in cui il General Intellect è già specificato come lavoro e sapere vivo: sapere vivo che si oppone al sapere morto del Capitale. Quando per esempio Marx dice, cito un po' a memoria: il General Intellect e il sapere esistono nell’insieme della società e nel cervello di ogni uomo che diviene il principale capitale fisso. Per cui non si può dire, a mio avviso, che in Marx c’è solo il capitale fisso. Il general intellect è anche pensato come sapere operante, sapere vivo.

Non bisogna poi dimenticare, come faccio già in un mio articolo del 2007 (Dalla sussunzione formale al general intellect), in eco alla lettura del general intellect, i brani delle Teorie sul plus-valore dedicati ad Hodgskin e ai socialisti ricardiani, dove Marx scrive che è l’accumulazione dei “savoir-fare” e delle conoscenze (scientific power) incorporate nel lavoro che costituisce l’accumulazione principale e si trova ad essere più importante delle stesse condizioni oggettive incorporate nel lavoro morto. È anche sulla base di questi elementi che considero che l’approccio marxiano dell’emancipazione non è incentrato, come, ad esempio, negli approcci della critica del valore (Postone, Kurz), sull’attesa messianica di una dinamica dell’automazione che determinerebbe il passaggio dal regno della necessità al regno della libertà (nel senso del non lavoro). La liberazione nel lavoro e dal lavoro salariato è piuttosto il risultato di un rapporto conflittuale di sapere e di potere che permette al lavoratore collettivo di riappropriarsi e di risocializzare la conoscenza, conoscenza da cui dipendono l’organizzazione sociale della produzione e le sue finalità. Detto questo è vero che la più parte delle interpretazioni dei Grundrisse mettevano soprattutto l’accento sul capitale fisso e dunque Virno ha avuto perfettamente ragione a sottolineare questo aspetto completando l’analisi del frammento sulle macchine mettendo l’accento sul modo in cui il general intellect doveva essere concepito (con Marx o al di là di Marx, poco importa) come intellettualità di massa.

Arriviamo alla seconda fase della diaspora italiana contraddistinta dall’esilio: Negri arriva a Parigi e trova un’associazione di rifugiati che si era formata qualche tempo prima. Incontra Jean-Marie Vincent e Denis Berger. Vincent è un grande marxista e filosofo, con una matrice teorica troskista ma molto aperto e influenzato dalla Scuola di Francoforte. E sarà anche uno dei tramiti del dialogo con André Gorz. Vincent sarà per Toni uno dei riferimenti per fondare la rivista Future Antérieur traversata al suo interno da compromessi importanti tra la tendenza operaista e quelle troskiste e franconfortesi. Un’altra figura molto importante è Denis Berger che è stato anche il mio direttore di tesi magistrale sul tema delle origini dell’operaismo. Berger insegnava a Parigi 8 ed è stato uno dei docenti che ha aiutato a integrare Toni all’interno dell’università affidandogli anche dei corsi. Berger era stato un porteur de valises: figure che durante la guerra d’Algeria si erano impegnate accanto alla lotta di liberazione algerina. Venivano chiamati così perché, insomma, in queste valigie c’erano cose che servivano alla resistenza. Berger ha svolto nella mia formazione un ruolo molto importante, sia perché è stato il mio direttore di tesi sia perché aveva una grandissima apertura. Spesso non è ricordato all’altezza dei meriti che ha avuto sia come militante che come ricercatore. Da questi incontri con figure come Vincent et Berger nasce Future Antérieur che ha prodotto diversi numeri, tra cui un numero speciale intitolato “école de la régulation et critique de la raison économonique”. Poi quando Toni è ripartito per l’Italia con una scelta coraggiosa i compromessi su cui si reggeva Futur Anterieur sono saltati. In ogni caso era già in fase di germinazione la rivista Multitudes.

