On the falsity of certainty and the necessity of error

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Un'ampia letteratura filosofica ci informa che vero e falso non sono valori assoluti, fissi nel tempo, ma dinamici, in evoluzione. La verità non è un assunto, ma una meta, la direzione a cui tende una ricerca continua (anche nella scienza).

Proponente: Valentina Baroncini -  Dipartimento di Architettura (Università di Bologna)

Niels Bohr ci ricorda che nelle verità più profonde sono contemplati gli opposti: “ci sono due tipi di verità: le verità semplici, dove gli opposti sono chiaramente assurdi, e le verità profonde, riconoscibili dal fatto che l'opposto è a sua volta una profonda verità”.
E il paradosso del gatto di Schrödinger ci fa ipotizzare che la “vera natura” della Natura sia proprio il coesistere degli opposti, il dare spazio a infinite possibilità (il creare libertà ?).
Essendo la realtà infinita, la conoscenza di vero e falso su un caso specifico ha necessità di una perimetrazione (che automaticamente rende incerta quella stessa verità quando viene rapportata all’insieme); infatti si individua un sistema di riferimento che limita e circoscrive lo spazio di azione del vero/falso (e si fa riferimento al tempo, basandosi sulle conoscenze acquisite fino a quel momento). Da qui la scelta, per impostare questa ricerca, di “salire più in alto” di limitanti contrapposizioni in schemi predefiniti verofalso/ buono-cattivo, sul gradino del “noi”, artefici di entrambe le modalità di rappresentazione della realtà.
Chiediamoci allora, a partire dal noi, perché abbiamo bisogno di generare e di alimentare il falso?
Possiamo formulare alcune ipotesi:
- si tende a credere a quello che conviene rispetto ai propri interessi
- si cerca la risoluzione più facile ed immediata a domande e a interrogativi che avrebbero bisogno di risposte più approfondite (dunque di più energia)
- si condivide un sentire comune radicato in un inconscio collettivo abitato da paure condivise
- si vive non basandosi sul vero (non si potrebbe verificare tutto), ma sul verosimile (ciò che rispetto alle nostre conoscenze/sensi siamo disposti a credere)
- nella cultura contemporanea l’apprendimento è caratterizzato in modo molto teorico e lontano dall'esperienza e dalla verifica diretta.
Inoltre
- è più facile definire cosa è falso che cosa è vero (“...codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”); per cercare il vero procediamo togliendo, piuttosto che definire in primis un intero inafferrabile.

Dunque l'ipotesi della ricerca è che il problema sia culturale, e la radice dello stesso sia sempre dentro al singolo individuo (la collettività e la diffusione ne sono solo una conseguenza). Dunque che il problema della diffusione del falso non vada affrontato con imposizioni e coercizioni, ma tramite un accrescimento ed una maggiore diffusione della conoscenza. E' sì necessario limitare i negativi effetti di una diffusione di notizie false, ma serve anche porre attenzione ai rischi di una risposta autoritaria di un sapere che appaia assoluto (magari diffondendo le dimostrazioni della falsità piuttosto che cercando di imporre una visione); la visione unica, infatti, seppur vera nella circostanza, può risolvere il caso circoscritto e immediato del momento, ma nega l'autonomia di pensiero e non coltiva l'atteggiamento critico, né la visione più ampia del contesto.

La tesi è che il definire cosa sia vero e falso abbia a che fare profondamente con la responsabilità, la capacità di scelta, dunque la libertà (l'autodeterminazione) dell'individuo.
L'interrogativo da esplorare potrebbe essere: il falso è necessario all'accrescimento della libertà?