A quest’epoca ero iscritto in dottorato a Paris 8, ma la mia formazione d’economista deve molto anche all’Università Parigi 1 grazie all’incontro con Bernard Paulré, un economista schumpeteriano, molto aperto anche lui, che dirigeva il laboratorio Isys-Matisse alla Maison des Sciences  Économiques. Si forma in questo quadro un gruppo di ricerca in cui si ritrovano anche molti operaisti che svolgerà un ruolo chiave nello sviluppo della tesi del capitalismo cognitivo.

 

SF - A quali trasformazioni del lavoro stesso assistiamo oggi nel panorama del capitalismo delle piattaforme? Come operano le nuove forme di estrattivismo?

 

CV - Una piccola premessa: nel nuovo capitalismo il centro vitale dell’estrazione del plusvalore poggia sulla composizione di classe di quanto Negri chiama l’operaio sociale cognitivo caratterizzato da un’intelligenza diffusa che si estende sull’insieme dei nodi della produzione metropolitana e non. Per cui è un errore fondamentale di interpretazione pensare che il lavoro immateriale, io preferisco dire cognitivo, sia composto da una minoranza di lavoratori della conoscenza. Designa piuttosto una nuova qualità generale dell’insieme della forza-lavoro che si è formato grazie alle grandi conquiste legate alla scolarizzazione di massa. Dunque è bene sottolineare che non è stata una concessione del Capitale. La formazione di un’intellettualità diffusa nasce piuttosto dal bisogno delle nuove generazioni di sfuggire alla condizione operaia e ha stravolto il rapporto capitale-lavoro dal punto di vista dei rapporti di sapere e potere. Si può anche proporre una periodizzazione molto rapida del capitalismo cognitivo. La prima tappa è quella per cui attraverso la scolarizzazione di massa e il rifiuto del modello fordista si assiste allo sviluppo di un’economia fondata sulla conoscenza e le produzioni dell’umano per l’umano (salute, educazione cultura). Un’economia che dunque si sviluppa in seguito alle lotte stesse condotte sul salario sociale e l’estensione delle garanzie del Welfare-State nel quadro della crisi del fordismo. La crisi del fordismo non è una crisi oggettiva ma soggettiva da tutti i punti di vista : se la catena di montaggio non poteva più funzionare è perché la cooperazione del lavoro, negata come soggettività dal capitale, si è trasformata in cooperazione antagonista. Quindi rifiuto del lavoro salariato, rifiuto del lavoro in fabbrica che vanno di pari passo con la contestazione della società del consumo di massa di merci standardizzate. Questa dinamica dà luogo allo sviluppo dei servizi collettivi dedicati alla riproduzione della forza-lavoro, dunque non solo educazione ma anche diritto alla salute, alla cultura ecc.

In Italia ci sono lotte imponenti che prefigurano dal basso quanto oggi chiamiamo il comune come modo di produzione, cioè forme d’autorganizzazione che mirano a modificare non solo piccole strutture a livello locale della società ma anche le strutture e le istituzioni macroscopiche da cui dipende la riproduzione economica e sociale. Mi riferisco per esempio a quel formidabile movimento di trasformazione sociale che ha condotto alla chiusura degli ospedali psichiatrici, alla riforma Basaglia, alle leggi del ’77 sull’integrazione scolastica delle persone disabili, senza dimenticare lo sviluppo del movimento femminista con l’apertura dei consultori e i circoli del proletariato giovanile, come si chiamavano all’epoca, poi diventati i centri sociali sul piano della cultura.

Ma se guardiamo anche altrove, une dinamica simile dell’innovazione sociale e produttiva si trova al cuore della rivoluzione informatica del personal computer e di Internet. A questo proposito è importante sottolineare che essa non deriva dagli spiriti animali del capitalismo e dell’imprenditore innovatore, come direbbero Keynes e Schumpeter. Nasce dalle lotte e dai processi di sperimentazione sociale e produttive cui danno luogo. Lotte che si sviluppano a partire dall’Università di Berkeley intorno al movimento per i diritti civili, poi contro la guerra del Vietnam, che nutrono lo sviluppo del movimento hippie e successivamente di quello hacker.

L’inizio della rivoluzione informatica è sfuggito sia al controllo del capitale che del progetto statuale d’Arpanet. Ha subito un dislocamento verso una concezione profondamente diversa grazie all’incontro di un’intellettualità diffusa che contestava le modalità della comunicazione verticale, fordista, con una serie di ricercatori e intellettuali che erano ancora impregnati dello spirito “mertoniano” della scienza aperta e del sapere come bene comune non privatizzabile.

Questo incontro ha dato luogo alla nascita dei club hacker che hanno creato le condizioni per i primi personal computer e una progettualità sociale che ha fatto deviare il progetto Arpanet dalla traiettoria che volevano imprimergli i militari.

Ed è in questo modo che le strutture decentralizzate del primo Internet non corrispondono in nulla a quello che ne avrebbero fatto i militari della DARPA. Proprio per questo, per almeno vent’anni, Internet sfuggirà a tutti i tentativi di colonizzazione da parte del Capitale e non sarà quindi uno spazio mercantile, ma un quasi bene comune anche se privo di una vera e propria governance collettiva capace di opporsi risolutamente ai tentativi di colonizzazione da parte del capitale e dello Stato.

Durante tutti gli anni ’80 e ’90 lo scontro intorno a internet sul piano del capitalismo cognitivo è secondario. Per Microsoft e Apple il terreno di scontro centrale è tra free software e software proprietario a pagamento. Il capitalismo informazionale non ha ancora un ruolo dominante nel capitalismo cognitivo che è piuttosto rappresentato dalle grandi industrie della cultura, dall’industria farmaceutica e delle bio-tecnologie, ecc. Negli anni ’90, con la presidenza Clinton, il capitalismo cerca di dare l’assalto a Internet. Ma qual è il grande problema di Internet? È che la grande svolta legata allo sviluppo del General Intellect ha permesso di spostare la domanda sociale e il centro della produzione verso dei “beni collettivi” che difficilmente possono essere trasformati, appunto, in merci perché sono dei valori d’uso, dei servizi, che sfuggono alla razionalità economica del Capitale.

Prima di tornare a Internet facciamo due esempi: le lotte hanno condotto allo sviluppo del lavoro sociale, del sistema sanitario, della scolarizzazione di massa. Si, puoi mettere sotto una razionalità capitalistica lo sviluppo del sistema sanitario e anche di quello scolastico. Però le leggi della produttività del valore e del plusvalore non si applicano in modo efficace a queste produzioni il cui principale prodotto è l’uomo stesso, se non creando degli effetti controproduttivi. Quindi lì la legge della crisi del valore si esprime veramente come divorzio tra la logica del valore della merce e la logica della ricchezza.

E la stessa cosa è valida per la rivoluzione informatica. Cosa apporta la rivoluzione informatica tra le altre cose? Il fatto che tutta una serie di beni che prima si trovavano su un sostrato materiale diventano immateriali, cioè diventano, nel senso economico, non rivali e difficilmente escludibili. Cosa significa non rivali? Che un “file” di un libro o un brano musicale si può condividere e non c’è rivalità nell’uso. I beni non rivali sono difficilmente escludibili attraverso i prezzi e prefigurano una società che potenzialmente può essere fondata sull’abbondanza, sulla gratuità. Internet permette tutti questi scambi secondo una logica non mercantile. Il Capitale si è dunque trovato in difficoltà. Come poter trovare un modello di profitto capace non solo di ritrasformare questi beni non rivali in merci e al tempo stesso ricolonizzare Internet? La prima soluzione la porta a suo modo Microsoft che dice: possediamo il codice informatico per far funzionare il personal computer, ma chiudiamo il codice sorgente e mettiamo su di esso la proprietà intellettuale. In sostanza lo chiudiamo e lo rendiamo bene rivale. E così, fino agli anni ’90, il principale rivale dell’azienda era il free software che le grandi imprese cercheranno di accaparrare in modo predatorio. Poi c’è il problema Internet. All’inizio non aveva fornitori di accesso privati e Clinton crea una prima tappa della mercificazione permettendo il loro sviluppo nel mentre incita la creazione di siti privati e su questa base inizia il primo tentativo di colonizzare Internet fino alla crisi del Nasdaq. Tutti credono che questa sia la nuova frontiera che il Capitale va a conquistare. Tuttavia visto che i prodotti sono appunto non rivali, non appena un’impresa cercava di monetizzare avveniva lo spostamento degli utenti verso servizi equivalenti gratuiti. Si crea perciò questa bolla speculativa che all’inizio funziona perché tutte queste società che producono contenuti devono affidarsi a una piattaforma e quindi stimolano la domanda al settore che produce i beni di investimento. Ma poco a poco ci si accorge che non si riesce a monetizzare la maggior parte di questi servizi e contenuti : i mercati finanziari che vivono sempre dentro una logica speculativa e mimetica pensano che il numero di clic fatto dagli utenti su un sito si trasformerà progressivamente in una domanda monetaria. In poche parole pensano che le perdite di oggi corrisponderanno ai profitti di domani. Ma quello che emerge è che non esiste uno sbocco monetario viabile. La bolla speculativa scoppia e si salvano solo poche aziende come Amazon che produceva servizi materiali anche se utilizzava come intermediario Internet. La soluzione a questa crisi viene trovata da Google che, fondata tra il ‘98 e il ‘99, all’inizio si opponeva ferocemente all’utilizzo della pubblicità e voleva ricreare il progetto di Diderot: un’enciclopedia di tutti i saperi. Però si scontra con gli stessi problemi che incontravano gli altri siti nonostante avessero creato un algoritmo estremamente efficace per classificare le pagine servendosi del legame iperlink. Si tratta di una vera innovazione radicale, e questo bisogna riconoscerlo a Google. Prima, con Yahoo, per esempio, se su una pagina di un motore di ricerca battevi «cane» ti dava come risultato le pagine in cui appariva più sovente questa parola. La classificazione delle pagine era poco pertinente. A partire da questa constatazione, Google dice in sostanza: usiamo il legame iperlink, come l’equivalente del metodo accademico della citazione.

Malgrado l’efficacia e la pertinenza di questo metodo, Google si accorge tuttavia che non perviene ugualmente a monetizzare se non con dei servizi alle imprese. E, allora notano che ci sono tutta una serie di detriti e di tracce che sono lasciati dagli utenti che pur non servendo al funzionamento del motore di ricerca, sono importantissimi per profilare i consumatori e venderli sull’altra faccia della piattaforma agli inserzionisti.

 Nasce cosi il modello di profitto delle piattaforme bi-faccia della gratuità mercantile fondate sulla pubblicità: articola un lato in apparenza gratuito per gli utenti e l’altro pagante per gli inserzionisti pubblicitari. Questo modello permette di mettere al lavoro la moltitudine dei naviganti che dunque non sono più spettatori passivi, di pubblicità come con la televisione, ma coloro che con le loro interazioni sulla piattaforma creano i dati e i contenuti a partire dai quali i loro profili possono essere venduti sul mercato della pubblicità e della predizione.

In questo modo comincia la colonizzazione capitalistica di Internet sulla base del modello Google, ben presto imitato da Facebook e da diversi altri social network. In sintesi, nelle multi-sided platform, dei servizi in apparenza gratuiti sono offerti su un lato della piattaforma per attirare gli utenti di Internet, creare economie di rete e estrarne il maggior numero di dati e questo per vendere spazi pubblicitari sull’altro lato, cioè agli inserzionisti che si rivolgono a questi stessi utenti. Questo modello di profitto si fonda sul concetto di Free Digital Labour che designa il lavoro gratuito e apparentemente libero che una moltitudine di individui svolge attraverso e su Internet, spesso inconsapevolmente, a beneficio dei grandi oligopoli di Internet.

Prende così avvio un potente processo di mercantilizzazione e di ri-centralizzazione di Internet che si approfondirà attraverso altre due tappe chiave. La prima è la crisi finanziaria dei subprime del 2007-2008 quando in seguito all’esplosione di una disoccupazione di massa si sviluppano le piattaforme della cosiddetta uberizzazione dell’economia (Uber, Airbnb, Deliveroo, ecc.) che approfittano tra l’altro del modo in cui la governance del primo internet non prevedeva istituzioni che garantissero la sicurezza delle transazioni. Questa falla ha permesso a tutta una serie d’imprese d’instaurare un modello di profitto che combina delle economie di rendita d’intermediazione e lo sfruttamento di un lavoro solo formalmente autonomo, ma di fatto sottomesso al comando dell’impresa. Per farla breve, questa dinamica compie un nuovo balzo in avanti con la crisi sanitaria in un contesto in cui la distanziazione sociale imposta dalle misure sanitarie permette al capitalismo digitale di affermarsi come il centro nevralgico del funzionamento dell’economia e della società. Gli permette di coordinare e controllare l’insieme delle interazioni collettive, centralizzando tutte le informazioni al livello del cloud, e questo fino ad arrivare oggi all’esplosine dell’intelligenza artificiale e delle piattaforme dell’AI generativa.

È ancora una situazione molto incerta e non disponiamo di uno spazio sufficiente per svolgere un’analisi approfondita di questa nuova svolta che potrebbe essere l’oggetto di una prossima intervista.

Mi limiterò qui a tre considerazioni, partendo da una premessa: l’intelligenza artificiale, come ogni tecnologia è socialmente determinata.

In primo luogo, come sottolinea Pasquinelli, essa s’inserisce in un lungo processo storico d’automatizzazione dettata dall’antagonismo capitale/lavoro secondo una logica che oggi investe lo stesso lavoro cognitivo. Essa determina, a mio avviso, una dinamica di proletarizzazione e d’espropriazione dei saperi di tutta una parte dei lavoratori della conoscenza, ma potrebbe anche avere degli effetti postivi sul piano della soggettività dell’intelligenza diffusa. Mi riferisco per esempio al modo in cui la distruzione d’interi settori dell’aristocrazia del lavoro cognitivo potrebbe facilitare un processo di ricomposizione di classe del cognitariato e porre all’insieme della società le questioni fondamentali che sono: cos’è la conoscenza, per quali fini deve essere sviluppata, di quale conoscenza insomma la società ha bisogno per far fronte oggi alle sfide della crisi sociale e ecologica?

In secondo luogo, il modello dell’intelligenza artificiale generativa non dispone, a mio avviso, di un modello di profitto viabile. Ci troviamo oggi di fronte a una situazione per diversi aspetti simile a quella che era stata all’origine della crisi del Nasdaq. Si sono create decine di piattaforma d’intelligenze artificiali generative in concorrenza e nessuna sembra in grado di generare profitti. Tutte registrano enormi perdite salvo quando sono inserite in eco-sistemi più ampi che generano profitto in altri modi, attraverso altre attività. Google continua a far profitti ma non per l’intelligenza artificiale ma per il suo vecchio modello di pubblicità che ha integrato all’interno di esso.

Inoltre, a differenze dei precedenti modelli produttivi della Big-Tech fondati su un costo marginale vicino a 0, le imprese dell’IA generativa sotto sottomessi a una logica di rendimenti decrescenti in ragione degli enormi costi energetici e in risorse naturali (l’acqua per il raffreddamento dei mega-calcolatori) necessari al loro funzionamento. Ben difficile, in questo quadro, immaginare in un prossimo avvenire un modello redditizio fondato sulla pubblicità o anche, come le mostrano le evoluzioni più recenti, sui proventi originati dagli abbonamenti o da una tariffazione al pro-rata dell'uso e del costo reale di un servizio, anche senza prendere in conto, come sarebbe necessario, l’applicazione alle Big-Tech dell’IA del principio "chi inquina paga" per compensare le esternalità negative di cui sono responsabili. Tutto ciò contribuisce in gran parte a spiegare la svolta tecno-fascista delle grandi imprese della Big-Tech e la loro alleanza con Trump in quanto solo la guerra e l’approfondimento della logica di un capitalismo di sorveglianza totale sembrano poter fornire lo sbocco più sicuro per uscire da questa impasse strutturale garantendo profitti : in questo quadro è il Capitale che inquadra lo Stato e non viceversa, alimentando una corsa in avanti cieca verso la guerra e il conflitto con la Cina che fortunatamente cerca in tutti i modi di sottrarsi a questa logica.

 

SF - In uno dei suoi articoli più recenti, Cybercommunisme et capitalisme cognitif, dedicato all’analisi del pensiero di André Gorz, vede nel cybercomunismo una plausibile via di superamento del cybercapitalismo. Non è una visione per nulla scontata. Quella dell’integrazione della tecnica è una tematica spesso e volentieri oscurata dalla lotta politica marxista, caratterizzata frequentemente da un forte antropocentrismo. Ci può spiegare in cosa consiste e come funzionerebbe l’opzione cybercomunista e in che modo contrasta l’avvento di quello che alcuni cronisti hanno definito ‘tecnofeudalesimo’ ?

 

CV - Partiamo dal tecnofeudalesimo per liquidarlo subito. Secondo me è più uno slogan, una metafora, che un concetto scientifico. Il capitalismo attuale è predatorio e parassitario ma non ha niente di feudale, a meno che non si faccia l’errore di confondere la rendita capitalistica con la rendita feudale. Ma sono due cose completamente diverse proprio perché la rendita feudale era legata al fatto che il signore gestiva il feudo mentre la rendita attuale è un’estrazione del valore operata a partire da un rapporto di esteriorità rispetto all’organizzazione della produzione o comunque un elemento completamente superfluo per il suo funzionamento (per esempio una molecola farmaceutica per essere prodotta non ha alcun bisogno di un brevetto, anzi il brevetto la rende artificialmente più rara limitando la sua produzione e innalzando il suo costo).

Inoltre, il capitalismo attuale è caratterizzato da un’enorme concentrazione del potere alla testa del quale si trova sempre più un numero ristretto di grandi imprese del capitalismo digitale (o Big-tech) che centralizza l’informazione che proviene da tutti gli altri settori. Al contrario, una delle caratteristiche del sistema feudale era la dispersione del potere. Infine, dire anche che le piattaforme imporrebbero alle persone un rapporto di dipendenza simile a quello dei servi della gleba attaccati alla terra mi sembra estremamente discutibile per almeno due ragioni: la prima è che la logica intrinseca del capitalismo ha sempre teso al monopolio; la seconda riguarda la natura e le forme dello sfruttamento. I rapporti di sfruttamento oggi non sono legati ad una singola piattaforma, come il servo al feudo, ma si estendono invece sull’insieme dei tempi di vita. Per questo mi ha dato fastidio quando certuni hanno assimilato il capitalismo cognitivo a una variante del tecnofeudalesimo. Morozov, per esempio, lo fa, probabilmente perché confonde rendita feudale e rendita capitalista e non ha capito che il concetto di General Intellect è una realtà macrosociale, macroeconomica, e ha niente a che vedere con il plusvalore extra di cui può beneficiare una singola impresa innovatrice. Peccato, è un buon giornalista ma un po’scarso in teoria. Forse per questo non ha risposto ai miei inviti a venire a discuterne al seminario capitalismo cognitivo.

Per quanto riguarda invece le possibili alternative digitali, potremmo dire che sono stati la punta di diamante del comune come modo di produzione.

Tuttavia per ritrovare questo ruolo, il movimento del free software deve oggi superare due limiti.

Il primo è di aver sottovalutato la forza predatoria del capitale con una estremizzazione della logica inclusiva della proprietà comune del copyleft. Questa scelta ha condotto a non integrare nelle tre regole fondamentali del copyleft e delle licenze Gnu-Linux dispositivi adeguati a proteggere realmente le creazioni dei commons digitali da una logica di appropriazione senza limiti e senza contropartite da parte del capitale. Sarebbe stato opportuno introdurre delle clausole di discriminazione o di salvaguardia delle sue finalità sociali e etiche in base agli usi o agli attori che si sarebbero potuti servire del free software, attraverso quanto oggi chiamiano licenza di reciprocità rinforzata. In assenza di regole più dure, il capitalismo digitale ha potuto così servirsi del free software ivi compreso per finalità opposte alla filosofia del libero, come per i dispositivi del Digital Right Management il cui fine è d’impedire la riproduzione di beni numerici. Allo stesso modo, Google si è potuto appropriare di Android (un derivato di linux) e vi ha immesso tutta una serie di software proprietari.

Il secondo è di aver sottovalutato la questione della viabilità del modello economico dei commons digitali. L’assenza di una riflessione approfondita sulle condizioni di sostenibilità economica dei commons del software libero è una lacuna che sarà in gran parte all’origine, alla fine degli anni 90, della scissione tra la FSF e l’Open Source Initiative (OSI), scissione che ha fortemente svigorito la capacità del movimento del free software d’opporsi e di proporre vere alternative allo sviluppo delle pratiche estrattive del capitalismo di piattaforma e delle Big-Tech. Questo problema di viabilità economica diventa sempre più dirimente nel contesto attuale a fronte della sfida del Cloud e dell’AI.

 

SF - Per finire le chiedo: crede che la strada del Reddito Sociale Garantito sia ancora auspicabile?

 

CV – Per contribuire a superare i limiti legati all’assenza di un modello autonomo di finanziamento dei commons, la proposta di un reddito sociale garantito (RSG) mantiene tutta la sua attualità. Essa consiste a pensare il RSG come un reddito primario, cioè risultante direttamente dalla produzione. Questo implica un rovesciamento e una vera e propria rottura epistemologica con la concezione dominante della nozione di lavoro produttivo ancora in auge non solo nella teoria economica mainstream, ma anche nella maggioranza del pensiero della sinistra istituzionale e sindacale.

Il suo fondamento si trova infatti, come abbiamo visto, non solo nella constatazione che l’estrazione del plus-valore non si limita al tempo di lavoro ufficiale, ma si estende ormai a tutti i tempi di vita. Deve anche, e direi soprattutto, basarsi sul riconoscimento e la convalida socio-economica della creazione di ricchezza generata dal lavoro realizzato in seno all’economia dei commons. Si tratta in sostanza di affermare che il lavoro, come nell'economia dei commons, può certamente essere improduttivo di profitti e di merci, ma creatore di una ricchezza non mercantile che, per la sua utilità intrinseca e i suoi effetti positivi per l'intera società, deve essere remunerato.

L’instaurazione del RSG, come, più in generale, una politica di sostegno al ruolo chiave che i commons possono svolgere nella transizione ecologica deve essere accompagnata ben inteso da altre riforme profonde. Esse riguardano sia le regole di funzionamento dello Stato e dell’amministrazione pubblica, sia quelle che presiedono all’emissione di moneta da parte della Banca Centrale Europea (BCE) e del sistema creditizio.

Si tratta di quanto possiamo chiamare la communalizzazione del pubblico, dove con questo concetto ci riferiamo a un processo in cui i principi della democrazia del comune e dell’inappropriabilità penetrano nel cuore stesso delle istituzioni macroscopiche del pubblico e ne trasformano, dall’interno, il modo di governance e gli obiettivi. (cf. libro Le commun comme mode de production)

Due vie maestre intorno a cui si sviluppa un vivo dibattito sia in Francia che in Italia ci sono offerte e la loro coniugazione potrebbe condurre all’affermazione di un modello radicalmente alternativo di sviluppo fondato su un’economia sociale della conoscenza emancipata dal capitalismo cognitivo.

La prima, ben riassunta nel recente libro, Denaro e Potere, di Antonio Di Stasio di cui ho scritto la prefazione, corrisponderebbe a modificare le regole di governance della BCE, conferendole una nuova missione, quella di finanziare, tramite una creazione monetaria senza debito e senza contropartita, sia una parte del RSG sia gli investimenti per il futuro in settori strategici, come il sistema sanitario, l’istruzione, la transizione ecologica e la socializzazione delle infrastrutture digitali (server, cloud, ecc.), necessarie anche per una riconquista dell’autonomia dell’Europa nel campo digitale, attraverso un modello non proprietario e rispettoso della privacy.

La seconda è che l’alternativa non si trova in un nostalgico ritorno al modello statuale anteriore al ciclo di riforme neoliberali. Rinvia piuttosto a una rifondazione, su nuove basi, dell’istituzione del pubblico pensate come un bene comune e un’istituzione emancipatrice in due sensi complementari.

Il primo, nel prolungamento dei lavori della Commissione Rodotà, è che istituzioni come il sistema educativo e quello sanitario dovrebbero entrare nel catalogo dei beni comuni della collettività. Queste riforme avrebbero il grande merito di affermarne chiaramente la finalità e l’inalienabilità dei beni pubblici a interessi privati, nonché di ridefinire chiaramente il loro rapporto con il potere politico dello Stato. Le prerogative di quest’ultimo sarebbero ridotte a quello di “un semplice amministratore fiduciario” e collettore delle risorse fornite dalla collettività per il suo finanziamento e non quelle di un’autorità proprietaria in diritto di definirne le regole di governance, i programmi e le missioni come meglio gli aggrada.

Il secondo senso è che il pubblico può essere gestito e organizzato come un’istituzione del comune, cioè essere autogovernato dai soggetti e gli utenti che ne beneficiano e la fanno funzionare attraverso forme di democrazia diretta e partecipativa opposte tanto alla logica burocratica dello Stato che a quella della gerarchia aziendale. Per far questo occorre porre fine alla confusione tra pubblico e Stato. Il sistema sanitario, come l’Università - come lo ricordavo nella prefazione al bel libro di Francesco Pezzulli l’Università Indigesta - non sono pubblici in quanto proprietà dello Stato, ma quando, come altri servizi collettivi, possono essere organizzati in funzione della soddisfazione dei bisogni della società e della comunità che ne assicura il funzionamento interno e la sua iscrizione nel territorio.

Certo si potrebbero tacciare queste proposte, di pura utopia, ma si tratta piuttosto di un’utopia concreta – per riprendere l’espressione di Ernst Bloch – o, ancora meglio, di un imperativo categorico, se si vuole evitare che si avveri la profezia insieme provocatoria e tragica attribuita a Fredric Jameson, secondo la quale sarebbe ormai «più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo».

Marco Iuliano, 28/09/96. Ho vissuto tra Calabria e Sicilia. Da Settembre 2024 mi trovo a Bologna per conseguire la Laurea Magistrale in Scienze Filosofiche. Dopo la maturità classica ho conseguito la Laurea in Filosofia all’Università di Catania (2024) con una tesi a metà tra antropologia e filosofia sulla questione dell’"ontological turn". Ho fatto parte del Direttivo dell’Associazione Studenti di Filosofia Unict (ASFU) dal 2021 al 2024. Ho pubblicato articoli e recensioni per riviste come "Il pensiero storico", "Vita Pensata", "ilPequod", “Segnalibri filosofici”. I miei interessi di ricerca vertono principalmente su questioni come tecnica, metafisica, potere, filosofia politica, postumanesimo, pensiero della Differenza, storia della cultura tedesca, paganesimo. Attualmente mi sto occupando del pensiero di Gilbert Simondon e di Paolo Virno. In collaborazione con “Segnalibri filosofici” sto curando proprio un dossier in memoria di Virno e, in generale, sull’operaismo.